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Archivio della Categoria 'L'editoriale'

Ospiti a tutto tondo

sabato 6 marzo 2010
di Anna Maria Tibaldi

L’ospitalità è l’elemento di sintesi di un’educazione alla mondialità.
In Azione Cattolica si possono evidenziare tre tappe nell’educazione al rapporto con l’altro, a vari livelli (unitario e nei settori e articolazioni, quali Adulti, Giovani e ACR).

La prima tappa è quella della diversità come ricchezza. Educare alla diversità è acquisire consapevolezza di sé (identità) e dell’altro da sé; è entrare in un’ottica di mistero, di contraddizione, è approfondire i diritti dei cittadini e giungere al superamento di pregiudizi nei confronti di chi è diverso da me. È ricchezza perché conosco di più me stesso. Ha un valore ontologico, l’altro mi aiuta ad essere persona in relazione.
Nello specifico dell’AC, significa educare alla chiamata/adesione: riflettere sul nome, sulla persona unica e irripetibile, sulla responsabilità della risposta personale, sul saper chiamare altri, sul sentirsi rifiutati o accolti e sul camminare con altri diversi da me.

Il secondo passaggio invece riguarda l’educazione alla prossimità, capire che non basta aiutare ma bisogna imparare a costruire insieme.
Prossimità è vicinanza, ascolto, relazione affettività, reciprocità, prossimità tra chiese.
Lo specifico dell’AC: interrogarsi sulla missionarietà, curare lo stile missionario e la vita associativa
Non solo volontariato, ma educarsi a spendersi per!
Evitare esperienze spot che hanno valenza emotiva e non culturale-educativa, ma attivare esperienze che hanno invece un prima e un dopo.
Non cambieremo il mondo, ma cambieremo il nostro mondo!
L’AC è chiamata a lavorare su egoismo/generosità ripartendo dalla Parola di Dio.

La terza tappa è educare all’ospitalità e all’accoglienza, nella consapevolezza che siamo tutti ospiti su questa terra!
Ospitalità è interdipendenza, accoglienza, non possesso, dialogo, lasciarsi accogliere, operare per il bene comune. Amare e lasciarsi amare.
Porsi come ospiti in terra straniera è difficile, vuol dire anzitutto “non nuocere”, non far danni.
Educare ad essere ospiti partendo dall’ “andare a vedere” per fare prima l’esperienza dell’incontro, dell’ascolto e incontrando anche le difficoltà del capire e dell’essere accolti.
Sobrietà: spesso rischiamo di esportare modelli di vita insostenibili e non sobri all’estero, nel Terzo Mondo.
Lo specifico dell’AC è vivere e testimoniare la cattolicità.
Essere cattolico è essere universale! E la varietà fa parte del codice genetico del cattolicesimo: è il suo tesoro. (cfr relazione di P. Pisarra, Coscienza europea e cittadinanza planetaria, Roma, 18 ottobre 2009).
“La cattolicità visibile della Chiesa è l’espressione normale della sua ricchezza interiore” perché “la sua bellezza risplende nella varietà” (Henri de Lubac).
Partecipare al FIAC per scoprire e sperimentare maggiormente la cattolicità.
Riconoscere il legame inscindibile tra Chiesa locale e Chiesa universale.
Interrogarsi su come si pone l’Ac di fronte alle Chiese sorelle e alle AC delle Chiese sorelle.
La Chiesa di Cristo “non è né latina né greca né slava, ma cattolica” (Benedetto XV, 1917, quando istituì la Sacra Congregazione per la Chiesa orientale).

L’AC poi è chiamata a proporre percorsi educativi sul territorio, in sinergia con altre associazioni. E qui gli ambiti di intervento sono molteplici:

  • il rapporto con l’altro diverso da me. Spesso si tollera la diversità del lontano, non del vicino di casa. Rischiamo di formare in casa nostra dei ghetti senza integrare: educhiamo alla diversità, non solo dei lontani, ma anche dei vicini.
    Scopriamo diversità di cultura, di stile, di religione… ma uguaglianza di valore. Il linguaggio dell’amore è percepito da tutti, al di là di tante differenze.
  • l’incontro. Spesso notiamo la chiusura per paura nei preadolescenti verso le realtà non omologabili, e questa modalità può essere incentivata lungo tutto l’arco della vita da chi vuol mantenerci perennemente in questa età di passaggio. Ma noi riteniamo che sia fondamentale l’incontro: l’apertura all’altro avviene attraverso l’incontro significativo con qualcuno. Dall’incontro con una persona nasce un percorso aperto a orizzonti più ampi… L’apertura nasce da dentro. In particolare l’incontro personale con chi soffre fa sì che spesso si superi il proprio dolore attraverso il dolore altrui.
  • il silenzio ricco di comunicazione e non vuoto povero. Educare al silenzio per ascoltare, per saper aspettare, per imparare a discernere, per diventare capaci di “contemplare il volto nei volti”.
  • la cura delle relazioni. Scoprire la bellezza dell’essere in relazione, ci fa avviare percorsi relativi all’accompagnamento personale: visitare gli amici, i vicini, come anche coloro che nessuno avvicina, invitare a casa nostra, organizzare momenti di festa comunitaria.
  • la formazione al bene comune. Cercare la convergenza su progetti comuni con altri enti ed associazioni per migliorare la convivenza civile.
  • la sobrietà: uso dell’acqua, del cibo, delle medicine … Educarci all’essenziale nella vita di tutti i giorni ci deve portare a condividere più che ad accumulare beni col rischio di entrare solo nell’ottica del “fare ogni tanto la carità” per sentirci più buoni.
  • Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Mondialità” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

“Dove è vita davvero….”

venerdì 15 gennaio 2010
di Valentina Soncini

“Dove è vita davvero” è il titolo di un canto liturgico molto noto, un titolo che ben esprime l’intonazione delle riflessioni svolte nell’ambito del laboratorio sulla vita del Convegno Presidenze. Circa cinquanta responsabili hanno lì condiviso un percorso di riflessione sul tema della vita, per individuare modalità, temi, stili di confronto adeguati alle problematiche di oggi. L’intenso lavoro ha offerto alcune piste che provo ora a presentare.

Il tema “vita” chiede di essere pensato con pacatezza, profondità, delicatezza cercando di tenere insieme sia quanto i principi morali insegnano, sia quanto le situazioni sempre nuove di vita fanno accadere reclamando attenzione, risposte. Custodia dei valori e cura della vita non sono da cogliere in contrapposizione, ma da approfondire insieme, proprio per custodire ciascuna persona sopra ogni cosa, come indica il Vangelo.

Il termine “vita” è tutt’altro che scontato: un primo esito del confronto ha indicato l’esigenza di approfondire i significati, le situazioni, i casi con l’atteggiamento di chi ascolta senza sapere già. Sostare con rispetto di fronte alle diverse situazioni di vita, gioiose o dolorose, rasserenanti o inquietanti è un primo passo per poter scoprire o riscoprire le modalità con cui la vita si mostra. Senza ascolto si rischia di affermare luoghi comuni, soluzioni vecchie, pregiudizi.
Oggi è necessario dare tempo per contemplare il mistero della vita, per accorgersi dove la vita è in sofferenza, per convertirsi a un rispetto alla vita che si mostra in forme nuove. Oggi sono necessari luoghi dove potersi raccontare, dove ascoltarsi, dove non dover mettere tra parentesi troppo in fretta i propri vissuti, sui quali si attende una parola di condivisione e di comprensione.
Il tema “vita” rischia di essere troppo poco fatto oggetto di confronto, rimanendo confinato o nella coscienza di ciascuno o troppo velocemente esposto al pubblico dibattito.
C’è bisogno di riappropriarsi di questo tema dentro gli spazi del dialogo quotidiano, dove si vive, dove di soffre in tutte le fasi dell’esistenza.

Grazie alla scienza medica siamo in grado di cogliere aspetti della vita prima ignoti, grazie alle scienze della comunicazione possiamo assistere a casi e situazioni prima troppo lontano dai nostri sguardi: profondità e ampiezza caratterizzano l’orizzonte di vita che ci si para davanti. Abbiamo bisogno di approfondire con competenze nuove, con strumenti culturali adeguati il mistero della vita. Luoghi di ricerca, di studio, di approfondimenti interdisciplinari sono oggi più che mai importanti.

Vedere e ascoltare di più non basta per capire di più. Come interpretare ciò che si vede, che accade?
La fede nel Vangelo è fede nella buona notizia che innanzitutto è annuncio di liberazione dal male, di salvezza e pienezza. La fede cristiana è criterio di interpretazione della vita o rischia di essere confinata a lato dei dibattiti?
La fede ci rivela sia Colui che “è via verità e vita”, sia l’orizzonte entro cui collocare la nostra vita terrena. Come si legge al termine del recente documento CEI “Lettera ai cercatori di Dio” “davvero l’annuncio cristiano del paradiso è bella notizia: ci aiuta a vivere con speranza e responsabilità la nostra vita, perché non siamo esseri viventi il cui orizzonte è la morte, ma esseri mortali il cui orizzonte è la vita”.
La centralità della vita umana e divina del Figlio di Dio e la dimensione escatologica, il riferimento quindi al compimento futuro non possono essere sottaciute laddove si ricerca il significato della vita.

Stile di ascolto, competenza, sguardo di fede, capacità di stupirsi, luoghi di condivisione sono pochi importanti ingredienti per continuare a cercare “dove è vita davvero”!

Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Vita” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Famiglie protagoniste della pastorale

mercoledì 18 novembre 2009
di Daniela e Maurizio Bellomaria

Il contesto sociale odierno caratterizzato da una grande frammentazione, tende, a differenza del passato, a rendere le persone profondamente sole anche all’interno delle stesse famiglie.
Un tempo la cultura di un popolo, omogenea e dai compiti ben definiti, era considerata un prezioso patrimonio che gli adulti tramandavano alle giovani generazioni, nella ferialità e nell’ordinarietà delle situazioni e delle occupazioni. La scuola era incaricata di trasmettere i contenuti culturali, la famiglia era chiamata a testimoniare i valori umani e cristiani e la comunità cristiana era delegata alla trasmissione della fede.

Oggi tutto questo non esiste più, ed è anche per questo che la nostra società “liquida”, senza identità precise, sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa, caratterizzata da individualismo e relativismo etico e da modelli diversi di famiglie, fa sempre più difficoltà ad individuare, proporre e trasmettere valori, comportamenti e stili di vita comunemente condivisi.

Il sapere tecnico-scientifico sembra prevaricare su quello umanistico, e così l’uomo, schiacciato dal presente, diviene sempre meno capace di guardare al futuro con speranza e con una sana progettualità. Un contesto dunque che conduce spesso le famiglie a vivere una inconsapevole atrofia educativa.

Come associazione quale contributo possiamo dare per offrire spiragli di luce e di speranza alle nostre realtà locali?

Un punto di partenza può essere la creazione di un progetto educativo, capace di aiutare a “tirare fuori”, generare, portare alla luce i talenti che ciascuno possiede, per poter costruire legami significativi per sé e per gli altri.
Una educazione che proponga idee e valori forti perché le giovani generazioni possano appassionarsi e spendersi per essi.
Un ex-ducere che va di pari passo con un cum-ducere, un condurre verso una meta, che presuppone prima di tutto un obiettivo e poi la capacità di stare vicino e di accompagnare.
Una educazione capace di testimoniare in modo credibile e autorevole la speranza nella vita e nel futuro, di proporre con coraggio stili di vita che diano senso e significato all’esistenza.
Oggi la chiesa chiede alla nostra associazione non solo di dare un grande contributo al superamento di questa crisi educativa, ma ancor di più di essere profetici nella elaborazione di alleanze tra le varie agenzie educative per promuovere in rete azioni che aiutino le giovani generazioni a difendersi dall’invadenza dei media, dall’assolutizzazione delle tecnologie, dalla violenza, dalla banalizzazione della sessualità, per offrire loro luoghi e occasioni per vivere da protagonisti nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle nostre parrocchie, nelle nostre scuole.

Ma per poter realizzare questo è necessario un grande impegno comune, di collaborazione e di rete sia in ambito ecclesiale dove si fa ancora fatica a pensare la pastorale a partire dalla famiglia come «luogo unificante», dove i destinatari della pastorale continuano ancora ad essere le singole persone e non il nucleo familiare, dove le famiglie continuano ad essere il più delle volte «oggetto» di cura pastorale e non «soggetto» attivo di pastorale, sia in ambito sociale dove è ancora fortemente radicata l’idea che il matrimonio e la famiglia siano esclusivamente un “affare privato”, dove l’affanno quotidiano delle cose da fare, unita alla scarsa capacità di relazione e di comunicazione tra i coniugi e con il mondo esterno, impediscono spesso di svolgere serenamente questa azione educativa, sia in ambito psicologico e culturale dove continuano ancora ad essere presenti situazioni di immaturità, di fragilità, di scarsa consapevolezza di ciò che si sta vivendo.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Famiglia” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Responsabili delle cose di tutti

martedì 15 settembre 2009
di Giuseppe Notarstefano

Accompagnare le persone a scoprire la dimensione pubblica come luogo di impegno, di testimonianza e di carità, vissuta al massimo grado (Paolo VI docet!).

È questo l’obiettivo alla base di uno dei laboratori del Convegno delle presidenze dello scorso maggio (gruppo affollato, affollatissimo direi e pieno di giovani…. checchèsenedicaingiro….!!!) La politica, la città, lo spazio pubblico, le istituzioni repubblicane e democratiche, i partiti, le scuole di formazione, l’associazione, il ruolo della società civile… ecco i capitoli di un libro da scrivere nei prossimi anni, sulla base della ricca bibliografia associativa, fatta di esperienze e riflessioni, maturata dall’intelligenza e dalla pazienza di tante generazioni di soci che hanno dato un contributo personale alla vita democratica del nostro Paese.

Il laboratorio ha voluto affrontare questo tema con uno stile di concretezza e, ad un tempo, con un orizzonte progettuale, secondo la cultura formativa dell’AC.

Non ci si è soffermati molto ad analizzare la politica e i politici di oggi, per scelta: la rappresentazione paradossale dei politici del nostro tempo, tra sovraesposizione mediatica e asfittico dibattito dentro i luoghi della partecipazione, ha in tutti noi un effetto importante e immediato. Andare oltre. Superare questa stagione triste della vita delle istituzioni democratiche, reagire alla pesantezza della crisi economica ed etica e rilanciare il tema della partecipazione, in vista di un progetto di sviluppo per il Paese dentro una strategia sostenibile ed integrata alla globalizzazione.

Proprio la crisi, nata finanziaria da madre etica e padre economico, può essere un’occasione per la politica, ossia per il progetto, per le nuove idee, per le visioni alternative, per un approccio strategico con il cambiamento della società del postmoderno. Forse si e forse no.

Certo è che, incontrando i responsabili diocesani di AC, si sentono narrare storie nuove dal sapore antico: storie di impegno personale, di passione organizzativa, di fatica a coinvolgere e a fare rete (meglio dire comunità… non community… per carità!) coniugate al bisogno di essere radicati ai valori più profondi della carità cristiana: giustizia, solidarietà, amicizia verso i poveri e i deboli, cura educativa e gusto sobrio dell’essenzialità. Verrebbe da dire – con il grande Paolo Giuntella – che c’è consapevolezza di aver ricevuto il “gomitolo dell’Alleluja”, che si fa afferrare ma non sa restare fermo nelle mani di chi lo riceve.

Occorre, dunque, restituire alla politica il suo ruolo, occorre coniugarla al futuro. Si legge nell’opuscolo che avvia il percorso verso la 46° Settimana Sociale dei cattolici italiani: la vita cristiana non può restare chiusa nell’orizzonte di una cultura e di istituzioni definite, ma ha le risorse per discernere i valori della negatività e per valutare ciò che concorre all’affermazione della dignità della persona e ciò che la minaccia. Dunque, un’ineludibile responsabilità per le prospettive del Paese è connessa al dovere cristiano di partecipare ad ogni vero processo di liberazione umana.

Il laboratorio ha evidenziato alcuni nodi problematici su cui l’associazione potrà lavorare nei prossimi mesi, ma ha anche fatto alcune proposte concrete che vorrei subito rilanciare: rafforzare e qualificare la dimensione socio-politica già presente negli itinerari formativi ordinari; animare esperienze significative nel territorio di discernimento comunitario (livello ecclesiale) e di democrazia partecipata (livello laico) in ordine alla vita della città per far maturare una politica capace di affrontare concretamente le questioni sociali, pensare e curare percorsi di accompagnamento personale e spirituale di quei soci che hanno maturato scelte di impegno attivo in politica anche per arricchire la riflessione associativa sui temi della città. Perché la politica ritorni ad essere il modo più serio per prendersi cura delle cose di tutti.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Politica” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Ambiente: imparare l’ABC

martedì 25 agosto 2009
di Andrea Re

Il 15 aprile 2009 un terzo delle città italiane aveva già oltrepassato il limite di legge annuale di 35 giorni di superamento giornaliero dei livelli di polveri sottili (fonte: Legambiente, 2009). Dal 1990 al 2005 l’Italia ha consumato il 17% del proprio suolo libero (fonte: Università della Calabria, 2007). La temperatura media in Italia è cresciuta dal 1961 il doppio che nel resto del mondo (fonte: APAT, 2007). Solo qualche numero per raccontare il nostro critico rapporto con l’ambiente e per avviare la riflessione del laboratorio “Educare all’ambiente” nell’ambito del Convegno Nazionale delle Presidenze Diocesane dello scorso 8-10 maggio, per provare a comprendere come l’Azione Cattolica possa raccogliere la sfida educativa sui temi ambientali.

Il degrado dell’ambiente è un dato di cui spesso le nostre comunità stentano a maturare consapevolezza. Anche nei contesti in cui il tema viene affrontato ogni riflessione seria sui propri stili di vita e di consumo appare complicata e impegnativa, in difficile equilibrio tra la necessità di rivedere un sistema socio-economico imperniato sul consumo e le conseguenze occupazionali che questa revisione può comportare.

In questo contesto è importante il ruolo educativo che l’Azione Cattolica può mettere in campo, sia dentro la Chiesa che in ambito civile. In assenza di una competenza specialistica diffusa in associazione sulle tematiche ambientali, l’azione dell’AC si può giocare al meglio sul piano dell’educazione alla responsabilità per il bene comune, allo sviluppo di uno sguardo critico nei confronti dei segnali che la Terra ci manda, alla sobrietà, dimensione essenziale dello sviluppo sostenibile. In questi cammini è essenziale curare l’integrazione e lo scambio di competenze con altre associazioni e gruppi, sia come occasione per proporre riflessioni qualificate, sia come opportunità di apertura al territorio e di promozione dell’AC.

Gli adulti rappresentano uno snodo cruciale del percorso educativo: da un lato essi appaiono talvolta un po’ lontani dai temi ambientali, dall’altro la loro esperienza passata di una vita che sapeva mantenere un equilibrio tra la terra e l’uomo è patrimonio da recuperare e riproporre.

Come fare per dare gambe concrete ad un progetto di educazione all’ambiente? Ecco alcune proposte.

Ogni dialogo si costruisce a partire dall’alfabeto. È importante allora proporre a educatori e animatori uno strumento formativo che consenta di disporre dell’ “alfabeto minimo” necessario per accompagnare i gruppi nei percorsi sulla difesa dell’ambiente e sulla salvaguardia del Creato.

Solo se sapremo far nascere una rinnovata sensibilità ambientale nei formatori potremo pensare di trasmettere nei percorsi formativi un’attenzione trasversale e continuativa all’uso responsabile di un pianeta che ci è dato in dono.

Il primo passo da compiere su questo sentiero è un approfondimento dei fondamenti spirituali e biblici del tema della Salvaguardia del Creato, grazie anche ad un contributo di qualità dei nostri assistenti.

Considerata poi la tangibilità dei problemi ambientali è essenziale accostare alla dimensione spirituale esperienze pratiche, per far capire come sia concretamente possibile consumare meno, riutilizzare, riparare.

Un nuovo percorso di “alfabetizzazione ambientale”, quindi, per un mondo più a misura d’Uomo.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Ambiente” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Tutti vogliono la pace

martedì 4 agosto 2009
di Francesco Campagna

Tutti vogliono la pace, tanti la invocano alle marce e alle veglie di preghiera, pochi sanno come la si costruisce. La pace è un tema scomodo e se non è trattato con cura e competenza può diventare oggetto di strumentalizzazioni ideologiche e può esporre al conflitto.

Questo disagio è avvertito anche dalle nostre associazioni di AC: temendo di scivolare sul versante della contrapposizione politica, spesso si rinuncia a prendere posizione e la pace si riduce a sbiadito ideale disincarnato. Le bandiere della pace sono agitate da altri, spesso insieme a simboli di partito e talvolta in aperta opposizione a determinate scelte politiche e iniziative governative. La timidezza di molte nostre associazioni è ingiustificata e colpevole perché è proprio la voce della Chiesa l’unica che si leva con coraggio e libertà per denunziare gli attentati alla pace e invocare con forza un nuovo ordine mondiale in cui i popoli possano convivere nella convivialità delle differenze e nel godimento dei diritti fondamentali.

La dignità dell’uomo – così come declinata attraverso i diritti umani universalmente riconosciuti – riempie di contenuto la pace, ne rivela l’accezione positiva e consente di schierarsi senza timore di fraintendimenti; scegliere di lottare per la pace significa scegliere l’uomo, in ogni condizione di vita si trovi e a prescindere delle differenze etniche, culturali, politiche, religiose o sociali.

Parlare di pace a partire dai diritti umani universali significa dare spazio ad una riflessione sulle cause delle deprivazioni cui sono soggetti i popoli del Sud del mondo al fine di svelare i meccanismi che stanno alla base delle strutture di peccato; il perché delle guerre riposa alla fine di questo percorso di conoscenza, fino alle radici delle ingiustizie, un viaggio che può essere compiuto soltanto se è assistito da una informazione sana, libera e coraggiosa, alternativa al sistema mediatico imperante che filtra le notizie e decide le priorità sulla base di interessi particolari e dell’indice d’ascolto.

Per supplire a queste lacune formative e informative sono allora auspicabili le scuole di educazione alla pace, laboratori per riflettere sulle cause della povertà, per mettersi in ascolto di quella parte di mondo sofferente che viene lasciato senza voce, finestre per osservare il mondo assistiti dalla sapienza del Magistero della Chiesa.

Educare alla pace, in AC, significa anche lottare per la pace con la preghiera, promuovere uno stile di vita orientato alla giustizia, insegnare a gestire i conflitti rinunziando alla violenza, dare spazio al consumo critico e alla salvaguardia del creato.

Non partiamo da zero: ricordiamo il rilievo della dimensione internazionale dell’AC e la fondazione dell’Istituto di diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo e inoltre non possiamo trascurare l’importanza che l’AC riserva al mese della Pace e alla riflessione sul Messaggio Pontificio per la Giornata Mondiale del 1° gennaio.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Pace” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Comunicare in Ac

venerdì 24 luglio 2009
di Gianni Borsa

La comunicazione, occasione per creare e alimentare relazioni interpersonali, ma anche strumento per far crescere il gruppo di Ac. E, appare sempre più evidente, elemento per affrontare la “questione educativa”, che la Chiesa italiana rilancia come impegno prioritario e l’Azione cattolica fa proprio, proseguendo una consolidata tradizione interna di servizio educativo. Sono alcune delle posizioni emerse durante il laboratorio dedicato al “comunicare” svoltosi nell’ambito del Convegno presidenze di inizio maggio. Tra i partecipanti, numerosi i responsabili diocesani Ac per il settore della comunicazione: redattori o responsabili di giornali parrocchiali o diocesani, curatori dei siti web, persone che si occupano di cartellonistica, slogan, eventi…

Il lavoro è partito dalla valutazione di alcune caratteristiche generali del tema: non c’è comunicazione senza relazione, la comunicazione non può essere unidirezionale né solo “affermativa”, la comunicazione si alimenta con il confronto, deve tener conto della complessità degli argomenti affrontati, non deve confondere i mezzi utilizzati con il messaggio da trasmettere. La comunicazione – è stato detto – deve chiedersi ragione di “cosa” intende trasmettere, con “quali linguaggi” e a “chi” si rivolge.

Quindi si è passati a un’analisi più specifica del “comunicare in Ac” (tra i soci, tra le diverse età, con i genitori dei ragazzi dell’Acr e dei giovani, verso l’esterno dell’associazione). Molteplici le osservazioni su come ogni gruppo parrocchiale o associazione diocesana cerca di fare informazione, di comunicare, di dialogare con il territorio in cui è inserita, cercando di far risaltare elementi positivi ma anche limiti e difficoltà.

Ampia la discussione sul “ruolo essenziale” che la comunicazione può rivestire nel campo dell’educare: essa dovrebbe infatti “mettere in contatto” le persone, aiutare nel “passaggio di conoscenze”, stabilire rapporti di fiducia reciproca, “alimentare le speranze”, “dar voce alle difficoltà personali e sociali” così come a quelle associative.

Varie, infine, le proposte concrete suggerite dal gruppo per essere condivise con tutte le presidenze presenti a Roma. Fra queste: curare meglio gli strumenti della comunicazione/informazione associativa, “così da raggiungere ogni socio e far risuonare la voce dell’Ac anche nella Chiesa locale e nella società civile”; creare momenti formativi all’interno dell’associazione sul comunicare e specialmente per quelle persone che più direttamente si occupano degli strumenti della comunicazione associativa; approfondire il rapporto comunicare-educare per un contributo ancor più efficace dell’Ac alla “sfida educativa”, che la Chiesa italiana ha raccolto e nella quale intende “immergersi” nel prossimo decennio.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Comunicazione” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Una cultura dell’accoglienza

martedì 14 luglio 2009
di Chiara Sutera

La Chiesa ha il “dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino”. (Nostra Aetate 1)

Queste le parole che hanno dato il via al “laboratorio d’autore” sull’immigrazione dello scorso Convegno delle Presidenze e sono state il leitmotiv delle riflessioni operate al suo interno, in quanto le migrazioni attuali pongono ai cristiani nuovi impegni di evangelizzazione e di solidarietà.

“Le migrazioni contemporanee ci pongono di fronte a una sfida certo non facile per il loro legame con la sfera economica, sociale, politica, sanitaria, culturale e di sicurezza. Si tratta di una sfida che tutti i cristiani devono raccogliere oltre la loro buona volontà o il carisma personale di alcuni.“(Erga migrantes caritas Christi 3)

Molte diocesi d’Italia, negli ultimi anni, si sono spese nella realizzazione di iniziative e proposte nate per rispondere a una esigenza del territorio e della realtà che ci circonda e che assume forme e caratteristiche diverse a seconda della collocazione geografica.

Sussidi di formazione specifici sul tema dello straniero, feste e gemellaggi interetnici che vedono in prima linea giovani e ragazzi, corsi di alfabetizzazione, incontri ecumenici di preghiera, servizio nelle case di accoglienza, realizzazione di film di denuncia … Da nord a sud, in tutta Italia, molte sono state le iniziative, espressione della costante attenzione dell’associazione “ai nostri tempi e ai nostri luoghi”. Un elemento comune di tutte le associazioni che hanno operato in questo ambito è stata la collaborazione, il mettersi a servizio della Chiesa locale (Caritas e vari uffici diocesani), nella consapevolezza di poter operare al meglio solo in una comunione di intenti.

In un contesto di crisi economica, se da una parte aumentano le iniziative di solidarietà, dall’altra si nota un indurimento degli animi. È necessaria una formazione alla legalità, preservare il dovere di dare il giusto a chi ha lavorato, perché venga assicurata in ogni momento la dignità della persona e siano difesi anche i diritti di coloro che non sono abituati ad averne.

Comune è la consapevolezza che ancora oggi molte sono le persone, a volte gli stessi cristiani, che nutrono pregiudizi e preconcetti nei confronti degli stranieri. Per contrastare questa mentalità dilagante l’associazione a tutti i livelli deve farsi promotrice di una “comunicazione limpida”, che punti a diffondere il più possibile la verità e non solo le notizie che fanno audience, che possa essere in grado di “mettere in rete” le buone notizie, le esperienze che portano frutto, i semi di speranza.

Il primo impegno da parte dell’associazione è, e deve rimanere, la formazione delle coscienze, l’educazione alla conoscenza dell’altro come passo propedeutico all’incontro e al dialogo.

L’associazione vuole pensare a una progettualità a lungo termine, una programmazione che non si limita a fronteggiare le emergenze, che non sia dettata da eventi organizzati sporadicamente, ma che abbia obiettivi concreti, nati dalla lettura dei territori e delle esigenze di coloro che li abitano.

Nell’incontro con l’altro è importante curare la dimensione familiare tipica dell’associazione perché l’incontro sia prima di tutto un incontro tra persone, tra fratelli. Bisogna puntare su ciò che unisce, su tutto quello che si ha in comune, mantenendo stretti ciascuno le proprie particolarità che sono sempre un dono da condividere.

Nella consapevolezza che “non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio” (NA 5) sono da condividere le parole del presidente nazionale Franco Miano che nella conclusione del Convegno ha affermato che “il nostro impegno è costruire una cultura dell’accoglienza, che è un valore cristiano e dunque non è né di destra, né di sinistra, e la società multietnica che alcuni rifiutano è già un dato di fatto per il nostro Paese”.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Immigrazione” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

Se l’università diventa un non luogo

martedì 30 giugno 2009
di Emanuele Bordello e Angelo Merli

Può sembrare una contraddizione che un luogo di cultura qual è l’Università risulti, per molti studenti che la frequentano, un passaggio scarsamente educativo e poco incisivo sulla propria vita, al di là della professionalità acquisita. In effetti, le trasformazioni che si sono susseguite in modo scoordinato negli ultimi decenni hanno profondamente cambiato le modalità di partecipazione alla vita universitaria. Quanto questo sia dovuto alle riforme e quanto ai cambiamenti sociali e culturali del Paese è difficile da stabilire. In ogni caso, se talvolta pensiamo all’Università come ad un “ambiente”, spesso essa non è vissuta come tale dagli studenti e dai docenti. Alcune cause di tale fenomeno, che pone problemi concreti alle nostre comunità e alla nostra Associazione, sono emerse nel corso della discussione nel laboratorio dedicato a questo tema nel recente Convegno delle Presidenze diocesane.

Una prima emergenza: l’Università è vissuta solo in funzione dei risultati dello studio, mentre scarsa è l’adesione alla vita universitaria culturale, istituzionale ed ecclesiale. Il calo di partecipazione in generale riguarda l’intera società, ma alcuni aspetti specifici sono legati alle condizioni degli studenti. Molti sono pendolari giornalieri, e ciò è stato favorito dal moltiplicarsi delle sedi universitarie: così si crea una sorta di schizofrenia tra la vita “normale” e le “parentesi” di vita universitaria. Gli studenti che invece si trasferiscono molto lontano da casa, talvolta per evadere dal proprio paese o città, non solo perdono i contatti con la comunità d’origine, ma spesso trovano poi difficoltà ad inserirsi nella nuova realtà spesso culturalmente ed ecclesialmente diversa. Chi poi studia nella propria città, rimane più spesso ancorato alla comunità d’origine, ma è poco stimolato ad occuparsi di Università al di là dello studio. La società civile delle città universitarie, infine, si interessa scarsamente di integrare in sé la popolazione degli studenti.

Anche lo studio rischia di impoverirsi. Esso è sempre più uno studio individuale orientato al risultato immediato (il voto), più che al processo di apprendimento e di approfondimento; è sempre più specializzato e frammentato in una varietà infinita di corsi che rendono difficile il confronto, il dialogo e l’integrazione fra le diverse discipline. La somma di nozioni stenta a diventare “sapere”; mancano poi spazi di confronto fra le persone (docenti e studenti) che facciano emergere i temi etici legati alle professionalità che si vanno acquisendo. Un particolare elemento di disinteresse alla vita universitaria può derivare anche, abbastanza spesso, da una scelta poco motivata del corso di studio, affrontata all’ultimo minuto e priva di un vero progetto di vita. Questo può generare difficoltà nello studio, delusioni, cambiamenti di rotta, abbandoni.

Per concludere, alcune sfide per l’Associazione: innanzi tutto fare rete, favorire la comunicazione e la conoscenza reciproca fra le realtà ecclesiali da cui provengono gli studenti e i soggetti impegnati in ambito universitario come la FUCI, per l’accoglienza delle persone, la continuazione di un cammino formativo, l’unificazione della vita spirituale con lo studio. Quindi, ancora una volta, educare: è di fondamentale importanza che la prospettiva dell’università sia preparata con una formazione globale negli anni precedenti, in modo che anche il periodo universitario non sia estraneo alla esperienza cristiana, ma sia vissuto come l’oggi in cui Dio chiama a vivere nuove occasioni di relazione, di servizio e di maturazione, e in cui ci si allena a coltivare la tenacia della ricerca e a rifuggire l’ansia del risultato.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Università” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

AC on line

sabato 20 giugno 2009
di Nicola La Sala

Viviamo ormai in una realtà mediale complessa e in continuo mutamento, in cui i processi di digitalizzazione e convergenza stanno sfumando i tradizionali confini del sistema della comunicazione, favorendo nuove forme e modalità di consumo, ma soprattutto nuovi approcci teorici allo studio dei media. Internet rappresenta, in questa prospettiva, la sintesi più significativa delle recenti trasformazioni tecnologiche e culturali, consentendo, da un lato, il libero intreccio di flussi mediali su una stessa piattaforma, e, dall’altro, il proliferare incessante di molteplici ambiti esperienziali. È ormai, infatti, dimostrato che la frequente interazione tra comunicazione on line e off line rafforza le relazioni interpersonali, potenzia il livello emotivo dei contatti, àncora maggiormente le persone al proprio gruppo sociale. La Rete si affianca ai contesti di vita quotidiani, si mescola in essi e contribuisce alla costruzione della propria epistemologia personale, della propria esistenza, reputazione e credibilità. Tutto ciò rende sempre più pervasivo l’impatto dei media nella vita delle persone, concorrendo a far circolare una molteplicità di riferimenti culturali e di differenti universi simbolici attorno ai quali, molto spesso, si organizza l’esperienza individuale e collettiva.

Questi spunti teorici hanno guidato la riflessione e il confronto in uno dei laboratori proposti all’ultimo convegno nazionale delle presidenze, in cui si è focalizzata l’attenzione, principalmente, sulle nuove sfide lanciate da questi recenti fenomeni comunicativi. Molte sono state le questioni sollevate e i nodi problematici individuati che sembrano più insistentemente sollecitare il nostro impegno educativo. Innanzitutto, la sfida della partecipazione: Internet offre agli esseri umani, infatti, la possibilità di prendere la parola, di esprimere il proprio punto di vista e il proprio pensiero senza la mediazione di terzi. Per questo motivo se, da un lato, è opportuno continuare il percorso intrapreso, rafforzando tutte le iniziative che vanno in questa direzione, dall’altro, è necessario, soprattutto a livello diocesano, formare le persone ai linguaggi di queste nuove tecnologie per raccontare e raccontarsi con forme espressive diverse e non perdere l’opportunità di manifestare la propria opinione. Ancora, un altro nodo centrale è rappresentato dal proliferare dei social networks; oggi, infatti, accanto ai consueti luoghi di incontro e relazionalità, si stanno diffondendo nuove forme comunitarie, al cui interno soprattutto le giovani generazioni conducono parte della propria esistenza. In tal senso, è importante “abitare” questi ambienti della Rete e capire cha accanto alla significativa ed essenziale forma tradizionale del gruppo, i nostri ragazzi, giovani e anche tanti adulti sperimentano differenti modalità di condivisione che non bisogna sottovalutare o ricusare. Infine, è emersa con forza la necessità di coniugare, come già da alcuni anni si sta facendo, la tradizione del nostro carisma formativo con i codici comunicativi dei new media. Da un lato, è indispensabile integrare sempre di più i nostri percorsi educativi con questi innovativi sistemi espressivi; dall’altro, provare a creare “luoghi dinamici” di formazione che possano essere funzionali alla continua ed incessante mobilità delle persone.

(Questo articolo è basato sulla sintesi del Laboratorio “Internet e nuove tecnologie” tenutosi al Convegno delle Presidenze diocesane ACI 2009).

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