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Ripartiamo dalla Famiglia

martedì 24 marzo 2009

Intervista a Salvatore Martinez, Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo

Per un cristiano prendersi cura significa prima di tutto avere a cuore: credo sia necessario avere una grande compassione per questo nostro tempo, sentirci prima di tutto davvero prossimi alle povertà di oggi, povertà morali, spirituali e poi evidentemente anche relazionali”.

Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, interpreta così quella che Benedetto XVI ha definito l’emergenza educativa. Ma su cosa punta in particolare l’impegno educativo del Rinnovamento?

Bisogna partire dalla famiglia. Noi avvertiamo quanto sia importante ripristinare le memorie e credo che un ruolo decisivo nella cura educativa sarà proprio quello di riaffermarle. Le memorie valoriali, sociali, e anche la memoria dello stare insieme, che ci permette di ricordare come noi costruiamo i rapporti di fraternità, di amicizia, di prossimità e quindi di come costruiamo la storia e il tessuto sociale. Al contrario l’oblio delle memorie rende spesso afasico il nostro parlare e apatico il nostro rapportarci agli altri. Il cristiano è il simpatico per eccellenza, cioè è colui che entra nelle realtà con il tono dell’amore generando una compagnia, una fraternità, una amicizia. Per me questo è il fondamento della cura educativa, altrimenti proporremo programmi, percorsi ideali, ma senza un cuore, senza la vicinanza interiore e la dimensione spirituale. Noi invece dobbiamo porci con grande umiltà dinanzi a questa richiesta di senso e di aiuto che ci sta attorno.

Bisogna cominciare, lo ribadisco, dalla famiglia perché l’egoismo generazionale di molti padri e di molte madri hanno confinato i giovani in una condizione di orfani, facendo mancare loro il contatto con gli ideali superiori. Così tutto si disfa, tutto diventa fragile. In questo modo fare crescere, perché questo significa educare, diventa difficile.

Mi pare che nel suo discorso l’impegno educativo sia fortemente legato alla costruzione del bene comune…

Il bene comune ha evidentemente nella cura educativa un ruolo fondamentale, perché se il bene comune presuppone una coscienza comune, questa coscienza deve essere costruita e fondata sulla verità. Ma la verità è il dato complesso del saper vivere, del saper giudicare il bene e il male, del saper costruire in una realtà di solidarietà, di sussidiarietà, di responsabilità, a partire dal territorio, a partire dalle nostre società. Quindi il bene comune è in fondo il riverbero, il riflesso sociale di questa cura educativa. Ma non ci sarà bene comune se non saremo capaci di riportare al centro della questione sociale e della questione morale, l’originalità e quindi il fascino del Vangelo.

Il Vangelo si declina in tutte le sue espressioni: c’è il Vangelo della vita, c’è il Vangelo della famiglia, c’è il Vangelo dell’economia, della politica, del volontariato: ha infiniti colori! Von Balthasar dice che così nascono i nuovi carismi. Questo sguardo di una finestra che si apre e si vede finalmente la realtà in un modo nuovo.

Ecco il bene comune è questa capacità di vedere la poliedricità, la bellezza, la fantasia del Vangelo, nella sua coniugabilità in tutti quegli stili di vita umana di cui la realtà ha bisogno. Se questi stili di vita poi sono improntati dal Vangelo e quindi si fanno cristiani, ecco che l’originalità della nostra fede ritorna e si fa storia, si fa Provvidenza.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

L’uno e l’altro tema sono parte del Dna dell’Azione cattolica, della sua storia, della sua originalità, e, guardando al nostro tempo, della sua attualità. Ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni Paola Bignardi, Luigi Alici e adesso Franco Miano e li vedo animati da questa passione di ricerca e di testimonianza. Il mio auspicio è che l’Azione Cattolica – che non credo affatto abbia esaurito la sua profezia e il suo ruolo sia nel dibattito sociale che nella realtà delle nostre comunità ecclesiali, dove non solo è presente, ma è anche efficacemente operante – possa continuare a svolgere questo preziosissimo lavoro. La formazione delle coscienze è già di per sé costruzione della dimensione sociale; l’attenzione per il bene comune è già di per sé rinnovamento della storia, rinnovamento della realtà.

Una associazione storica e così articolata al proprio interno che si ripensa, che sente ansia di rinnovamento, di cambiamento, che sempre più si fa interprete di dialogo e di condivisione, certamente ha già imboccato la strada che la proietta ancor di più decisamente verso il futuro. E credo che di questo tutti abbiamo di che rallegrarci in spirito di sincera fraternità e comunione ecclesiale.

Educatori, non psicologi

venerdì 6 marzo 2009
Intervista a Giancarlo Cesana, Comunione e Liberazione

La genialità di don Giussani è di essere stato un grande educatore. Cioè una persona che ha riflettuto sul cristianesimo, sulla propria esperienza, in un certo qual senso rendendolo consapevole per sé fino al punto di far diventare consapevoli gli altri.

Giancarlo Cesana cita il fondatore di Comunione e Liberazione, per spiegare qual è l’idea che CL ha dell’educazione.

Ma perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, “di emergenza educativa” per dirla con le parole di Benedetto XVI?
Oggi si pensa che l’educazione in fondo sia una sorta di branca minore della psicologia: non si sa quale è il proprium dell’educazione. Ho fatto molti incontri con studenti di pedagogia, di scienze della formazione, in cui domando sempre quale è la differenza tra l’educazione e la psicologia. Non sanno rispondermi! Infatti studiano l’educazione come se fosse psicologia. Per cui i bambini che educano sono dei “piccoli ammalati”, alla fine, da curare.
Mentre l’educazione si rivolge alla libertà. Questo è il problema: non si sa che cosa è la libertà! E non si sa che cosa è la libertà, perchè non si sa che cosa è la verità! C’è una grandissima confusione. Ecco, l’emergenza educativa!
Noi cerchiamo di intervenire sia con l’esperienza del Movimento, che ha come suo perno la Scuola di Comunità, che è una catechesi e poi facciamo proprio le scuole.

Qual è invece la riflessione del Movimento sul bene comune?
Il bene comune, che è il bene per tutti, è il bene. Perché quando si parla di bene comune è come se si dovessero prendere beni diversi e tirare fuori dei pezzettini. Il bene comune è bene! È il riconoscimento in comune del bene. Per cui contribuire al bene comune vuol dire portare avanti quello che è bene per sé, poiché se è bene per me, deve essere bene anche per gli altri. Perché altrimenti non è bene.

Quale contributo si aspetta dall’Azione Cattolica in questi due ambiti?
L’Azione Cattolica storicamente in Italia ha avuto un ruolo importantissimo, poiché è stata un po’ il “motore” indiretto della operosità cristiana, che è una tradizione tipica del nostro Paese. Anche in altri Paesi cattolici non c’è che i cattolici abbiano fatto le banche, gli ospedali, le scuole – certo, anche per la grande assenza dello Stato. La Democrazia cristiana, la politica…: l’Azione Cattolica è dietro tutto questo.

Questo è un giudizio storico o di prospettiva futura?
Secondo me è la stessa cosa, in fondo. Cioè, è una azione cattolica! È un movimento dei cattolici. Di coloro che essendo cristiani si muovono, si muovono da cristiani.

L’AC più di tutti sa essere a servizio della Chiesa

martedì 24 febbraio 2009

Intervista al presidente delle ACLI Andrea Olivero

L’emergenza educativa non è un problema soltanto degli educatori tradizionali e non è nemmeno una questione che riguarda soltanto chi è naturalmente destinatario dell’azione educativa. Ma è un problema di una società che ha perso alcuni riferimenti e di ciascuno di noi nella misura in cui non ci sentiamo chiamati a migliorarci e a confrontarci con i valori che enunciamo ma poi fatichiamo a vivere”.

Il presidente delle ACLI, Andrea Olivero, descrive così quella che Benedetto XVI ha chiamato “l’emergenza educativa”.

Ma quali sono i passi in avanti che l’associazionismo cattolico e la Chiesa tutta possono fare su questo versante?

Credo che dovremmo lavorare molto per costruire dei percorsi che abbiano la capacità di coinvolgere le persone, di responsabilizzarle. In questi anni abbiamo troppe volte disgiunto la teoria dalla pratica, abbiamo proposto anche valori alti, forse troppo, e contestualmente non li abbiamo saputi coniugare in esperienze. Il percorso educativo invece ha bisogno di vivere esperienze.

Viceversa, un processo educativo calato dall’alto, troppo legato a valori astratti, rischia di rivelarsi effimero e in molti casi di essere valutato soprattutto dai giovani come ipocrisia, come presentazione di un mondo che non c’è.

Nell’età dei reality, del virtuale, noi dobbiamo usare esattamente l’opposto: e cioè andare a far provare l’esperienza. Andare a far vivere l’esperienza. Perché è questa che ci determina. In fondo il cristianesimo ha anche, e vorrei dire soprattutto, questa attenzione alla carne. L’incarnazione e il portare un messaggio – il Vangelo, la buona notizia – all’interno di un vissuto contraddittorio, problematico fin che si vuole, ma che è il nostro spazio vitale. E’ il luogo nel quale possiamo tentare di costruire il Regno.”

La prospettiva sociale della sfida educativa è sicuramente quella della costruzione del bene comune. Cos’è secondo le ACLI oggi il bene comune?

Definizioni ne abbiamo sentite tante in questi anni, dalle Settimane Sociali allo stesso Convegno ecclesiale di Verona. La Chiesa è tornata ad interrogarsi con forza e il laicato italiano ha vissuto questo come un momento di grazia.

Credo che la tensione verso il bene comune sia la tensione verso il riconoscimento che esiste un “noi”, un popolo all’interno del quale vi è la salvezza. La salvezza – ce lo dice la Lumen Gentium, ce lo ha ribadito con grande efficacia Benedetto XVI nella Spe Salvi – non è rivolta solo all’individuo, ma è rivolta ad un popolo. Dio ha scelto un popolo. Il bene comune è appunto il riconoscimento che determinati elementi fondanti non stanno in capo soltanto a noi come singoli: valgono per tutti e tutti insieme dobbiamo cercare di concorrere per costruirli, per andare a goderne insieme. Secondo me questa visione – anche, per certi aspetti, escatologica – del bene comune, è fondamentale per ciascuno di noi. Perché se noi considerassimo la salvezza come un fattore esclusivamente individuale, il bene comune sarebbe sempre solo strumentale. Invece insieme dobbiamo tendere ad esso perché in esso noi ritroviamo il completamento anche della nostra salvezza individuale.”

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda l’emergenza educativa che la costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica è forse l’organizzazione, l’associazione che maggiormente nel mondo cattolico ha saputo mettersi a servizio. Cioè non mettere se stessa davanti, ma mettere la Chiesa al centro della sua opera. In questo momento, in cui noi tutti dobbiamo metterci in gioco non per rafforzare le nostre specifiche identità, ma per metterle a servizio di un progetto più grande, l’Azione Cattolica è il soggetto che più di tutti può aiutarci a superare i particolarismi e a considerare la Chiesa nella sua interezza come il luogo all’interno del quale operare.

In più l’Azione Cattolica continua a darci uno stile: uno stile sobrio, attento, preciso e accogliente. Credo che su questo elemento noi dobbiamo anche cogliere e stimolare l’Azione Cattolica a continuare a spronarci e a darci messaggi. Aabbiamo assoluto bisogno di una cura delle relazioni, dei luoghi, delle modalità con le quali stiamo insieme: l’Azione Cattolica questa cura in questi anni l’ha sempre dimostrata.”

“La priorità è l’educazione”

“La Costituzione tradita”

mercoledì 5 novembre 2008
La priorità è l’educazione
di Mimmo Muolo (Avvenire, 12 ottobre 2008)

La Costituzione tradita
di Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana n. 44 – 02 novembre 2008)

La Costituzione tradita

mercoledì 5 novembre 2008
(da: Famiglia Cristiana n. 44 – 02 novembre 2008 )

di Alberto Bobbio

INTERVISTA CON IL PROFESSOR FRANCO MIANO, NUOVO PRESIDENTE DELL’AZIONE CATTOLICA, DOCENTE DI FILOSOFIA MORALE

Federalismo, vita, economia, immigrati: «Stiamo tradendo la nostra Carta, che ha le sue radici nella solidarietà tra i cittadini e i corpi sociali». E i cattolici devono svegliarsi.

«Il rischio maggiore che sta correndo oggi il nostro Paese? Il localismo esasperato, la fatica a mettersi insieme per risolvere i problemi, uno Stato sempre più debole e un’economia poco governata».

Parla il professor Franco Miano, docente di Filosofia morale all’Università di Roma Tor Vergata, da qualche mese nuovo presidente dell’Azione cattolica italiana, e denuncia che anche tra i cristiani c’è la tendenza a rinchiudersi in un orizzonte dorato, rilevando che in Italia «aumentano le diseguaglianze».

Professore, di cosa si tratta?
«Di tradimento della Costituzione, che, invece, ha le sue radici nella solidarietà tra i cittadini e i corpi sociali».

Vale anche per l’economia?
«Certo. Il capitalismo selvaggio o, come alcuni preferiscono dire, creativo, che ha portato il mondo sull’orlo della bancarotta, Italia compresa, non è quello che è stato disegnato dalla nostra Carta costituzionale».

Come sta il Paese?
«È attraversato da profonde ambivalenze. Accanto a tante risorse, c’è il rischio di ulteriori chiusure. Fa fatica a risolvere insieme i problemi».

Faccia un esempio…
«La lotta alla criminalità. Tutti, singolarmente, dicono di agire, sono pronti a denunciare, ma, poi, manca l’impegno per scelte comuni ed efficaci. La stessa cosa vale per gli immigrati, ma anche per la difesa della vita. Non ci si preoccupa di formare mentalità, opinioni pubbliche. Prevale solo l’utile immediato e personale, non ci si spende più per ciò che ha valore di progetto comune».

Sull’immigrazione si stanno sfiorando le leggi razziali…
«E sa perché? Perché non mettiamo più al centro la dignità di ogni persona, pur proclamandola a parole».

Vale anche per i cristiani?
«Eccome. I cristiani in Italia, che sono pur sempre un’ampia fetta della popolazione, rischiano di vivere soltanto un cristianesimo di facciata, come se la fede non dovesse avere conseguenze sul piano della convivenza. E tra esse c’è quella di occuparsi dei poveri. Invece, purtroppo, tanti cristiani finiscono per mettersi dalla parte dei ricchi, piuttosto che da quella dei poveri».

Vede un aumento delle diseguaglianze nel nostro Paese?
«Penso che l’Italia si stia dimenticando che, finché ci sarà un solo povero, sulla giustizia c’è qualche problema. Se le diseguaglianze aumentano, allora stiamo tradendo la Costituzione».

Non è solo un problema di ridistribuzione del reddito?
«Lo è in parte. Perché c’è chi non ha reddito e continua a non averlo. Noi tendiamo a ridistribuire a chi ha già. Dunque, i problemi sono due: i poveri e chi finisce sotto la soglia della povertà. Ma non vedo tanta preoccupazione nella politica per i poveri».

E sulle istituzioni?
«Gli uomini e le donne di Azione cattolica le hanno costruite con grande passione. Crediamo alla centralità del Parlamento. Non c’è solo il rispetto formale delle leggi per far funzionare una democrazia, ma anche il dibattito. Oggi tutto si riduce allo scontro di posizioni diverse, che non migliora il Paese. E ciò accade perché i luoghi del confronto sono stati esautorati nel loro sostanziale peso e valore. L’Azione cattolica, invece, insite perché accanto a una democrazia delle regole funzioni, e bene, una democrazia dei valori. E il Parlamento è il luogo di riferimento essenziale, dove far risuonare la vita reale della gente».

Il prossimo terreno di scontro sarà il federalismo…

«È un tema delicato, perché nell’Italia delle Regioni va realizzato uno specifico riordino amministrativo, ed eventualmente anche fiscale. Ma ciò non significa consolidare l’esistente, dunque, le diseguaglianze. Così come la sussidiarietà non è semplice decentramento. Un Paese non si consolida mettendo una parte contro un’altra».

Cosa insegna la crisi finanziaria?
«Tante cose. Prima di tutto che il mercato non può essere lasciato senza regole. E poi, che la politica deve dire la sua sull’economia e non, invece, lasciare che l’economia la condizioni totalmente. Infine, questa crisi pone un problema di stili di vita, e il tema della ricerca di una nuova sobrietà, che vuol dire anche vivere del proprio lavoro».

Per i cristiani, in tutto ciò c’è un ruolo della parola di Dio?
«Certo, ma a volte rischia di essere solo proclamata e non vissuta. Bisogna leggerla e metterla in pratica e non lasciare che ci siano solo alcuni gruppi specializzati a studiarla. La Bibbia deve essere il libro che accompagna la vita di ogni laico cristiano, come ha detto nelle scorse settimane il Sinodo dei vescovi».

Ma i laici non si sono un po’ ritirati in questi ultimi anni?
«Le grandi trasformazioni sociali e politiche hanno provocato una sorta di spaesamento nei laici, e molte volte si è preferito il silenzio. Hanno parlato i vescovi. Oggi, i laici devono recuperare il senso del loro ruolo anche nella Chiesa, senza paure».

È questo il senso della lettera all’Azione cattolica dei vescovi italiani?
«Sì: i laici devono parlare forte e con chiarezza, da soli e come associazioni. Devono far risaltare di più argomenti come l’attenzione alla persona, alla vita, all’educazione, nel dibattito pubblico, dentro la Chiesa e dentro il Paese. L’Azione cattolica, diffusa in quasi tutte le parrocchie d’Italia, associazione fortemente popolare, ha davanti a sé un compito impegnativo».

La santità dei laici

venerdì 4 luglio 2008
di Gennaro Ferrara

Intervista a Francesco Miano, Presidente Nazionale ACI

Quali sono le priorità che avverti per il tuo mandato di presidente nazionale dell’Azione Cattolica?

Il primo elemento lo traggo dal discorso del Santo Padre e dalla insistenza con la quale ha sottolineato il rapporto tra la vocazione dei laici e la chiamata alla santità. Una santità, dunque, vissuta a partire dalla vita quotidiana, il che ci rimanda immediatamente alle grandi testimonianze che hanno segnato i 140 anni della storia della nostra Associazione.
Tutte le scelte che dobbiamo fare come Ac, in fondo, sono legate alla realizzazione di quelle sintesi sempre nuove fra fede e vita, cui il Papa stesso ci ha richiamato il 4 maggio scorso. Credo che oggi per noi questo significhi impegnarci nel primo annuncio, per favorire la riscoperta della fede, e investire sempre più in una formazione che sappia essere all’altezza del nostro tempo complesso e contraddittorio.

Il Papa ha parlato anche di “emergenza educativa”. Quale può essere, sotto questo profilo, il contributo dell’Azione Cattolica, che da sempre è impegnata sul versante della formazione?

La risposta dell’Azione Cattolica è sempre stata quella della formazione di lungo periodo. Adesso si tratta di ricalibrare questa importante esperienza, questa tradizione fatta di cammini formativi, di progetti, di proposte, di vita di gruppo, di attenzione alle persone. Si tratta di ricalibrarla a misura dell’oggi, cercando da un lato di riandare all’essenziale (che è sostanzialmente la proposta per una crescita di umanità piena, capace di una apertura viva al Vangelo e di una testimonianza forte e coraggiosa) e dall’altro di essere sempre più in grado di rispondere alle questioni stringenti che il nostro tempo ci pone di fronte.

Dal Papa è venuto anche un incoraggiamento forte, quando ha detto che la scelta di assumere come nostro il fine apostolico generale della Chiesa non significa avere una identità debole, anzi…

Mi è sembrato un riconoscimento importante. Il Papa ha messo in evidenza un aspetto rilevante della nostra identità: quello dell’equilibrio fecondo tra Chiesa universale e Chiesa locale.
Questo equilibrio non è qualcosa di generico, ma esprime la profondità di una vocazione, di un dono che si realizza attraverso il legame associativo, fatto da persone che si ritrovano intorno al loro Vescovo, che sentono come propria, nel livello locale e universale allo stesso tempo, l’intera missione della Chiesa. La dedicazione alla vita della chiesa locale, va sempre più sottolineata perché quello è il luogo dove il Signore si incontra con un popolo; allo stesso tempo, l’apertura alla Chiesa universale, fa vivere nel piccolo il grande, nella parte il tutto.

Tu sei il primo che arriva a presiedere l’Associazione dopo aver guidato tanto i giovani, quanto gli adulti (ti è mancata solo l’ACR!). Qual è lo stato di salute dei settori?

Per quanto riguarda gli adulti, sono in aumento le realtà di adulti-giovani, spesso formate da coppie di sposi, che si stanno affiancando ai gruppi adulti tradizionali con una forte componente di anziani. Credo sia migliorata la qualità della partecipazione: tutti si sentono più responsabili e sono sempre meno quei gruppi che fanno dipendere i loro percorsi formativi dalla sola meditazione del sacerdote.
Per quanto riguarda i giovani, penso che per loro la proposta dell’Azione Cattolica sia ancora oggi molto significativa. Sono particolarmente efficaci i cammini che li coinvolgono nell’impegno sociale e quelli che propongono un forte itinerario spirituale. Da questo punto di vista hanno dato buoni risultati esperienze come le scuole di cittadinanza e quelle di preghiera.

E l’ACR?

L’ACR, resta unica nel suo genere: fondata sull’idea del protagonismo dei ragazzi, sulla valorizzazione anche dei più piccoli, e quindi sull’intuizione che si può essere testimoni ad ogni età, rimane una delle forme più creative attraverso cui si esplica da un lato la passione educativa dell’associazione, dall’altro la capacità di interagire anche con i piccoli che ha sempre caratterizzato l’Azione Cattolica.

Avanti, insieme

sabato 19 aprile 2008
di Gianni Borsa

Intervista con Luigi Alici

Il professor Alici è sereno. Ascolta, riflette, parla adagio. Per la rivista associativa trova volentieri il tempo di fermarsi e fare il punto della situazione. L’Ac sta vivendo tre momenti fondamentali: le celebrazioni per i 140 anni di fondazione, l’Assemblea triennale e l’atteso incontro con Benedetto XVI in piazza San Pietro.

Tre anni alla guida della maggiore associazione cattolica del paese, in un periodo di rinnovamento interno e di trasformazioni profonde della società italiana. Temi che certamente affronterà nella relazione all’Assemblea di maggio. Anticipiamo un suo primo “bilancio” per i lettori?

Mi pare di dover registrare un bilancio positivo: l’associazione ha cercato di mettere a frutto le intuizioni del triennio precedente, soprattutto sul versante formativo: basti ricordare i nuovi itinerari e l’attivazione del Laboratorio nazionale della formazione. Sono stati sviluppati nuovi “fuochi” di attenzione, come l’area “Famiglia&Vita”, e il Centro studi, che hanno promosso importanti seminari di approfondimento, insieme ai consigli scientifici degli istituti. Ma non vorrei fare una “lista della spesa”; forse il risultato più importante può essere espresso con due avverbi: avanti, insieme. L’associazione è profondamente unita e guarda avanti con fiducia.

Il presidente di Ac si deve dividere tra mille impegni associativi, che si aggiungono a quelli familiari, professionali, sociali di ogni laico. Basti pensare all’attività del centro nazionale, ai settori e ai movimenti, ma anche agli istituti, alla stampa. E, soprattutto, è richiesto in tantissime parrocchie e diocesi. Da dove sono giunte a Luigi Alici le principali soddisfazioni? Da dove le eventuali difficoltà?

Sicuramente il contatto con la gente è una ricompensa straordinaria e immeritata, a fronte di una grande complessità di impegni. Dietro il contatto visibile, poi, ho sempre avvertito una rete invisibile, da cui mi sono sentito costantemente accompagnato e sostenuto. Vorrei trovare le parole per poter descrivere questa forza misteriosa della preghiera, che ho toccato con mano, giorno dopo giorno. Alcune delle difficoltà nascono invece, soprattutto a livello nazionale, dall’intreccio fra la gestione delle questioni correnti e l’individuazione di obiettivi strategici di lungo periodo. Questi due aspetti dovranno essere tenuti sempre più distinti, e per questo c’è bisogno di collaboratori formati, competenti e disponibili, che sappiano anteporre il bene dell’associazione alle proprie visioni personali.

In questi anni lei ha girato l’Italia in lungo e in largo proprio per condividere coi soci la “scommessa dell’Ac”. Ha incontrato decine e decine di associazioni diocesane, dalle Alpi al Mediterraneo… Qual è, a suo avviso, lo stato di salute dell’Azione cattolica?

Nel suo complesso l’organismo associativo è in buona salute, anche se si registrano differenze, a seconda della collocazione geografica e del radicamento nella Chiesa locale. In ogni caso, solo associazioni che vivono una forte e convinta unitarietà, in senso orizzontale e verticale, possono servire in modo fedele e vivo la Chiesa diocesana, aiutandola ad aprirsi concretamente al territorio. Isolarsi è sempre un po’ morire. L’autonomia di cui le associazioni hanno bisogno non può essere mai guadagnata a scapito di una profonda identità associativa; coltivare in modo intelligente e metodico questo legame vitale con la storia e il cammino di tutta l’associazione aiuta a maturare una vera soggettività progettuale, cioè la capacità di sperimentare e condividere forme nuove di annuncio del Vangelo e di testimonianza di vita cristiana.

Se dovesse citare un impegno programmatico coronato da successo durante la sua presidenza, quale citerebbe? E, invece, una iniziativa o un proposito rimasto a metà strada o addirittura fallimentare?

Non vorrei indicare iniziative concrete, ma soprattutto un clima, un’atmosfera spirituale, una voglia di servizio, in spirito di concordia e di comunione. Tale obiettivo mi pare centrato. Accanto a questo, poi, credo che la celebrazione del 140° stia dando i frutti sperati: i due convegni di Castel San Pietro e Viterbo, con tutte le iniziative collaterali (a cominciare dal Manifesto al Paese) sono stati accolti con entusiasmo, come occasioni per rileggere una storia di fedeltà e di santità, che merita di essere custodita e raccontata. L’incontro nazionale del 4 maggio coronerà degnamente tale cammino. Resta invece ancora aperta l’esigenza di avere un “nostro” polmone spirituale, un luogo simbolico dove possano essere collocate tutte le attività formative per responsabili. Un luogo dove s’impari a pregare insieme, a studiare insieme, a costruire insieme una reale dinamica di progettazione e sperimentazione. Insomma, un vero Laboratorio dello Spirito e della Formazione. Stiamo valutando una proposta importante in questa direzione. Chiedo a tutti una preghiera speciale proprio per questo.

In molti casi l’Ac si è impegnata nell’ultimo triennio in “buone battaglie” pubbliche, sul versante della famiglia, dell’educazione, della cultura, della dignità del lavoro, della formazione all’impegno nella realtà sociale e politica. È stato un modo di tradurre la “scelta religiosa” nel mutato contesto di inizio millennio?

Nella prossima Assemblea dovremo impegnarci ad attribuire contenuti nuovi e positivi all’espressione, in sé un po’ datata, di “scelta religiosa”. Quello che ci sta più a cuore è vivere una sequela integrale del Signore Risorto, come singoli e come associazione; se l’aderire a Lui e alla sua Parola diventa veramente ciò che più conta nella vita, da questo deve nascere un nuovo modo di stare dentro la storia, che tocca la responsabilità del laico cristiano in modo tutto particolare. Questa “traduzione” attiva e dinamica della “scelta religiosa” è ciò di cui oggi abbiamo soprattutto bisogno: il rapporto con noi stessi e con gli altri, con la vita e con l’amore, con il bene e con la libertà, debbono essere ridisegnati da cima a fondo. Per questo abbiamo bisogno di una vita spirituale libera e pulita, di pratiche di vita esemplari e riproducibili, ma anche di buoni argomenti con i quali abitare in modo critico la piazza del dibattito pubblico. A partire naturalmente dall’essenziale. Lo dico con le parole di Carlo Carretto, all’indomani della scelta che cambiò la sua vita: «La vera battaglia che non possiamo perdere è sempre quella della fede!».

A proposito di educazione. Su questo versante cresce l’attenzione della Chiesa italiana. Quale la posta in gioco? Quale il possibile e originale contributo dell’Ac?

È certamente positivo che nella comunità cristiana si faccia strada la consapevolezza di un impegno costante, assiduo, tenacemente feriale sul versante formativo. Questo esige di mettere a punto un ideale di formazione che sappia porre in equilibrio i fattori fondamentali della crescita umana e cristiana: i contenuti e lo stile del vangelo; gli aspetti cognitivi, affettivi e morali; la dimensione interiore e relazionale; le virtù teologali e le cardinali; l’accompagnamento educativo nel rispetto degli spazi di libertà e autonomia personale. Educare non significa propriamente né solo istruire, né socializzare e nemmeno catechizzare: significa aiutare a dare forma alla vita e a vivere insieme il mistero della crescita, sempre in bilico fra grazia e libertà. Tutte le risorse di cui l’Ac dispone dovranno essere spese senza riserve in quest’avventura.

L’Azione cattolica sta celebrando i suoi “100 e 40” anni di vita. Quale messaggio può giungere dalla storia associativa alla Chiesa italiana e al paese?

In quest’arco di tempo stiamo imparando a cercare nel passato il senso più profondo di quello che siamo stati e che, in futuro, possiamo diventare. I veri progetti nascono sempre tra memoria e gratitudine. In una società che appare sempre più povera di senso storico, che stenta a riconoscere il valore della gratuità e del dono nelle relazioni tra le persone, un’associazione che sappia far tesoro dei propri errori, che sappia coltivare e riproporre i propri tesori di santità e rilanciare le proprie intuizioni migliori, in modo popolare e democratico, è un dono e una risorsa per tutti.

Il 4 maggio l’Ac riempirà piazza San Pietro per un grande appuntamento con Benedetto XVI. Cosa si aspetta da questo incontro? Quale messaggio lancia ai soci di Ac in vista del “pellegrinaggio” alla sede di Pietro?

La tradizionale udienza che il Papa ha sempre concesso ai delegati si trasformerà quest’anno in un incontro con tutta l’associazione. È la prima volta che papa Benedetto affida il proprio messaggio all’Ac, per di più in una festa di compleanno carica di ricordi e di progetti. Chiediamo a tutti i soci di essere presenti, di invitare amici e persone vicine all’associazione. Ci presenteremo al successore di Pietro per essere confermati nella fede e celebrare, insieme al presidente dei vescovi italiani, l’onda lunga di una santità da cui vogliamo lasciarci letteralmente sollevare.

Un volto, una parola, un ricordo di questi tre anni rimasti indelebilmente dentro di lei e dai quali ripartirebbe…

Volti, tanti volti: un girotondo incredibile di volti. Generazioni e storie diverse, età e condizioni sociali diverse, tutte con lo sguardo fisso su di Lui. C’è forse qualcosa di meglio da cui ripartire?

(tratto da Segno 04/2008, p. 6-9)

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

L’AC degli anni 2000

sabato 5 aprile 2008
di Rosario Carello

Intervista a Paola Bignardi.

Con lei non serve usare il cognome. Dici “Paola” e in AC, ancora oggi, intendi la Bignardi. Fenomeno curioso e privilegio raro. I suoi sono stati anni tumultuosi e affascinanti: il Giubileo, la fine, dolorosa ma piena di fede, del pontificato di Giovanni Paolo II, Loreto. Soprattutto, però, il rinnovamento.

Ricostruiamo il periodo della tua Presidenza.
Era l’inizio del 1999. Avevo appena terminato la mia esperienza di presidente diocesana e avevo chiara la situazione di fatica e di difficoltà dell’associazione nei suoi livelli di base. Sapevo anche quanto questa percezione di disagio fosse condivisa da tanti altri presidenti, con i quali nel corso degli ultimi anni era maturato un forte spirito di condivisione e una volontà nuova di andare avanti uniti, per affrontare insieme le difficoltà di una fase di cambiamento e per rendere di nuovo vivo il dono dell’AC, di cui eravamo sempre più persuasi.

La trama dei tuoi trienni è stata il rinnovamento.
Ero convinta che fosse necessario avviare un profondo processo in questo senso e che dovesse essere un fatto corale e condiviso; l’associazione, nei suoi organismi democratici, ne decise l’avvio fin dall’inizio del triennio.

Hai incontrato difficoltà?
Sì.

La più grande?
Soprattutto all’inizio, quella di aiutare tutta l’associazione a prendere coscienza della propria crisi e a pensare che essa era una provocazione dello Spirito per ritrovare il meglio di noi stessi. Per questo il rinnovamento dell’AC doveva consistere nell’aiutare l’AC a ritrovare la sua anima spirituale, forse a lavorare un po’ di meno nella pastorale, ma a vivere di più l’originale dono che essa costituiva e costituisce per la Chiesa e per il mondo.

Quante volte hai pensato: ora mollo?
Avevo accettato l’impegno a fare la presidente rispondendo ad una richiesta: non l’avevo né scelto né desiderato, e questo mi bastava a farmi sentire la responsabilità di non sottrarmi a ciò che l’associazione e la Chiesa mi chiedevano di vivere. Questo non significa che non ci siano stati momenti critici: la difficoltà di intuire la strada per cui camminare; la fatica di capirsi tra responsabili e di elaborare progetti condivisi; la fatica di convincere del valore dell’AC per la Chiesa, ma anche della positività della crisi che essa stava attraversando. Si tratta di difficoltà che hanno accompagnato tutto il cammino di quei sei anni e che si è fatta particolarmente acuta quando si è trattato di portare a conclusione alcune scelte che erano state effettuate: la revisione dello Statuto, la verifica dell’impianto formativo dell’associazione…

Come ha reagito l’AC a tutte le sollecitazioni?
L’associazione in genere ha colto le proposte di cambiamento come una risposta alle difficoltà che sperimentava. Era il segnale che l’AC voleva prendere in mano la propria situazione, che non si rassegnava ai segnali di stanchezza che l’attraversavano, che aveva l’energia per ripensarsi. Tutto questo ha generato fiducia e in alcuni momenti un vero entusiasmo, come in occasione del pellegrinaggio di Loreto e dell’incontro dell’AC con Giovanni Paolo II: un momento di grazia che le associazioni diocesane e tante persone di AC hanno vissuto come un vero dono di Dio.

Quanti rimpianti ti sono rimasti?
Se ragiono in termini puramente umani, mi sono rimaste mille ragioni di rammarico, per cose che avrei voluto fare e che non sono riuscita a fare, soprattutto un profondo ripensamento dell’impianto formativo dell’associazione. Questi però sono pensieri passeggeri: lo spirito con cui ho cercato di vivere il mio incarico è stato quello del servizio, e anche quello della fede, che porta a dire in maniera profonda, dentro di sé, che quando abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, siamo servi inutili. Tenere il Vangelo davanti a sé come unica luce della propria vita dà una grande libertà, e una grande pace.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

I primi anni ’80 in AC

giovedì 20 marzo 2008
di Paolo Trionfini

Intervista al professore Alberto Monticone.

Quando ha assunto la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica, il paese si trovava a vivere l’emergenza del terrorismo: Vittorio Bachelet era appena stato assassinato. Quale contributo ha offerto l’associazione per ricostituire il tessuto sociale e culturale lacerato da questa “sfida”?

L’associazione ha cercato di operare per un’educazione alla cittadinanza. Proprio in quel torno di tempo, nel quale le spaccature e la violenza dovuta al terrorismo avevano profondamente diviso il Paese e anche reso difficile la partecipazione dei cittadini – non solo dei cristiani, ma di tutti i cittadini – ad una vita sociale serena, operosa, di sviluppo, l’Azione Cattolica si è messa sulla traccia del Concilio, per promuovere, all’interno di se stessa e quindi anche con riflessi esterni, un’educazione alla cittadinanza. Si è trattato di porre in primo piano il dovere del cristiano di essere un cittadino a pieno titolo a servizio del proprio Paese, seguendo l’esempio di Vittorio Bachelet.
Connesso con questo impegno si è sviluppato all’interno dell’associazione il tema dell’amicizia, dell’essere al fianco l’uno agli altri: uno stile che doveva ridondare in tutti gli ambienti, dai più giovani ai più anziani, ai gruppi dei ragazzi, dei giovani, degli adulti. Il tema dell’amicizia, insieme a quello della cittadinanza, poteva dare una mano a ritrovare un vivere civile, sereno e adatto a superare le difficoltà del momento.

Come l’associazione ha recepito le linee del pontificato di Giovanni Paolo II?

L’associazione è stata molto sollecitata da quel grande invito, che è stato espresso sin dall’inizio del suo pontificato da Giovanni Paolo II, di aprire le porte a Cristo: di spalancare tutte le porte, quelle della vita quotidiana, quelle della vita sociale, quelle della vita spirituale dentro la Chiesa, in modo da dare spazio. In questo l’associazione ha cercato di dare una risposta viva, gioiosa, con fiducia, con serenità, con entusiasmo.
Aprire le porte a Cristo agli inizi degli anni ’80 significava evidentemente conoscere meglio e mettersi in rapporto, non soltanto come persone singole ma proprio come associazione, come gruppi di associazione nelle varie età, con la figura di Cristo. Ed è a partire da questo che si è sviluppato il metodo della lettura della Parola, diffuso a seconda delle varie condizioni, di cultura, di età, di sensibilità. Metodo che poi la Chiesa italiana veniva proponendo con la Lectio Divina e che proprio in quegli anni si stava diffondendo. Mi pare che l’associazione abbia proprio adottato questo metodo fondamentale del Pontificato, cioè quello di fare entrare la Parola e la persona di Cristo dentro la vita comune.

L’Azione Cattolica stava uscendo da una stagione complessa, seguita al profondo rinnovamento conciliare: quale era lo “stato di salute” dell’associazione agli inizi degli anni Ottanta?

Era un buono stato di salute, perché l’associazione era stata guidata e sviluppata con il nuovo Statuto da Vittorio Bachelet e aveva, già con Vittorio Bachelet, superato il momento della difficoltà generata dalla crisi generale dall’associazionismo. L’associazione durante la Presidenza di Mario Agnes aveva poi proceduto proprio alla diffusione del Concilio, delle idee, dello stile, delle sollecitazioni offerte dal Concilio. Questo caratterizzava l’Azione Cattolica quando si è aperta la stagione della mia Presidenza.
All’inizio della mia Presidenza ho trovato anche alcune novità importanti.
Da un lato l’eredità del decalogo che Paolo VI aveva nel 1973 additato all’Azione Cattolica: il decalogo del laico cristiano, il laico di Azione Cattolica, che poteva essere modello per ogni ideale di laico cristiano. Dall’altro una forte e vivace attività dei ragazzi con la costituzione dell’ACR, che stava sviluppandosi con grande vigore: ecco era la stagione dei catechismi destinati ai ragazzi, la stagione della partenza o ri-partenza dell’associazione dalla base dei più piccoli, dei ragazzi.
Era quindi un buono stato: uno stato di sviluppo, di prospettive per l’avvenire anche attraverso le difficoltà che ci sono in ogni tempo.

Quali furono le scelte di fondo compiute durante la sua presidenza, per rilanciare il cammino associativo?

Le scelte di fondo ovviamente erano scelte collettive, erano scelte che venivano compiute sulla scorta di quanto le Presidenze precedenti avevano già iniziato e sviluppato.
La preoccupazione e lo sforzo di procedere sulla linea già aperta ha stimolato a fare molta attenzione alla figura del laico cristiano nella Chiesa e nella società: cioè alla doppia appartenenza del laico cristiano nella Chiesa secondo il Concilio e nella società sempre nell’ambito conciliare, con questa visione di interesse a ciò che accade nella storia del mondo.
In quegli anni si stava elaborando un particolare piano pastorale della Conferenza Episcopale Italiana: iniziato con “Evangelizzazione e promozione umana” nel 1976, stava proseguendo verso il secondo grande appuntamento della Chiesa italiana post-conciliare di Loreto del 1985: “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”.
La figura del laico cristiano e la sua doppia appartenenza, il suo doppio servizio, è stata fatta propria dall’associazione e dalle sue realtà locali; è diventata, direi, la preoccupazione centrale di quegli anni.

In un libro-intervista uscito nel 1986, significativamente intitolato “La bisaccia del pellegrino”, lei mise a fuoco i tratti essenziali della spiritualità dei laici, come elementi necessari alla loro vocazione e missione nel mondo: era ancora aperta la “questione” del laicato a venti anni dal Concilio?

Non parlerei di “questione” del laicato. Era aperta una grande sfida, ma anche una grande prospettiva per i laici cristiani, per il laicato cristiano: la sfida che veniva dalla secolarizzazione del mondo contemporaneo e da un certo declino della cristianità nella quale le Chiese, ma anche la stessa Azione Cattolica e l’associazionismo cattolico in generale, si erano trovati a vivere.
Andava cioè tramontando questo contesto di cristianità nel quale si era trattato di offrire un contributo di vivacizzazione delle radici cristiane.
Questo tramonto proponeva, attraverso la secolarizzazione, un nuovo modo di affrontare la questione del laicato: cioè qualche cosa che non aveva tanto a che fare con le responsabilità dei laici – la loro missione in riferimento alla missione del sacerdozio ministeriale o dell’istituzione Chiesa – quanto piuttosto una sfida proprio sul modo di essere cristiani nel mondo contemporaneo.
In questo senso c’era l’invito ad una semplificazione, ad un’essenzialità che però doveva diventare un elemento di grande forza: la capacità di essere presenti in ogni aspetto della vita contemporanea con il rigore, con la ricchezza e anche con la freschezza dei laici cristiani.

Quale bilancio si sentirebbe di tracciare, oggi, sull’esperienza vissuta alla guida dell’Azione Cattolica?

Se si guarda indietro a quanto è accaduto, a quale è stata l’esperienza di quella responsabilità, non si può che avere un sentimento di profonda gratitudine. Nel senso che essere alla guida dell’associazione ha significato per me, in quel particolare momento della sua storia, immergersi non solo in un fiume che trasportava le persone e trasportava anche me, ma piuttosto in una continua sorgente di vitalità. È stata una continua scoperta, anche con le difficoltà che si presentavano e che ci sono sempre nella vita di un organismo, ma una scoperta per cui la gratitudine è profonda verso l’associazione nel suo complesso e verso tutti quelli che in quella stagione avevano responsabilità o semplicemente facevano parte dell’associazione.
Un altro aspetto per il quale sono grato all’associazione è che proprio lo sviluppo dell’Azione Cattolica, nella scia del Concilio e nella ricchezza e varietà delle sue componenti agli inizi degli anni ’80, mi ha fatto capire meglio e amare di più la Chiesa così come essa è, la Chiesa universale e la Chiesa italiana, e le Chiese di ogni parte d’Italia nelle quali appunto l’associazione è presente e fortemente collegata ai pastori: capire meglio e amare questa Chiesa.
Nel contempo ho imparato a comprendere di più il senso di essere italiani, di essere cristiani in Italia; ho imparato ad amare il mio Paese, quel Paese che usciva dagli anni bui del terrorismo e che era capace di rinascere, e in questa rinascita vedeva fortemente coinvolto il laicato cristiano di Azione Cattolica.
Questo rapporto con la Chiesa e con la Chiesa locale da un lato, e con l’Italia proiettata verso un umanesimo europeo, è stato il bagaglio che ho ricevuto negli anni della mia Presidenza.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

L’AC alla fine degli anni ’80

venerdì 22 febbraio 2008
di Vittoria Prisciandaro

Intervista a Raffaele Cananzi.

In quale momento storico ed ecclesiale ha assunto la presidenza dell’AC?

Sono stato chiamato alla responsabilità di Presidente Nazionale nei due trienni 1986-89 e 1989-92. In quel periodo gli eventi peculiari socio-politici mondiali sono stati di grande rilievo. Oltre i permanenti problemi internazionali, è il caso di ricordare il processo di distensione fra Est ed Ovest e la caduta del muro di Berlino con tutte le conseguenze nel mondo dell’ex Unione Sovietica, la forte ripresa della questione dei diritti umani e della libertà religiosa, i passi significativi verso l’unità non solo economica dell’Europa, la prima guerra in Iraq, l’inizio delle guerre fratricide nella vicina ex-Jugoslavia. La costruzione del “villaggio globale” avveniva in un collegato processo di secolarizzazione e nell’articolarsi di universalità e particolarità, complessità e frantumazione, libertà e verità. In Italia era forte lo scollamento fra Paese legale e Paese reale, l’invadenza eccessiva dei partiti politici sul terreno istituzionale e civile, l’evidenza marcata di una grande e significativa questione morale. Su questo versante era certamente implicata non poca parte del mondo cattolico che operava sul terreno politico e sociale. Nell’ambito della Chiesa italiana era forte un certo disagio, come era forte la richiesta di alcuni Movimenti ecclesiali di un intervento più diretto della Chiesa nella sfera politica, con un risvolto nella vita interna dell’Azione Cattolica dove una parte si faceva portatrice di una istanza di superamento della “scelta religiosa” richiedendo una “maggiore popolarità dell’Associazione” e “una più diretta presenza associativa nella società” e generava, soprattutto a livello nazionale, un non breve periodo di tensioni interne che si sono pure manifestate con particolare evidenza nello scontro aperto della VI Assemblea Nazionale.

Quale era il tratto caratteristico dell’AC quando lei è diventato Presidente?

L’AC, pur connotata da una non lieve tensione interna, riflesso di linee di pensiero diverse e presenti nell’intera Chiesa italiana, viveva quel tempo, secondo l’antica tradizione associativa, con viva partecipazione spirituale e culturale alla vicenda storica nazionale e mondiale, offrendone una lettura propositiva di valutazioni ed indicazioni etiche e sollecitandone, pure, l’approfondimento anche per concrete azioni ecclesiali a livello diocesano. L’avvenimento che nel 1987 avrebbe coinvolto la Chiesa universale – il Sinodo mondiale sulla vocazione e missione del laico nella Chiesa e nel mondo – ha immediatamente impegnato il cammino associativo dopo la VI Assemblea per una preparazione adeguata e per un serio contributo di riflessione sul tema della spiritualità laicale nel tempo complesso della contemporaneità, sulla natura e missione delle aggregazioni ecclesiali di laici nella luce del Concilio Vaticano II e, in particolare, sulla connotazione storica e peculiare dell’Azione Cattolica quale si è venuta delineando in centoventi anni in Italia.

Quali sono state le scelte strategiche più lungimiranti sotto la sua presidenza?

Mi pare che nel corso dei sei anni della mia presidenza l’AC abbia offerto il suo peculiare contributo alla vita della Chiesa e del Paese con la consapevole responsabilità della sua storia di santità laicale e di servizio formativo. Nella luce del Vangelo da incarnare con gli uomini e con le donne del nostro tempo, nell’attento ascolto del Concilio, del Sinodo sui laici, del Papa e dei vescovi, raccogliendo l’anelito di grandi speranze e lo stato d’animo di forti delusioni per il concreto svolgersi della vicenda civile ed ecclesiale, l’AC ha operato su queste fondamentali linee:

  • ribadire come connaturale all’Associazione la “scelta religiosa”, chiarendone la portata e il significato riguardo: alla spiritualità laicale (primato di Dio e nessun dualismo fra fede e vita); alla missione della Chiesa (sua peculiare rilevanza storica, nessuna contaminazione di natura protestante rispetto al depositum fidei, via privilegiata per la ricristianizzazione del Paese fortemente secolarizzato ma bisognoso di un’autentica e limpida testimonianza evangelica); al rapporto Chiesa-Stato e fede-politica (indipendenza nella collaborazione, dialogo aperto e franco, sana laicità dello Stato, intervento sempre possibile della Chiesa sul piano antropologico-etico, distinzione degli ambiti non per separare ma per unire pur nell’esclusiva responsabilità del laico e della sua coscienza nell’impegno politico);
  • specificare che la scelta religiosa si invera come scelta pastorale a livello parrocchiale e diocesano con un servizio alla pastorale globale da parte di un’associazione di laici qualificati, riconosciuta e promossa dai Pastori per la sua singolare ministerialità e per il suo specifico carisma rispetto a movimenti e gruppi ecclesiali;
  • contribuire nella verità (non potevamo, per esempio, tacere rispetto alle accuse mosse a Giuseppe Lazzati!) a costruire la comunione ecclesiale, senza chiudersi nella sacrestia e senza annullarsi nella molteplicità dei servizi doverosamente assunti nella vita pastorale ma, invece, operando come Associazione, forza di comunione intraecclesiale, a servizio della pastorale comunitaria, capace di discernimento evangelico e proposta etica sul piano civile e politico, senza schierarsi aprioristicamente con nessun partito o sindacato;
  • vivere in pienezza la dimensione del fedele laico in fraternità con i sacerdoti e con devozione ai Pastori, chiamati sì a guidare ma anche a valorizzare sempre più per la vita e la missione della Chiesa i laici e il laicato rispettandone il carisma, la libertà e la responsabilità.

Su questi ultimi due punti dell’itinerario strategico non sono mancati i forti contrasti interni ed esterni, ma la sapiente opera di Monsignor Tagliaferri e l’accorta mediazione di Monsignor De Giorgi hanno contribuito a rendere chiaro l’intento profondo dell’Associazione di essere in concreto quello che Concilio e Statuto prevedono come essenziali finalità di questa singolare aggregazione di laici.

Con quali strumenti ed iniziative particolari avete operato per conseguire questi obiettivi?

Abbiamo puntato soprattutto a rinnovare la progettualità formativa dell’Associazione. A venti anni dal nuovo Statuto l’Associazione aveva bisogno di un progetto unitario formativo-apostolico che consentisse una armonica assunzione dei progetti dei settori, dell’ACR e dei movimenti, tutti quanti pure rivisitati e rielaborati alla luce, appunto, del progetto unitario e secondo le non poche nuove esigenze culturali ed ecclesiali che in prospettiva si intuivano per l’ultimo decennio del secolo. Anche la stampa associativa, la cui diffusione cresceva anche per la sensibile crescita delle adesioni, si muniva di due nuovi strumenti assai apprezzati all’interno dell’Associazione: “Nuova Responsabilità” e “Filodiretto”. Oltre a tutte le iniziative e i convegni ordinari nella tradizione associativa, quegli anni hanno pure visto grandi incontri di amicizia, fraternità preghiera e testimonianza fra i quali meritano di essere ricordati quello di 20mila giovani ad Assisi il 4 ottobre 1986, quello di 70mila soci a S.Pietro il 26 settembre 1987 in occasione del Sinodo, quello di 40mila ragazzi con i loro educatori a Roma il 28 maggio 1988. Una particolare attenzione è stata prestata all’opera culturale e formativa dell’Istituto Vittorio Bachelet nei suoi primi anni di vita che andava riscuotendo nella Chiesa e nel Paese sempre maggiore attenzione.

Come in generale definirebbe il periodo in cui ha esercitato il suo mandato?

Credo che in quel tempo si sia generato netto il convincimento che l’Azione Cattolica Italiana non abbia mai smesso di meritare la fiducia della Chiesa e non sia in nessun tempo venuta meno al suo peculiare compito formativo-apostolico e missionario. Se qualcuno, dentro o fuori l’Associazione, anche nel recente passato, avesse avuto questa idea e l’avesse inopportunamente divulgata, avrebbe fatto bene a fare pubblica ammenda. Basta leggere i chiari e lungimiranti discorsi del Papa alla settima ed ottava assemblea nazionale e prestare particolare attenzione ai due saluti della CEI. Di questo mio convincimento ho peraltro dato pubblica testimonianza nel saluto che, a nome di tutta l’Associazione, ho rivolto al Papa Giovanni Paolo II all’udienza del 24 Aprile 1992. Tempo di un forte impegno sul piano formativo e per una nuova evangelizzazione con l’apporto di laici che mostrano la fecondità di una scelta religiosa che non soffre strumentalizzazioni di sorta.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

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