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A che scuola vai?

Mercoledì 5 Novembre 2008
Qualche riflessione in margine della nuova legge sulla scuola

di Vittorio Rapetti*

La nuova legge sulla scuola. Anche se ci lavoro ormai da 31 anni, è difficile stringere in poche righe una questione così complessa, vasta e in questi giorni densa di motivi polemici. Ci proviamo, tentando una riflessione da cristiani e cittadini in questa nostra Italia.

Prima questione. La nuova legge parte dalla considerazione che la scuola italiana è in crisi. E’ vero? Sì, la crisi c’è, ed è profonda, ma tocca in modo e misura assai diversa le varie fasce di età. Le situazioni più collaudate e ben orientate sono quelle della scuola elementare. Non a caso anche nelle statistiche internazionali, il lavoro dei maestri italiani ed i risultati dei ragazzi sono molto apprezzati. Diversa la situazione delle scuole medie, su cui incide una condizione di forte disagio culturale e comportamentale degli studenti (non a caso le classi sono molto difficili da gestire). Altrettanto diverso è il quadro delle superiori, sulle quali pesa la mancanza di una riforma attesa da decenni e sostituita da decine di sperimentazioni, che faticano ad orientare la formazione e la educazione degli adolescenti. Infatti, su tutto pesa una trasformazione sociale e culturale profonda di tutto il nostro paese, che tocca anche la dimensione familiare e la relazione genitori-figli. Non si tratta di “dare la colpa alla società”, ma di capire i problemi. Chi pensa di discutere di scuola e di scuole senza considerare quanto succede nella società e nella mentalità della gente, prende un grande abbaglio. Ma è proprio quanto sta capitando, grazie anche alla superficialità dell’informazione. L’esempio più evidente è l’atteggiamento favorevole di molti adulti verso il ‘maestro unico’: “ai miei tempi un solo maestro gestiva senza problemi 30-40 ragazzi!”. Chi parla così evidentemente non è più entrato in un’aula scolastica da “quei tempi” o non si rende conto di come si comportano i propri figli e nipoti. E magari si illude che si possa recuperare il bullismo con un 5 di condotta.

Seconda questione. La nuova legge toglie alla scuola risorse economiche (circa 8 miliardi di euro) e personale (circa 87.000 docenti e 44.000 non-docenti), bloccando di fatto per parecchi anni l’ingresso di insegnanti giovani e aumentando il numero di studenti per classe. E’ molto difficile sostenere che una tale “cura” possa servire per migliorare l’offerta formativa da parte di una scuola già considerata “vecchia”. E’ invece piuttosto evidente che il criterio di “riforma della scuola” ha una origine diversa: quella economica. Si deve risparmiare e lo si fa sulla formazione gestita dalla scuola pubblica, che tocca tutti i ragazzi e tutte le famiglie. Ciò indica quindi una precisa priorità ed ha uno scopo chiaro (ma non dichiarato): mettere in discussione la centralità della scuola pubblica, per dare spazio alla scuola privata (che - beninteso - non sarà più quella delle suore, ma una serie di scuole-aziende di carattere commerciale, che -legittimamente - cercheranno di ricavare un profitto da questa attività); si avvierà inoltre un meccanismo per cui anche la scuola statale dovrà cercarsi i finanziamenti sul territorio (con le ovvie conseguenze per le zone più povere). E qui c’è un secondo elemento di giudizio: la manipolazione della realtà e della informazione. Non si discute apertamente di questi orientamenti, anzi essi vengono negati o nascosti. Il governo ha proceduto senza avviare alcun confronto con sindacati e opposizione, senza alcuna considerazione delle manifestazioni di insegnanti e studenti. Anzi l’atteggiamento di diversi esponenti del governo è andato nel senso opposto: i ragazzi sono manipolati dagli insegnanti, gli insegnanti sono degli scansafatiche (il che certo non aiuta chi entra in classe ogni giorno, con l’intenzione di svolgere un’opera educativa). Una riforma così importante come quella della scuola non può realizzarsi senza un consenso ampio e un coinvolgimento di chi la dovrà attuare nella pratica. Questo smentisce nei fatti l’ottimo intento previsto dalla legge di dare spazio alla educazione costituzionale, alla educazione alla legalità e alla democrazia.

E qui tocchiamo una terza questione: il ricorso alla propaganda e gli effetti della riforma. Un esempio è la norma che riguarda le “classi-ponte” per i ragazzi immigrati: essa è presentata come un modo per facilitare l’apprendimento dell’italiano agli stranieri; avrà invece come risultato quello di “isolare” ancor più gli stranieri rispetto agli italiani (perché un ragazzo cinese dovrebbe imparare meglio l’italiano stando in classe con altri cinesi, macedoni, marocchini, rumeni …?). La riduzione dei fondi alle scuole e all’università non servirà a eliminare gli sprechi (per questo ci sono metodi ben più seri), ma orienterà anche l’Italia verso un doppio sistema scolastico, collegato al reddito e al ceto sociale : chi ha soldi va alle private, chi ha meno soldi o è straniero va alle statali. In questo modo la scuola da istituzione che concorre a ridurre disuguaglianze sociali e discriminazioni, scivola verso la semplice riproduzione delle differenze sociali esistenti. La figura dell’insegnante-educatore sarà sostituita definitivamente da quella dell’insegnante-addestratore tecnico.

In conclusione. La scuola - specie quella media e superiore - ha oggi la necessità di essere rinnovata nel suo progetto, nell’organizzazione e nei metodi, ha bisogno di rimotivare i propri operatori sul senso del loro lavoro educativo e ruolo sociale, richiede quindi un forte investimento culturale, politico ed economico. Dalla legge Gelmini, dal “piano Programmatico” collegato, dalla legge finanziaria che ne imposto i “paletti economici” non emerge alcun progetto educativo su come si possa rinnovare la scuola di fronte alle sfide culturali di questo tempo. Affiora un progetto politico che mira alla riduzione della scuola pubblica e a “privatizzare” anche questo settore (così come si sta tentando anche con la sanità). Emerge un metodo che contrasta con il dialogo democratico, ma nei toni e nella sostanza si gioca sui rapporti di forza e sulla propaganda. Direi che ce n’è abbastanza - per dei cristiani, cittadini di questo paese - per essere seriamente preoccupati.

* Presidente interparrocchiale AC di Acqui Terme, Insegnante di Scuola superiore

In Politica da cristiani

Venerdì 9 Maggio 2008
di Paolo De Martino*

“Escludere cose mediocri, per fare posto a cose più grandi”… questa espressione di Aldo Moro mi ha guidato nella realizzazione di questo contributo.

1. Laicità e laicismo

Gli interventi di Benedetto XVI e del Cardinal Camillo Ruini in materia di famiglia, bioetica e morale hanno creato nel nostro Paese un allarme da parte di chi vede in questi pronunciamenti un attentato alla laicità dello Stato. Le infastidite polemiche, spesso malcelate da odio contro la Chiesa, che sono seguite alla cosiddetta ingerenza del Vaticano nella vita dello Stato, hanno portato ad aprire discussioni sui termini “laico” e “laicista”.

Il primo si riferisce ad uno Stato in cui le due sfere – quella religiosa e quella civile – sono ben distinte, anche se tra loro è auspicabile una collaborazione che porti ad un punto d’incontro tra l’impegno della società civile e il servizio della Chiesa.

L’opposto termine “laicista” è ormai entrato nell’uso corrente per indicare uno Stato che non sostiene solo la talvolta esasperata separazione tra Stato e Chiesa, ma che quasi ritiene suo compito quello di promuovere, se non l’ateismo, l’agnosticismo verso qualsiasi fede religiosa, non riconoscendo il valore di alcuna religione nella promozione dell’uomo.

Per molti, “laicità” significa azzeramento di tutto ciò che fa parte della storia di un popolo, dell’identità di una comunità, delle tradizioni. C’è una laicità distorta che giunge al punto di bandire dalle scuole anche il presepe – un segno così semplice e povero ma ricco di spessore culturale forte e profondo – o un canto di Natale. Questa “laicità” è molto triste e culturalmente debole e rischia di travolgere a poco a poco ogni profondo significato.

2. Dare un’anima etica alla vita democratica

Il primo compito dei cristiani — dice la Congregazione per la Dottrina della Fede nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica del 2003 — è dare un’anima etica alla vita democratica. Il punto debole della cultura politica dominante sta nell’intreccio tra democrazia e relativismo etico, per cui le differenti opinioni politiche, culturali, morali e religiose sono ritenute tutte dello stesso valore e ugualmente legittime, mentre la libertà è intesa come la possibilità di fare e scegliere ciò che più aggrada con l’unico limite del rispetto della libertà altrui. La Nota prende chiaramente le distanze da questa concezione di democrazia permissiva e individualistica, e ribadisce che «la libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore» (n. 3). Pertanto non è esagerato concludere che oggi la «questione democratica» è essenzialmente una «questione morale».

In sostanza, la Nota accusa la cultura neoliberista egemone di non rispettare la dignità trascendente della persona e di minare alla radice la stessa vita democratica, privandola di punti sicuri di riferimento.

3. Un credente deve intervenire in politica?

Nel suo discorso al convegno ecclesiale di Palermo del 1995, Giovanni Paolo II è stato chiaro ed esplicito al riguardo: «La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, come del resto non esprime preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale che sia rispettosa dell’autentica democrazia».

Si tratta, quindi, per la Chiesa, di tacere su quanto riguarda le scelte immediate di schieramenti, e di intervenire sui principi etici, che reggono le scelte politiche per illuminare coloro che “si giocano” in politica da credenti. Quando i vescovi si esprimono pubblicamente, lo fanno per difendere principi etici, non per indicare soluzioni pratiche o indirizzi politici.

Sono i laici cristiani a doversi esprimere secondo la loro coscienza e competenza, non limitando il loro impegno solo all’ambito sociale o caritativo, ma entrando in politica.

Papa Paolo VI, nella lettera Octogesima Adveniens del 1971, scriveva: «Il cristiano ha l’obbligo di partecipare all’organizzazione e alla vita della società politica»; e aggiungeva: «La politica è una maniera esigente - ma non la sola- di vivere l’impegno cristiano a servizio degli altri».

4. Non solo principi

Non possiamo dimenticare che l’attività politica non è mera dichiarazione di valori etico-politici astratti. Essa mira piuttosto «alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato». A questo livello di concretezza esiste un legittimo pluralismo politico dei cittadini cattolici. È diritto e dovere della Chiesa pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla morale, ma esula dalla sua missione individuare e suggerire proposte concrete, e meno ancora proposte uniche vincolanti, per problemi che secondo la coscienza cristiana ammettono diverse soluzioni (cfr Nota, n. 3). Proporre e prendere le opzioni che si ritengono più adeguate per il bene comune è compito e responsabilità specifica di tutti coloro che sono propriamente soggetti attivi della politica: i cittadini credenti e non credenti, i partiti, le istituzioni, i governanti.

Il pluralismo politico nulla ha a che vedere con il relativismo o pluralismo etico, per il quale ogni concezione sul bene dell’uomo vale quanto qualsiasi altra (cfr Nota, nn. 2-3).

Neppure può essere invocato legittimamente a proposito di comportamenti o strategie politiche (aborto, distruzione di embrioni umani, ecc.) che si oppongono in modo frontale a esigenze essenziali del bene comune (cfr Nota, n. 4).

I laici cattolici impegnati in politica, a qualsiasi schieramento essi appartengono, hanno il compito di confrontarsi su questi problemi. L’auspicio è che si trovi una sede d’incontro, un pensatoio creativo, un forum in grado di discutere sui perenni valori e sui principi democratici che vanno ricordati, difesi ed alimentati nell’interesse di tutti.

*Cenni biografici dell’autore
Classe 1971, sposato dal 1999 e padre di due bimbi: Chiara di 7 anni e Samuele di pochi mesi. Dopo il diploma di Laurea in Teologia, ho conseguito la Laurea in Scienze dell’Educazione. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti, attualmente sono consulente commerciale nell’ambito della formazione post-laurea.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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