di Mirella Arcamone (Presidente Nazionale MIEAC)
La voce di papa Benedetto, che si è alzata forte per chiamarci a leggere i segni del nostro tempo e ad amarne profondamente le donne e gli uomini, non trova l’Azione Cattolica impreparata. E, ciononostante, ci stimola tutti ad un rinnovato, appassionato, impegno. L’educazione, la compagnia educativa, la premura per le giovani generazioni è “il nostro proprio”. Il Movimento di Impegno Educativo nasce agli inizi degli anni Novanta grazie ad un’intuizione ‘profetica’ dell’AC: bisognava con forza, spirito di innovazione e ricerca, rimettere al centro l’educazione. Questa veniva avvertita come la questione fondamentale per la trasmissione della fede, per la costruzione di una comunità umana più solidale e giusta, per accompagnare nella crescita i giovani. Tre ‘soggetti’ bisognosi di cura emergevano: la condizione adulta, essa stessa caratterizzata dalla dimensione educativa; la relazione, luogo educativo per eccellenza; la città/le comunità, contesto fortemente influente (ed influenzabile) della (dalla) crescita della persona. Da allora, come Mieac proviamo a dare un contributo di discernimento, di progettazione, di innovazione metodologica, di apertura laicale e dialogica al mondo degli adulti e dei giovani educatori.
Oggi si tratta, a nostro avviso, di affrontare l’emergenza educativa senza rifugiarsi in un atteggiamento difensivo, come si rischia di fare nei tempi di crisi; al contrario, essa può diventare un ‘laboratorio di laicità’, terreno di incontro tra culture e fedi diverse, a condizione di spendersi insieme in un cammino di ricerca comune con chi crede nell’uomo e nella sua altissima dignità. Né allarmismo, né rassegnazione; né chiusura, né dispersione identitaria; né autoritarismo, né permissivismo. La nostra proposta è quella di assumere l’atteggiamento della cura. Essa chiede messa in gioco, disponibilità ad un cambiamento radicale come singoli e come comunità. La cura chiede vicinanza, premura, prevenienza, passione, competenza e capacità di attivare dinamiche di reale cambiamento. I giovani appaiono schiacciati dalla fatica di progettare il futuro in termini esistenziali, sociali, politici, assorbiti in emozioni forti, spesso incapaci di orientarsi intorno ad un nucleo identitario e costruire relazioni profonde e durature. Giovani che, come gli adulti e la società che li ha generati, rischiano di depotenziare persino le passioni più belle, che pure vivono ardentemente. Persino nelle nostre comunità osserviamo queste ambivalenze, vediamo emozioni, più che progetto e sistematicità, coinvolgimenti momentanei, più che ordinarietà di percorsi. Eppure, si osservano dei cambiamenti, si è passati da diffusi comportamenti di apatia, da un prevalente individualismo, prima a fenomeni di veemente antipolitica (non del tutto sconfitti!) fino a nuove (a volte ancora indistinte) forme di impegno sociopolitico: il volontariato, che dalla sfera individuale sembra spostarsi su quella del microsociale, fino pian piano al politico (l’impegno antimafia, una protesta studentesca ampia e dai contorni nuovi e tutti ancora da comprendere).
La cura, perciò, esige che gli adulti si riconoscano lucidamente come fragili essi stessi, spesso poco significativi, orfani dei ruoli tradizionali, tanto bisognosi di conferme affettive da rinunciare alla propria auterevolezza, tanto incerti da diventare stupidamente autoritari. Incerti e sradicati, spesso egocentrici, individualisti e timorosi, disintegrati nel nostro io ed orfani delle ideologie, costruiamo una società iniqua, attorno ai miti del denaro, del sesso e del potere. Se non assumiamo i nostri limiti, difficilmente sapremo farci compagni strada dei nostri ragazzi, più facilmente cadremo nel permissivismo o nell’ipocrita enunciazione astratta di valori che non testimoniamo. La cura chiede una ‘terza via’. Spinge ad assumere la fragilità con consapevolezza e come opportunità, come risorsa relazionale ed educativa; direi persino come segno dei tempi, volto moderno della tentazione, e insieme – se assunta come scoperta del limite della condizione umana – via di salvezza. Educare vuol dire ri-provare ad entrare in empatia, ad accogliere la vita, il desiderio di futuro, le aspirazioni di felicità che sottostanno a paure, sbandamenti e cadute di ciascuno dei ragazzi (che sono le nostre), dei giovani che ci sono affidati (e che a volte hanno anch’essi compiti educativi). I contesti educativi dovranno abbandonare atteggiamenti di chiusura o rifiuto reciproci. Non si tratta qui di rimpiangere nostalgicamente tempi nei quali famiglia, scuola, parrocchia, partiti, fungevano tout court da uteri capaci di generare personalità strutturate e compatte. Né di scaricarsi reciprocamente le responsabilità dei fallimenti educativi in atto. Caduta la forza intrinseca delle istituzioni, si tratta di conquistare condizioni educative e relazionali più autentiche, di generare contesti in cui le persone vengono stimate, non per quello che appaiono, o fanno o sanno fare, per il ruolo che sanno interpretare, ma per quello che realmente sono, con i dubbi e le incertezze, con la disarticolazione delle proprie parti. Un clima autentico, empatico favorisce la costruzione del vero sé, di un nucleo identitario ed orientante, aiuta le persone a togliere la maschera dietro la quale nascondono quanto di più vero sono, provano, credono, vivono, aiutandole a scegliere chi e come essere e vivere. Si tratta di rispettarne i confini psicologici, i tempi, la maturazione, i tentativi, gli sbandamenti; ma senza abdicare alla funzione educativa di cura: si tratta di accompagnare ogni ragazzo dalla percezione omologata ad una complessa ed articolata consapevolezza personale, critica, negoziata nella relazione, fino ad una capacità costruttiva di sé e dell’ambiente.
La cura, infine, esige anche capacità di riconoscere ed agire su quei meccanismi politici, sociali, ecclesiali, che quotidianamente influenzano in maniera sistematica, spesso sottovalutata, le possibilità degli adulti di incidere con l’azione educativa sulla strutturazione della personalità dei giovani: la città, in ognuna delle sue manifestazioni, educa, si pone come contesto di crescita o di perdita di sé. Una situazione di grave crisi economica, caratterizzata da un’iniqua distribuzione delle risorse che spinge alla chiusura e all’egoismo sociale – nella quale pure si intravedono faticosamente spinte solidaristiche dal basso; una politica interpretata come via per l’acquisizione del massimo potere e benessere individuale, rispetto alla quale timidamente i cittadini cercano di riassumere nuove vie di partecipazione democratica; un riacutizzarsi di fenomeni di intolleranza e razzismo implementati dai media e dagli opinion leaders, rispetto ai quali fanno resistenza insegnanti, associazioni di volontariato e gruppi ecclesiali; una preponderanza pseudo educativa dei mass e new media, all’invadenza dei quali si cerca faticosamente di resistere; la vita di tante comunità ecclesiali chiuse, autocentrate, impaurite, insieme ai tanti sforzi di rinnovamento messi in atto … sono fattori sistemici che, in un modo o nel suo opposto, incidono sulla crescita dei nostri ragazzi, sull’efficacia della nostra azione educativa, sullo sviluppo stesso di una comunità più umana; e sui quali, pertanto, bisogna saper agire.
Oggi si chiede all’A.C. – e, in essa, al Mieac – di farsi competente compagna di strada degli adulti e dei giovani educatori, dentro e fuori la comunità ecclesiale, di aiutarli nella lettura sapienziale della realtà, di elaborare ed attuare le migliori strategie, percorsi laboratoriali, coinvolgenti, motivanti, rigorosi e flessibili al tempo stesso. In questi anni il Movimento ha contribuito con il sito e la rivista ad un tentativo di lettura e proposta progettuale ed ha sperimentato più di un progetto di accompagnamento degli educatori, fino all’Educapolis ( insegnanti, genitori, catechisti, animatori, adulti … nelle parrocchie, ma più spesso nelle scuole, in collaborazione con associazioni, enti locali, università) – nella cura di sé, nell’acquisizione di competenze affettive, relazionali e comunicative; nell’educazione alla cittadinanza responsabile, alla legalità; nella prevenzione del disagio, nei progetti interculturali. Oggi sono in atto le prime esperienze di brevi e mirati percorsi intergenerazionali, che mettono insieme giovani e adulti a dibattere, discutere, simulare, gestire conflitti, costruire interpretazioni negoziate della realtà che viviamo, progettare interventi nella comunità e sul territorio.
Per approfondire:
• Mario Pollo, La complessificazione della società, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Franco Cambi, Educare nella e per la complessità. Un compito ancora aperto, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Vincenzo Lumia, Laicità alla prova, in “Proposta Educativa” 2/2007
• Mirella Arcamone, Don Milani. L’educazione, un laboratorio di laicità, in “Proposta Educativa” 3/2007
• Franco Venturella, Educare nel cambiamento, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Mirella Arcamone, A proposito di “Cura educativa ed affettività”, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Antonio Mastantuono, L’educazione fattore di sviluppo… la scelta del prendersi cura, Sussidio annuale Mieac 2008/09, fasc. secondo, Le schede bibliche