Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Archivio della Categoria 'L'editoriale'

Le priorità dell’ACR

Martedì 2 Dicembre 2008
di Ufficio centrale ACR

Le indicazioni del documento assembleare rappresentano anche per l’ACR una linea guida precisa che segna le tappe del cammino di questo nuovo triennio indicando gli obiettivi fondamentali da raggiungerre. Proprio perché il volto più caratteristico dell’associazione si vede nell’importanza della formazione dei nostri soci, che permette la crescita personale e comunitaria di ogni aderente, l’ACR cercherà di rendere la propria proposta formativa sempre più ampia e sempre più a misura di ragazzo, con un’attenzione rinnovata alla spiritualità anche dei soci più piccoli, attraverso una serie di strumenti pensati apposta per la loro età, e una necessaria riflessione su alcuni aspetti decisamente prioritari:

1) l’importanza dell’animazione e il protagonismo dei ragazzi, capaci di essere autentici testimoni di santità laicale, come la piccola Nennolina, che sempre accompagna e guida il percorso dell’ACR e ci esorta a non smettere mai di scommettere sui nostri ragazzi, capaci di percorrere le vie della santità del quotidiano;

2) la crescita nella fede che si scopre primo annuncio con i Piccolissimi, che per la prima volta incontrano non solo un’esperienza di gruppo, ma soprattutto un’esperienza di Chiesa, attraverso la quale scoprono la bellezza dell’incontro con Dio. La riflessione sulla “ricerca e riscoperta della fede”, che si indirizzerà in particolare verso le famiglie e quindi anche verso i genitori dei ragazzi e dei bambini dell’ACR, si collocherà accanto a quella che produrranno la Presidenza e il Consiglio nei prossimi mesi;

3) l’impegno per la promozione del bene comune si tradurrà ogni anno, per i bambini e i ragazzi dell’ACR e per i loro educatori, non solo nell’iniziativa del Mese della Pace, che vede coinvolti i ragazzi a sostegno dei loro fratelli più deboli, ma anche nell’attenzione al luogo in cui i ragazzi stessi sono chiamati a portare la loro testimonianza di fede quotidiana.

Fondamentali ci sembrano poi quelle che sono state definite le due condizioni associative: la cura educativa e la cura del legame associativo.

Cura educativa innanzitutto significa non solo formazione degli educatori, ma anche attenzione alla relazione educativa, all’interno dei gruppi e con i singoli ragazzi, in quell’ottica di attenzione continua alla formazione personale che caratterizza le scelte dell’Azione Cattolica. Da qui la necessità, ma anche la richiesta di una riflessione sul modo e i tempi per educare i nostri ragazzi oggi ed essere da loro educati.

Il legame associativo invece cresce avendo cura della vita di gruppo: l’esperienza fondamentale attraverso cui i nostri aderenti sperimentano l’associazione è proprio quella del gruppo, che ci fa vivere relazioni di amicizia e comunione.

Le priorità del Settore Giovani

Mercoledì 29 Ottobre 2008
di Chiara Finocchietti e Marco Iasevoli*

Per il Consiglio e la Presidenza nazionale il documento assembleare rappresenta un vero e proprio “mandato”. Per questo motivo anche il settore Giovani ha assunto questo testo - nato attraverso un percorso democratico dalle sensibilità di tutte le associazioni diocesane - come strumento primario per la propria programmazione. In particolare, un forte orientamento proviene dalla seconda parte del documento, quello che individua i tre obiettivi prioritari: nel corso del triennio il settore proverà a declinarli guardando alle esigenze dei giovani e dei giovanissimi, ancorandosi al cammino unitario dell’associazione e armonizzandoli con il percorso dei giovani nella Chiesa italiana.

Fondamentale ci sembra l’attenzione a caratterizzare i percorsi formativi dell’AC come strumenti che realmente accompagnino i giovani all’Incontro con il Signore. Sappiamo che l’ordinario associativo risponde a tante fondamentali esigenze del mondo giovanile: quella mai scontata della compagnia, ad esempio, nonché quella di un diretto protagonismo nella vita della Chiesa. Il documento assembleare ci invita però ad un ulteriore scatto in avanti perché ciò che facciamo aiuti a “crescere e maturare nella fede”. Un modo concreto per rispondere a questo obiettivo è il lavoro di rielaborazione che il settore intende svolgere sulla “Regola di vita”, strumento che ha il compito di puntellare il cammino dei giovani e degli adolescenti, e che li aiuta a vivere l’itinerario di fede come un impegno cui essere fedeli.

Sul crinale che unisce “crescita e maturazione della fede” e “primo annuncio” è forte la volontà di rilanciare lo strumento “gruppo” come indispensabile luogo dove si impara a “diventare santi insieme”. Il gruppo, ed è questa l’importante riscoperta che ci attende, è per sua natura luogo missionario, dove si impara l’accoglienza, l’apertura al territorio e alle diverse condizioni esistenziali. L’impegno del settore sulla frontiera della “ricerca e riscoperta della fede”, tuttavia, si inserirà nella più ampia riflessione che il Consiglio e la Presidenza faranno insieme nei prossimi mesi.

La “promozione del bene comune” interesserà il settore da diversi punti di vista: innanzitutto, l’esperienza sempre più da apprezzare e valorizzare del Movimento studenti, vera scuola di partecipazione e passione civica. Parimenti, il legame con il Movimento lavoratori e con la Fuci ci aiuterà a mettere maggiormente a tema le questioni dell’università e del lavoro, e a mediare specie per giovani e giovani-adulti la Dottrina sociale della Chiesa. I prossimi anni ci permetteranno poi di tornare su alcune figure emblematiche dell’impegno civile, come Vittorio Bachelet (nel 2010 ricorrerà il centenario della nascita) e Pier Giorgio Frassati. Con l’aiuto di questi amici intendiamo riscoprire le nostre città. Con tutta l’associazione il settore rifletterà sulla cura educativa, prestando particolare attenzione alla cura degli adolescenti.

La fedeltà al documento, tuttavia, è da esprimersi soprattutto nel rispetto delle due “condizioni associative”, che rappresentano l’infrastruttura per raggiungere i tre obiettivi. Da questo punto di vista, l’impegno di tutti, e non solo del settore, è quello che buone e autentiche relazioni siano la prassi attraverso la quale fare sempre più bella l’AC.

*Vicepresidenti nazionali per il Settore Giovani ACI

cfr. Documento assembleare

Le priorità del Settore Adulti

Giovedì 9 Ottobre 2008
di Paolo Trionfini*

Il documento assembleare rappresenta la bussola per orientare la rotta dell’Azione Cattolica nel prossimo triennio. Le scelte delineate, infatti, costituiscono un impegno accolto per tradurre, in questo tempo che ci è donato, il «fine generale apostolico della Chiesa», attraverso la ricchezza della tradizione associativa.

Tra gli orientamenti assunti, tre interpellano più direttamente gli adulti.

Innanzitutto, la cura della formazione per «far crescere e maturare la fede», accompagnando le persone lungo tutte le stagioni della vita verso la santità. In questa prospettiva, che va al cuore del “carisma” dell’Azione Cattolica, ci è chiesto un impegno supplementare per dare forma compiuta ai cammini ordinari, che devono arrivare a coinvolgere tutte le fasce di età - dagli adulti-giovani agli adultissimi - investendo sullo “strumento” gruppo. Questo spazio, dentro al quale la cura delle persone, nella loro condizioni di vita, si fa esigente, rappresenta una dimensione privilegiata per mantenere in quota la “qualità” della fede, spingendola verso l’ideale di santità che è proprio di ciascuno laico. Dare forma ai gruppi significa creare una «comunità educante» per rispondere alla chiamata ad «essere santi insieme», nella consapevolezza che non c’è «percorso di santità senza amore alla Chiesa». Al contempo questa tensione rappresenta un ritorno, come investimento fecondo, per rispondere all’«emergenza educativa», che sempre più si prospetta come una sfida da affrontare insieme, in un dialogo intergenerazionale aperto: sarebbe, infatti, riduttivo assumerla come un’attenzione degli adulti verso i giovani, sapendo che il mondo adulto, oltre che “agente” educante, è esso stesso soggetto bisognoso di cura educativa.

La sfida, prima ancora che di una dimensione di “rete”, richiede l’assunzione di una logica di comunione, che - ed è il secondo punto del documento assembleare che interpella più direttamente gli adulti - deve portarci all’«impegno a suscitare percorsi di ricerca e riscoperta della fede». In quest’ottica, le “domande religiose” che “affollano” il nostro tempo vanno non solo accolte, ma provocate nella trama ordinaria della vita, che ci rende compagni di strada con tutti: è, infatti, nella storia che la comunione si fa dono come vita “divisa”. L’associazione, come «comunità educante», deve divenire questo “spazio possibile”, all’interno del quale le relazioni assumono la forma gravitazionale dell’amicizia spirituale.

Questa tensione, peraltro, esprime il profilo “estroverso” dell’Azione Cattolica, che nel documento assembleare - ed è il terzo punto che si intende riprendere - fissa come orizzonte pregnante per il triennio l’«impegno per la promozione del bene comune». In questo caso, siamo chiamati primariamente ad assumere lo stile del discernimento come costante della proposta associativa, per alimentare una spiritualità incarnata, che rende il mondo la casa comune, dove è possibile una convivenza più umana.

*Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti di ACI

Cfr. Documento assembleare

La cura del legame associativo

Giovedì 25 Settembre 2008
di Luigi Borgiani

Rileggo il punto 10.5 del documento finale della XIII Assemblea.

In poche righe tantissime parole che assumono per noi un grande significato e ci richiamano alla bellezza e alla responsabilità di essere Azione cattolica.

Metto in evidenza alcune di queste parole a partire da: fraternità.

Lo stile che ci fa associazione è profondamente e radicalmente evangelico; non si tratta di stare insieme per far qualcosa ma per vivere una esperienza di comunione; vivere quella esperienza di ecclesialità, di popolo che si ravviva e si intreccia quotidianamente nell’Eucarestia. Il gesto dello spezzare il pane si rinnova ogni giorno tra i mille (molti, molti di più) volti che si fanno poi pane spezzato per la vita della Chiesa e per l’amicizia al mondo.

Vivere lo stile della fraternità non ha confini; la dimensione interiore dell’AC si estende a tutta la Chiesa, il nostro tempo diventa una grande relazione di popolo tra i popoli.

La seconda parola: unitarietà. Termine ricorrente nei nostri appuntamenti, nei nostri discorsi. Termine che ha una tripla valenza. Una intra-associativa, ovvero l’attenzione che poniamo affinché ogni associazione sia UNA pur nella differenziazione dei gruppi, delle età, delle forme. L’unitarietà, anche in questo caso, non è un fatto organizzativo ma dipende dallo stile di fraternità, accoglienza, reciprocità. Dimensioni che si allargano quando pensiamo che una associazione UNA può diventare luogo di incontro per tutte quelle persone che in qualche modo vivono attorno, ai margini dell’associazione. Mi riferisco alla grande opportunità di relazione con i genitori dei ragazzi, dei giovanissimi, con gli anziani, con tutti coloro che definiamo “simpatizzanti”, la cui simpatia deriva dal vedere una associazione unita nelle diversità. Su questo aspetto c’è ancora molto da fare ma esistono le condizioni e le intuizioni per camminar veloci.

La seconda valenza dell’unitarietà è di tipo “mondiale”. Vale la pena ricordare la diffusione dell’AC in tutti i continenti. La diversità quindi non solo di gruppi, di età o altro, ma la diversità di popolo, di culture diverse ma che si ritrovano in un’unica vocazione, in un’unica scelta: quella di servire ovunque l’unico Maestro. Nell’epoca della globalità, dell’intreccio di popoli, il volto multiforme dell’AC è una ricchezza, una grande opportunità (specie in ordine alla questione dei fenomeni migratori) che nasce, si impara e cresce a partire da una apertura che non ci permette di considerare mai un problema, una questione, una proposta circoscritta e riferita ad un singolo settore, ad una fascia di età, ad una singola associazione.

Una terza valenza legata all’unitarietà è quella relativa alla interazione dei vari livelli associativi. Parrocchia, diocesi, regione non devono mai essere slegate; non è questione di gradini o di efficienza organizzativa: sono i fili di una rete che, valorizzando tutte le opportunità di incontro, di conoscenza, di scambio e di amicizia, ci aiutano ad essere AC e ad essere per la Chiesa. Lo stile di comunione e fraternità che fa UNA l’associazione è garanzia di identità, di completezza, di continuità ma soprattutto è garanzia di esperienza missionaria.

Un’ultima parola: popolarità. E’ il volto di una associazione aperta che vive dell’apporto di tutti, che si completa e vive con le diverse competenze, disponibilità senza mai escludere. Sappiamo che la proposta formativa dell’AC coinvolge molte più persone di quelle che effettivamente aderiscono, sappiamo che i nostri testi sono ampiamente utilizzati. Questo significa apprezzamento e fiducia che vanno al di là della semplice utilità ma contemplano uno stile, un modo di vivere la Chiesa, che si manifesta non solo all’interno ma anche all’esterno e che sempre più vede l’AC protagonista di comunionalità tra le varie realtà aggregative -locali e a livello mondiale- di collaborazione sociale nello spirito del manifesto al Paese: incontro alla gente, nel segno di un ethos condiviso, secondo uno spirito di autentica laicità, ricercando un’armonia sempre possibile tra piazze e campanili.

Cfr. Documento assembleare n. 10.5

La cura della formazione

Martedì 9 Settembre 2008
di Giuseppe Notarstefano

Abbiamo riscoperto in questi ultimi anni una parola d’ordine della tradizione associativa: “cura”. Essa indica uno stile che proviene da quella scelta educativa che è un costitutivo, una ragione d’essere dell’Azione Cattolica Italiana.

Cura e accompagnamento, insieme a progetto ed itinerario, sono le parole che definiscono la cifra dello stile formativo che l’associazione ha indicato nel Progetto Formativo, segno del rinnovamento associativo degli ultimi anni.

La dimensione della cura si associa con la scelta del primato della persona e con l’idea centrale della formazione come esperienza della coscienza personale: “formazione è essere disposti a prendere in mano la propria vita (PF p. 22)”.

Tale cura si sostanzia nell’attenzione alle età e alle condizioni della vita delle persone, al ritmo quotidiano con cui si articolano gli itinerari, all’attenzione verso i linguaggi e la comunicazione che diventa motivo di ricerca e di continua riflessione per l’associazione tutta.

La cura si associa anche alla responsabilità: essa è attenzione generale che deve trasparire in ogni passaggio e scelta associativa, ed è anche una “meta” che guida ogni persona che sceglie il progetto associativo quale percorso possibile di vita cristiana, vissuta nella pienezza della condizione laicale.

Nella prospettiva della riflessione pastorale che si sta dischiudendo in questa stagione della vita delle nostre diocesi, la responsabilità educativa diventa una sorta di parola d’ordine, è avvertita come una urgenza e rimanda al “gravissimo compito” che è proprio di tutta la Comunità cristiana.

L’AC è “pronta” - come ha affermato il presidente Franco Miano - a raccogliere questa sfida e a giocarla sino in fondo, nella profondità dell’esperienza associativa e nella fedeltà che l’associazione testimonia nel giorno per giorno della vita delle nostre chiese particolari.

Si tratta di un compito da vivere con fedeltà e creatività, in ascolto paziente dei segni dei tempi, ponendo la centralità del Vangelo di Cristo alla base del proprio impegno educativo: al cuore del nuovo progetto formativo vi è proprio la consapevolezza che la formazione cristiana oggi vada pensata e progettata a partire da una spiritualità evangelica radicale e radicata nella pratica rigorosa delle virtù umane più autentiche.

Ciò richiede formazione, formazione e ancora formazione. Con rinnovato coraggio ed entusiasmo progettuale, la XIII Assemblea nazionale ha rilanciato, con il suo documento per il triennio, l’impegno formativo dell’associazione declinandolo ed articolandolo in una pluralità di forme e strumenti: il sostegno alla formazione ordinaria ed agli itinerari formativi, la ripresa della formazione sociale, il rilancio di nuove alleanze educative sul territorio, il coinvolgimento della famiglia nei percorsi educativi, solo per citare alcune modalità indicate dallo stesso documento.

Una attenzione che diventa un vero e proprio “orizzonte” della programmazione associativa del prossimo triennio che trae forza dall’incoraggiamento delle parole di papa Benedetto XVI nel saluto rivolto ai partecipanti al grande raduno nazionale svoltosi a Roma in occasione del centoquarantesimo della fondazione dell’ACI: “Ciò sarà certamente possibile se l’Azione Cattolica continuerà a mantenersi fedele alle proprie profonde radici di fede, nutrite da un’adesione piena alla Parola di Dio, da un amore incondizionato alla Chiesa, da una partecipazione vigile alla vita civile e da un costante impegno formativo”.

Cfr. Documento assembleare n. 10.4

In cerca del bene comune

Venerdì 29 Agosto 2008

di Lucio Turra*

“L’Azione Cattolica vorrebbe aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini [...] Essa vorrebbe essere un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; ed insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale, della convivenza civile”. (Vittorio Bachelet, Il Servizio è la gioia. Scritti associativi ed ecclesiali (1959-1973), a cura di Mario Casella, Ed.AVE, Roma, 1992, pag. 38)

Con queste parole Vittorio Bachelet ha sintetizzato, nel lontano 1964, in una dichiarazione televisiva, il compito dell’Azione Cattolica. Nello spirito di queste parole che hanno un sapore di grande attualità, l’Azione Cattolica Italiana dichiara, nel documento della XIII Assemblea Nazionale, il proprio impegno a servizio del bene comune.

L’impegno per la promozione del bene comune è innanzitutto una scelta di missionarietà per tutta l’ACI e per tutti i fedeli laici impegnati ad essere testimoni del Vangelo, ad essere “cittadini degni del Vangelo”.

E per essere davvero testimoni del Vangelo, in un mondo in continuo cambiamento, dobbiamo amare il mondo nel quale oggi ci troviamo a vivere; amare le persone che incontriamo, specie quelle più in difficoltà; amare il territorio in quanto luogo primario di una convivenza non solo civile ma conviviale.

Innanzitutto è importante cogliere dal cammino della Chiesa Italiana, dal Convegno di Verona alla Settimana Sociale, che il bene comune è quello di tutti, quello possibile. Lo stile, nel presentare i contenuti su questo ambito vasto della vita delle persone, è quello della concretezza e della quotidianità. Dall’altro la prospettiva è quella di guardare al mondo, spesso nelle sue pieghe drammatiche, problematiche e tristi, con umanità.

Oggi più che mai la priorità è quella di spendersi nella città e nella storia, come dice il documento finale, avendo cura di riferirsi a quel patrimonio unitario di valori irrinunciabili per costruire relazioni vere di rispetto reciproco, di dialogo, di affermazione della profondità di talune scelte frutto di un discernimento evangelico costante. E questo lo si fa sapendo che la scelta di spendersi per la città e la storia è prima di tutto una scelta culturale e di formazione.

Accanto a questo, l’ACI ha la responsabilità di attuare i propri impegni, offrendo un qualificato contributo al discernimento e alla manifestazione del pensiero con i linguaggi dell’oggi. Attraverso questo servizio l’ACI vuol far emergere la popolarità dell’esperienza di tanti fedeli laici credenti associati, sapendo che oggi conta molto la capacità di fare breccia nel pensiero della gente, di fare, insomma, opinione tra le gente.

*Presidente diocesano ACI di Vicenza

cfr. Documento Assembleare n. 10.3

Le forme del primo annuncio

Martedì 19 Agosto 2008
di Alessandra Migliara*

L’evangelizzazione è certamente la vocazione primaria dell’Azione Cattolica. “L’AC – dice il Progetto Formativo - è nata per evangelizzare: l’annuncio di Cristo come l’unico Salvatore del mondo è il pensiero fisso che anima la sua preghiera, motiva la sua azione, qualifica la sua formazione; e come un tempo si è fatta carico della cura della fede di quanti avevano compiuto una scelta di vita cristiana, oggi essa intende farsi carico della non fede, o della fede incerta, di tanti.” (Pf 5.5). Anche le Linee guida per gli itinerari formativi richiamano l’attenzione su percorsi di riscoperta della fede per giovani e adulti. L’Associazione, che in passato ha già riflettuto sull’importanza del primo annuncio e sulle sue possibili forme, vuole adesso attraverso il Documento assembleare rilanciare questo impegno e provare a individuare delle strade percorribili affinché il progetto possa concretizzarsi nella vita associativa attraverso percorsi di ricerca e riscoperta della fede per tutti coloro che ne sono attualmente lontani.

Ecco dunque quali sono gli aspetti maggiormente evidenziati nel documento.

Innanzitutto, la proposta di primo annuncio non può non partire dalla “dimensione umana della vita”, cioè dalle domande di senso che abitano in ognuno di noi. E’ questo il primo terreno comune nel quale possiamo incontrare l’altro, nell’ascolto attento e nella condivisione discreta del suo mondo interiore, nel quale è già presente e viva, oppure è sopita e nascosta (ma pur sempre presente!) la ricerca di Dio. Come ci ha ricordato Luigi Alici, “ciò che conta non è catturare le persone per portarle a casa nostra, ma aiutarle umilmente a tornare, prima di tutto, a casa propria.” (Luigi Alici, Relazione alla XIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana). Il Documento assembleare riconosce inoltre a colui che “riceve” il primo annuncio un ruolo assolutamente centrale, da protagonista: l’Azione Cattolica è chiamata ad essere una comunità educante “accogliente”, nella quale ognuno, pur nella sua diversità e con differenti storie personali alle spalle, può sentirsi coinvolto in un autentico processo di confronto e ricerca.

Ma per poter far questo l’Associazione deve avere “occhi e orecchi aperti sulla realtà del mondo”, un mondo in trasformazione nel quale la fede non fa più parte del patrimonio condiviso e trasmesso attraverso le generazioni e bisogna individuare nuove forme di evangelizzazione e nuovi linguaggi. In particolare il nostro compito e la nostra specificità di laici si esplicano nel “portare il Vangelo a contatto della vita” (cfr. Progetto formativo, Introduzione n. 4), cioè nel vivere nella quotidianità, negli ambienti di vita, la nostra fedeltà al Vangelo.

Vengono infine delineate delle modalità e degli strumenti concreti, i cui elementi comuni sono: un rinnovato slancio missionario, che deve esprimersi soprattutto negli ambienti di vita e attraverso progetti di solidarietà condivisi; una lettura critica alla realtà, che valorizzi le domande di vita e che comprenda il ricorso ai linguaggi della cultura; una rinnovata riflessione sui temi del primo annuncio e una più feconda circolazione di idee e di esperienze che potrebbero poi confluire in un sussidio.

* Incaricata regionale MSAC della Sicilia

cfr. Documento Assembleare n. 10.1

Le forme della missione

Martedì 5 Agosto 2008
di Enza Capizzi

La terza parte del documento assembleare declina quella che da sempre è la scelta fondamentale della nostra associazione: il primato della fede. È importante tenerlo ben presente, perché sia il nostro sì a Dio a dare senso, illuminare e dare sostanza al nostro sì all’uomo. Per questo leggiamo questa parte del documento come un invito concreto a tradurre in vita, personale prima e associativa poi, la nostra scelta fondamentale. La passione educativa, il tempo, la preghiera, l’esperienza e la generosità di chi condivide il sogno dell’AC, saprà adattare al passo della propria realtà locale gli input ricevuti.

Leggendo gli obiettivi prioritari che come AC ci siamo dati per questo triennio, a partire dalla condivisione tra le diocesi e dall’elaborazione assembleare, emerge chiaramente quanto ci stia a cuore l’attenzione alla persona a partire dalla dimensione più profonda e più arricchente: il suo rapporto con Dio incarnato nella storia.

Se è vero che abbiamo veduto e udito, che dall’Incontro traiamo linfa vitale e abbiamo sperimentato che quella di Dio è l’unica strada che porta alla felicità, allora vivere e custodire la fede diventa la cosa più preziosa che abbiamo e per questo la prima forma di missione; nasce così spontaneo il desiderio di raccontare al mondo questo Incontro, con le parole della vita, perché tanti possano fare questa stessa esperienza di libertà, di vita, di responsabilità che riempie di senso.

Su questo vale la pena fermarsi ed ascoltarsi per confrontarsi con se stessi prima e con i fratelli poi, per schivare la tentazione che ad aver bisogno di cura siano solo gli altri, come se noi non avessimo tempo perché occupati nelle attività…

Per impegnarsi a sostenere la fede occorre sapersi mettere in discussione, “sapere” per esperienza personale, occorre la pazienza di Dio, occorre vivere l’ascolto, la condivisione, occorre non aver paura della verità di noi stessi, e di metterci in gioco: nessuna sovrastruttura ci è chiesta, niente di artificioso dobbiamo ricercare ma solo la nostra vera, profonda identità.

Ecco allora che le modalità e gli strumenti suggeriti nel Documento acquistano senso e si intrecciano tra loro come pezzi di un puzzle organico, armonioso, “funzionale” alla vita e ai bisogni nostri e delle persone che ci camminano a fianco.

Conoscere e mettersi in ascolto di chi ha vissuto la misura alta della vita cristiana e ci dice con la forza di una vita vissuta che “ne vale la pena!” sarà allora scuola di speranza (punto a); pensare insieme a cosa può essere utile per vivere senza sconti la Parola di vita che promette la felicità qui e ora darà forma alla Regola di Vita (punto b); promuovere spazi di incontro privilegiato con Dio e la sua Parola sarà conseguenza naturale del nostro stile di vita (punto c e d); rivedere la formazione e usare bene tutti i luoghi e i tempi che l’esperienza associativa ci regala vorrà dire non dare per scontato modi di fare e proposte, ma partire sempre da un ascolto dei bisogni e delle realtà, da un’analisi profonda di cosa comunichiamo, di come lo facciamo e a chi (punto e, f, g, h, i).

Fedeli a noi stessi sulle orme del Vangelo: così si diventa cittadini degni del vangelo e…né alla fine del triennio, né alla fine della vita riceveremo un attestato di cittadinanza, ma sarà il nostro sguardo libero e felice che dirà la nostra cittadinanza e l’”efficacia” della nostra missione.

cfr. Documento assembleare n. 10 (in particolare n. 10.2)

AC e pastorale

Giovedì 24 Luglio 2008
di Giuseppe Pantuliano*

Dopo aver chiarito che il primato della fede costituisce il fondamento e l’anima della vita associativa, il documento assembleare sottolinea che questa istanza si traduce concretamente e fattivamente in “legame vivo e profondo con la Chiesa locale”. Nonostante la complessità e talvolta la problematicità che il rapporto tra dinamica associativa e contesto ecclesiale di riferimento inevitabilmente comporta, la capacità dell’AC di inserirsi vitalmente nella pastorale della comunità cristiana particolare rappresenta una scelta deliberata, consapevole ed irrinunciabile, perché è proprio qui che si raccordano Vangelo e vita, infinito e quotidiano, identità e servizio, annuncio ed accoglienza, in una preziosa operazione di sintesi che la rende realmente popolare. Un’Associazione più radicata nello Spirito e nel contempo, proprio per questo, più sbilanciata verso l’esterno - per recuperare quel protagonismo sociale che le consente di presidiare efficacemente la dimensione della popolarità - aiuta la Chiesa stessa a riconoscere e valorizzare la ministerialità tipicamente laicale dell’AC.

Il servizio laicale costituisce la vera sfida di nuova stagione ecclesiale, in cui è sempre più necessario passare dalla “collaborazione” alla “corresponsabilità”, e deve vedere impegnata l’AC a ricercare un nuovo rapporto tra parrocchia e territorio per essere strumento di un cristianesimo diffuso e palpabile.

Innanzitutto, bisogna avere consapevolezza che c’è un “noi” che ci precede: esso è per i singoli aderenti l’Associazione ed è per l’Associazione il reale radicamento nella Chiesa di Cristo. L’AC, forte della sua centenaria esperienza, non ha bisogno di mettere puntelli per definire il perimetro di uno spazio proprio, ma deve saper fecondare gli ambiti in cui è inserita col proprio stesso esserci. Evitare il rischio di blindarci in una sorta di fortino identitario, per usare l’espressione di Luigi Alici, ci restituisce ad un ruolo decisivo di mediazione e spirito di iniziativa che non può che procurarci centralità ed opportunità. In tal senso, la testimonianza offerta in occasione del Convegno di Verona dovrebbe diventare un paradigma comportamentale a livello diocesano e parrocchiale.

D’altro canto, bisogna arginare il rischio inverso di considerare l’AC una semplice modalità di servizio pastorale priva di una propria fisionomia caratterizzante. E’ per questo motivo che si chiede ai Pastori di aiutarci affinché non sia svuotata di valore la specifica soggettività associativa da spendere per l’edificazione della Chiesa nella realtà temporale.

Solo una reciproca “contaminazione” tra ministeri e parti della Chiesa rende possibile la costruzione della comunione al di là di un semplice pio desiderio. Per quanto ci riguarda, essa implica una rinnovata attenzione, intelligente e generosa, a fecondare maggiormente lo spazio ecclesiale con il nostro contributo ed insieme a compiere più sforzi per fare rete con i diversi soggetti istituzionali della pastorale, senza rinunciare al nostro essere associazione. La qualità della dinamica relazionale è la cartina di tornasole della nostra maturità associativa e del nostro spessore ecclesiale: dobbiamo meno istituzionalizzare eventuali conflitti e più impegnarci con spirito costruttivo a trovare vie d’uscita.

Per continuare ad essere battistrada del laicato cristiano, occorre che l’AC stia nella Chiesa con quel suo stile di elaborazione spirituale, pastorale e culturale che sa allenare nel quotidiano alla responsabilità nell’impegno formativo e missionario, laddove il percorso di costruzione dell’esperienza religiosa spesso appare come un rinchiudersi in un contesto autoreferenziale che preclude alla testimonianza il campo aperto della vita. Una Chiesa “in situazione” deve mostrare, infatti, il potere trasformante della speranza cristiana, che non riguarda solo il futuro destino del mondo, ma la concretezza e la forza profetica con cui ci si muove tra le pieghe e le piaghe del presente.

* Presidente diocesano AC di Salerno

cfr. Documento Assembleare n. 6

Il primato della fede

Lunedì 14 Luglio 2008
di Valentina Soncini*

Dopo aver tracciato il quadro storico ed ecclesiale entro il quale accade la nostra XIII Assemblea, il documento si appresta a tracciare le linee guida del triennio ora iniziato.

Un primo orientamento non ovvio, è la sottolineatura del “primato della fede”. Se il termine ha un significato, “primato” sta a indicare ciò che “viene prima”, “innanzitutto”, per dare forma, indirizzo, senso a ciò che viene dopo. Sottolineare il “primato della fede” non significa anteporre un capitoletto di apertura ideale, per poi occuparsi delle “cose” pratiche, cioè le forme della missione, ma vuol dire scegliere di ripartire dalla centralità di Gesù, principio e fondamento di ogni altra scelta, punto mai acquisito una volta per tutte, motivo di desiderio, di ricerca, di lotta, di attrazione e di conversione. La fede è e vuole essere un fondamento vitale, vitalizzante. In un contesto secolarizzato da un lato, animato da una pluralità di linguaggi religiosi dall’altro, è rischioso dare per scontato questo punto. Anzi, proprio l’indifferenza e la confusione, che impalpabilmente ci distraggono e ci sottraggono al rapporto con Dio, motivano ancor di più una scelta personale di adesione al Vangelo. Tutta la vita associativa può e vuole essere una continua educazione al primato del Vangelo, a una vita spirituale intensa, personale, profonda, come fonte zampillante nel cuore nelle nostre iniziative.

Il documento declina subito il primato della fede nel rilancio della “scelta religiosa”, a favore del Paese e della Chiesa, aperta alla storia e insieme alla trascendenza. Questi termini richiamano la notissima Lettera a Diogneto, e la doppia fedeltà dei cristiani a Dio e alla storia di tutti. Il titolo dell’assemblea “Cittadini degni del Vangelo” riduce lo spazio di una doppia cittadinanza, indicando il movimento della scelta religiosa “solo” in un doppio passo: verso Dio e verso la responsabilità della testimonianza. Questa maggiore unità lascia ancor meglio trasparire l’originalità della fede cristiana: vera apertura al Dio della storia e insieme via per una incarnazione senza sconti nella vicenda umana.

La spiritualità che ne viene, se vissuta con fedeltà, mostra di saper reggere il doppio movimento che insieme apre alla infinita misura dell’amore di Dio e, senza separazione e senza confusione, senza esasperazioni laiciste e senza cedimenti alla “religione civile”, consegna il credente a una vicenda finita, particolare, caratterizzata da sue leggi e da una sua giusta autonomia.

Questo doppio movimento risulta essere in profonda sintonia con la tensione spirituale che anima la Chiesa stessa, continuazione della stessa missione di Cristo nella storia, realtà mistica, e insieme realtà sociale, edificata al modo degli uomini diversi tra loro in ogni epoca. La Chiesa per camminare nella storia ha bisogno di non perdere nessuna di queste due dimensioni. L’AC, vivendole con fedeltà, può continuare ad essere, come auspicava il Card. Bagnasco nel suo scritto all’AC, “una forza viva, che, mentre accompagna il cammino quotidiano delle comunità, sperimenta vie nuove e non cessa di unire il pensiero all’azione.”

*Presidente diocesano AC di Milano, Componente della Commissione per il Documento della XIII Assemblea Nazionale ACI

cfr. Documento Assembleare n. 3-4-5

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia
    Dialoghi, la rivista: cover Dialoghi
  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

    Un mondo da condividere

    Il mondo: una “risorsa” da custodire e da “usare” come bene comune.