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Archivio della Categoria 'L’editoriale'

Dall’emergenza alla cura

giovedì 5 marzo 2009
di Mirella Arcamone (Presidente Nazionale MIEAC)

La voce di papa Benedetto, che si è alzata forte per chiamarci a leggere i segni del nostro tempo e ad amarne profondamente le donne e gli uomini, non trova l’Azione Cattolica impreparata. E, ciononostante, ci stimola tutti ad un rinnovato, appassionato, impegno. L’educazione, la compagnia educativa, la premura per le giovani generazioni è “il nostro proprio”. Il Movimento di Impegno Educativo nasce agli inizi degli anni Novanta grazie ad un’intuizione ‘profetica’ dell’AC: bisognava con forza, spirito di innovazione e ricerca, rimettere al centro l’educazione. Questa veniva avvertita come la questione fondamentale per la trasmissione della fede, per la costruzione di una comunità umana più solidale e giusta, per accompagnare nella crescita i giovani. Tre ‘soggetti’ bisognosi di cura emergevano: la condizione adulta, essa stessa caratterizzata dalla dimensione educativa; la relazione, luogo educativo per eccellenza; la città/le comunità, contesto fortemente influente (ed influenzabile) della (dalla) crescita della persona. Da allora, come Mieac proviamo a dare un contributo di discernimento, di progettazione, di innovazione metodologica, di apertura laicale e dialogica al mondo degli adulti e dei giovani educatori.

Oggi si tratta, a nostro avviso, di affrontare l’emergenza educativa senza rifugiarsi in un atteggiamento difensivo, come si rischia di fare nei tempi di crisi; al contrario, essa può diventare un ‘laboratorio di laicità’, terreno di incontro tra culture e fedi diverse, a condizione di spendersi insieme in un cammino di ricerca comune con chi crede nell’uomo e nella sua altissima dignità. Né allarmismo, né rassegnazione; né chiusura, né dispersione identitaria; né autoritarismo, né permissivismo. La nostra proposta è quella di assumere l’atteggiamento della cura. Essa chiede messa in gioco, disponibilità ad un cambiamento radicale come singoli e come comunità. La cura chiede vicinanza, premura, prevenienza, passione, competenza e capacità di attivare dinamiche di reale cambiamento. I giovani appaiono schiacciati dalla fatica di progettare il futuro in termini esistenziali, sociali, politici, assorbiti in emozioni forti, spesso incapaci di orientarsi intorno ad un nucleo identitario e costruire relazioni profonde e durature. Giovani che, come gli adulti e la società che li ha generati, rischiano di depotenziare persino le passioni più belle, che pure vivono ardentemente. Persino nelle nostre comunità osserviamo queste ambivalenze, vediamo emozioni, più che progetto e sistematicità, coinvolgimenti momentanei, più che ordinarietà di percorsi. Eppure, si osservano dei cambiamenti, si è passati da diffusi comportamenti di apatia, da un prevalente individualismo, prima a fenomeni di veemente antipolitica (non del tutto sconfitti!) fino a nuove (a volte ancora indistinte) forme di impegno sociopolitico: il volontariato, che dalla sfera individuale sembra spostarsi su quella del microsociale, fino pian piano al politico (l’impegno antimafia, una protesta studentesca ampia e dai contorni nuovi e tutti ancora da comprendere).
La cura, perciò, esige che gli adulti si riconoscano lucidamente come fragili essi stessi, spesso poco significativi, orfani dei ruoli tradizionali, tanto bisognosi di conferme affettive da rinunciare alla propria auterevolezza, tanto incerti da diventare stupidamente autoritari. Incerti e sradicati, spesso egocentrici, individualisti e timorosi, disintegrati nel nostro io ed orfani delle ideologie, costruiamo una società iniqua, attorno ai miti del denaro, del sesso e del potere. Se non assumiamo i nostri limiti, difficilmente sapremo farci compagni strada dei nostri ragazzi, più facilmente cadremo nel permissivismo o nell’ipocrita enunciazione astratta di valori che non testimoniamo. La cura chiede una ‘terza via’. Spinge ad assumere la fragilità con consapevolezza e come opportunità, come risorsa relazionale ed educativa; direi persino come segno dei tempi, volto moderno della tentazione, e insieme – se assunta come scoperta del limite della condizione umana – via di salvezza. Educare vuol dire ri-provare ad entrare in empatia, ad accogliere la vita, il desiderio di futuro, le aspirazioni di felicità che sottostanno a paure, sbandamenti e cadute di ciascuno dei ragazzi (che sono le nostre), dei giovani che ci sono affidati (e che a volte hanno anch’essi compiti educativi). I contesti educativi dovranno abbandonare atteggiamenti di chiusura o rifiuto reciproci. Non si tratta qui di rimpiangere nostalgicamente tempi nei quali famiglia, scuola, parrocchia, partiti, fungevano tout court da uteri capaci di generare personalità strutturate e compatte. Né di scaricarsi reciprocamente le responsabilità dei fallimenti educativi in atto. Caduta la forza intrinseca delle istituzioni, si tratta di conquistare condizioni educative e relazionali più autentiche, di generare contesti in cui le persone vengono stimate, non per quello che appaiono, o fanno o sanno fare, per il ruolo che sanno interpretare, ma per quello che realmente sono, con i dubbi e le incertezze, con la disarticolazione delle proprie parti. Un clima autentico, empatico favorisce la costruzione del vero sé, di un nucleo identitario ed orientante, aiuta le persone a togliere la maschera dietro la quale nascondono quanto di più vero sono, provano, credono, vivono, aiutandole a scegliere chi e come essere e vivere. Si tratta di rispettarne i confini psicologici, i tempi, la maturazione, i tentativi, gli sbandamenti; ma senza abdicare alla funzione educativa di cura: si tratta di accompagnare ogni ragazzo dalla percezione omologata ad una complessa ed articolata consapevolezza personale, critica, negoziata nella relazione, fino ad una capacità costruttiva di sé e dell’ambiente.
La cura, infine, esige anche capacità di riconoscere ed agire su quei meccanismi politici, sociali, ecclesiali, che quotidianamente influenzano in maniera sistematica, spesso sottovalutata, le possibilità degli adulti di incidere con l’azione educativa sulla strutturazione della personalità dei giovani: la città, in ognuna delle sue manifestazioni, educa, si pone come contesto di crescita o di perdita di sé. Una situazione di grave crisi economica, caratterizzata da un’iniqua distribuzione delle risorse che spinge alla chiusura e all’egoismo sociale – nella quale pure si intravedono faticosamente spinte solidaristiche dal basso; una politica interpretata come via per l’acquisizione del massimo potere e benessere individuale, rispetto alla quale timidamente i cittadini cercano di riassumere nuove vie di partecipazione democratica; un riacutizzarsi di fenomeni di intolleranza e razzismo implementati dai media e dagli opinion leaders, rispetto ai quali fanno resistenza insegnanti, associazioni di volontariato e gruppi ecclesiali; una preponderanza pseudo educativa dei mass e new media, all’invadenza dei quali si cerca faticosamente di resistere; la vita di tante comunità ecclesiali chiuse, autocentrate, impaurite, insieme ai tanti sforzi di rinnovamento messi in atto … sono fattori sistemici che, in un modo o nel suo opposto, incidono sulla crescita dei nostri ragazzi, sull’efficacia della nostra azione educativa, sullo sviluppo stesso di una comunità più umana; e sui quali, pertanto, bisogna saper agire.
Oggi si chiede all’A.C. – e, in essa, al Mieac – di farsi competente compagna di strada degli adulti e dei giovani educatori, dentro e fuori la comunità ecclesiale, di aiutarli nella lettura sapienziale della realtà, di elaborare ed attuare le migliori strategie, percorsi laboratoriali, coinvolgenti, motivanti, rigorosi e flessibili al tempo stesso. In questi anni il Movimento ha contribuito con il sito e la rivista ad un tentativo di lettura e proposta progettuale ed ha sperimentato più di un progetto di accompagnamento degli educatori, fino all’Educapolis ( insegnanti, genitori, catechisti, animatori, adulti … nelle parrocchie, ma più spesso nelle scuole, in collaborazione con associazioni, enti locali, università) – nella cura di sé, nell’acquisizione di competenze affettive, relazionali e comunicative; nell’educazione alla cittadinanza responsabile, alla legalità; nella prevenzione del disagio, nei progetti interculturali. Oggi sono in atto le prime esperienze di brevi e mirati percorsi intergenerazionali, che mettono insieme giovani e adulti a dibattere, discutere, simulare, gestire conflitti, costruire interpretazioni negoziate della realtà che viviamo, progettare interventi nella comunità e sul territorio.

Per approfondire:
• Mario Pollo, La complessificazione della società, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Franco Cambi, Educare nella e per la complessità. Un compito ancora aperto, in “Proposta Educativa” 1/2007
• Vincenzo Lumia, Laicità alla prova, in “Proposta Educativa” 2/2007
• Mirella Arcamone, Don Milani. L’educazione, un laboratorio di laicità, in “Proposta Educativa” 3/2007
• Franco Venturella, Educare nel cambiamento, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Mirella Arcamone, A proposito di “Cura educativa ed affettività”, in “Proposta Educativa” 2/2008
• Antonio Mastantuono, L’educazione fattore di sviluppo… la scelta del prendersi cura, Sussidio annuale Mieac 2008/09, fasc. secondo, Le schede bibliche

La sfida educativa

martedì 24 febbraio 2009

di Franco Miano

«Se educare non è mai stato facile, oggi lo è ancor meno perché non pochi educatori dubitano della possibilità stessa di educare, e dunque rinunciano in partenza al proprio compito». Queste parole, con cui il Cardinal Bagnasco ha introdotto i lavori dell’Assemblea generale della Cei del maggio 2008, mostrano come si assista, nei confronti del compito educativo, ad un atteggiamento timoroso, disfattista, o addirittura catastrofista. Ogni crisi, però, lungi dall’essere un periodo fatto unicamente di ombre, ha in sé la possibilità di divenire un momento innovativo e ricco di creatività. La difficoltà che si vive oggi va colta quindi come un’opportunità per effettuare una riflessione seria, ponderata e stringente sulla questione educativa, trovando nuovi spazi, metodi e linguaggi da sperimentare. L’emergenza, allora, diventa quella che Benedetto XVI ha chiamato «una grande e ineludibile sfida» (Discorso di apertura Convegno Ecclesiale diocesi di Roma, 9.6.2008) che siamo chiamati ad accogliere e che ci deve appassionare.

È la sfida a restituire centralità alla persona, proponendole un progetto di vita significativo e accompagnandola, al contempo con discrezione e autorevolezza, in un percorso da condividere con impegno perseverante e attenta capacità di ascolto, con fedeltà e gratuità. «Di qui l’esigenza che gli adulti ritrovino il coraggio delle proprie convinzioni e sappiano accreditarsi davanti ai giovani come compagni di viaggio avvicinabili e autorevoli» (Comunicato finale Assemblea generale Cei 10.6.2008), per «formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita» (Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi di Roma, 21.1.2008. Appare quindi indispensabile creare una nuova “alleanza” intergenerazionale. Allo stesso tempo, però, occorre un’altrettanto nuova “alleanza” tra agenzie educative, in modo da prospettare una formazione univoca e integrale, che non si riveli un puzzle composto da tanti frammenti difficili da riassemblare.

In questa prospettiva, il contributo dell’Azione Cattolica può essere notevole, significativo e peculiare. La formazione è infatti nel Dna dell’Associazione e ne rappresenta un aspetto costitutivo. Così recita lo Statuto: «L’impegno dell’ACI, essenzialmente religioso apostolico, comprende la evangelizzazione, la santificazione degli uomini, la formazione cristiana delle loro coscienze in modo che riescano ad impregnare dello spirito evangelico le varie comunità ed i vari ambienti» (art. 2). Da ciò si evince come la scelta formativa sia imprescindibile e centrale per l’Associazione.

L’Azione Cattolica può dunque rispondere alla sfida del momento presente mettendo a disposizione la “sapienza educativa” maturata nei suoi 140 anni di storia: una storia indelebilmente segnata da un impegno educativo pensato e vissuto a tutto campo. Di questa storia ha fatto tesoro il Progetto Formativo “Perché sia formato Cristo in voi”, che ricorda, tra l’altro, come il formatore abbia «scelto il servizio educativo non come un impegno fra i tanti, ma come un’esperienza che coinvolge in maniera forte la sua vita, come risposta ad una chiamata al servizio della crescita dei propri fratelli» (n. 7.1), ritenendo incomparabilmente significativa per la trasmissione della fede e per la coltivazione di un’umanità piena la forza della testimonianza umana e cristiana.

L’Associazione ha dunque in questo campo un immenso patrimonio da valorizzare, ma anche da rilanciare, rileggendolo alla luce delle emergenze dell’oggi, sia per realizzare una elaborazione culturale di nuove idee, sia per costruire esperienze interessanti e innovative. Quello che ci anima, infatti, è sempre una profonda, intensa passione per l’uomo e per il futuro, nella consapevolezza che siamo chiamati a dare il nostro contributo, proprio attraverso un’opera educativa che nasce e viene continuamente generata da tale passione: solo chi ama, e allo stesso tempo sente di essere chiamato, educa.

Le priorità dell’ACR

martedì 2 dicembre 2008
di Ufficio centrale ACR

Le indicazioni del documento assembleare rappresentano anche per l’ACR una linea guida precisa che segna le tappe del cammino di questo nuovo triennio indicando gli obiettivi fondamentali da raggiungerre. Proprio perché il volto più caratteristico dell’associazione si vede nell’importanza della formazione dei nostri soci, che permette la crescita personale e comunitaria di ogni aderente, l’ACR cercherà di rendere la propria proposta formativa sempre più ampia e sempre più a misura di ragazzo, con un’attenzione rinnovata alla spiritualità anche dei soci più piccoli, attraverso una serie di strumenti pensati apposta per la loro età, e una necessaria riflessione su alcuni aspetti decisamente prioritari:

1) l’importanza dell’animazione e il protagonismo dei ragazzi, capaci di essere autentici testimoni di santità laicale, come la piccola Nennolina, che sempre accompagna e guida il percorso dell’ACR e ci esorta a non smettere mai di scommettere sui nostri ragazzi, capaci di percorrere le vie della santità del quotidiano;

2) la crescita nella fede che si scopre primo annuncio con i Piccolissimi, che per la prima volta incontrano non solo un’esperienza di gruppo, ma soprattutto un’esperienza di Chiesa, attraverso la quale scoprono la bellezza dell’incontro con Dio. La riflessione sulla “ricerca e riscoperta della fede”, che si indirizzerà in particolare verso le famiglie e quindi anche verso i genitori dei ragazzi e dei bambini dell’ACR, si collocherà accanto a quella che produrranno la Presidenza e il Consiglio nei prossimi mesi;

3) l’impegno per la promozione del bene comune si tradurrà ogni anno, per i bambini e i ragazzi dell’ACR e per i loro educatori, non solo nell’iniziativa del Mese della Pace, che vede coinvolti i ragazzi a sostegno dei loro fratelli più deboli, ma anche nell’attenzione al luogo in cui i ragazzi stessi sono chiamati a portare la loro testimonianza di fede quotidiana.

Fondamentali ci sembrano poi quelle che sono state definite le due condizioni associative: la cura educativa e la cura del legame associativo.

Cura educativa innanzitutto significa non solo formazione degli educatori, ma anche attenzione alla relazione educativa, all’interno dei gruppi e con i singoli ragazzi, in quell’ottica di attenzione continua alla formazione personale che caratterizza le scelte dell’Azione Cattolica. Da qui la necessità, ma anche la richiesta di una riflessione sul modo e i tempi per educare i nostri ragazzi oggi ed essere da loro educati.

Il legame associativo invece cresce avendo cura della vita di gruppo: l’esperienza fondamentale attraverso cui i nostri aderenti sperimentano l’associazione è proprio quella del gruppo, che ci fa vivere relazioni di amicizia e comunione.

Le priorità del Settore Giovani

mercoledì 29 ottobre 2008
di Chiara Finocchietti e Marco Iasevoli*

Per il Consiglio e la Presidenza nazionale il documento assembleare rappresenta un vero e proprio “mandato”. Per questo motivo anche il settore Giovani ha assunto questo testo – nato attraverso un percorso democratico dalle sensibilità di tutte le associazioni diocesane – come strumento primario per la propria programmazione. In particolare, un forte orientamento proviene dalla seconda parte del documento, quello che individua i tre obiettivi prioritari: nel corso del triennio il settore proverà a declinarli guardando alle esigenze dei giovani e dei giovanissimi, ancorandosi al cammino unitario dell’associazione e armonizzandoli con il percorso dei giovani nella Chiesa italiana.

Fondamentale ci sembra l’attenzione a caratterizzare i percorsi formativi dell’AC come strumenti che realmente accompagnino i giovani all’Incontro con il Signore. Sappiamo che l’ordinario associativo risponde a tante fondamentali esigenze del mondo giovanile: quella mai scontata della compagnia, ad esempio, nonché quella di un diretto protagonismo nella vita della Chiesa. Il documento assembleare ci invita però ad un ulteriore scatto in avanti perché ciò che facciamo aiuti a “crescere e maturare nella fede”. Un modo concreto per rispondere a questo obiettivo è il lavoro di rielaborazione che il settore intende svolgere sulla “Regola di vita”, strumento che ha il compito di puntellare il cammino dei giovani e degli adolescenti, e che li aiuta a vivere l’itinerario di fede come un impegno cui essere fedeli.

Sul crinale che unisce “crescita e maturazione della fede” e “primo annuncio” è forte la volontà di rilanciare lo strumento “gruppo” come indispensabile luogo dove si impara a “diventare santi insieme”. Il gruppo, ed è questa l’importante riscoperta che ci attende, è per sua natura luogo missionario, dove si impara l’accoglienza, l’apertura al territorio e alle diverse condizioni esistenziali. L’impegno del settore sulla frontiera della “ricerca e riscoperta della fede”, tuttavia, si inserirà nella più ampia riflessione che il Consiglio e la Presidenza faranno insieme nei prossimi mesi.

La “promozione del bene comune” interesserà il settore da diversi punti di vista: innanzitutto, l’esperienza sempre più da apprezzare e valorizzare del Movimento studenti, vera scuola di partecipazione e passione civica. Parimenti, il legame con il Movimento lavoratori e con la Fuci ci aiuterà a mettere maggiormente a tema le questioni dell’università e del lavoro, e a mediare specie per giovani e giovani-adulti la Dottrina sociale della Chiesa. I prossimi anni ci permetteranno poi di tornare su alcune figure emblematiche dell’impegno civile, come Vittorio Bachelet (nel 2010 ricorrerà il centenario della nascita) e Pier Giorgio Frassati. Con l’aiuto di questi amici intendiamo riscoprire le nostre città. Con tutta l’associazione il settore rifletterà sulla cura educativa, prestando particolare attenzione alla cura degli adolescenti.

La fedeltà al documento, tuttavia, è da esprimersi soprattutto nel rispetto delle due “condizioni associative”, che rappresentano l’infrastruttura per raggiungere i tre obiettivi. Da questo punto di vista, l’impegno di tutti, e non solo del settore, è quello che buone e autentiche relazioni siano la prassi attraverso la quale fare sempre più bella l’AC.

*Vicepresidenti nazionali per il Settore Giovani ACI

cfr. Documento assembleare

Le priorità del Settore Adulti

giovedì 9 ottobre 2008
di Paolo Trionfini*

Il documento assembleare rappresenta la bussola per orientare la rotta dell’Azione Cattolica nel prossimo triennio. Le scelte delineate, infatti, costituiscono un impegno accolto per tradurre, in questo tempo che ci è donato, il «fine generale apostolico della Chiesa», attraverso la ricchezza della tradizione associativa.

Tra gli orientamenti assunti, tre interpellano più direttamente gli adulti.

Innanzitutto, la cura della formazione per «far crescere e maturare la fede», accompagnando le persone lungo tutte le stagioni della vita verso la santità. In questa prospettiva, che va al cuore del “carisma” dell’Azione Cattolica, ci è chiesto un impegno supplementare per dare forma compiuta ai cammini ordinari, che devono arrivare a coinvolgere tutte le fasce di età – dagli adulti-giovani agli adultissimi – investendo sullo “strumento” gruppo. Questo spazio, dentro al quale la cura delle persone, nella loro condizioni di vita, si fa esigente, rappresenta una dimensione privilegiata per mantenere in quota la “qualità” della fede, spingendola verso l’ideale di santità che è proprio di ciascuno laico. Dare forma ai gruppi significa creare una «comunità educante» per rispondere alla chiamata ad «essere santi insieme», nella consapevolezza che non c’è «percorso di santità senza amore alla Chiesa». Al contempo questa tensione rappresenta un ritorno, come investimento fecondo, per rispondere all’«emergenza educativa», che sempre più si prospetta come una sfida da affrontare insieme, in un dialogo intergenerazionale aperto: sarebbe, infatti, riduttivo assumerla come un’attenzione degli adulti verso i giovani, sapendo che il mondo adulto, oltre che “agente” educante, è esso stesso soggetto bisognoso di cura educativa.

La sfida, prima ancora che di una dimensione di “rete”, richiede l’assunzione di una logica di comunione, che – ed è il secondo punto del documento assembleare che interpella più direttamente gli adulti – deve portarci all’«impegno a suscitare percorsi di ricerca e riscoperta della fede». In quest’ottica, le “domande religiose” che “affollano” il nostro tempo vanno non solo accolte, ma provocate nella trama ordinaria della vita, che ci rende compagni di strada con tutti: è, infatti, nella storia che la comunione si fa dono come vita “divisa”. L’associazione, come «comunità educante», deve divenire questo “spazio possibile”, all’interno del quale le relazioni assumono la forma gravitazionale dell’amicizia spirituale.

Questa tensione, peraltro, esprime il profilo “estroverso” dell’Azione Cattolica, che nel documento assembleare – ed è il terzo punto che si intende riprendere – fissa come orizzonte pregnante per il triennio l’«impegno per la promozione del bene comune». In questo caso, siamo chiamati primariamente ad assumere lo stile del discernimento come costante della proposta associativa, per alimentare una spiritualità incarnata, che rende il mondo la casa comune, dove è possibile una convivenza più umana.

*Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti di ACI

Cfr. Documento assembleare

La cura del legame associativo

giovedì 25 settembre 2008
di Luigi Borgiani

Rileggo il punto 10.5 del documento finale della XIII Assemblea.

In poche righe tantissime parole che assumono per noi un grande significato e ci richiamano alla bellezza e alla responsabilità di essere Azione cattolica.

Metto in evidenza alcune di queste parole a partire da: fraternità.

Lo stile che ci fa associazione è profondamente e radicalmente evangelico; non si tratta di stare insieme per far qualcosa ma per vivere una esperienza di comunione; vivere quella esperienza di ecclesialità, di popolo che si ravviva e si intreccia quotidianamente nell’Eucarestia. Il gesto dello spezzare il pane si rinnova ogni giorno tra i mille (molti, molti di più) volti che si fanno poi pane spezzato per la vita della Chiesa e per l’amicizia al mondo.

Vivere lo stile della fraternità non ha confini; la dimensione interiore dell’AC si estende a tutta la Chiesa, il nostro tempo diventa una grande relazione di popolo tra i popoli.

La seconda parola: unitarietà. Termine ricorrente nei nostri appuntamenti, nei nostri discorsi. Termine che ha una tripla valenza. Una intra-associativa, ovvero l’attenzione che poniamo affinché ogni associazione sia UNA pur nella differenziazione dei gruppi, delle età, delle forme. L’unitarietà, anche in questo caso, non è un fatto organizzativo ma dipende dallo stile di fraternità, accoglienza, reciprocità. Dimensioni che si allargano quando pensiamo che una associazione UNA può diventare luogo di incontro per tutte quelle persone che in qualche modo vivono attorno, ai margini dell’associazione. Mi riferisco alla grande opportunità di relazione con i genitori dei ragazzi, dei giovanissimi, con gli anziani, con tutti coloro che definiamo “simpatizzanti”, la cui simpatia deriva dal vedere una associazione unita nelle diversità. Su questo aspetto c’è ancora molto da fare ma esistono le condizioni e le intuizioni per camminar veloci.

La seconda valenza dell’unitarietà è di tipo “mondiale”. Vale la pena ricordare la diffusione dell’AC in tutti i continenti. La diversità quindi non solo di gruppi, di età o altro, ma la diversità di popolo, di culture diverse ma che si ritrovano in un’unica vocazione, in un’unica scelta: quella di servire ovunque l’unico Maestro. Nell’epoca della globalità, dell’intreccio di popoli, il volto multiforme dell’AC è una ricchezza, una grande opportunità (specie in ordine alla questione dei fenomeni migratori) che nasce, si impara e cresce a partire da una apertura che non ci permette di considerare mai un problema, una questione, una proposta circoscritta e riferita ad un singolo settore, ad una fascia di età, ad una singola associazione.

Una terza valenza legata all’unitarietà è quella relativa alla interazione dei vari livelli associativi. Parrocchia, diocesi, regione non devono mai essere slegate; non è questione di gradini o di efficienza organizzativa: sono i fili di una rete che, valorizzando tutte le opportunità di incontro, di conoscenza, di scambio e di amicizia, ci aiutano ad essere AC e ad essere per la Chiesa. Lo stile di comunione e fraternità che fa UNA l’associazione è garanzia di identità, di completezza, di continuità ma soprattutto è garanzia di esperienza missionaria.

Un’ultima parola: popolarità. E’ il volto di una associazione aperta che vive dell’apporto di tutti, che si completa e vive con le diverse competenze, disponibilità senza mai escludere. Sappiamo che la proposta formativa dell’AC coinvolge molte più persone di quelle che effettivamente aderiscono, sappiamo che i nostri testi sono ampiamente utilizzati. Questo significa apprezzamento e fiducia che vanno al di là della semplice utilità ma contemplano uno stile, un modo di vivere la Chiesa, che si manifesta non solo all’interno ma anche all’esterno e che sempre più vede l’AC protagonista di comunionalità tra le varie realtà aggregative -locali e a livello mondiale- di collaborazione sociale nello spirito del manifesto al Paese: incontro alla gente, nel segno di un ethos condiviso, secondo uno spirito di autentica laicità, ricercando un’armonia sempre possibile tra piazze e campanili.

Cfr. Documento assembleare n. 10.5

La cura della formazione

martedì 9 settembre 2008
di Giuseppe Notarstefano

Abbiamo riscoperto in questi ultimi anni una parola d’ordine della tradizione associativa: “cura”. Essa indica uno stile che proviene da quella scelta educativa che è un costitutivo, una ragione d’essere dell’Azione Cattolica Italiana.

Cura e accompagnamento, insieme a progetto ed itinerario, sono le parole che definiscono la cifra dello stile formativo che l’associazione ha indicato nel Progetto Formativo, segno del rinnovamento associativo degli ultimi anni.

La dimensione della cura si associa con la scelta del primato della persona e con l’idea centrale della formazione come esperienza della coscienza personale: “formazione è essere disposti a prendere in mano la propria vita (PF p. 22)”.

Tale cura si sostanzia nell’attenzione alle età e alle condizioni della vita delle persone, al ritmo quotidiano con cui si articolano gli itinerari, all’attenzione verso i linguaggi e la comunicazione che diventa motivo di ricerca e di continua riflessione per l’associazione tutta.

La cura si associa anche alla responsabilità: essa è attenzione generale che deve trasparire in ogni passaggio e scelta associativa, ed è anche una “meta” che guida ogni persona che sceglie il progetto associativo quale percorso possibile di vita cristiana, vissuta nella pienezza della condizione laicale.

Nella prospettiva della riflessione pastorale che si sta dischiudendo in questa stagione della vita delle nostre diocesi, la responsabilità educativa diventa una sorta di parola d’ordine, è avvertita come una urgenza e rimanda al “gravissimo compito” che è proprio di tutta la Comunità cristiana.

L’AC è “pronta” – come ha affermato il presidente Franco Miano – a raccogliere questa sfida e a giocarla sino in fondo, nella profondità dell’esperienza associativa e nella fedeltà che l’associazione testimonia nel giorno per giorno della vita delle nostre chiese particolari.

Si tratta di un compito da vivere con fedeltà e creatività, in ascolto paziente dei segni dei tempi, ponendo la centralità del Vangelo di Cristo alla base del proprio impegno educativo: al cuore del nuovo progetto formativo vi è proprio la consapevolezza che la formazione cristiana oggi vada pensata e progettata a partire da una spiritualità evangelica radicale e radicata nella pratica rigorosa delle virtù umane più autentiche.

Ciò richiede formazione, formazione e ancora formazione. Con rinnovato coraggio ed entusiasmo progettuale, la XIII Assemblea nazionale ha rilanciato, con il suo documento per il triennio, l’impegno formativo dell’associazione declinandolo ed articolandolo in una pluralità di forme e strumenti: il sostegno alla formazione ordinaria ed agli itinerari formativi, la ripresa della formazione sociale, il rilancio di nuove alleanze educative sul territorio, il coinvolgimento della famiglia nei percorsi educativi, solo per citare alcune modalità indicate dallo stesso documento.

Una attenzione che diventa un vero e proprio “orizzonte” della programmazione associativa del prossimo triennio che trae forza dall’incoraggiamento delle parole di papa Benedetto XVI nel saluto rivolto ai partecipanti al grande raduno nazionale svoltosi a Roma in occasione del centoquarantesimo della fondazione dell’ACI: “Ciò sarà certamente possibile se l’Azione Cattolica continuerà a mantenersi fedele alle proprie profonde radici di fede, nutrite da un’adesione piena alla Parola di Dio, da un amore incondizionato alla Chiesa, da una partecipazione vigile alla vita civile e da un costante impegno formativo”.

Cfr. Documento assembleare n. 10.4

In cerca del bene comune

venerdì 29 agosto 2008

di Lucio Turra*

“L’Azione Cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini [...] Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; ed insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale, della convivenza civile”. (Vittorio Bachelet, Il Servizio è la gioia. Scritti associativi ed ecclesiali (1959-1973), a cura di Mario Casella, Ed.AVE, Roma, 1992, pag. 38)

Con queste parole Vittorio Bachelet ha sintetizzato, nel lontano 1964, in una dichiarazione televisiva, il compito dell’Azione Cattolica. Nello spirito di queste parole che hanno un sapore di grande attualità, l’Azione Cattolica Italiana dichiara, nel documento della XIII Assemblea Nazionale, il proprio impegno a servizio del bene comune.

L’impegno per la promozione del bene comune è innanzitutto una scelta di missionarietà per tutta l’ACI e per tutti i fedeli laici impegnati ad essere testimoni del Vangelo, ad essere “cittadini degni del Vangelo”.

E per essere davvero testimoni del Vangelo, in un mondo in continuo cambiamento, dobbiamo amare il mondo nel quale oggi ci troviamo a vivere; amare le persone che incontriamo, specie quelle più in difficoltà; amare il territorio in quanto luogo primario di una convivenza non solo civile ma conviviale.

Innanzitutto è importante cogliere dal cammino della Chiesa Italiana, dal Convegno di Verona alla Settimana Sociale, che il bene comune è quello di tutti, quello possibile. Lo stile, nel presentare i contenuti su questo ambito vasto della vita delle persone, è quello della concretezza e della quotidianità. Dall’altro la prospettiva è quella di guardare al mondo, spesso nelle sue pieghe drammatiche, problematiche e tristi, con umanità.

Oggi più che mai la priorità è quella di spendersi nella città e nella storia, come dice il documento finale, avendo cura di riferirsi a quel patrimonio unitario di valori irrinunciabili per costruire relazioni vere di rispetto reciproco, di dialogo, di affermazione della profondità di talune scelte frutto di un discernimento evangelico costante. E questo lo si fa sapendo che la scelta di spendersi per la città e la storia è prima di tutto una scelta culturale e di formazione.

Accanto a questo, l’ACI ha la responsabilità di attuare i propri impegni, offrendo un qualificato contributo al discernimento e alla manifestazione del pensiero con i linguaggi dell’oggi. Attraverso questo servizio l’ACI vuol far emergere la popolarità dell’esperienza di tanti fedeli laici credenti associati, sapendo che oggi conta molto la capacità di fare breccia nel pensiero della gente, di fare, insomma, opinione tra le gente.

*Presidente diocesano ACI di Vicenza

cfr. Documento Assembleare n. 10.3

Le forme del primo annuncio

martedì 19 agosto 2008
di Alessandra Migliara*

L’evangelizzazione è certamente la vocazione primaria dell’Azione Cattolica. “L’AC – dice il Progetto Formativo – è nata per evangelizzare: l’annuncio di Cristo come l’unico Salvatore del mondo è il pensiero fisso che anima la sua preghiera, motiva la sua azione, qualifica la sua formazione; e come un tempo si è fatta carico della cura della fede di quanti avevano compiuto una scelta di vita cristiana, oggi essa intende farsi carico della non fede, o della fede incerta, di tanti.” (Pf 5.5). Anche le Linee guida per gli itinerari formativi richiamano l’attenzione su percorsi di riscoperta della fede per giovani e adulti. L’Associazione, che in passato ha già riflettuto sull’importanza del primo annuncio e sulle sue possibili forme, vuole adesso attraverso il Documento assembleare rilanciare questo impegno e provare a individuare delle strade percorribili affinché il progetto possa concretizzarsi nella vita associativa attraverso percorsi di ricerca e riscoperta della fede per tutti coloro che ne sono attualmente lontani.

Ecco dunque quali sono gli aspetti maggiormente evidenziati nel documento.

Innanzitutto, la proposta di primo annuncio non può non partire dalla “dimensione umana della vita”, cioè dalle domande di senso che abitano in ognuno di noi. E’ questo il primo terreno comune nel quale possiamo incontrare l’altro, nell’ascolto attento e nella condivisione discreta del suo mondo interiore, nel quale è già presente e viva, oppure è sopita e nascosta (ma pur sempre presente!) la ricerca di Dio. Come ci ha ricordato Luigi Alici, “ciò che conta non è catturare le persone per portarle a casa nostra, ma aiutarle umilmente a tornare, prima di tutto, a casa propria.” (Luigi Alici, Relazione alla XIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana). Il Documento assembleare riconosce inoltre a colui che “riceve” il primo annuncio un ruolo assolutamente centrale, da protagonista: l’Azione Cattolica è chiamata ad essere una comunità educante “accogliente”, nella quale ognuno, pur nella sua diversità e con differenti storie personali alle spalle, può sentirsi coinvolto in un autentico processo di confronto e ricerca.

Ma per poter far questo l’Associazione deve avere “occhi e orecchi aperti sulla realtà del mondo”, un mondo in trasformazione nel quale la fede non fa più parte del patrimonio condiviso e trasmesso attraverso le generazioni e bisogna individuare nuove forme di evangelizzazione e nuovi linguaggi. In particolare il nostro compito e la nostra specificità di laici si esplicano nel “portare il Vangelo a contatto della vita” (cfr. Progetto formativo, Introduzione n. 4), cioè nel vivere nella quotidianità, negli ambienti di vita, la nostra fedeltà al Vangelo.

Vengono infine delineate delle modalità e degli strumenti concreti, i cui elementi comuni sono: un rinnovato slancio missionario, che deve esprimersi soprattutto negli ambienti di vita e attraverso progetti di solidarietà condivisi; una lettura critica alla realtà, che valorizzi le domande di vita e che comprenda il ricorso ai linguaggi della cultura; una rinnovata riflessione sui temi del primo annuncio e una più feconda circolazione di idee e di esperienze che potrebbero poi confluire in un sussidio.

* Incaricata regionale MSAC della Sicilia

cfr. Documento Assembleare n. 10.1

Le forme della missione

martedì 5 agosto 2008
di Enza Capizzi

La terza parte del documento assembleare declina quella che da sempre è la scelta fondamentale della nostra associazione: il primato della fede. È importante tenerlo ben presente, perché sia il nostro sì a Dio a dare senso, illuminare e dare sostanza al nostro sì all’uomo. Per questo leggiamo questa parte del documento come un invito concreto a tradurre in vita, personale prima e associativa poi, la nostra scelta fondamentale. La passione educativa, il tempo, la preghiera, l’esperienza e la generosità di chi condivide il sogno dell’AC, saprà adattare al passo della propria realtà locale gli input ricevuti.

Leggendo gli obiettivi prioritari che come AC ci siamo dati per questo triennio, a partire dalla condivisione tra le diocesi e dall’elaborazione assembleare, emerge chiaramente quanto ci stia a cuore l’attenzione alla persona a partire dalla dimensione più profonda e più arricchente: il suo rapporto con Dio incarnato nella storia.

Se è vero che abbiamo veduto e udito, che dall’Incontro traiamo linfa vitale e abbiamo sperimentato che quella di Dio è l’unica strada che porta alla felicità, allora vivere e custodire la fede diventa la cosa più preziosa che abbiamo e per questo la prima forma di missione; nasce così spontaneo il desiderio di raccontare al mondo questo Incontro, con le parole della vita, perché tanti possano fare questa stessa esperienza di libertà, di vita, di responsabilità che riempie di senso.

Su questo vale la pena fermarsi ed ascoltarsi per confrontarsi con se stessi prima e con i fratelli poi, per schivare la tentazione che ad aver bisogno di cura siano solo gli altri, come se noi non avessimo tempo perché occupati nelle attività…

Per impegnarsi a sostenere la fede occorre sapersi mettere in discussione, “sapere” per esperienza personale, occorre la pazienza di Dio, occorre vivere l’ascolto, la condivisione, occorre non aver paura della verità di noi stessi, e di metterci in gioco: nessuna sovrastruttura ci è chiesta, niente di artificioso dobbiamo ricercare ma solo la nostra vera, profonda identità.

Ecco allora che le modalità e gli strumenti suggeriti nel Documento acquistano senso e si intrecciano tra loro come pezzi di un puzzle organico, armonioso, “funzionale” alla vita e ai bisogni nostri e delle persone che ci camminano a fianco.

Conoscere e mettersi in ascolto di chi ha vissuto la misura alta della vita cristiana e ci dice con la forza di una vita vissuta che “ne vale la pena!” sarà allora scuola di speranza (punto a); pensare insieme a cosa può essere utile per vivere senza sconti la Parola di vita che promette la felicità qui e ora darà forma alla Regola di Vita (punto b); promuovere spazi di incontro privilegiato con Dio e la sua Parola sarà conseguenza naturale del nostro stile di vita (punto c e d); rivedere la formazione e usare bene tutti i luoghi e i tempi che l’esperienza associativa ci regala vorrà dire non dare per scontato modi di fare e proposte, ma partire sempre da un ascolto dei bisogni e delle realtà, da un’analisi profonda di cosa comunichiamo, di come lo facciamo e a chi (punto e, f, g, h, i).

Fedeli a noi stessi sulle orme del Vangelo: così si diventa cittadini degni del vangelo e…né alla fine del triennio, né alla fine della vita riceveremo un attestato di cittadinanza, ma sarà il nostro sguardo libero e felice che dirà la nostra cittadinanza e l’”efficacia” della nostra missione.

cfr. Documento assembleare n. 10 (in particolare n. 10.2)

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