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Archivio della Categoria 'L’editoriale'

AC on line

sabato 20 giugno 2009
di Nicola La Sala

Viviamo ormai in una realtà mediale complessa e in continuo mutamento, in cui i processi di digitalizzazione e convergenza stanno sfumando i tradizionali confini del sistema della comunicazione, favorendo nuove forme e modalità di consumo, ma soprattutto nuovi approcci teorici allo studio dei media. Internet rappresenta, in questa prospettiva, la sintesi più significativa delle recenti trasformazioni tecnologiche e culturali, consentendo, da un lato, il libero intreccio di flussi mediali su una stessa piattaforma, e, dall’altro, il proliferare incessante di molteplici ambiti esperienziali. È ormai, infatti, dimostrato che la frequente interazione tra comunicazione on line e off line rafforza le relazioni interpersonali, potenzia il livello emotivo dei contatti, àncora maggiormente le persone al proprio gruppo sociale. La Rete si affianca ai contesti di vita quotidiani, si mescola in essi e contribuisce alla costruzione della propria epistemologia personale, della propria esistenza, reputazione e credibilità. Tutto ciò rende sempre più pervasivo l’impatto dei media nella vita delle persone, concorrendo a far circolare una molteplicità di riferimenti culturali e di differenti universi simbolici attorno ai quali, molto spesso, si organizza l’esperienza individuale e collettiva.

Questi spunti teorici hanno guidato la riflessione e il confronto in uno dei laboratori proposti all’ultimo convegno nazionale delle presidenze, in cui si è focalizzata l’attenzione, principalmente, sulle nuove sfide lanciate da questi recenti fenomeni comunicativi. Molte sono state le questioni sollevate e i nodi problematici individuati che sembrano più insistentemente sollecitare il nostro impegno educativo. Innanzitutto, la sfida della partecipazione: Internet offre agli esseri umani, infatti, la possibilità di prendere la parola, di esprimere il proprio punto di vista e il proprio pensiero senza la mediazione di terzi. Per questo motivo se, da un lato, è opportuno continuare il percorso intrapreso, rafforzando tutte le iniziative che vanno in questa direzione, dall’altro, è necessario, soprattutto a livello diocesano, formare le persone ai linguaggi di queste nuove tecnologie per raccontare e raccontarsi con forme espressive diverse e non perdere l’opportunità di manifestare la propria opinione. Ancora, un altro nodo centrale è rappresentato dal proliferare dei social networks; oggi, infatti, accanto ai consueti luoghi di incontro e relazionalità, si stanno diffondendo nuove forme comunitarie, al cui interno soprattutto le giovani generazioni conducono parte della propria esistenza. In tal senso, è importante “abitare” questi ambienti della Rete e capire cha accanto alla significativa ed essenziale forma tradizionale del gruppo, i nostri ragazzi, giovani e anche tanti adulti sperimentano differenti modalità di condivisione che non bisogna sottovalutare o ricusare. Infine, è emersa con forza la necessità di coniugare, come già da alcuni anni si sta facendo, la tradizione del nostro carisma formativo con i codici comunicativi dei new media. Da un lato, è indispensabile integrare sempre di più i nostri percorsi educativi con questi innovativi sistemi espressivi; dall’altro, provare a creare “luoghi dinamici” di formazione che possano essere funzionali alla continua ed incessante mobilità delle persone.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Internet e nuove tecnologie” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Un’Ac che valorizza le competenze di ciascuno

mercoledì 10 giugno 2009
di Giuseppe Pantuliano

La globalizzazione dei mercati nelle società post-industriali comporta una radicale modifica dei processi lavorativi e delle strutture cognitive di supporto. Se le continue trasformazioni richiedono ai lavoratori la rimodulazione di abilità e comportamenti per garantire efficacia professionale, alle organizzazioni appare sempre più chiaro che solo valorizzando l’intelligenza complessiva della persona è possibile massimizzare i risultati.

Gli spunti che seguono sono suggestioni raccolte dalla frequentazione quotidiana dei luoghi tipici dentro i quali si consuma il rapporto tra vita associativa e vissuti professionali, talvolta in modo schizofrenico, e intendono non chiudere ma aprire l’argomento alla riflessione comune.

Una prima considerazione riguarda l’attenzione accordata dalle organizzazioni aziendali ad istanze prima alquanto sottovalutate: formazione permanente, ricerca di valore nella performance, presidio della sfera relazionale e non più solo di quella meramente specialistica, riconoscimento del cosiddetto capitale umano quale fattore competitivo determinante. Tutte cose che, ancorché pensate in termini strumentali, indicano comunque un cambiamento di prospettiva ed un’opportunità da cogliere.

Un secondo pensiero attiene alla differenziazione tra professioni esercitate a titolo individuale, sempre più specializzate e parcellizzate, ed attività professionali svolte all’interno di contesti strutturati, tendenzialmente sempre più generiche ed indefinite. Questa nuova realtà, nel minare il tradizionale senso di affiliazione al marchio, fa emergere un sentimento di appartenenza più orientato al mestiere svolto. In un’epoca segnata da repentini cambiamenti e da irrequietezza dei sistemi economici, conta più la personale competenza che il legame con un’organizzazione che potrebbe non esserci più da un momento all’altro.

Un terzo spaccato fa riferimento proprio alla condizione di precarietà dell’attuale scenario lavorativo, che alimenta atteggiamenti di separazione tra la vita personale e un vissuto professionale sempre più svuotato di coinvolgimento emotivo.

La nostra Associazione non può trascurare il problema di uno status che rischia di compromettere l’equilibrio complessivo della persona nel suo rapporto col mondo e finisce per intaccare la stessa adesione ad una fede per sua natura votata ad incarnarsi nelle concrete situazioni della vita. In tal senso, la professione costituisce un ambito esperienziale privilegiato per esercitare le virtù cristiane: passione, impegno, responsabilità, relazionalità, sono atteggiamenti maturati nel solco associativo che traducono l’istanza cristiana in cifra umana tangibile. Etica del lavoro ed etica nel lavoro costituiscono oggi due requisiti testimoniali decisivi per qualsiasi azione tesa ad impregnare evangelicamente non tanto gli ambienti quanto le nostre relazioni con essi.

In tale prospettiva, valorizzare nei circuiti associativi ordinari le competenze professionali di aderenti e simpatizzanti, come pure offrire all’esterno quelle educative e relazionali maturate in AC, rafforza la nostra capacità aggregativa ed insieme porta nuova linfa vitale nel tessuto associativo. Questo patrimonio di esperienza antica, ricco di riferimenti etico-culturali, di attitudine formativa e sapienza progettuale, va reso conoscibile, disponibile e fruibile nella vita della Chiesa e nella società civile, anche attraverso la costruzioni di reti e l’elaborazione di progetti rivolti al territorio.

Tra le pieghe e le piaghe della società “mobile” occorre ridare senso unitario alla vita quotidiana e concreta, recuperare l’istanza di fondo che restituisce spessore alla dimensione lavorativa e orientare le spinte ad una generica “autorealizzazione” verso il contenuto etico di un servizio reso attraverso le professioni, che non sono mai per se stesse, ma sempre per e con l’altro.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Professioni” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Un’AC che educa al lavoro

venerdì 22 maggio 2009

di Paola De Lena

La domanda di fondo è una: come l’Azione Cattolica può accompagnare i giovani e gli adulti nella ricerca di un senso del lavoro? In un tempo in cui i giovani vivono l’esperienza della precarietà che taglia le gambe ai sogni e all’avvenire e in cui gli adulti, troppo spesso padri di famiglia, perdono il lavoro da un giorno all’altro, come può l’associazione farsi compagna di viaggio?

Alcune risposte emergono con forza dal laboratorio su “Lavoro e precarietà” tenutosi durante il Convegno delle Presidenze diocesane “Chi ama educa”. Una prima risposta è quella della centralità della persona: una caratteristica peculiare dell’AC e della Chiesa tutta che si esprime con maggiore forza quando si tratta di lavoro. Perché una cosa è chiara: la risposta da dare non è al lavoro in sé, ma all’uomo. E allora, in quest’ottica che è e deve rimanere il nostro punto di forza, ben vengano tutte le iniziative che le diocesi e le parrocchie mettono in campo per affrontare questo tema. Parlare di lavoro deve diventare un’attenzione costante all’interno dei nostri cammini ordinari perché questo aiuta a riscoprirci come compartecipi dell’opera creatrice di Dio e permette di ridare un senso ad un’esperienza, quella lavorativa, a volte bistrattata a causa dell’attuale contesto socio – economico.

Emerge da più parti, poi, la necessità di fare rete sul territorio con le altre associazioni, con i movimenti o con gli enti che si occupano di lavoro e laddove la rete non sia presente potrebbe essere l’AC stessa a farsene promotrice perché la Chiesa, forte della sua Dottrina Sociale e del contatto costante con la vita quotidiana dell’uomo, può rappresentare un volano per portare questo tema all’attenzione di tanti e pensare dei percorsi che aiutino le parrocchie in questo senso. L’esperienza del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, da promuovere nelle diocesi, è una ricchezza in più attraverso la quale si esprime l’attenzione dell’associazione tutta al lavoro.

In questo contesto, va senza dubbio sottolineata la cura della dimensione vocazionale: con quale criterio i giovani si avvicinano al mondo del lavoro? Quello del guadagno e della carriera? Quello della realizzazione personale? Quello del “Va bene un qualsiasi lavoro, tanto la vita vera inizia dopo quelle otto ore”? Il nostro accompagnare i giovani nell’accogliere il disegno di Dio nella propria vita non può prescindere anche da un serio discernimento sul proprio futuro lavorativo. Per questo si è pensato, sulla scia di alcune esperienze già svolte a livello diocesano o regionale, che potrebbero essere utili per i giovani incontri residenziali in cui, alla dimensione vocazionale e spirituale, si unisca una dimensione di carattere “tecnico” con esperti delle organizzazioni del mondo del lavoro che presentino le caratteristiche del territorio di riferimento, che aiutino a svolgere il bilancio di competenze o che spieghino come si compila un curriculum vitae. L’obiettivo, dunque, è quello di fornire ai giovani gli strumenti per orientarsi nel mondo del lavoro: un’utile collaborazione può venire dalla rete del Progetto Policoro, progetto organico della Chiesa italiana, che cerca di dare una risposta concreta al problema della disoccupazione accompagnando i giovani che desiderano aprire imprese o cooperative, nell’ottica più ampia della creazione di una nuova cultura del lavoro.

Attenzione alla persona, discernimento e progettualità, sono allora i punti fondamentali attraverso i quali tenere viva l’attenzione al tema del lavoro, certi che l’educazione passa soprattutto attraverso questi preziosi elementi.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Lavoro e precarietà” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Educare, ad ogni età

mercoledì 6 maggio 2009

di Settore Giovani ACI

Il rischio che si corre quando si parla di “emergenza educativa” è quello di ridurre l’intero discorso alla “questione giovanile” e, in qualche modo, considerare i giovani stessi come i principali destinatari di una rinnovata cura educativa.

In realtà, sia dalle parole di Benedetto XVI, sia dalle parole del card. Angelo Bagnasco, ricaviamo che per “emergenza educativa” intendiamo un processo che riguarda tutto l’uomo e tutti gli uomini, e che non concerne tanto la soluzione di alcuni comportamenti delle nuove generazioni, quanto piuttosto l’idea stessa di persona che va maturando in seno alle società occidentali.

Per questo motivo, occorre evitare che, per l’ennesima volta, i giovani vengano considerati il “caso” da risolvere, la categoria sulla quale dovrebbero concentrarsi tutti gli sforzi educativi della società contemporanea.

I fatti ci dicono invece che una rinnovata cura della persona deve coinvolgere allo stesso modo adulti, giovani e ragazzi. Uno sforzo unico e complessivo, nel quale i giovani non solo non sono “oggetto”, ma possono essere addirittura “soggetto educativo”.

Proprio l’esperienza associativa ci mostra il volto di giovani educatori, che volentieri si prestano al servizio verso i loro pari, gli adolescenti e i ragazzi. Allo stesso modo, allargando lo sguardo, i giovani si fanno spesso promotori, nell’intera società civile, di valori e ideali che proprio le generazioni precedenti sembrano aver smarrito o messo da parte. Anche degli adolescenti, dei quali pure preoccupano i vuoti affettivi, occorre fornire letture più obiettive e razionali, meno enfatiche e drammatizzanti: c’è tanto di buono nel vissuto dei ragazzi.

Questo non vuol dire che non ci siano alcuni aspetti particolari per i quali è richiesta un’intenzionalità educativa verso i giovani e i giovanissimi. Ne elenchiamo solo alcuni prioritari.

Partiamo dagli adolescenti: prioritario appare il campo di una sana affettività e corporeità, da sviluppare soprattutto in un processo di riappacificazione interiore e con gli altri, e quindi di consapevolezza etica. Spesso le ferite e le fratture sono nell’ambiente domestico, in famiglia, o dove passano la maggior parte delle ore, a scuola. I giovanissimi vanno accompagnati ad acquisire la consapevolezza che il loro corpo è “tempio dello Spirito” come diceva San Paolo, e che non c’è separazione tra spiritualità e vita di tutti i giorni. La cura educativa verso i giovanissimi richiede un accompagnamento davvero personale, che aiuti il ragazzo a vivere questa spiritualità incarnata, a “mettere in fila” e leggere tutto ciò che costituisce la sua vita, e soprattutto a dare senso a piccole e grandi ferite.

Per gli adolescenti appare poi essenziale un supporto alla comprensione di tutti i media, ma in particolare di quelli virtuali. Non un “codice” o una lista di cose da fare o non fare, ma un’attrezzatura che permetta di distinguere e padroneggiare, di esprimere e tutelare la propria personalità. Come ci ricorda il Santo Padre nel messaggio per la XLII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali “i media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale”. Sta ai più giovani, vicini per età e per cultura all’utilizzo delle nuove tecnologie, essere protagonisti dell’evangelizzazione di questi luoghi virtuali, perché possano essere “al servizio della persona e del bene comune e favoriscano la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore”(ibid.).

Lo spirito degli adolescenti, poi, così pronto a infiammarsi per i grandi ideali di giustizia e di pace, richiederebbe un po’ di coraggio in più nel proporre itinerari di partecipazione, di servizio agli ultimi e di attenzione al mondo.

Sullo sfondo di tutti questi temi c’è il vissuto scolastico: la scelta dello studio va presentata soprattutto in termini di valorizzazione dei propri talenti per la costruzione di una società più bella e giusta; e la propria scuola deve diventare la prima vera palestra di partecipazione e di servizio agli altri, per sviluppare un autentico senso di cittadinanza.

Nel vissuto dei giovani, invece, prioritario appare il tema del progetto di vita, inteso in senso vocazionale. Quali scelte per il mio domani? In base a quali elementi? Come fare unità nella mia vita di tutte le esperienze che vivo? Il contesto di profonda confusione socio-economica non aiuta, e anzi spesso porta a compiere scelte apparentemente più fruttuose. Il cuore di una rinnovata cura educativa verso i giovani è nell’aiutarli al discernimento, come prassi laica e di fede per affrontare con pienezza la vita.

Estremamente importante è anche fornire ai giovani strumenti per interpretare la politica, la cultura, l’economia. La sfida è quella di formare giovani che sappiano portare una testimonianza cristiana significativa, declinando in azioni concrete il rispetto dei quattro pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa: dignità e centralità della persona, solidarietà, sussidiarietà e bene comune. L’appello di Benedetto XVI a Cagliari per una “nuova generazione di laici” che sappia evangelizzare questi ambienti richiede il confluire di tutte le agenzie educative, università in testa, perché ai giovani vengano date le vere competenze umane e professionali per costruire un futuro diverso.

Altra priorità è l’educazione ai propri diritti e a quelli degli altri, specie nel campo del lavoro, e alla partecipazione attiva alla vita dei propri territori, come esercizio di laicità quotidiana. Proprio dei giovani è anche questa apertura al mondo, al senso della scoperta: questo ci spinge ad essere più coraggiosi nella proposta di percorsi formativi che guardino oltre il proprio naso. Come giovani siamo chiamati a dare una testimonianza nel mondo che sia segno dell’amore di Dio, stando attenti a non confondere per carità ciò che è dovuto per giustizia: “vi riconosceranno da come vi amerete” (Gv 13,35).

In questo cammino di testimonianza possiamo farci orientare dalle quattro parole che Giovanni Paolo II consegnò al Corpo diplomatico il 10 gennaio 2005 come le quattro sfide ancora aperte per l’umanità: garantire a tutti gli uomini vita, pane, pace, libertà.

Evidentemente trasversale a tutte queste priorità, sia per i giovani sia per i giovanissimi, è la famiglia. Un’attenzione che si declina in tanti modi: per i giovanissimi è soprattutto l’attenzione a che in famiglia avverta un affetto concreto; per i giovani è l’attenzione alla costruzione di un progetto di vita che lo conduca all’età adulta, è l’attenzione al fidanzamento come condizione importante del presente, e non solo in chiave futura.

A queste sfide educative l’Ac si presenta con un patrimonio ampio: già di per sé sono educative la scelta della formazione ordinaria, della vita associativa (con i suoi aspetti democratici e intergenerazionali) e della vita di gruppo. Ma lo sono anche i tanti e diversi percorsi di educazione al servizio. La dimensione internazionale, che educa ad una cittadinanza globale e solidale, che sappia accettare la diversità (altra sfida educativa non di poco rilievo per i giovani e per tutti). Il rinnovato sforzo per il bene comune, a tutti i livelli. La cura perché la vita associativa sia un’esperienza che abbia il sapore di famiglia e sappia coinvolgere le famiglie.

L’educazione nella società liquida

mercoledì 29 aprile 2009

di Carlo Cirotto*

Il termine ‘liquido’, nel suo significato originario, fa riferimento a quel particolare stato della materia che è caratterizzato dalla mancanza di forma. La medesima parola, tuttavia, viene usata sempre più di frequente anche in senso metaforico per indicare la caratteristica fondamentale della temperie culturale odierna.

Dopo Bauman, parlare di ‘liquidità” della cultura è quasi d’obbligo e di certo non si potrebbe trovare un termine che meglio esprima la realtà dei fatti (1). In realtà, la mancanza della forma nei liquidi è dovuta al fatto che le loro molecole si trovano in continua agitazione, scivolando le une sulle altre e cambiando continuamente di posizione. All’opposto c’è lo stato solido che invece ha una forma ben definita: le sue particelle sono incasellate con grande ordine in posizioni precise dello spazio e da lì non possono allontanarsi. E’ necessario aumentare la temperatura per liberarle dalla fissità delle loro posizioni, favorendo così il passaggio da solido a liquido.

Definire ‘liquida’ la situazione attuale della cultura equivale ad affermare che i significati e i valori del suo patrimonio hanno perso la loro antica strutturazione; non costituiscono più un sistema ordinato e riconoscibile ma si comportano come tante realtà quasi totalmente separate. È come se la temperatura culturale si fosse innalzata determinando così l’ingresso del disordine.

In un tale stato di rimescolamento e confusione, non desta meraviglia che l’educazione sia la prima attività a pagare lo scotto. Educare, infatti, significa proporre alle giovani generazioni quei sistemi di significati e di valori che costituiscono l’elaborato culturale delle generazioni precedenti. L’attuale generazione degli educatori, però, ha vissuto sulla propria pelle proprio il veloce processo di liquefazione. Quali elementi, allora, potrà lasciare in eredità ai giovani? Non di certo le grandi strutture culturali che, considerate in crisi, tendono a perdere di importanza. Rimangono, come tante monadi, i loro elementi scollegati e sono essi che di fatto vengono trasmessi insieme alle nuove acquisizioni.

È emblematica, a tal proposito, la tendenza che si va affermando nell’insegnamento scolastico. Si forniscono ai discenti gli elementi separati, lasciando agli stessi il compito di unificarli in visioni organiche, che però neanche i docenti sono in grado di suggerire. Almeno in teoria, il miracolo potrebbe verificarsi. Anche per le migliori intuizioni c’è sempre una prima volta e non è da escludere che possa avvenire in una mente giovane. Questo comportamento però è assai distante da ciò che si intende per educazione: trasmissione non tanto di singoli elementi quanto di sistemi culturali in grado di unificarli.

L’attività delle agenzie educative risente pesantemente della crisi antropologica che stiamo vivendo. L’uomo, dopo aver accumulato un enorme numero di conoscenze che lo riguardano, vede se stesso come un inestricabile nodo viario su cui confluisce un’infinità di percorsi conoscitivi.

È allora necessario lavorare ad un nuovo umanesimo che tenga conto delle tante, nuove conoscenze sull’uomo e sappia organizzarle in unità (2). Impegno di immensa portata, per concludere il quale non saranno di certo sufficienti né la presente né la futura generazione.

Tuttavia, mentre si lavora a questo progetto e fino a quando non sia raggiunta la meta, come educare le giovani generazioni? Che cosa trasmettere loro?

La risposta non pare difficile: si deve trasmettere la tensione al raggiungimento della meta, al conseguimento dello scopo. Il difficile sta nel determinare come ciò vada fatto. E’ evidente che non si può rinunciare, tout court, alla trasmissione delle conoscenze parziali, specialistiche raggiunte finora perché esse costituiscono i materiali da integrare. Come allora impedire che le giovani generazioni cadano preda dello sconforto o, peggio, del relativismo? La via d’uscita non può essere che una: coinvolgerle nell’impresa, prospettando loro con chiarezza il problema e proponendo una collaborazione attiva.

È superfluo sottolineare che, poiché la via da seguire la si scopre solo percorrendola, rivestono non poca importanza il coinvolgimento anche emotivo dei giovani, le comunicazioni non verbali e la testimonianza di vita degli adulti.

*Presidente nazionale MEIC

Note
1. Cfr. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008
2. Cfr. Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, Progetto Camaldoli. Idee per la città futura, Studium, Roma 2008.

L’importante è partecipare

giovedì 23 aprile 2009

Educare alla partecipazione

di Saretta Marotta*

Immaginate cento fiammelle. Cento come i volti che non riuscirete mai a ricordare di tutta la storia di una vita, figuratevi di un secolo, cento come le generazioni di studenti, insegnanti che si succedono nella realtà di una piccola scuola, figurarsi un intero Paese. Cento come le voci, i cuori, la passione, degli studenti che partecipano ad una manifestazione, un’assemblea d’istituto. Immaginatene migliaia. Moltiplicate tutto questo per cento, come le candeline che nel 2010 il MSAC spegnerà sulla torta della propria storia. Cento anni, un secolo di memoria, due zeri dopo la prima pietra di una lunga storia formativa, nel solco della grande tradizione educativa dell’AC. Cento anni al servizio dei giovani e della scuola… perché chi ama, educa! Ma cosa può voler dire per i ragazzi del movimento, chiamati ad essere responsabili di propri coetanei, questa sospirata cura educativa? Non essendo e non sostituendosi ad un gruppo giovanissimi, il MSAC non può contemplare una figura educativa tout court come quella a cui siamo abituati nella prassi ordinaria delle nostre associazioni. Questo perché si caratterizza per la sua scommessa sul protagonismo degli studenti. Protagonismo che non si impone, non si trasferisce in prospettiva asimmetrica, ma si suscita, da pari a pari. La ricchezza grande del Movimento Studenti di AC è che scommette sulla responsabilità dei giovanissimi. Sono loro a darsi da fare per portarlo avanti, a scontrarsi con le fatiche e i sette cieli degli alti e bassi della prassi associativa, sono loro a pensare la proposta da offrire ai propri coetanei. C’è di più, sono testimoni. Apostoli secondo lo stile del simile verso il simile, annunciatori tra pari della gioia del credere nel Risorto. Non lo fanno brandendo coroncine del rosario e libretti della liturgia delle ore. Lo fanno testimoniando un impegno che assumono in prima persona per vivere da “cittadini degni del vangelo” gli ambienti di vita che sono chiamati ad abitare. In questo caso la scuola, i banchi, lo studio, le relazioni, la partecipazione studentesca. In una parola, cura educativa per i ragazzi del movimento studenti di AC significa farsi compagni di strada, condividere il cammino, mettersi in gioco con le proprie domande, ben lontane dalla presunzione di avere già le risposte, interrogare e lasciarsi interrogare da uno stesso percorso di ricerca, le cui linee di fondo sono uguali per tutti, credenti ed atei. In una parola col loro vissuto fanno da indicatori luminosi di un fine grande che anch’essi inseguono. Quel fine grande che don Lorenzo Milani ha indicato con la cura verso il prossimo, che non è possibile se non con la scuola e la costruzione del bene comune.

Per innamorarsi del bene comune non occorre che farne esperienza. Ci si allena a questa pratica faticosa di virtù solo nelle concrete situazioni di convivenza, in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta in comunità, se non si condividono esperienze di relazione anche diverse fra di loro, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Ed una quotidiana esperienza di convivenza civile, la prima che si incontra da adolescenti, è certamente la scuola, quella scuola il cui primo compito dovrebbe essere quello di educare le nuove generazioni non ad un sapere astratto, a collezionare contenuti di cui riempirsi “ben piena” la testa, ma ad una sapienza che faccia sentire responsabili della comunità e del mondo in cui viviamo. È alla scuola che oggi tocca avviare con decisione un processo che sia di educazione, e non solo di apprendimenti e competenze che, da soli, non fanno la persona. Per questo la scuola È un bene comune: perché EDUCA al bene comune. Diventa così bene di tutti, preziosissimo per il futuro del paese. Come tale va quindi preservata la sua esperienza, la sua missione formativa, la sua vocazione educativa. È a scuola che si impara il protagonismo non inteso in senso individualista, ma come esercizio di consapevolezza, di corresponsabilità. È questo stile di fedeltà alla propria coscienza quello che lo studente ha l’occasione di imparare a scuola, per poi poterlo sperimentare nella vita, nella città, nella vita da cittadino.

Da sempre il MSAC mette al centro della sua proposta formativa percorsi di protagonismo e responsabilità, la partecipazione attiva e consapevole alla vita della comunità scolastica. Per noi è una scommessa fondamentale per la crescita integrale della persona, per allenarsi a vivere la dimensione etica della cittadinanza e della convivenza civile, attraverso lo studio dei valori della Costituzione, la promozione delle esperienze democratiche a misura di studente, forme di cittadinanza attiva possibili tra i banchi di scuola.

Il grande movimento partecipativo dello scorso autunno ci ha sollecitati fortemente. Abbiamo visto studenti di ogni ordine e grado impegnati per un interesse comune, determinati a rendere il tradizionale scioperare di quest’ottobre diverso rispetto a quello degli anni precedenti, studenti animati da un rinnovato slancio di responsabilità e protagonismo, capaci di sogno, di progetto. In quei giorni difficili si è consumato così un segno partecipativo e un impegno d’informazione che è stato certamente prezioso, ma vediamo il rischio che quell’ondata di entusiasmo e di impegno, sottoposta alle intemperie delle facili strumentalizzazioni e banalizzazioni, scontratasi con le urgenze della politica e la “normalizzazione” del buon senso, possa lasciare dietro di sé, una volta allontanatosi nella memoria il periodo caldo, una scia di disillusione e rassegnato ritorno tra i banchi, nella fatalistica convinzione che poco si possa incidere nel proprio quotidiano su cambiamenti che sono troppo al di sopra delle teste di chi li vive. Cantava Gaber “non fa male credere, fa male credere male…” Per quegli studenti che hanno animato le piazze d’autunno temiamo allora l’inevitabile deriva per cui dopo “l’emergenza” resta la disillusione, il fatalistico detto del “tanto rumore per nulla”, o peggio, il disinteresse. Proprio per questo gli studenti dell’Azione Cattolica pensano di avere qualcosa da dire ai propri coetanei, proprio per tali ragioni il MSAC sente forte in questo momento il bisogno di riaffermare uno stile d’impegno e di partecipazione che sente possibile e quotidiano, che non crede sia “tempo perso”, che sa che può essere incisivo. Vogliamo allora dire a quegli studenti che non c’è da dare ascolto – per continuare con le citazioni gaberiane – a chi dice che “non è più il momento”, ma che il momento è sempre, ogni giorno. Con un altro stile.

Proprio nel momento in cui forse i riflettori si spengono sul mondo della scuola abbiamo pensato allora di mettere su un “cantiere”. Si chiamerà Mo.Ca, (MOvimento in CAntiere, appunto) e si terrà a Castellammare di Stabia, dal 24 al 26 aprile 2009. Vogliamo rilanciare la riflessione sulla scuola del cambiamento, vogliamo mettere la scuola in testa alle priorità del paese, riaffermare con forza la centralità strategica e progettuale dell’istituzione scolastica per il futuro della società. Proprio per questo abbiamo dato al convegno il titolo di “La scuola in testa!”. Vogliamo raccontare la scuola che abbiamo in testa, vogliamo offrire il nostro contributo alla riforma dell’istituzione scolastica con il nostro piccolo impegno coscienzioso “di studio”, di approfondimento, di proposta.

Abbiamo più volte partecipato alle audizioni parlamentari convocate presso le commissioni cultura della Camera e del Senato. Da associazione studentesca tra le altre abbiamo contribuito al dibattito istituzionale in corso, offrendo il nostro parere, il parere degli studenti incontrati negli istituti, degli studenti impegnati nella scuola del cambiamento. Al cantiere di fine aprile, faremo allenamento. Sperimenteremo la fatica di studiare leggi e normative, ci alleneremo alla comprensione della ratio di provvedimenti e prassi, tenteremo di dare forma e ad argomentare il nostro pensiero. Fanno il tifo per noi in tanti, anche se il compito è tanto difficile.

Contribuire, da protagonisti, al bene comune della propria scuola è la prima palestra perché si possa compartecipare, da cittadini, al bene comune globale. Crediamo che a quindici, sedici, diciassette anni questo sia possibile. Purché si dia fiducia ai ragazzi, purché si sia pronti a scommettere, rischiando di perderci la faccia anche, nella capacità di responsabilizzazione dei giovanissimi. Quelli della generazione x, della generazione bulli, della generazione incostanti, inconcludenti, inaffidabili. Quelli che sono i giovanissimi delle nostre parrocchie, non troppo diversi. Tocca forse ai loro educatori invogliarli al sogno, alla scommessa, alla sfida, quella sana, quella grande, quella immensamente bella. E aiutarli, pur se ci paiono gracilini, a spiccare il volo. Vola solo chi osa farlo.

* Segretario nazionale MSAC

Educare al lavoro

giovedì 16 aprile 2009

di Movimento Lavoratori di Azione Cattolica

In questi ultimi anni, il mondo del lavoro ha subito profondi mutamenti che ne hanno messo in discussione il senso, l’identità sociale ed i soggetti di rappresentanza. Oltre alla dimensione personale del lavoro, infatti, ciò che sta cambiando è anche il suo significato sociale.

Mentre in passato, il lavoro aveva esercitato il ruolo di ordinatore sociale implementando ed attuando processi di crescita, di ridistribuzione del reddito e di costruzione di legami profondi tra le persone oggi, per gli effetti della globalizzazione, per lo più si riscontra un individualismo spinto in cui l’uomo viene negato come persona, soggetto di diritti inalienabili nella sua unicità, e trasformato in individuo, entità di per sé trascurabile e intercambiabile, il cui unico valore è la capacità di consumo, e la cui dignità si riduce perciò a mero criterio statistico. Rappresentando il lavoro il crocevia delle trasformazioni sociali, non ci si può non chiedere allora se esso sarà ancora in grado, come nel passato, di concorrere a costituire una società più democratica e solidale.

Il lavoro sinonimo di sicurezza economica, stabilità e realizzazione personale si è trasformato per molti in precariato, insicurezza e mobilità per i quali la mancanza di tutele ed i bassi livelli retributivi causano scoraggiamento ed inquietudine, squilibri ed ingiustizie sociali.

Di fronte alle ragioni di preoccupazione e di crisi educativa, occorre più che mai non solo offrire motivi per sperare, ma anche attivare processi di educazione al lavoro, strettamente connessi al giusto significato da attribuire al lavoro, e capaci di formare persone responsabili e mature a servizio della società in cui vivono.

Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica – MLAC vuole essere strumento di evangelizzazione e di formazione cristiana e promotore di pastorale di ambiente appellandosi alla necessità di un incontro vero con Cristo nel lavoro. E’ solo grazie alla fede in Gesù che il cristiano, sperimentando la fame e la voglia di giustizia, può mantenere accesa la speranza in un mondo più bello tornando a dare significato e valore alla progettualità e alla possibilità di esprimere solidarietà e aiuto agli altri.

In particolare, la coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all’opera di Dio deve permeare, come insegna il Concilio, anche “le ordinarie attività quotidiane. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (GS 34).

Così l’uomo torna ad essere al centro del lavoro, il protagonista e non lo strumento. Questa centralità della dignità umana va annunciata e sostenuta con uno studio sistematico della Dottrina Sociale della Chiesa ed implementando una opportuna Pastorale del lavoro, realizzabile sia con una catechesi attenta al lavoro sia con la presenza in alcune situazioni difficili del mondo del lavoro. Il MLAC vuole educare i lavoratori ad acquisire una maggiore consapevolezza del loro essere cristiani lavoratori, divenendo capaci di leggere le esigenze del territorio e del mondo del lavoro in chiave missionaria e di evangelizzazione attraverso il continuo confronto con la Parola e l’esperienza della Chiesa, costruendo relazioni tra le persone e le associazioni e rendendo viva la propria testimonianza attraverso progetti concreti e gruppi di studio e di riflessione.

Solo ampliando verso il Dio vivente il proprio orizzonte ed orientando a Lui le proprie azioni si potrà riuscire insieme a nutrirsi di speranza e a portare speranza, promuovendo “la tutela di tutti gli uomini e di tutto l’uomo” e non rassegnandosi mai ad un mondo in cui altri esseri umani mancano di lavoro.

Per approfondire:

  • Maurizio Drezzadore, Mercato del lavoro ed educazione
  • Don Antonio Mastantuono, La crisi educativa e la comunità cristiana
  • Gianfranco Agosti, La crisi educativa oggi
  • MLAC, Guida al Movimento Lavoratori, Roma, AVE, 2007
  • “Voce del verbo … educare”

    martedì 7 aprile 2009
    di Ufficio Centrale ACR

    L’Azione Cattolica e l’attuale sfida educativa

    In un tempo in cui si sente da più parti parlare di “emergenza educativa”, come cristiani e come AC sentiamo di avere una preziosa risorsa da mettere a disposizione di tutti: l’educazione rappresenta da sempre, infatti, uno degli impegni qualificanti della nostra associazione. Una ricchezza che risulta legittimata dal nostro credere nella persona e nel valore della coscienza, ma anche dalla lunga tradizione dedicata al servizio della crescita delle nostre generazioni, così come della generazione adulta. Siamo dunque familiari con l’educazione. Verrebbe però da dire che siamo fin troppo familiari, e che talvolta, per eccesso di consuetudine, rischiamo di dare per scontate troppe cose e di non dedicare all’educazione il tempo che essa merita in termini di riflessione, di studio, di aggiornamento, di approfondimento. La lettera che Benedetto XVI ha rivolto alla diocesi di Roma sul tema dell’emergenza educativa si è trasformata in un vero e proprio appello per tutta la Chiesa a rimettere al centro il tema dell’educare oggi; proprio per questo, anche l’Azione Cattolica, ha deciso di dedicare a questa tematica un percorso di riflessione (al livello nazionale e nelle singole realtà locali) che culminerà con il Convegno Nazionale delle Presidenze Diocesane che si svolgerà a Roma nel prossimo mese di Maggio.

    Una sfida che ci interpella e ci chiama

    Certo non si può pensare all’emergenza educativa come un “correre ai ripari”, né la si può affrontare con i provvedimenti estemporanei con cui si affrontano le emergenze … siamo chiamati piuttosto a ripensare da adulti la nostra chiamata alla responsabilità di educare. Ciò vuol dire anzitutto essere capaci di elaborare un progetto che sia capace di interpretare questo tempo. Educare dunque è una vera e propria sfida, un compito che oggi è ancor più difficile che in passato … ma è necessario vivere questa importante sfida con la consapevolezza che educare è sicuramente difficile, ma è anche possibile.

    Educare … un gioco di squadra !

    Sappiamo bene che il modo per affrontare efficacemente questa sfida educativa deve essere quello di continuare a qualificare sempre di più la nostra proposta formativa, intrecciandola sempre di più con quelle esperienze che i ragazzi vivono (la famiglia, la scuola, lo sport, il tempo libero …). In tal senso il valore del nostro servizio educativo passa proprio nella cura delle relazioni associative che permettono di tradurre la passione educativa in un fecondo e prezioso incontro tra chi è chiamato ad educare e chi viene educato alla vita. Ecco perché oggi la nostra associazione è chiamata a testimoniare quanto sia importante e necessario creare un “gioco di squadra” tra tutte le agenzie educative che operano per la crescita globale dei nostri ragazzi. Si educa in forme diverse nei diversi contesti di vita e di crescita: la maestra non è la mamma; l’educatore del proprio gruppo non è la maestra … È importante che vengano salvaguardate queste diversità: l’educazione ha bisogno di apporti diversi e viene impoverita talvolta di dimensioni essenziali, se si tende ad omologare i diversi apporti che un ragazzo deve ricevere nei diversi contesti della sua crescita. Spetta dunque a noi, trasformare questa sfida educativa … in una splendida opportunità per annunciare ancora una volta la nostra passione per la vita e per il Vangelo.

    Adulti e cura educativa: sfide e responsabilità

    martedì 31 marzo 2009

    di Maria Graziano *

    Come adulti, sentiamo particolarmente radicata nella nostra condizione la cura educativa, la formazione delle nuove generazioni, la custodia e la trasmissione di quel tesoro che di generazione in generazione si tramanda come dono e rendimento di grazie.

    Sentiamo la necessità di condividere i problemi dell’educazione, affrontando le urgenze che il nostro tempo ci propone, e di impegnarci, come sempre, ad accompagnare il cammino di formazione di una coscienza laicale matura attraverso una proposta ordinaria, popolare, permanente. È una sfida e un compito che vogliamo assumerci proseguendo la tradizione dell’impegno educativo dell’AC, che per noi significa anche consegnare alle nuove generazioni quel patrimonio di storia, di vita cristiana, di attenzione al tessuto sociale e civile che è ed è stata l’Azione Cattolica.

    Il triennio che stiamo vivendo, in continuità con le scelte di quello precedente, ci richiede di investire sempre più nel dialogo intergenerazionale, che il settore adulti già sperimenta costantemente al suo interno: dialogo tra i più giovani e i più adulti, tra i nonni e le giovani famiglie o le giovani coppie.

    Tale dialogo richiede capacità di “generare”: come può un adulto condividere e trasmettere un patrimonio di valori alle giovani generazioni, se non “generandolo” da una vita piena? Solo un adulto maturo può gestire il processo educativo dei più piccoli e dei più deboli con consapevolezza, con padronanza di sé, accettandone la fatica e formandosi ad assumere i compiti che esso comporta.

    Questo significa anche passare dalla concezione di chi considera scontato l’apprendistato alla vita adulta, come dimensione di un “destino” inevitabile, alla consapevolezza che all’educativo spetti sempre intraprendere una trasformazione interiore, morale e civile insieme, e, dunque, a sua misura, questa dimensione è tipica anche dell’esperienza dell’adulto.

    Ci pare poi una sfida interessante dipanare i nodi critici che separano i giovani dalla fede, diventando sempre più capaci di una testimonianza semplice e viva, ma anche della profondità di argomentazioni che le nuove generazioni chiedono. Dialogo intergenerazionale significa testimoniare che è possibile essere persone mature, adulte, però ancora in cammino, sia spiritualmente che culturalmente; essere capaci di andare oltre le apparenze, fare riemergere le persone dall’indifferenza, affinché prendano coscienza delle loro domande nascoste, facendo evolvere i bisogni in desideri. Occorre superare la cultura dell’immediato, e far luce sul desiderio di Assoluto presente in ciascuno, che si esprime nella ricerca di bellezza, giustizia, pace.

    Da questa consapevolezza matura l’ordinarietà dello spendersi per il bene comune, che rappresenta la cifra più caratteristica dell’impegno dei laici adulti di AC. E questo è possibile continuando a lavorare per una formazione sociale e politica, parte integrante, non accessoria, dei cammini di fede e di spiritualità.

    L’adulto infine vive e crea relazioni che possono generare e diventare legami. Curare con intento educativo la comunicazione, la narrazione delle esperienze e la loro messa in rete, costituisce la ricchezza dell’essere associati.

    *Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti di ACI

    L’università luogo di dialogo tra le generazioni

    martedì 24 marzo 2009

    di Silvia Sanchini, Presidente Nazionale FUCI

    Crescere, costruire la propria identità adulta, collocare se stessi nel futuro non è mai stato semplice. Ogni generazione è chiamata ad assumersi, con fatica e coraggio, il compito di saltare verso il tempo indefinito dell’essere adulto e questo passaggio avviene sempre in maniera turbolenta, spesso conflittuale. Oggi, però, le nuove generazioni sembrano vivere una condizione particolare di fragilità, un supplemento di complessità che ha attirato l’attenzione del mondo ecclesiale e civile.

    I giovani, e in particolare gli adolescenti, convivono attualmente con nuove emergenze: forme preoccupanti di bullismo e violenza in particolare nei confronti dei più deboli, un diffuso analfabetismo emotivo che porta a privilegiare più semplici relazioni virtuali e a confondere l’affettività con la sessualità, contatti sempre più prematuri con alcool e sostanze… D’altro canto anche il mondo adulto appare confuso e spaesato, impegnato nella ricerca affannosa di perseguire ad ogni costo il mito dell’eterna giovinezza ma incapace di assumersi un qualsiasi ruolo educativo. È una crisi generalizzata di tutte le agenzie educative: famiglia, scuola, comunità ecclesiale… che il Santo Padre Benedetto XVI ha ben descritto nella sua lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione.

    A questo proposito, come studenti universitari, non possiamo non soffermarci sugli elementi di criticità che sembrano coinvolgere anche il mondo accademico. Gli anni dello studio universitario dovrebbero rappresentare uno spazio cruciale nella vita di un giovane: sono gli anni del discernimento vero e profondo e della scoperta definitiva della propria vocazione, anni in cui si acquisisce il metodo del confronto, della mediazione culturale e della ricerca, in cui rendere saldi legami importanti e nei quali si impara, in sintesi, a divenire uomini e donne capaci di impiegare sapientemente le proprie energie intellettuali ed emotive. Oggi però questi processi faticano a trovare spazi concreti di attuazione nelle università italiane: mondi sempre più frenetici, affollati, spersonalizzanti.

    In questa fase così delicata non possiamo non ribadire la nostra testimonianza di affetto per l’Università italiana e il nostro auspicio che possa realmente tornare ad essere luogo di alta formazione ed elaborazione di pensiero, luogo in cui crescere globalmente coltivando la propria mente e il proprio cuore, luogo di dialogo proficuo e arricchente tra le generazioni. Un primo impegno è richiesto allora agli studenti affinchè vivano con maggiore pienezza il loro percorso accademico, consci del potenziale enorme e del grande privilegio racchiuso nella splendida opportunità di poter studiare. Ma è ancor più necessario che i nostri docenti da semplici e disincantati trasmettitori di nozioni tornino a sentirsi realmente maestri, accompagnando gli studenti in un processo che sappia sostituire alla cultura del frammento un più ampio orizzonte di senso, avvertendo la loro forte responsabilità nei confronti delle generazioni di giovani che sono chiamati a formare.

    Oggi più che mai sembra infatti essere irreversibilmente compromesso il “modello della trasmissione”, la capacità del mondo adulto di trasmettere naturalmente alle nuove generazioni modelli, contenuti e valori. Ma la rottura di questa cinghia di trasmissione non deve necessariamente spaventare, può e deve invece essere letta come un’opportunità: se i valori non sono più dati per scontati e acquisiti per semplice convenzione formale come in passato, possono finalmente essere consegnati con maggiore senso di responsabilità e consapevolezza. Solo così l’Università potrà tornare ad essere una vera comunità umana e scientifica e i nostri docenti non più dei semplici funzionari vittime della burocrazia ma persone capaci di valorizzare al meglio i talenti e le intelligenze dei giovani che vengono loro affidati. Non vogliamo allora cedere ad un atteggiamento catastrofista o a semplici allarmismi: come studenti universitari continuiamo a sognare, a prenderci cura e ad impegnarci concretamente per una Università che non si accontenti di essere schiacciata dalla logica funzionale dei crediti e da questioni di natura meramente economica ma che sappia invece riconquistarsi coraggiosamente il proprio ruolo insostituibile di comunità viva ed educante.

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