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Alla ricerca di nuove strategie educative

venerdì 24 luglio 2009
Intervista a Massimo Achini (Presidente Nazionale CSI)

1) Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di emergenza educativa, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della sua associazione?

Sulle cause della crisi che investe le agenzie educative tradizionali sono state fatte tante analisi che è inutile ripetere. A nostro avviso la situazione rischia di deteriorarsi ancora di più per la mancanza di luoghi educativi “nuovi”, dove sanare il black-out relazionale tra giovani e adulti che è alla radice della “non educazione” odierna. Da questo punto di vista il CSI può offrire la rete delle sue 13.000 società sportive, diffuse ovunque, pensandole appunto come luoghi educativi, in cui l’offerta di sport diventa un mezzo per promuovere l’educazione integrale della persona. Ciò richiede ovviamente strumenti adeguati, a cominciare da modelli di attività pensati ad hoc e operatori preparati e motivati ad essere educatori attraverso lo sport.

2) La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cosa è per voi oggi il bene comune?

Basta guardarsi intorno. Viviamo una società segnata da egoismo, indifferenza, povertà etica e culturale, sempre più nichilista nei valori e nei comportamenti, sia individuali che collettivi. Ricercare il bene comune è lavorare alla modifica di tali derive, come premessa alla costruzione di un mondo più giusto, più solidale, in cui i diritti di tutti e di ciascuno costituiscano un circuito virtuoso. L’educazione giovanile è una questione centrale, proprio perché serve a preparare persone che domani abbiano in sé un forte orientamento al bene comune.

3) Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello del bene comune?

Il Centro Sportivo Italiano ha ben presente di essere nato circa 60 anni fa da una costola dell’Azione Cattolica, che è sempre rimasta un modello di riferimento. Riteniamo che nell’attuale fase storica, che vede le molteplici componenti dell’associazionismo cattolico impegnate in vario modo, ciascuna per suo conto, a proporre educazione e a lavorare per la realizzazione del bene comune, sarebbe per tutti una grande ricchezza ritrovare nell’Azione Cattolica l’elemento di guida e di riferimento per individuare nuove strategie educative che si integrino. Il CSI è pronto a fornire alla AC tutta la propria collaborazione per l’avvio di un tale cammino comune.

Con il Sud, per il bene del Paese

martedì 17 febbraio 2009

di Chiara Santomiero

Un forte appello al senso di responsabilità di tutti e in particolare all’azione da protagonista del laicato: è quello lanciato dai vescovi di Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria, per poter uscire dalla percezione del meridione come “palla al piede”, capace di diventare, invece, una risorsa per tutto il Paese. Si può sintetizzare così il messaggio del convegno “La Chiesa nel Sud, le Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili” che si è tenuto a Napoli nei giorni scorsi, a vent’anni dal documento della Cei “Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà”.

«Parrocchie vivaci, associazioni, movimenti e volontariato generoso ed attivo, una parola che ancora unisce gran parte della popolazione in una società che tende alla disgregazione. Questo è il nostro patrimonio», si legge nel documento finale del convegno, «questo offriamo per ritrovare le nostre radici di comunione e di fraternità».

Si tratta di un appello che coinvolge l’Azione Cattolica in prima persona. Da un lato la conferma nella sua attitudine strutturale ad essere scuola di partecipazione per tutte le età, che educa alla corresponsabilità, al dinamismo delle cariche elettive, al confronto senza timidezze capace, però, di non trasformare mai l’altro in un nemico.

Dall’altro lato, la rinnovata fiducia dei Pastori nell’azione dei laici impegna l’Associazione a vivere con maggiore intensità una presenza caratterizzata dal forte accento della solidarietà, intesa come disponibilità più ampia a farsi interrogare da quanto ci circonda. La prossimità a chi ci vive accanto – le famiglie del nostro condominio, i giovani penalizzati dalla precarietà lavorativa, gli immigrati in cerca di futuro nel nostro Paese – non potrà essere disgiunta dalla capacità di entrare nel dibattito pubblico collaborando con tutti per rimettere al centro il bene comune.

In questo senso il XXIX Convegno “Vittorio Bachelet” che abbiamo celebrato a ridosso dell’appuntamento di Napoli, ne rappresenta l’involontaria ma, in fondo, non casuale prosecuzione. La riflessione dedicata a “Crisi della politica e bene comune. Alla ricerca di una rinnovata etica pubblica” pone l’Azione Cattolica in sintonia con la preoccupazione della Chiesa del Sud (e del Nord) per quella diffusa mancanza di comportamenti etici che aumenta la sfiducia della gente verso la “cosa pubblica”, alimentando un ripiegamento distruttivo verso i soli contesti familiari o di gruppo.

L’aver voluto condividere questa riflessione con molte delle associazioni e movimenti ecclesiali intende essere un servizio all’unità della Chiesa che diventa, nell’individuare le coordinate del contributo dei cattolici per la vita del nostro tempo, un servizio all’unità del Paese.

Crisi della politica e bene comune

giovedì 12 febbraio 2009

di Gian Candido De Martin*

Il tema del bene comune come questione di fondo delle istituzioni politiche e sociali è da anni al centro dell’appuntamento annuale programmato dall’Azione Cattolica e dal suo Istituto Vittorio Bachelet per lo studio dei problemi sociali e politici in ricordo del sacrificio di questo eminente studioso del diritto e servitore delle istituzioni, già presidente nazionale dell’ACI, morto il 12 febbraio 1980 per mano delle Brigate Rosse quand’era vice presidente del CSM. Negli anni scorsi – in parallelo con le riflessioni proposte nelle ultime settimane sociali di Bologna e Pisa – si è concentrata l’attenzione su alcuni aspetti e dimensioni essenziali del bene comune, sia sul versante delle politiche nazionali (v. “l’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano”), sia nella sua dimensione universale, collegata anche alla necessità di condivisione e tutela di beni comuni dell’umanità, da sottrarre alla privatizzazione e alle speculazioni del mercato e da rendere disponibili a tutti, specie a chi ha minori possibilità.

Quest’anno il XXIX Convegno Bachelet intende ritornare sull’argomento, andando in certo senso al cuore del problema, per mettere a fuoco le sempre più evidenti difficoltà della politica nella cura del bene comune, che spesso viene solo evocato ma poco praticato, se non sostanzialmente disatteso nella realtà quotidiana delle scelte politiche a tutti i livelli, da quello nazionale a quelli locali, con comportamenti che finiscono spesso per produrre caste di politici e amministratori privi di un’autentica etica pubblica e propensi piuttosto alla corruzione e a perseguire interessi privati o corporativi (frequentemente al riparo di una adeguata e oggettiva informazione ai cittadini, che appaiono sempre più vittime di media scandalistici o evasivi o strumentalizzati, e quindi di fatto emarginati dal circuito democratico della rappresentanza e poco stimolati alla partecipazione nelle varie dimensioni della politica).

L’esigenza di mettere al centro dell’annuale Convegno questa tematica era già ben presente all’Istituto Bachelet prima che una serie di recenti vicende riproponesse con forza, anche ai più disattenti, il senso e il valore della questione morale in politica: che non è una mera istanza di astratti valori, ma è coessenziale al modo di intendere in concreto la democrazia al servizio del bene comune possibile, e quindi necessaria misura per verificare la giustificazione di scelte e le coerenze di comportamenti in funzioni dell’interesse generale, come è emerso da ultimo anche in ricorrenti e autorevoli richiami (v. Napolitano, Scalfaro, Ciampi), dai quali si percepisce il rischio di una deriva pericolosa per la stessa tenuta di un sistema, che ha bisogno di valori condivisi realmente vissuti in funzione del bene comune per poter fronteggiare le pressioni fuorvianti degli interessi individuali o di parte.

In altre parole, l’importanza che questo tema ha in sé, in via permanente, si sposa (purtroppo) con vari risvolti dell’attualità, che sollevano una serie di interrogativi sulle ragioni della crisi della politica, a fronte della quale il rischio peggiore è quello che venga meno la capacità di indignarsi, con una sorta di assuefazione alla corruzione e ai conflitti di interesse, magari per poi rinchiudersi nel privato o nell’indifferenza o nell’antipolitica, illudendosi così di sfuggire alle strumentalizzazioni o al populismo, spesso dilagante, di imbonitori che utilizzano i media al di fuori di ogni credibile obiettivo di bene comune.

*Gian Candido De Martin è Presidente del Consiglio Scientifico dell’Istituto “Vittorio Bachelet” per lo studio dei problemi sociali e politici

Combattere la povertà, costruire la pace

venerdì 12 dicembre 2008
Presentato il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2009. I poveri non sono il fardello del mondo, ma coloro da mettere al primo posto governando in senso solidale la globalizzazione. Sfatato l’alibi del boom demografico, la via indicata è quella del disarmo e di commerci davvero liberi perché equi. Nei due contributi che pubblichiamo, l’Ac dice ancora una volta il suo sì alla sfida lanciata da Papa Ratzinger.

I poveri non possono aspettare

di Gigi Borgiani

Combattere la povertà, costruire la pace”: è questo il titolo, ma sono anche le invitanti parole conclusive del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2009, presentato ieri dal card. Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. L’invito del Papa è rivolto «ad ogni discepolo di Cristo e ad ogni persona di buona volontà chiamata ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è possibile per venire in loro soccorso». Un messaggio poco “analitico”, ma decisamente propositivo, direi fortemente missionario.

Il tema della globalizzazione fa da sfondo; Benedetto XVI fa riferimento allo sviluppo demografico, alla corsa agli armamenti, alla questione dell’Aids, alla povertà dei bambini, prime vittime di ogni situazione di ingiustizia, alla recente crisi finanziaria, alla crisi alimentare. Di fronte a questi risvolti negativi, non si deve dar colpa alla globalizzazione quanto “governarla”, ovvero contribuire alla diffusione di una solidarietà globale fondata su un “codice etico comune”, capace di tener conto delle esigenze dei poveri. Una globalizzazione alimentata «da uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano». Questo significa «mettere i poveri al primo posto» e richiede come attori sia le istituzioni «sia la società civile che assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile».

Il Papa domanda: «Non avverte forse ciascuno di noi nell’intimo della coscienza l’appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale?». E ci suggerisce anche la risposta: «Fedele all’invito del suo Signore, “date loro voi stessi da mangiare”, la comunità cristiana non mancherà di assicurare all’intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione di consumo, le strutture di potere che oggi reggono la società».

Domanda e risposta interpellano decisamente anche “ogni discepolo” dell’Azione Cattolica, che fedele alla sua vocazione e missione assume tra i suoi compiti anche quello di educare alla pace e di costruire la pace. Sia quella materiale sia quella legata, come ricorda ancora il benedetto XVI a quei «diffusi fenomeni della società odierna quali l’emarginazione, la povertà relazionale, morale e spirituale».

La strada per governare «con oculata saggezza» la globalizzazione, per fare in modo che non ci si limiti ad aiuti di tipo assistenzialistico, per non illudersi che sia sufficiente una ridistribuzione delle ricchezze («in un’economia moderna il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro», scrive il Santo Padre), trova sentiero certo nella Dottrina sociale della Chiesa che «da sempre si è interessata dei poveri». I numerosi riferimenti al Magistero dei suoi predecessori consentono a Benedetto XVI di sottolineare come la questione sociale si sia allargata e richieda «un approfondimento qualitativo sull’uomo e sui bisogni della famiglia umana». E per andare in profondità sui nuovi aspetti della questione sociale, il Papa sollecita a «chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l’azione verso la costruzione della pace», a partire dai principi della Dsc.

Su questa linea, l’associazione – per dare concretezza ad uno degli obiettivi indicati dall’Assemblea nazionale  continua ad alimentare l’attenzione alla questione del bene comune e a sviluppare percorsi educativi idonei affinché «ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi» (così scriveva Leone XIII nella Rerum novarum) di fronte al dramma della povertà e perché il nuovo anno possa segnare un passo significativo verso la lotta alla povertà.

Come recitava lo slogan della campagna per gli Obiettivi di sviluppo del Millennio: “I poveri non possono aspettare!”.

La casa dorata e il deserto

di Dino Pirri

In occasione della 42a Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il prossimo 1° gennaio, Papa Benedetto XVI ci invita a riflettere sul rapporto tra la lotta alla povertà e la ricerca sincera della pace, riprendendo e sviluppando le parole di Giovanni Paolo II, per la giornata del 1993.

Con il suo messaggio dal titolo “Combattere la povertà, costruire la pace“, il Santo Padre, gettando uno sguardo sul complesso fenomeno della globalizzazione, vuole ribadire la necessità della costruzione della pace, che trovi come presupposto la giustizia, la solidarietà e la corresponsabilità globale.

Nel documento pontificio vengono affrontate alcune drammatiche questioni nodali delle povertà odierne, quali lo sviluppo demografico, la diffusione delle malattie pandemiche (specie l’Aids), la condizione dei bambini, la corsa agli armamenti e la crisi alimentare. E dalla sua lettura emerge l’urgenza di uscire dalle logiche miopi, egoistiche e ideologiche, per abbracciare una «globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana».

Il Papa afferma che la globalizzazione, dalle potenzialità ambivalenti, deve essere governata da «una forte solidarietà globale tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all’interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un “codice etico comune”, le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr. Rm 2,14-15)». E continua: «La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un’autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse».

Raccogliendo l’insegnamento e la sollecitazione del Santo Padre, l’Azione Cattolica dei Ragazzi, in collaborazione con Altromercato, ha deciso di entrare nel mondo del commercio equo e solidale, proponendo l’acquisto di una simpatica borsa in juta e di altri generi alimentari, prodotti nel Sud del mondo, affinché, nei gruppi, si possa avviare una riflessione sull’importanza di una spesa giusta e aperta ad una logica di mercato sostenibile e non alienante.

Attraverso questa iniziativa di carità, promossa proprio nel mese della pace, con lo slogan “La pace conviene“, si cercherà innanzitutto di aiutare i fanciulli e i ragazzi ad orientare i propri desideri e le scelte, secondo criteri di libertà rispetto all’effimero e all’inutile, verso un’attenzione all’essenziale e al sostenibile; in secondo luogo, sarà presentata la possibilità di una economia fondata sul dialogo, sulla trasparenza e sul rispetto della persona, attraverso una ricerca di maggiore equità tra Nord e Sud del mondo; infine, unendo le forze e i cuori, si darà anche sostegno economico ad alcuni progetti di sviluppo in Paraguay e Bangladesh.

Benedetto XVI conclude il suo messaggio con un’immagine forte quanto eloquente: «Nell’attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado».

Il prossimo 20 dicembre, i fanciulli e i ragazzi dell’ACR, ricevuti in udienza dal Santo Padre, per i consueti auguri natalizi, si sentiranno interpellati, come discepoli di Cristo, ad «allargare il cuore verso le necessità dei più poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso», facendo risuonare, nelle loro famiglie e tra i coetanei, la parola del Papa: «Combattere la povertà è costruire la pace».

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