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	<description>Azione Cattolica e impegno culturale</description>
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		<title>Dall&#8217;Ac e dai territori una parola di speranza e di fiducia</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 10:39:32 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[Nota della Presidenza nazionale dell’AC
<br/><br/>
In vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo, l’Azione cattolica italiana desidera rivolgere ai cittadini e ai candidati una parola di speranza e di fiducia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><strong>Nota della Presidenza nazionale dell’AC</strong></p>
<p><em><strong>In vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo, l’Azione cattolica italiana desidera rivolgere ai cittadini e ai candidati una parola di speranza e di fiducia, che motivi ciascuno all’impegno concreto per la realizzazione del bene comune. Un appello che parte da Reggio Calabria, città che ospiterà, il prossimo 14-17 ottobre, la 46</strong></em><sup><em><strong>A</strong></em></sup><em><strong> Settimana sociale dei cattolici italiani, e in cui l’Ac è riunita in questi giorni per i lavori del Consiglio nazionale.</strong></em></p>
<p>Una parola di speranza e di fiducia che non è un’illusione. Negli ultimi mesi l’Azione cattolica ha promosso nelle regioni ecclesiastiche incontri pubblici in cui sono stati affrontati molti dei temi che stanno a cuore alle persone e alle comunità: <strong>lavoro, legalità, divario Nord-Sud, sviluppo economico e ricostruzione morale, sostegno alla vita e alla famiglia, immigrazione</strong>. Proprio questi incontri, realizzati in preparazione alla prossima Settimana sociale, hanno mostrato il volto di un Paese che non cede alla rassegnazione, che cerca strade nuove per la convivenza civile, che propone alla politica di ritrovarsi intorno al bene essenziale e indissolubile della persona. L’itinerario lungo lo Stivale proseguirà nelle prossime settimane, e si concluderà l’11 aprile, a Torino, in occasione dell’ostensione della Santa Sindone.</p>
<p><strong>La “questione morale” diventi prioritaria</strong></p>
<p>Le ricchezze e le risorse incontrate lungo tutta la Penisola invitano davvero alla speranza e alla fiducia. Eppure, pronunciare una parola nuova e positiva non vuol dire di certo stendere un velo sui tanti problemi che affliggono il Paese. <strong>In particolare, non possiamo non rimarcare come la speranza e la fiducia degli italiani siano fortemente minate dalle recenti inchieste giudiziarie riguardanti episodi di corruzione e collusione che coinvolgerebbero imprenditori, politici, rappresentanti delle istituzioni, malavita organizzata. Nonostante tali fatti siano da verificare in sede giudiziaria, è incontestabile che le cronache e i particolari emersi hanno come risultato immediato un forte allontanamento dei cittadini dalla vita pubblica, un enorme senso di rassegnazione di fronte a fenomeni di malcostume che, per mole e frequenza, sembrano intaccare a fondo la prassi ordinaria dell’agire amministrativo, come di recente ricordato dalla Corte dei conti. L’Azione cattolica chiede, ancora una volta, che la questione della moralità della classe dirigente, e della legalità nella sfera pubblica, siano finalmente affrontati con rigore, senza retorica e senza strumentalizzazioni da tutti i partiti e da tutte le parti sociali. I fatti corruttivi e l’illegalità non possono essere derubricati – come pure talvolta si tenta di fare – a episodi isolati, furberie di poco conto da accettare quasi come “male necessario”. Essi vanno considerati per quello che sono: il più grave attentato al rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni, strutture di peccato che mortificano la democrazia, la concorrenza, la meritocrazia, che provincializzano sino all’inverosimile la stessa politica</strong>. La speranza e la fiducia non sono gli atteggiamenti di chi chiude gli occhi di fronte a tali realtà, ma di chi riesce a leggervi il richiamo forte per un rinnovamento delle coscienze.</p>
<p><strong>Un confronto sulle questioni reali</strong></p>
<p>Altresì, sembrano sfidare la fiducia e la speranza anche i modi, o meglio i metodi, con cui si è giunti alle candidature in molte regioni. In diversi casi i cittadini hanno potuto conoscere i candidati presidenti e consiglieri con grave ritardo per un ampio e reale confronto. <strong>Le prove di accordo tra i partiti hanno riempito le pagine dei giornali per settimane e settimane, mentre latitava il dibattito sulle gravi emergenze del Paese. E il “pasticcio” sulla presentazione delle liste, con ciò che ne è seguito, ha lasciato i più letteralmente senza parole, rappresentando non solo un atto di sufficienza rispetto alle norme elettorali, ma anche l’amaro epilogo di un lungo periodo caratterizzato da estenuanti trattative interne ai partiti e alle coalizioni.</strong> Un paradosso, visto il sempre più importante ruolo che le regioni e gli enti locali vanno assumendo nell’assetto istituzionale. L’Azione cattolica si augura che il grave gap di confronto e dibattito sia recuperato nei giorni che ci separano dal voto, ma non può che sottolineare l’enorme difficoltà del Paese a rinnovare la propria classe dirigente e a realizzare un sistema maturo di rappresentanza politica, che non sia una gabbia per la libertà d’espressione e di coscienza. <strong>L’associazione auspica, inoltre, che al centro del dibattito tornino i maggiori motivi di sofferenza degli italiani, in particolare e in via prioritaria la crisi occupazionale che sta mettendo in ginocchio numerose famiglie e deludendo profondamente le aspettative dei giovani</strong>. La speranza e la fiducia, però, anche in questo caso non vengono soffocati dalle analisi amare, al contrario da esse escono rafforzate: <strong>sono tanti i laici credenti, anche di Azione cattolica, che in questo difficile clima politico hanno maturato la scelta dell’impegno personale. A loro l’associazione rivolge un ringraziamento, un augurio sincero e vuole offrirsi come luogo di formazione e di confronto leale ispirato dalla Dottrina sociale della Chiesa.</strong></p>
<p><strong>L’unità del Paese, bene prezioso</strong></p>
<p>Appena poche settimane fa, i vescovi italiani hanno consegnato al Paese il documento <em>Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>, redatto a 20 anni dalla pubblicazione di <em>Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>. Il documento è parso per molti versi provvidenziale, in particolar modo per aver rimarcato, ancora una volta, l’assoluta interdipendenza sociale, culturale, morale ed economica tra Nord, Centro, Sud e Isole. “Affrontare la questione meridionale &#8211; scrivono i vescovi &#8211; diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese”. Nel documento, ci si sofferma anche sul federalismo, considerato “un punto nevralgico” per la trasformazione del Paese. Si tratta, ovviamente, di un punto essenziale anche in vista delle elezioni regionali. I vescovi ricordano che “costituirebbe una sconfitta per tutti” un federalismo che “accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia”. <strong>Di contro, un federalismo “solidale, realistico e unitario, rafforzerebbe l’unità del Paese”. In questo tema l’Azione cattolica ravvede il filo rosso che unisce le varie competizioni elettorali che si svolgeranno di qui a poco nelle singole regioni. Un tema che ha un senso ulteriore alla luce delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia (2011), ricorrenza che non può e non deve essere sottovalutata, che può costituire un momento significativo per recuperare e approfondire il senso dei legami che uniscono la nazione</strong>.</p>
<p><strong>L’impegno per la formazione di una nuova classe dirigente</strong></p>
<p>La speranza e la fiducia, in questo tempo, hanno bisogno non solo di grandi e buone idee, ma anche e soprattutto dei cuori, delle braccia e delle menti di persone concrete che scelgono di spendersi per il bene comune. <strong>Appare necessario adoperarsi &#8211; e anche l’Ac ne sente l’urgenza &#8211; per la formazione di una classe dirigente motivata a competente, come più volte auspicato da Papa Benedetto XVI e dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco</strong>. Appare necessario recuperare un reale protagonismo delle comunità locali e dei singoli cittadini, in grado di stimolare la politica ad un radicale cambio di passo e di stile. Il voto, mai come in questo momento, non può essere un mero e formale strumento di delega, ma il primo mezzo per tornare ad una partecipazione consapevole, che attivi e sostenga le idee e le motivazioni profonde, che rinneghi logiche clientelari e giochi d’interesse.</p>
<p><strong>Un “patto educativo” per il bene del Paese</strong></p>
<p><strong>In uno spirito propositivo e leale, l’Azione cattolica, in vista dell’imminente voto, propone ai rappresentanti politici e a tutta la società civile di impegnarsi per un vero e proprio “patto educativo”, che, coinvolgendo le tante forze sane del Paese, guardi al presente e al futuro delle giovani generazioni, sia attento al valore della persona, delle istituzioni e della democrazia, ponga i vincoli solidali e l’attenzione agli ultimi al di sopra di ogni altro interesse</strong>. Anche la Chiesa italiana ha posto come attenzione pastorale del prossimo decennio proprio la “sfida educativa”, consapevole che la cura educativa rappresenta il pilastro di ogni società. Al compito educativo siamo richiamati tutti, attraverso una testimonianza esemplare, in cui ci sia coerenza tra parole e fatti. <strong>Anche le istituzioni svolgono in tal senso un ruolo essenziale: per questo motivo chi le presiede è chiamato a dare un esempio luminoso</strong>. È proprio in un nuovo e serio “patto educativo” per il bene delle persone che l’Azione cattolica ravvede il più concreto gesto di speranza e di fiducia da offrire agli uomini e alle donne di questo tempo.</p>
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		<title>I doveri e i diritti. Per una rinnovata coscienza civile</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 12:56:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Angela Russo
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Questi due cardini della giustizia umana vanno sempre a braccetto: ogni volta che citiamo l’uno, non possiamo omettere l’altro. Eppure, non è esattamente questo l’ordine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Angela Russo</em></p>
<p>Questi due cardini della giustizia umana vanno sempre a braccetto: ogni volta che citiamo l’uno, non possiamo omettere l’altro. Eppure, non è esattamente questo l’ordine con cui siamo abituati ad invocarli. Normalmente, nei nostri modi di dire, vengono sempre prima i diritti sacrosanti di ognuno, e poi dopo, magari, i doveri da ottemperare. Ma non è così che dovrebbe essere, per un cittadino che voglia definirsi tale, né tanto meno per un cittadino cristiano! Prima ci sono gli altri, che io devo rispettare attraverso l’osservanza dei doveri, e dopo ci sono io con tutto ciò che nobilita la mia dignità in quanto persona. Prima c’è un’attenzione al mondo che mi circonda, alla società, ai fratelli, al prossimo, e dopo c’è il naturale ritorno di un bene comune diffuso, anche per me. Ma soprattutto, prima bisogna che ognuno si impegni e si spende tenacemente per la giustizia, osservandola in prima persona, e poi si possono avanzare pretese in merito. Dunque, prima vengono i doveri, e poi i diritti!!! Questo il senso profondo del Convegno Regionale organizzato dall’Azione Cattolica della Campania, che già nel suo titolo voleva essere una provocazione a rileggere in chiave profetica uno dei nodi che da sempre il Sud fa fatica a sciogliere.</p>
<p>Letti in quest’ottica, dunque, risulta evidente come i doveri non siano qualcosa di vincolante, ma bensì di liberante, perché ci aiutano a realizzare pienamente il nostro essere “sociale”, soci cioè degli altri, nel ricercare un bene che possa essere di tutti. In quest’ottica i doveri non sono qualcosa che ci imprigiona nel passato delle “regole dettate da sempre e che nessuno può cambiare”, ma un’opportunità che ci proietta nel futuro.</p>
<p>È questa una sfida nuova da cogliere, soprattutto per il Mezzogiorno, in cui il tema della legalità è spesso impastato con dubbie connivenze. L’attenzione al Bene Comune deve passare necessariamente attraverso i doveri che ognuno di noi è chiamato ad assolvere con passione e convinzione, e attraverso i diritti, tutti i diritti, che ognuno merita di poter godere, in qualunque parte d’Italia, senza che il paese in cui si vive rappresenti un termine discriminate per le opportunità offerte.</p>
<p>Come Azione Cattolica il nostro contributo può davvero aiutare ad aprire prospettive nuove. Il Bene Comune non è un’ideologia, ma uno stile di vita concreto, che unisce, crea sinergie, supera le divisioni. Anche nelle attenzioni che fanno parte dei nostri cammini associativi, vogliamo dare una forte testimonianza di unione e organicità, a partire dalle attenzioni che vogliamo sviluppare, non camminando a compartimenti stagni, ma legando saldamente insieme tutti quei tasselli dell’unico puzzle che abbraccia le varie dimensioni del nostro vissuto. Nascono così sette abbinamenti, sette coppie di parole che il presidente nazionale Franco Miano ha voluto suggerirci come sintesi di questo impegno nel Bene Comune. <em>La Parola e la Storia</em>: perché solo alla luce della Parola i sentieri della storia trovano un senso, ed è nella storia che la Parola s’incarna quotidianamente; <em>Vita e Pace</em>: due valori inscindibili, che sempre devono camminare insieme: non se ne può scegliere uno e sminuire l’altro; <em>Famiglia e Scuola</em>: due ambienti di vita importantissimi per quell’aspetto formativo che è il cuore della nostra associazione; <em>Persona e Gruppi</em>: perché il gruppo è luogo di condivisione, un modo di stare insieme che ancora oggi è una scommessa vincente, perché nei nostri gruppi non c’è omologazione di massa, ma protagonismo autentico di ognuno, perché al primo posto c’è sempre la persona<em>; Integralità formativa e Buone prassi</em>: la nostra deve essere una formazione che non lesina su niente, che sa affrontare tutte le sfide in modo coerente, e che poi sa incarnarsi in gesti concreti, in prassi buone da condividere e diffondere; <em>Competenza e Generosità della dedizione</em>: perché sono tante le capacità e le competenze personali che i singoli soci possono mettere a frutto dell’intera AC e della società tutta, attraverso una generosità che non si fermi davanti agli ostacoli, ma che sappia essere gratuita e costante; <em>Ethos diffuso e Testimonianza personale</em>: un po’ la sintesi di questo convegno pubblico, come di tutti gli altri, organizzati nelle varie regioni d’Italia, ovvero la condivisione profonda di quei valori ed ideali intramontabili, su cui spendere la propria vita, attraverso una testimonianza personale ed autentica. Perché una vita a servizio di Dio e dei fratelli è bella; perché spendersi affinché il mondo posso essere ogni giorno un luogo migliore per tutti rende ogni uomo più uomo.</p>
<p>Come ci ha ricordato poi il Cardinale Sepe, Presidente della Conferenza Episcopale Campana, questo è un cammino in cui non siamo soli, né come cristiani, né come associazione. Tutto il convegno, infatti, è stato vissuto nella prospettiva del documento della Conferenza Episcopale Italiana appena pubblicato “<em>Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno</em>” in cui è evidente l’impegno di tutta la Chiesa italiana, e soprattutto quella del Mezzogiorno, affinché questo territorio possa prendere consapevolezza che un futuro diverso è possibile, che il coraggio e la speranza di osare sono due mandati fondamentali a cui ogni cristiano di buona volontà è chiamato a rispondere. Alla fine del documento si legge: “Associamo nella nostra preghiera quanti faticano a servizio del santo Vangelo e dei poveri […], abbracciando pure l’Azione Cattolica. In tutti lo Spirito Santo sia effuso come gioia e speranza, perché  nessuno si abbatta a causa delle difficoltà e delle incomprensioni e proceda con la forza del Signore per ricostruire le vecchie rovine“. Un cammino, dunque, faticoso, ma non solitario, perché intrapreso tutti insieme, Chiesa e laici, sotto la guida della Madonna, “che sempre ci accompagna”, come siamo soliti dire al sud, in modo molto spontaneo.</p>
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		<title>Nel dono e nella cura si esalta l&#8217;asimmetria</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:50:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giuseppina De Simone
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È tutta un’altra storia il corpo di noi donne. Tutta un’altra storia rispetto a quella raccontata da una martellante pubblicità, sbattuta in faccia dall’informazione, propinata in maniera più o meno subdola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Giuseppina De Simone</em></p>
<p>È tutta  un’altra storia il corpo di noi donne. Tutta un’altra storia rispetto a  quella raccontata da una martellante pubblicità, sbattuta in faccia  dall’informazione, propinata in maniera più o meno subdola dai reality  di ogni specie.Tutta  un’altra storia, che è storia di relazioni e di interiorità, storia di  accoglienza, di ascolto, di contemplazione, storia di gratitudine e di  gratuità&#8230; <a href="http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=161">vai all&#8217;articolo completo su PiùVoce.net</a></p>
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		<title>Un dono per gli altri</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 11:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>webmaster</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Gianni Borsa

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«Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>a cura di Gianni Borsa</em></p>
<p>«Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa»: l’Assistente generale di Ac, mons. Domenico Sigalini, racconta a <em>Segno</em> cosa significhi oggi fare il prete.</p>
<p><strong>Don Domenico, cosa significa per lei, prete e vescovo, essere “dono”?</strong></p>
<p>Ricordo il giorno della mia ordinazione avvenuta nel paesello di campagna, nella pianura padana in provincia di Brescia. Ho avuto la netta sensazione di non appartenermi più. Ecco, mi dicevo, adesso non sei più tuo, devi vivere sempre per gli altri. Non crearti isole comode. Mi sembrava una enormità che non mi ha fatto dormire tutta la notte. Avevo iniziato così anche se non è sempre stato così, perché poi la vita ti appiattisce. Essere dono significa non avere più tempo per te, metterti a disposizione di tutti. Spesso non ci ragioni molto, lo fai con tanta incoscienza. Definisci bene i tempi del riposo, delle gite in  montagna, poi un po’ alla volta te le devi scordare tutte. E stai bene lo stesso, perché sei felice di servire il Regno di Dio, di vedere che altri per te sono felici, prendono speranza. Non gli hai fatto niente, ma li hai ascoltati e gli hai fatto compagnia, anche solo in facebook. E li devi ringraziare perché realizzi così la tua vocazione.</p>
<p><strong>Con la propria vita, con la testimonianza di fede, il sacerdote – lo ricorda sempre il Papa – deve far percepire alle donne e agli uomini del suo tempo «l’amore misericordioso del Signore». Un bell’impegno&#8230;</strong></p>
<p>Mi ha sempre meravigliato come tante persone credano che Dio sia vendicativo, lontano dai nostri veri bisogni, uno da cui difendersi. E sì che è da un bel po’ di tempo che la gente non sente tuonare dai pulpiti i castighi di Dio! Significa forse che ancora non c’è fede in Dio, non si ha il coraggio di affidarsi, si crede di tenere in mano la vita e di essere autosufficienti e di avere Dio come concorrente della nostra libertà e autonomia. Invece ha due braccia che sono la fine del mondo, al di fuori di esse non puoi mai cadere. È il perdono fatto persona, un amore appeso a una croce per tutti. Certo la gente vuol percepire questo dal nostro volto. Non ci vuol vedere con quella faccia che sembra sempre schifata di tutto e di tutti e quindi carica di torti da vendicare. Il volto gioioso di un padre che non smette mai di volerci bene è il ritratto più bello di Dio. Non per niente ho scritto nel mio stemma episcopale in italiano Collaboratori della vostra gioia. È la gioia di chi sa di stare a cuore a Dio e di non aspettarsi che il massimo di misericordia da Lui.</p>
<p><strong>Ma secondo lei, come è visto il prete nella società di oggi? Come è percepita la sua presenza “oltre il sagrato” della chiesa?</strong></p>
<p>Nella mia vita ho potuto vivere spesso fuori dal recinto, a partire dalla facoltà di matematica di Milano, dove sembravo una mosca nel latte. Avevo cominciato nel 1965 con la talare e ricordo la meraviglia e nello stesso tempo la mia tranquillità. I  miei compagni mi hanno subito accettato, ci siamo subito messi in sintonia, erano curiosi per la mia vita, desiderosi di dialogo semplice, di punti di vista altri. E ho sempre pensato di essere percepito così. Sui treni, sugli aerei, per le vie della città, nelle discoteche, sui tram. Ricordo una sera su un tram a Milano verso le 22; un tram che veniva da un quartiere a rischio, mi sono andato a sedere proprio tra i giovani punk. Io vestito con la tuta Cei, con tanto di colletto ben visibile. Non l’avessi mai fatto. Mi hanno accerchiato, mi hanno toccato, lisciato la testa già ben pelata. Li ho lasciati fare tra la commiserazione della gente, poi sono passato all’attacco con qualche battuta che non mi manca mai. Alla fine li avevo tutti seduti accanto a me a farmi domande di catechismo e prima di scendere mi hanno chiesto di fare loro la prima comunione! Non sembrava loro vero di avere tra le mani un prete e di poterlo scoprire per quello che è non per quello che viene presentato.</p>
<p><strong>È bello “essere” e “fare” il prete? Quali le difficoltà?</strong></p>
<p>Io me lo sono sempre detto, e me lo dico anche oggi da vescovo. È bello, non è “alla moda” in certi ambienti, sei osteggiato in altri, soprattutto in quelli vetero ideologici che ancora credono alla religione come oppio dei popoli, dimostrando scarsa fantasia e senso dell’humor. La difficoltà deriva dal fatto che mancano relazioni umane, semplici, senza pregiudizi, senza difese. Quando riesci ad andare oltre la scorza, vedi che la gente è contenta di poterti parlare, tutti vanno a scovare nella memoria di essere stati chierichetti, Acr, scout, con un po’ di nostalgia&#8230; Ricordo un autostop con un punkabbestia, che stava con un cane perché secondo lui era l’unico che lo capiva e io a dirgli che speravo di averlo capito di più del suo cane. Ho partecipato anche a varie trasmissioni televisive, anche quelle che fanno per divertirsi alle nostre spalle, collegando l’essere prete a questioni sessuali. Alla fine non sapevo che cosa si percepiva nelle case, ma le persone con cui si faceva la trasmissione venivano dietro le quinte a confidarsi. In discoteca, poi, è ancora più interessante: i giovani si toccano dappertutto intanto che passi e che stanno con gli amici, poi ti vengono a prendere e non ti mollano più e devi urlare con tutto il fiato che hai in gola, per farti sentire in quella musica assordante, che sei felice di incontrarti con loro e a loro brillano gli occhi. Non solo per l’alcool.</p>
<p><strong>La preoccupa il calo delle vocazioni sacerdotali?</strong></p>
<p>Assolutamente no; ringrazio Dio che lo permette per farci capire che abbiamo comunità cristiane ormai allo sfacelo, che non sanno più entusiasmarsi della vita cristiana, che tengono più alle loro tradizioni che alla Parola di Dio, che non sanno uscire dal guscio, che non si spendono per i giovani, visti quasi come un fastidio. Gente che sta bene solo in sacrestia e che sfrutta la religione per i suoi interessi, giovani spesso con facce da bulldog e annoiati. Chi si sente chiamato a fare una vita così? Eppure ci sono luoghi, comunità vive, associazioni, istituti dove respiri fede, dedizione, generosità, rischio, scommesse forti, piene di frati, di novizie, di giovani che si vogliono far preti. Molti seminaristi anche oggi provengono dai gruppi di Azione cattolica dove ci sta un po’ di grinta e di bella e gioiosa vita cristiana.</p>
<p><strong>L’Anno sacerdotale intende mettere al centro la figura del prete, ma, non di meno, vorrebbe sottolineare il valore del “sacerdozio comune dei fedeli”. Cosa significa? Come richiamare ai laici questa prospettiva, che si fonda sul sacramento del battesimo? </strong></p>
<p>Significa anche solo che la fede, la Chiesa non si diffondono soprattutto per il numero dei preti, ma per l’intensità della comunione tra preti e laici. Significa che non c’è nessun cristiano generico nella Chiesa, ma tutti hanno una chiamata precisa alla santità e alla dedizione al vangelo. Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. Non ho mai avuto attorno a me dei laici che mi venissero a consolare del mio essere prete, per non farmi rischiare l’anoressia. Mi hanno sempre ribaltato nel chiedermi di confessarli, di parlar chiaro, di stanarli dai loro loculi. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa. Vado spesso a parlare negli oratori e vedo i preti giovani con un mazzo di chiavi enorme che gli pende dalla cintola. E dico loro: molla ‘ste chiavi, non c’è qualcun altro che le sa usare o devi controllare anche lo stanzino dei detersivi?</p>
<p><strong>L’Azione cattolica italiana, la più grande associazione laicale del paese, può contare sul “dono” di tanti sacerdoti “assistenti”. Quale il loro ruolo per un’Ac fedele al vangelo e al servizio della polis?</strong></p>
<p>Avere nell’associazione dei preti che nella quotidianità ti aiutano a compiere i passi ardui della santità laicale è troppo bello. Oggi scarseggiano i preti, ma ciò non toglie che si possano trovare e tenere al palo. Sembra spesso che il prete sia decorativo, perché non prende decisioni, non vota, non ha il libretto degli assegni, fa dire qualche bella preghiera. Questa è solo superficie; non si vede il dialogo di notte, il silenzio della preghiera, la nascosta compagnia nelle ore difficili, la proposta esigente della Parola, le lunghi discussioni per aiutare a decidere, la spalla su cui piangere, gli sms che ti dicono: continua, non fare il cretino, è solo una disavventura, puoi fare meglio, guarda quanti ragazzi ti aspettano per dirti la loro voglia di vivere! Tendi l’orecchio che il Signore ti chiama. Dai una randellata al computer. Te ne comprerai un altro quando sarai guarito. Prega, digiuna, mettiti in ginocchio e non ti muovere finché non riesci a piangere. L’assistente è un uomo che fa tante domande: hai coraggio di mostrare la faccia ai tuoi amici? Non ti fa schifo come nessuno pensi ad altro che a fare gli affari suoi con la politica? Perché non ti ci metti dentro? Vuoi essere degno del vangelo? Rischia di sporcarti le mani, ti pulirai il cuore.</p>
<p><em><strong>(L’intervista è pubblicata nel n. 3 &#8211; marzo 2010 del mensile </strong></em><strong>Segno</strong><em><strong>, in questi giorni in arrivo nelle case dei lettori)</strong></em></p>
</div>
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		<title>Ospiti a tutto tondo</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 07:32:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Anna Maria Tibaldi<br /></br><br /></br>
L’ospitalità è l’elemento di sintesi di un’educazione alla mondialità. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attualita">
di Anna Maria Tibaldi</p>
<p>L’ospitalità è l’elemento di sintesi di un’educazione alla mondialità.<br />
In Azione Cattolica si possono evidenziare tre tappe nell’educazione al rapporto con l’altro, a vari livelli (unitario e nei settori e articolazioni, quali Adulti, Giovani e ACR).</p>
<p>La prima tappa è quella della diversità come ricchezza. Educare alla diversità è acquisire consapevolezza di sé (identità) e dell’altro da sé; è entrare in un’ottica di mistero, di contraddizione, è approfondire i diritti dei cittadini e giungere al superamento di pregiudizi nei confronti di chi è diverso da me. È ricchezza perché conosco di più me stesso. Ha un valore ontologico, l’altro mi aiuta ad essere persona in relazione.<br />
Nello specifico dell’AC, significa educare alla chiamata/adesione: riflettere sul nome, sulla persona unica e irripetibile, sulla responsabilità della risposta personale, sul saper chiamare altri, sul sentirsi rifiutati o accolti e sul camminare con altri diversi da me.</p>
<p>Il secondo passaggio invece riguarda l’educazione alla prossimità, capire che non basta aiutare ma bisogna imparare a costruire insieme.<br />
Prossimità è vicinanza, ascolto, relazione affettività, reciprocità, prossimità tra chiese.<br />
Lo specifico dell’AC: interrogarsi sulla missionarietà, curare lo stile missionario e la vita associativa<br />
Non solo volontariato, ma educarsi a spendersi per!<br />
Evitare esperienze spot che hanno valenza emotiva e non culturale-educativa, ma attivare esperienze che hanno invece un prima e un dopo.<br />
Non cambieremo il mondo, ma cambieremo il nostro mondo!<br />
L’AC è chiamata a lavorare su egoismo/generosità ripartendo dalla Parola di Dio.</p>
<p>La terza tappa è educare all’ospitalità e all’accoglienza, nella consapevolezza che siamo tutti ospiti su questa terra!<br />
Ospitalità è interdipendenza, accoglienza, non possesso, dialogo, lasciarsi accogliere, operare per il bene comune. Amare e lasciarsi amare.<br />
Porsi come ospiti in terra straniera è difficile, vuol dire anzitutto “non nuocere”, non far danni.<br />
Educare ad essere ospiti partendo dall’ “andare a vedere” per fare prima l’esperienza dell’incontro, dell’ascolto e incontrando anche le difficoltà del capire e dell’essere accolti.<br />
Sobrietà: spesso rischiamo di esportare modelli di vita insostenibili e non sobri all’estero, nel Terzo Mondo.<br />
Lo specifico dell’AC è vivere e testimoniare la cattolicità.<br />
Essere cattolico è essere universale! E la varietà fa parte del codice genetico del cattolicesimo: è il suo tesoro. (cfr relazione di P. Pisarra, Coscienza europea e cittadinanza planetaria, Roma, 18 ottobre 2009).<br />
“La cattolicità visibile della Chiesa è l’espressione normale della sua ricchezza interiore” perché “la sua bellezza risplende nella varietà” (Henri de Lubac).<br />
Partecipare al  FIAC per scoprire e sperimentare maggiormente la cattolicità.<br />
Riconoscere il legame inscindibile tra Chiesa locale e Chiesa universale.<br />
Interrogarsi su come si pone l’Ac di fronte alle Chiese sorelle e alle AC delle Chiese sorelle.<br />
La Chiesa di Cristo “non è né latina né greca né slava, ma cattolica” (Benedetto XV, 1917, quando istituì la Sacra Congregazione per la Chiesa orientale).</p>
<p>L’AC poi è chiamata a proporre percorsi educativi sul territorio, in sinergia con altre associazioni. E qui gli ambiti di intervento sono molteplici:</p>
<ul>
<li><em>il rapporto con l’altro diverso da me. </em>Spesso si tollera la diversità del lontano, non del vicino di casa. Rischiamo di formare in casa nostra dei ghetti senza integrare: educhiamo alla diversità, non solo dei lontani, ma anche dei vicini.<br />
Scopriamo diversità di cultura, di stile, di religione… ma uguaglianza di valore. Il linguaggio dell’amore è percepito da tutti, al di là di tante differenze.</li>
<li><em>l’incontro.</em> Spesso notiamo la chiusura per paura nei preadolescenti verso le realtà non omologabili, e questa modalità può essere incentivata lungo tutto l’arco della vita da chi vuol mantenerci perennemente in questa età di passaggio. Ma noi riteniamo che sia fondamentale l’incontro: l’apertura all’altro avviene attraverso l’incontro significativo con qualcuno. Dall’incontro con una persona nasce un percorso aperto a orizzonti più ampi… L’apertura nasce da dentro. In particolare l’incontro personale con chi soffre fa sì che spesso si superi il proprio dolore attraverso il dolore altrui.</li>
<li><em>il silenzio ricco di comunicazione e non vuoto povero.</em> Educare al silenzio per ascoltare, per saper aspettare, per imparare a discernere, per diventare capaci di “contemplare il volto nei volti”.</li>
<li><em>la cura delle relazioni.</em> Scoprire la bellezza dell’essere in relazione, ci fa avviare percorsi relativi all’accompagnamento personale: visitare gli amici, i vicini, come anche coloro che nessuno avvicina, invitare a casa nostra, organizzare momenti di festa comunitaria.</li>
<li><em>la formazione al bene comune.</em> Cercare la convergenza su progetti comuni con altri enti ed associazioni per migliorare la convivenza civile.</li>
<li><em>la sobrietà: uso dell’acqua, del cibo, delle medicine …</em> Educarci all’essenziale nella vita di tutti i giorni ci deve portare a condividere più che ad accumulare beni col rischio di entrare solo nell’ottica del “fare  ogni tanto la carità” per sentirci più buoni.</li>
<p>Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Mondialità” tenutosi al <a href="http://www.dialoghi.net/index.php/documenti/speciale-convegno-delle-presidenze-diocesane-di-aci-roma-08-10-maggio-2009/">Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009</a>).
</div>
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		<title>Educare è vivere la fraternità</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/03/educare-e-vivere-la-fraternita/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 07:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[fraternità]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista a Fabio Fazio presidente nazionale della Gioventù Francescana d’Italia<br /></br><br /></br>
 La situazione di emergenza educativa attuale proviene da una condizione sociale che ha portato alla perdita di molti dei valori principali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attualita">
Intervista a Fabio Fazio presidente nazionale della Gioventù Francescana d’Italia</p>
<p><strong>Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della Gifra?</strong></p>
<p><em>È forse semplicistico e scontato ricordare che la situazione di emergenza educativa attuale proviene da una condizione sociale che ha portato alla perdita di molti dei valori principali che dovrebbero guidare il nostro vivere quotidiano.</p>
<p>La famiglia, la prima cellula della società, spesso è vittima della società stessa.</p>
<p>L’esperienza in Gifra, come quella di tanti movimenti giovanili, è occasione per i giovani di approfondire e fare propri i valori cristiani e umani, attraverso lo stile di San Francesco d’Assisi.</p>
<p>La fraternità, realtà in cui i nostri giovani sono chiamati a vivere, è un luogo “privilegiato” in cui sperimentarsi. Una palestra di vita dove i fratelli, con cui ci si trova a camminare e a scoprire la vita, sono gli stessi con cui ci si scontra e attraverso i quali si scopre la bellezza e la difficoltà di essere unici e diversi, stesse sensazioni che ognuno prova nel vivere quotidiano.</em></p>
<p><strong>La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?</strong></p>
<p><em>Il bene comune è un obiettivo, ma anche un percorso che si fonda su una comunione d’intenti.</p>
<p>Citando Enzo Bianchi: non un “minimo comune multiplo” ma un ideale abbastanza alto da stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti e nel contempo abbastanza realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano.<br />
</em><br />
<strong>Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?</strong></p>
<p><em>Una forte testimonianza, un esempio dato dalla grande storia che questo movimento racchiude in sè e, come sempre dimostrato, la grande capacità di collaborare per la costruzione condivisa di un mondo migliore e sempre più a misura di uomo.</em>
</div>
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		<title>Per una piena giustizia economica</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 10:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>webmaster</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Pallottino
<br/>
<br/>
L’impegno della Chiesa Italiana sul debito e sui temi della giustizia economica internazionale è un patrimonio da valorizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Massimo Pallottino</em></p>
<p>L’impegno della Chiesa Italiana sul debito e sui temi della giustizia economica internazionale è un patrimonio da valorizzare. Su questa indicazione della Segreteria Generale della CEI, le associazioni che avevano animato la Fondazione Giustizia e Solidarietà hanno dato vita ad un tavolo di confronto e di scambio, destinato a mantenere viva l’attenzione su questi temi da parte della comunità ecclesiale.</p>
<p>Si tratta di una riflessione che interpella una dimensione essenziale nella costruzione di una nuova cittadinanza, su temi profondamente radicati nella Dottrina sociale della Chiesa, ed in particolare nell’enciclica <em>Caritas in Veritate</em>. In coerenza con queste premesse, i membri del Tavolo Giustizia e Solidarietà hanno voluto proporre qualcosa che potesse dare un “valore aggiunto” rispetto alle già ricche attività e iniziative proposte dalle singole realtà che lo compongono, programmando un contributo al percorso verso la <em>46</em><sup><em><strong>a</strong></em></sup><em> Settimana sociale dei cattolici italiani</em>.</p>
<p>Il seminario “Debiti e giustizia internazionale: nuove regole e nostre responsabilità” (4 marzo 2010) vuole porre al centro della riflessione quelle cause globali alla radice della povertà e dell’esclusione sociale che si manifesta a livello nazionale ed internazionale, ma anche quelle esperienze positive e quei percorsi, che non sempre nella Chiesa italiana godono di una posizione centrale.</p>
<p>A partire da temi “glocali” come quello della finanza e del debito, e dell’ambiente in rapporto alla povertà, il seminario è pensato come un’occasione di riflessione sull’interdipendenza economica, sui fenomeni sottostanti all’indebitamento, sulle radici e cause di questo, nonché sulle nuove regole che si rendono sempre più necessarie ai vari livelli di <em>governance</em> internazionale e nazionale.  Lo scopo è quello di contribuire alla costruzione di una consapevolezza informata in primo luogo all’interno della comunità cristiana, in grado di promuovere un dibattito sulle nuove responsabilità personali e collettive, sul piano sociale politico ed economico, per un bene comune sempre più complesso da decifrare.</p>
<p>Questo seminario rappresenta il primo passo del percorso del Tavolo Giustizia e Solidarietà, un percorso pensato come servizio e stimolo a tutte le realtà della Chiesa italiana, attraverso cui quanto già realizzato da molte di queste realtà possa trovare una cassa di risonanza ed uno spazio di valorizzazione. Un prossimo appuntamento sarà organizzato nel giugno 2010, con la presentazione del nuovo <em>Rapporto sul debito</em> e dei temi di riflessione proposti alla considerazione delle diverse realtà per il prossimo anno pastorale, per un cammino delle comunità cristiane sempre più aperto alla giustizia economica e alla mondialità.</p>
</div>
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		<title>Lo sdoganamento del turpiloquio</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/03/lo-sdoganamento-del-turpiloquio/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 09:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[L'argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole: Treccani. 
Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<div id="_mcePaste">Riporto una interessante ricostruzione dell&#8217;ingresso del turpiloquio nelle trasmissioni televisive. L&#8217;argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole. (si veda la pagina</div>
<div id="_mcePaste">http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/eloquio/ravesi.html</div>
<div id="_mcePaste">Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri</div>
<div id="_mcePaste">Dunque, la Treccani.</div>
<div id="_mcePaste">Durante una trasmissione televisiva, di fronte a un pubblico diviso in due fazioni e assiepato sui gradoni di uno studio che ricorda piuttosto un’arena gladiatoria, il giovane regista emergente Michele Apicella sta per affrontare in un serrato faccia a faccia il regista rivale, Gigio Cimino, autore di un musical sulle lotte del ’68. Il moderatore (straordinariamente somigliante a un giovane Giampiero Mughini), con un «siete pronti? mi raccomando mettiamocela tutta», invita i due ad alzarsi in piedi e a confrontarsi. Dopo un silenzio da mezzogiornodi fuoco (sguardi di sfida dritti negli occhi), il Cimino attacca con pacata sicumera un discorso apologetico sul proprio modo di fare cinema. Apicella lo interrompe aggredendolo verbalmente, ma poi s’interrompe, non ce la fa ad andare avanti, non è a suo agio. Prontamente, il suo uomo d’angolo (un assistente-consigliere seduto alle sue spalle, sorprendentemente simile a un giovane Tatti Sanguineti) si alza dallo sgabello, chiede un time-out e sussurra qualcosa nell’orecchio di Michele: «Non mi va», risponde Michele con insofferenza. «È l’unica arma che abbiamo!», replica il secondo. Persuaso che lo strumento argomentivo suggeritogli sia l’ultima risorsa possibile, Apicella procede rivolgendosi di nuovo al Cimino: «A stronzo, e ffamme ’na pippa, anvedi ’sto bburino ancora parli, ma se n’ t’areggi ’n piedi, sei alto ’n cazzo e du’ bbarattoli, co’ no sputo t’affoghi, ma vvaffanculo va’, anvedi che ssei, a bbrutto stronzo». A questo punto il conduttore sollecita la dirimente votazione del pubblico in studio: la vittoria di Apicella è schiacciante (senza stupore né troppo rammarico il moderatore commenta: «la volgarità, purtroppo, ha trionfato ancora una volta»).</div>
<div id="_mcePaste">Il romanesco tra stereotipi e parolacce</div>
<div id="_mcePaste">Molti, nell’episodio, avranno riconosciuto una scena del film <strong>Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti</strong>, regista che, fra le altre cose, ha il dono di saper descrivere, e in certi casi prefigurare, le metaforfosi intervenute nel costume degli italiani dagli anni Settanta in poi. A questa dote va aggiunta «una spiccata sensibilità metalinguistica che rende l’opera di Moretti ricca di riflessioni e prese di posizione in tema di comportamenti linguistici» (cfr. Picchiorri, p. 109, cui rimando per un’eccellente disamina linguistica dei film morettiani).</div>
<div><strong>Gli ingredienti linguistici del turpiloquio </strong>e del “romanaccio” buffonesco, greve e materiale, costituiscono la ricetta di base delle prime risse televisive. Telerissa è neologismo apparso nel 1981 (lo stesso anno di Sogni d’oro) con riferimento al programma di Gianfranco Funari Aboccaperta (e credo che l’arena televisiva parodiata da Moretti sia proprio questa), in cui due tribune contrapposte di ggente qualsiasi – che «parla come magna», a detta dello stesso Funari – si scontravano su un argomento qualsiasi (costume, politica, attualità, ecc.), aizzate da un anchormanperfettamente padrone del mezzo televisivo ed «efficace nell’uso della cadenza e dei modi del dialetto, cui diede la forza di grimaldello plebeistico per arrivare dritto al cuore del pubblico» (cfr. Novelli). In realtà, per trovare l’archetipo del talk-rissaoccorre retrocedere al 1980, quando Funari debuttò come conduttore sul piccolo schermo a Telemontecarlo con la trasmissione (rifiutata dalla Rai) Torti in faccia, poi ribattezzata Aboccaperta e infine, visto il successo, traslocata come tale su Raidue per volontà di Giovanni Minoli (dal 1984 fino al 1989). Fra alti e bassi, la carriera televisiva del nostro continua negli anni ’90, sempre dando «legittimità al senso comune dei ragionamenti da bar, alle trivialità di cui si nutre l’egoismo e l’individualismo atavico presente in tutti i men in the street» (cfr. Novelli). E di qui la deriva inarrestabile del funarismo (coniazione di Aldo Grasso: «Corriere della sera»,10 novembre 1991), che lo stesso Funari ha finito col deprecare: «Ormai non sanno più dire nemmeno le parolacce. Quando le dicevo io era diverso: se dicevo cazzo, si capiva che cazzo era» («La Repubblica», 5 gennaio 1999).</div>
<div id="_mcePaste">Dando un’occhiata alle date, si capisce che la grande svolta innovativa, quella con cui si dà il lasciapassare al turpiloquio teleschermico, <strong>avviene intorno agli anni Ottanta, quando si passa dalla paleotelevisione alla neotelevisione (coniazioni di Eco). </strong>Nell’epoca del monopolio di Stato (dal 1954 al 1976) l’attività televisiva era animata da una triplice vocazione: informare, divertire, istruire. Le scelte linguistiche favorivano quindi «il predominio d’un italiano medio, rispettoso (talora velleitariamente) della norma anche fonetica, nonché perbenista» (cfr. Raffaelli, p. 287). Erano tempi in cui agli addetti ai programmi si consigliava di dire mucca anziché vacca, cucinariaanziché culinaria (cfr. Migliorini, 1990, p. 17); in cui un ultraottantenne Cesare Zavattini provocò un piccolo terremoto tuonando cazzo! in diretta radiofonica, per rimarcare con forza un concetto cui teneva particolarmente (si trattava della rubrica Voi ed io, punto e a capo del 25 ottobre ’76). Naturalmente, anche in questa paleotelevisione, le strategie comunicative si andavano lentamente modificando. Specialmente dopo il ’70, infatti, «accanto all’italiano medio [...] cominciarono a presentarsi [...] fenomeni anche spiccati di matrice dialettale. Il parlato teleschermico andò così riducendo gradualmente – come da tempo aveva fatto il cinema – il proprio distacco dalla lingua viva [...]» (cfr. Raffaelli, p. 288), e nella lingua viva la parolaccia è moneta corrente. Ma la radicale metamorfosi avvenne col sistema radiotelevisivo misto, cioè con la dichiarazione di legittimità delle fonti private d’emittenza (1976) e il conseguente affermarsi nei network commerciali a copertura nazionale (Canale 5 esordì nel 1980), «e più tardi in un certo grado anche in quella pubblica, d’una programmazione condizionata dalla ricerca del consenso di massa e perciò tendente a privilegiare le scelte distensive, emarginando oppure spettacolarizzando anche i settori informativi e culturali» (cfr. Raffaelli, p. 289).</div>
<div id="_mcePaste">Da allora in poi la tv ha rinunciato alla sua originaria funzione pedagogica, a farsi strumento di promozione culturale, puntando piuttosto «a riflettere la realtà linguistica circostante; perso il suo potere di modello, ha conservato il potere amplificante di un grande ripetitore» (cfr. Antonelli, p. 117). Gli imperativi ora sono cambiati: «Primo divertire, poi informare, sempre meno istruire» (cfr. Beccaria, p. 103); ciò che resta di culturalmente stimolante è per lo più destinato agli insonni. Tale orgia dell’intrattenimento, va da sé, è da mettere «in relazione con la concorrenza legata agli investimenti pubblicitari, tanto maggiore quanto maggiore è l’audience del programma (documentata dal 1984 tramite i contestatissimi dati auditel)» (cfr. Antonelli, p. 115).</div>
<div id="_mcePaste">Poiché la tv “auditelizzata” non vende più programmi, ma contatti con il numero più alto possibile di potenziali acquirenti di un prodotto, è conveniente assecondare la presunta maggioranza, che – a quanto pare – avrebbe gusti prevalente voyeuristici ocircensi, eccitata com’è dalle battutacce da avanspettacolo, dal peto ammiccante, dal chiacchiericcio pneumatico, dalle confidenze intime, dal disagio esistenziale messo in piazza, dai lacrimoni in diretta, dagli sfoghi istintivi, dalle risse e da altri beceri spettacoli. L’ondata salottiera dei talk show (la prima di quelle “neotelevisive”: cfr. Menduni) è il fenomeno mediatico che – s’è detto – ha fatto saltare il tappo della repressione verbale in tv.</div>
<div id="_mcePaste">In questo contesto nasce il funarismo, con la sua volgarità casereccia e “stradarola”, scurrile e tuttavia bonaria, ma nasce anche lo sgarbismo, pratica del tutto differente – che peraltro non si giova di un potenziamento dialettofonico –, centrata sulla sinergia fra una trivialità coprolalica e sclerotica e un’arroganza lucida e premeditata. Lo sgarbismo, ovviamente antonomastico da Vittorio Sgarbi (sembra un nome d’arte, ma non lo è), funziona così: si dà della stronza a un’innocua professoressa col pallino della poesia, portandola quasi alle lacrime (nel 1987 al Maurizio Costanzo Show); si auspica in diretta la morte a un illustre critico d’arte («Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte»: sempre al Costanzo Show nel 1989); si getta un bicchiere d’acqua in faccia a un collega (Roberto D’Agostino) per poi essere presi a schiaffi da quest’ultimo (nel ’91 durante una puntata de L’istruttoria condotto da Giuliano Ferrara); ci si rivolge a uno scomodo giornalista (il documentato e impassibile Marco Travaglio) dandogli ripetutamente del pezzo di merda, ma non solo («sei un pezzo di merda, pezzo di merda puro»: durante la puntata del 1° maggio 2008 di Annozero, condotta da Michele Santoro). Ciò fatto si aspetta la reazione indignata della stampa, che immancabilmente arriva facendo la fortuna dell’offensivo stratega. Questa operazione consente facilmente, per esempio, di passare da un modesto stipendio da ricercatore universitario a quello ben più cospicuo del parlamentare, per giunta enormemente arrotondato dai gettoni di presenza per apparizioni televisive e serate varie.</div>
<div id="_mcePaste">Parole spinte, cioè parole-spinta</div>
<div id="_mcePaste">L’insulto, l’ingiuria, la parolaccia, sono ormai definitivamente passati dalla sfera del privato a quella del pubblico. Le parole spinte hanno assunto la funzione mediatica di «parole-spinta»: stando ai grandi comunicatori sono telegeniche e – oltre ad arricchire qualcuno, o quanto meno a trovargli un mestiere – producono udienza (cfr. Beccaria, p. 51). Qualche anno fa la società di indagini Eta Meta Research ha condotto un monitoraggio delle reti nazionali per individuare ogni quanti minuti, mediamente, viene pronunciata una parolaccia o un’espressione volgare in tv (cfr. «Corriere della sera» e «La Repubblica» del 2 novembre 2003). Risulta che, nelle trasmissioni televisive italiane, l’indecenza ricorre ogni 21 minuti, ore notturne e fasce protette comprese. Contestualmente si sono intervistati 130 esperti tra psicologi, linguisti e pubblicitari, chiedendo loro un’interpretazione del dato statistico. La maggior parte di essi ritiene che i programmi più pericolosi in fatto di volgarità siano quelli di intrattenimento legati all’attualità e al costume (ovviamente, direi). Preoccupa soprattutto la giuliva connivenza dello spettatore nell’accogliere le parolacce; una complicità – ricercata dai programmisti – che contribuisce non poco a sdoganare il linguaggio osceno e a favorirne la normale assunzione nel linguaggio comune, specie se i fiori d’eloquenza sbocciano da personaggi famosi che vengono presi a modello. Ma è soprattutto interessante che il 73% degli intervistati pensa che questo abuso di volgarità non sia tanto uno “specchio dei tempi” quanto una scelta ragionata dei responsabili dei programmi, fatta col deliberato obiettivo di alzare l’ascolto.</div>
<div id="_mcePaste">L’antilinguaggio dei reality show</div>
<div id="_mcePaste">Va da sé che i più colpiti dall’inflazione del turpiloquio siano soprattutto i bambini e gli adolescenti, per i quali la televisione – come rimarca Saro Trovato, presidente di Eta Meta Research – sembra essere una vera e propria «enciclopedia della volgarità» (da un’analoga e più recente ricerca della Eta Meta Research sulla violenza in tv emerge che le forme di violenza verbale – urla, litigi, minacce e insulti – sono presenti sul teleschermo con una frequenza di una ogni 5 minuti, e che, per la maggioranza degli esperti intervistati, i reality show siano i programmi più a rischio, seguiti a ruota dai talk show: cfr. «La Repubblica», 17 settembre 2004).</div>
<div id="_mcePaste">Il trionfo della tv spazzatura è stato sancito definitivamente dall’avvento dei reality, la terza ed esiziale ondate di neotelevisione (dopo il talk show e il contenitore-cornice tipo Domenica in: cfr. Menduni). In pratica, il Grande fratello («la trasmissione-elogio dell’antilinguaggio»: cfr. Beccaria, p. 102) e i cui cloni – L’isola dei famosi, La fattoria, ecc. –, col proposito di titillare la curiosità morbosa del telespettatore, fanno perno proprio sulla pubblicizzazione dell’intimità e sull’infrazione dell’interdetto, di ciò che davanti a tutti non si dovrebbe dire (o fare). Va detto che i discinti e disinibiti protagonisti del GF si trovano in una situazione che di per sé favorisce l’espressione di contenuti di tipo sessuale e scatologico: quella del gruppo costretto in ambienti chiusi (si pensi alle scolaresche e alle caserme). In una tale consorteria iniziatica «vige la legge per cui, chi non usi abbondantemente di quel linguaggio (e non tenga contemporaneamente un determinato contegno e non rispetti dati valori), non ne fa ancora parte di diritto e solo quando vi si conforma è veramente “uno dei loro”» (cfr. Galli de’ Paratesi, p. 46). Il loro turpiloquio adolescenziale – per quello che ha di spontaneo – si potrebbe considerare in parte un «gergo di tipo affettivo [...], non nato da esigenze pratiche criptolaliche, come quello che propriamente si definisce gergo, quanto piuttosto dal desiderio di saldare il gruppo con legami speciali» (ibid.). Tuttavia, va anche detto che «spesso la tv spaccia per reali modalità espressive che al parlato spontaneo fanno solo il verso», assolutizzando «unicamente la fascia dei registri e dei livelli più bassi» (cfr. Antonelli, p. 117). Ed è proprio il caso dei reality come il GF, figli di un’«esasperazione dell’iperrealismo televisivo» che ha piegato a scopi sensazionalistici lo «specchio delle lingue» del parlato teleschermico (cfr. Simone) facendone uno «specchio deformante» (cfr. Antonelli, p. 117).</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Il turpiloquio dei politici</strong> merita una trattazione a sé stante Per cui mi limito qui a considerare che non solo la televisione diffonde le intemperanze verbali degli onorevoli – circostanza che, peraltro, rischia di favorire una crescita di aggressività e di intolleranza nella società civile –, ma che ne ha profondamente informato il modo di comunicare, a tal punto che «si potrebbe parlare di reality show della politica» (cfr. Gualdo-Dell’Anna, p. 25). Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, «la mediatizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, hanno semplificato drasticamente il linguaggio», sicché dal politichese si è passati algentese (ibid.). Tra le forme della semplicità rientra appunto l’aggressività verbale: ormai, «apostrofare l’avversario con parolacce e insulti rientra nell’irriducibile diritto di critica e denuncia dei parlamentari eletti dal popolo; così ha stabilito, ai primi di febbraio 2004, una delibera della Camera» (Gualdo-Dell’Anna, p. 26). E pare che per il presidente del consiglio il diritto si estenda anche agli elettori, che egli ha piena facoltà di insultare qualora non siano intenzionati a votarlo, nella fattispecie (Vicenza, aprile 2006, convegno di Confcommercio) chiamandoli «coglioni» (sic! Berlusconi) dall’alto del suo pulpito; un po’ come Sid Vicious che dal palco sputava sul pubblico accorso ai suoi concerti.</div>
<div><strong>Testi citati</strong></div>
<div id="_mcePaste">Antonelli Giuseppe, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, il Mulino, 2007.</div>
<div id="_mcePaste">Arcangeli Massimo, Lingua e società nell’era globale, Roma, Meltemi, 2005.</div>
<div id="_mcePaste">Beccaria Gian Luigi, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, Milano, Garzanti, 2006.</div>
<div id="_mcePaste">Belli Giuseppe Gioachino, Sonetti, a cura di P. Gibellini, comm. di G. Vigolo, Milano, Mondadori, 1990.</div>
<div id="_mcePaste">Boggione Valter &#8211; Casalegno Giovanni, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, Longanesi &amp; C., 1996.</div>
<div id="_mcePaste">Cortelazzo Manlio &#8211; Zolli Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana [= DELI], 2a ed., Bologna, Zanichelli, 1999.</div>
<div id="_mcePaste">Eco Umberto, TV: la trasparenza perduta, in Id., Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, 1983, pp. 163-179.</div>
<div id="_mcePaste">Galli de’ Paratesi Nora, Semantica dell&#8217;eufemismo. L’eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall’italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli, 1964 (poi Le brutte parole: semantica dell&#8217;eufemismo Milano, Mondadori, 1969).</div>
<div id="_mcePaste">Grasso Aldo, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 2004.</div>
<div id="_mcePaste">Gualdo Riccardo &#8211; Dell’Anna Maria Vittoria, La faconda Repubblica, Lecce, Manni, 2004.</div>
<div id="_mcePaste">Longhi Silvia, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Editrice Antenore, 1983.</div>
<div id="_mcePaste">Menduni Enrico, I linguaggi della radio e della televisione. Teorie e tecniche, Roma-Bari, Laterza, 2002.</div>
<div id="_mcePaste">Migliorini Bruno, La lingua italiana del Novecento, Firenze 1990</div>
<div id="_mcePaste">Novelli Silverio, Funari, la parola(ccia) alla “ggente”, 2008, in www.treccani.it.</div>
<div id="_mcePaste">Picchiorri Emiliano, Le parole sono importanti. Appunti sulla lingua dei film di Nanni Moretti, in «Studi linguistici italiani», xxxiii, 2007, pp. 109-125.</div>
<div id="_mcePaste">Raffaelli Sergio, Il parlato cinematografico e televisivo, in Storia delle lingua italiana, ii. Scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 271-90, in partic. pp. 285-90.</div>
<div id="_mcePaste">Serianni Luca, L’immagine del romanesco negli ultimi due secoli, in ID., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, 2002, pp. 89-109.</div>
<div id="_mcePaste">Simone Raffaele, Specchio delle mie lingue, in «Italiano &amp; oltre», ii, 1987, pp. 53-59.</div>
<div id="_mcePaste">Trifone Pietro, Roma e il Lazio, in L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino, UTET, pp. 540–93.</div>
<div id="_mcePaste">*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998), ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Attualmente è in corso di stampa il suo articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni) per gli atti del convegno Iacopone poeta (Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005); sta preparando una relazione su La lingua del laudario Oliveriano per il Convegno internazionale La vita e l’opera di Iacopone da Todi (Todi, 3-7 dicembre 2006); sta curando la trascrizione del cod. Oliveriano 4 in vista dell’ed. critica del “Laudario” iacoponico a cura di Lino Leonardi.</div>
</div>
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		<title>La tragica normalità del terremoto</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 09:53:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maria Maggi

<br/><br/>
La Terra ha tremato ancora con molto vigore, provocando perdite di vite umane, danni e rovine. Nel sentire e vedere ciò che è successo in Cile, a così poco tempo dal disastro di Haiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Maria Maggi</em></p>
<p>La Terra ha tremato ancora con molto vigore, provocando perdite di vite umane, danni e rovine. Nel sentire e vedere ciò che è successo in Cile, a così poco tempo dal disastro di Haiti e a neanche un anno da quello dell’Aquila, ci si sente sgomenti. Per quanto terribile possa apparire a chi lo sperimenti, il tremito della Terra è però un evento naturale, come la pioggia o il vento. Dalla sua nascita, ossia da 4,6 miliardi di anni, la Terra è stata scossa ininterrottamente da agitazioni sotterranee. Anche ora avvengono più di un milione di sismi l’anno, in media uno ogni 30 secondi. La maggior parte dei terremoti, per fortuna, è impercettibile e passerebbe inosservata se non ci fossero strumenti sofisticati a registrarli. In un anno, però, più di 3.000 sismi sono abbastanza rilevanti, di questi un centinaio producono cambiamenti significativi sulla crosta terrestre e una ventina causano alterazioni notevoli, determinando, quando colpiscono con violenza regioni densamente popolate, catastrofi immani.</p>
<p>Il tributo pagato dall’uomo per i sismi è esorbitante. Nei secoli tante grandi civiltà si sono sviluppate in zone sismicamente attive: intorno al bacino del Mediterraneo e lungo le coste dell’Oceano Pacifico, vicino ai monti nel Medio Oriente, in India, Cina, Giappone e nelle isole dei Caraibi. I terremoti e i fenomeni derivati &#8211; maremoti, incendi, pestilenze, carestie &#8211; provocano una media annuale di 10.000-15.000 vittime. Nel 2010, però, questo “tributo” è stato largamente superato.</p>
<p>L’ultimo terremoto del Cile, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato scorsi, è stato di magnitudo 8,8. In termini di energia liberata, è risultato 30.000 volte più forte del terremoto che ha colpito L’Aquila lo scorso aprile e anche 1.000 volte maggiore di quello di Haiti. L’epicentro è stato localizzato 117 chilometri a nord-est della seconda città del Cile, Concepcion, a una profondità di 55 chilometri. La fortissima scossa durata più di un minuto, ha fatto crollare alcuni edifici anche della capitale Santiago, che si trova a trecento chilometri dall’epicentro. Dieci ore prima, il terremoto era stato preceduto da una scossa di magnitudine 6,9 sull’isola giapponese di Okinawa. È scattato così l’allarme tsunami praticamente nell’intero Oceano Pacifico, dal Centroamerica fino alla Polinesia. Un’onda tsunami alta oltre due metri ha raggiunto la costa cilena nelle città di Talca, Valparaiso e Coquimbo e una grande ondata si è abbattuta sull’isola di Juan Fernandez al largo di Valparaiso. L’onda anomala è poi arrivata sulle coste che si affacciano sul Pacifico fino alla Kamciatka, senza provocare gravi danni.</p>
<p>Il Cile non è nuovo a questi tremendi sismi. Nel 1751 la stessa città di Concepcion fu distrutta da un terremoto. Nel 1960 il terremoto di Valdivia, il più grande mai registrato con una magnitudine di 9,5 della scala Richter, devastò tutta la parte sud del Paese. La faglia alla base dell’ultimo sisma è localizzata lungo la costa del Cile, parallela alle Ande. La parte interessata dal sisma è lunga 400 chilometri. Se una faglia così ci fosse in Italia, dal Tirreno all’Adriatico, avrebbe tagliato la penisola in due.</p>
<p>Come si generano i sismi? Fino agli anni Sessanta del Novecento, quando la teoria della tettonica a zolle rivoluzionò la geologia, i sismologi non avevano le idee chiare sulla loro genesi. Ogni terremoto sembrava presentarsi come un fenomeno isolato. In seguito, quando gli epicentri di numerosi terremoti furono collocati su un planisfero, prese forma gradualmente l’immagine di un pianeta in movimento, il cui strato più esterno e rigido, la litosfera, è diviso in molte zolle tettoniche; le sette più estese coinvolgono continenti e oceani. Spinte da forze che nascono all’interno della Terra, dove le rocce sono allo stato fuso, le zolle si muovono lentamente, qualche centimetro all’anno, spostandosi su uno strato più molle e plastico, detto astenosfera. Le zolle giganti si spostano entrando in collisione lungo i margini, scatenando così gli impressionanti terremoti che deformano la Terra, creando le catene montuose e anche le profonde fosse oceaniche.</p>
<p>I geologi hanno individuato tre diversi margini di zolla: quelli in accrescimento, quando le zolle si allontanano l’una dall’altra e materiale fuso fuoriesce dall’interno formando nuova litosfera; i margini in consunzione, in corrispondenza delle fosse oceaniche, quando una zolla scorre sotto un’altra e ne spinge giù l’orlo fino all’interno della Terra; i margini trasformi, quando gli orli di due zolle scorrono lateralmente l’uno rispetto all’altro. I margini di accrescimento si hanno per esempio al centro dell’Oceano Atlantico, dove le zolle americane si stanno allontanando da quella africana e da quella euroasiatica; il secondo tipo è quello proprio della costa cilena, dove la zolla di Nazca si insinua sotto la zolla sudamericana e che nel corso di milioni di anni ha generato le Ande; l’ultimo tipo si ha nella faglia di San Andreas dove la zolla pacifica scorre e preme contro la zolla nordamericana.</p>
<p>I sismi più potenti avvengono proprio nel secondo caso, nelle zone di “subduzione”, evidenziate dalle profonde fosse oceaniche poste al largo di linee costiere continentali e di archi insulari, dove una zolla sprofonda sotto un’altra. Quando la parte fredda e rigida della litosfera penetra nell’astenosfera, questa sopporta enormi tensioni che la deformano e la rendono sismicamente attiva fino a grandi profondità. La Terra è viva e continua a muoversi e rinnovarsi. L’uomo non può costruire torri di Babele come se il nostro pianeta fosse una sfera di granito rigida e immutabile. Deve costruire nei luoghi più adatti, con tecniche appropriate, realizzando edifici in grado di resistere alle forze immani che la Terra sprigiona.</p>
</div>
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		<title>Il Sud. Una risorsa per Paese e per la Chiesa</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 10:06:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Franco Miano
<br/><br/>
Il documento "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno", diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent'anni dalla pubblicazione di "Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno" [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Franco Miano</em></p>
<p>Il documento “<a href="http://www.azionecattolica.it/aci/MLAC/news/43-chiesaemezzogiorno.pdf">Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</a>”, diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent’anni dalla pubblicazione di “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, rappresenta prima di tutto <em>un’importante pagina di discernimento comunitario</em>. I Vescovi italiani (e non solo del Sud), dopo un percorso attento di riflessione e condivisione (che ha avuto nel convegno di Napoli del febbraio 2009 su “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” un decisivo riferimento), ripropongono l’attenzione sul Mezzogiorno nella diversificazione delle sue aree e dei suoi problemi, ma anche nella sua caratteristica unitaria, inquadrando la questione nell’ottica della vita dell’intero Paese, con lo stile pacato ma profondo che si addice ad una ricerca senza “ricette pronte”, ma che sa di poter contare su alcune salde certezze che derivano dalla fede, dalla testimonianza operosa della comunità ecclesiale, dalla passione per il bene comune espressa nell’impegno di tanti credenti.</p>
<p>Lo stile del discernimento è lo stile di una <em>disamina attenta dei mali</em> del Mezzogiorno, dalla piaga della criminalità alle emergenze ancora presenti della povertà e della disoccupazione, dalla persistenza dell’emigrazione dal Sud alla situazione economica segnata da uno sviluppo bloccato. A questo stile si accompagna la proposta di <em>una cifra unitaria</em> di impegno, che continua ad essere <em>la cifra della solidarietà</em>, quella solidarietà vera, capace di spezzare i legami mafia-politica e corruzione-povertà, di operare per vincere la disoccupazione e per costruire un federalismo a misura delle nostre realtà e delle loro caratteristiche.</p>
<p>Ma la solidarietà per crescere, per consolidarsi, ha bisogno oggi di uno scatto, di <em>un soprassalto di impegno</em>, di un protagonismo da parte degli uomini e delle donne del Sud. I Vescovi fanno “appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera” ponendo tutto questo nella “prospettiva della condivisione e dell’impegno educativo” (n. 2).</p>
<p>L’appello si rivolge a tutti, ma alle comunità cristiane in modo speciale affinché partendo dal loro ricchissimo patrimonio di fede e di umanità, sappiano sempre più mettere a disposizione di tutti “le risorse spirituali, morali e culturali che germogliano da un rinnovato annuncio del Vangelo e dall’esperienza cristiana, dalla presenza capillare nel territorio delle parrocchie, delle comunità religiose, delle aggregazioni laicali e specialmente dell’Azione Cattolica, delle istituzioni educative e di carità”, facendo “vedere e toccare l’amore di Dio e la maternità della Chiesa, popolo che cammina nella storia e punto di riferimento per la gente, di cui condivide giorno dopo giorno le fatiche e le speranze” (n. 14).</p>
<p>È questo appello che dobbiamo raccogliere, proprio perché siamo un’associazione legata al territorio e alla Chiesa locale, ma coltiviamo, allo stesso tempo, una dimensione nazionale. Anche a noi, come Azione Cattolica, viene chiesto di impegnarci, per far sì che il Sud divenga non tanto un problema quanto una risorsa per l’intero Paese e per la Chiesa italiana.</p>
</div>
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