Dal Progetto Formativo di A.C.I. “Perchè sia formato Cristo in voi”
LA FRATERNITA’
Viviamo in una stagione di forte individualismo: ne sono segni l’indifferenza per l’altro, la competizione tra le persone e tra i gruppi, il bisogno esasperato di autoaffermazione, la conflittualità che si manifesta sia nella sfera della vita pubblica che in quella privata, la fatica di convergere quando si debbono assumere decisioni. In questo contesto, è importante attivare percorsi che diano risalto e attuazione al nostro essere tutti figli dello stesso Padre.
Costruire la pace
La comunione che siamo chiamati a testimoniare e a costruire si realizza, in primo luogo, attraverso il nostro essere persone di unità e di pace in ogni ambiente, nel nostro pensiero circa i rapporti tra le nazioni così come nell’impegno ad essere operatori di pace nel quotidiano.
Essere fratelli oggi significa cercare l’unità tra le persone, tra i gruppi, tra i popoli, nel rispetto delle differenze. Un’unità che non è uniformità, ma che sa cercare ciò che avvicina; che sa promuovere ricerche condivise; che sa praticare il confronto, si allena al dialogo, rifiuta l’intolleranza e la contrapposizione, non ama la polemica. Per questa strada si impara che il diverso da me è ricchezza per me e si giunge ad apprezzare quel suo originale modo di essere che rende più aperto e più ricco il mio.
Forti e miti
La fraternità si esprime in una cura attenta e sensibile alle relazioni tra le persone, nel nostro ordinario ambiente di vita, nella comunità cristiana e in AC. Accoglienza e attenzione sono alcune delle forme che dicono il riconoscimento della realtà dell’altro e il suo essere dono di Dio. Essere fratelli ci chiede di costruire relazioni cordiali e partecipi tra le persone, superando la freddezza e l’indifferenza reciproca, spesso favorita dall’anonimato della città.
La mitezza è il timbro di relazioni fraterne e sensibili. In un mondo in cui sembra che per essere se stessi occorra alzare la voce, il cristiano è chiamato a testimoniare il valore della beatitudine dei miti, di quelli che dialogano e conversano con l’altro con pazienza per accoglierlo, per costruire a poco a poco terreni comuni. Sono miti perché hanno rinunciato ad affermare se stessi e a vincere ad ogni costo. Essi sanno che il Signore Gesù ha salvato il mondo non con la violenza delle parole urlate, ma con la benevolenza, con la pazienza, con la parola familiare, con il dono di sé.
Solidali
Vivere da fratelli significa costruire legami positivi e solidali, saper passare dalla competizione alla dedizione all’altro; dalla contrapposizione al dialogo; dall’esclusione al confronto… Ciò che contraddistingue la nostra azione formativa sono l’ordinarietà e la continuità di questo stile: non è difficile oggi incontrare chi occasionalmente assume qualcuno di questi atteggiamenti; a noi laici è chiesto di esprimere in ogni ambiente e ogni giorno questo stile di vita. Siamo chiamati a vivere nella vita di ogni giorno quei caratteri straordinari dell’amore che Paolo elenca nell’inno alla carità (1Cor 13,1-7): la pazienza, la bontà, la gioia per il bene altrui, la mitezza, la modestia, il rispetto, la gratuità, l’autocontrollo, il perdono, la sete di verità, la ricerca della giustizia, la fiducia, la speranza, la sopportazione.
Fratelli dei poveri
Fratelli di ogni uomo, sappiamo di essere fratelli dei poveri e dei diseredati, degli stranieri e di coloro che non contano, che patiscono fame e ingiustizia, che nelle nostre città ricche vivono con i nostri rifiuti, muoiono di solitudine, di noia e di abbandono. Il Signore ci ha detto che chi non avrà accolto il povero non potrà essere accolto presso Dio, perché nel povero vive Dio stesso. Il vangelo di salvezza e di liberazione è anzitutto per loro; a loro, alla loro dignità, alla promozione della loro umanità deve rivolgersi la nostra attenzione e il nostro impegno, nelle scelte personali e nelle modalità con le quali usiamo le risorse che il Signore ci ha donato e di come ci adoperiamo perché la società “globale” e le sue istituzioni si organizzino secondo scelte di giustizia e di rispetto della dignità di ciascuno.
LA RESPONSABILITA’
Coltivare le virtù umane
… Siamo responsabili della qualità della nostra umanità. Dal punto di vista formativo, ciò significa alimentare la consapevolezza di questo dono e al tempo stesso coltivare quelle virtù umane che ci permettono di liberare nel modo più pieno possibile il disegno di Dio nella nostra vita e nella storia. Se ne possono individuare molte, descritte in modo tradizionale (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) o più elaborato (sollecitudine, forza di volontà, fermezza di propositi, competenza, fedeltà, lealtà, sollecitudine, veracità, saggezza…). Alcune oggi sembrano di particolare attualità, forse perché messe maggiormente a rischio o perché in grado più di altre di parlare della grandezza del disegno di Dio sull’uomo: la lealtà, il coraggio, la temperanza.
La lealtà è l’impegno a riconoscere che c’è una verità che ci supera, a cominciare da quella della oggettività delle situazioni che conosciamo. Lealtà è non piegare la realtà ai nostri interessi, è trattare l’altro con rispetto e senza imbroglio, è trasparenza. In questo senso, la lealtà richiama il coraggio: la fortezza di riconoscere la realtà così come è e di prendere posizione per i valori in cui crediamo, anche quando questo è sconveniente, anche quando si paga a caro prezzo. Particolarmente necessaria oggi è la virtù della temperanza, che si esprime nella misura, nella moderazione: è una qualità urgente in un mondo che ha a disposizione così tante opportunità da dare l’illusione che il limite non esista più.
L’abitudine all’eccesso e all’esagerazione ci rende distratti nei confronti di chi vive nell’indigenza; ci rende incapaci di coltivare il desiderio delle cose buone e di saper attendere; ci porta spesso ad esprimerci sopra i toni, rischiando di sopraffare la vita, l’opinione, la libertà dell’altro.
Responsabili del creato
Siamo responsabili della vita del creato e della storia umana, nel frammento di mondo e di tempo in cui viviamo. Il Concilio ci ha insegnato a stimare questa dimensione secolare della nostra vita, affermando che a noi laici è affidato di “rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo” nostro (Lumen Gentium n. 33), essendo noi chiamati a vivere con spirito evangelico, a modo di fermento e quasi dall’interno, i nostri impegni familiari e sociali (Lumen Gentium n. 31). Secolarità è stimare il mondo; è cercare di capirlo, di indagarlo, sottomettendolo con l’intelligenza prima che con le mani; è capire la dinamica delle cose ed entrare in relazione con esse nel rispetto intelligente. È questo il senso del lavoro, dello studio e di ogni attività umana: espressione di sé e servizio agli altri, realtà necessaria al senso della propria dignità di persone e alla costruzione di un mondo più fraterno e giusto, ma nello stesso tempo solo uno strumento, non un fine, che trova dunque senso nel riposo e non può diventare il centro della vita. La competenza manifesta il nostro rispetto per il mondo: impegno ad acquisire conoscenze e abilità che permettano di fare ciò che è nostro dovere con qualità, nel rispetto delle cose stesse e della loro natura. Fare male il proprio lavoro, accontentarsi della buona volontà, pensare che la fede supplisca alla mancanza di qualità della nostra azione… costituiscono altrettanti modi per mancare di rispetto al mondo che Dio ha creato e per evadere dalla responsabilità che ci ha affidato.
Impegnati per la città degli uomini
Infine, Dio ci vuole responsabili della città degli uomini, cioè del contesto umano organizzato di cui siamo parte, che ci è dato come dono e come compito. Essere cittadini significa conoscere e comprendere il nostro tempo, nella sua complessità, cogliendo significati e rischi insiti nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche in atto, assumendo l’atteggiamento di chi queste trasformazioni non si limita a rifiutarle o a celebrarle in maniera acritica, ma le affronta come frutto del proprio tempo, ponendosi in esse e lavorando per indirizzarne gli sviluppi; coniugando la capacità di pensiero critico evangelinel giudicare con l’integrità etica nell’agire, ma accettando anche con serenità il rischio delle scelte storicamente situate, nella consapevolezza della parzialità del bene che l’uomo è capace di realizzare. Significa riscoprire il valore della partecipazione – che contrasta ogni tentazione di delega – come modo normale di essere cittadini e non ospiti occasionali delle nostre città. Una partecipazione che conosce il valore dell’organizzarsi politico, vivendo e rispettando in primo luogo le istituzioni; che sa che, come ogni altra realtà umana, anche la politica ha strumenti, tempi e luoghi propri. Bisogna quindi saper riconoscere e vivere fruttuosamente, con fiducia, sia i tempi lunghi delle prospettive di promozione umana, sia lo sforzo quotidiano e incessante per la giustizia, per la pace, per la difesa dei più deboli. Si tratta di conoscere e accettare la fatica dell’essere cittadini, disponendosi al dialogo con coloro che si incontrano nelle piazze della città.