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Educare è vivere la fraternità

sabato 6 marzo 2010
Intervista a Fabio Fazio presidente nazionale della Gioventù Francescana d’Italia

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della Gifra?

È forse semplicistico e scontato ricordare che la situazione di emergenza educativa attuale proviene da una condizione sociale che ha portato alla perdita di molti dei valori principali che dovrebbero guidare il nostro vivere quotidiano.

La famiglia, la prima cellula della società, spesso è vittima della società stessa.

L’esperienza in Gifra, come quella di tanti movimenti giovanili, è occasione per i giovani di approfondire e fare propri i valori cristiani e umani, attraverso lo stile di San Francesco d’Assisi.

La fraternità, realtà in cui i nostri giovani sono chiamati a vivere, è un luogo “privilegiato” in cui sperimentarsi. Una palestra di vita dove i fratelli, con cui ci si trova a camminare e a scoprire la vita, sono gli stessi con cui ci si scontra e attraverso i quali si scopre la bellezza e la difficoltà di essere unici e diversi, stesse sensazioni che ognuno prova nel vivere quotidiano.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune è un obiettivo, ma anche un percorso che si fonda su una comunione d’intenti.

Citando Enzo Bianchi: non un “minimo comune multiplo” ma un ideale abbastanza alto da stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti e nel contempo abbastanza realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Una forte testimonianza, un esempio dato dalla grande storia che questo movimento racchiude in sè e, come sempre dimostrato, la grande capacità di collaborare per la costruzione condivisa di un mondo migliore e sempre più a misura di uomo.

Educare vuol dire testimoniare

venerdì 15 gennaio 2010
Intervista a Susanna Bustino, Presidente nazionale GIOC

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della GIOC?

L’emergenza educativa attuale, di cui pagano le spese in particolar modo, bambini, adolescenti e giovani, nasce dalla sempre più totale assenza di punti di riferimento all’interno del mondo adulto, che siano testimoni credibili e coerenti di uno stile di vita basato sui valori cristiani. Cresce sempre più la tendenza a delegare la responsabilità educativa a contesti altri, alimentando così uno stile confusivo per i ragazzi di assenza di luoghi, contesti e persone fisiche deputati a tale ruolo.
L’impegno educativo della Gi.O.C. ha l’obiettivo di formare giovani che siano protagonisti della propria vita, artefici di percorsi scelti e maturati in prima persona, attraverso: una messa in discussione delle proprie decisioni, lo sviluppo di un senso critico e un accompagnamento costante da parte di altri giovani più grandi, che diventano riferimento.
In una società tesa all’individualismo e alla solitudine, crediamo sia fondamentale fondare il nostro intervento educativo, sul confronto e l’accompagnamento tra giovani di età diverse, sul poter camminare gli uni accanto agli altri senza sentirsi soli e sulla costruzione di relazioni solidali in ogni contesto di vita.

Riteniamo inoltre che la sfida dell’evangelizzazione, sia più che mai attuale e prioritaria, in un contesto di crisi globale, una crisi che con troppa facilità viene considerata puramente economica, ma che sta modificando ormai il contesto culturale, valoriale e di significati. In tale contesto diventa necessario trasmettere un segnale di speranza e di Resurrezione per i giovani, facendo capire loro che uno stile di vita diverso, non solo è possibile e auspicabile, ma diventa oggi l’unica alternativa alla rassegnazione.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune diventa oggi la possibilità e la speranza che un mondo diverso sia possibile, un mondo dove difficilmente ci saranno le stesse opportunità per tutti, ma dove ognuno possa avere ciò di cui ha bisogno. Il nostro impegno si rivolge infatti, quotidianamente, a tutti quei giovani con meno strumenti ed opportunità, lavorative e di studio, affinché possano essere guidati ed accompagnati nella ricerca della propria strada e al successivo accesso alle risorse già esistenti, troppo spesso lontane e inaccessibili a queste fasce della popolazione giovanile.
Lo sforzo diventa quindi formare giovani, affinché essi stessi si facciano promotori, attraverso la loro vita, di un modello di uomo e di società, più giusta e solidale, nella quale ognuno possa trovare il proprio posto.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Come Gi.O.C. auspichiamo sempre più che sia possibile lavorare accanto ad altre realtà, in particolare con l’Azione Cattolica, unendo le forze per costruire reti solidali.
Il rischio che ognuna delle nostre realtà corre oggi, è quelle di lavorare sempre più settorialmente ed in solitudine, diventando così piccole riserve. Lo sforzo che è necessario compiere è quello di imparare a conoscersi, puntando sugli elementi che ci accomunano per costruire percorsi condivisi di pastorale integrata, nelle parrocchie, nei territori e più in generale, a livello nazionale.

L’educazione ha bisogno di tempo

mercoledì 18 novembre 2009
Intervista a Michele Zecchin (Coordinatore Nazionale MGS Italia)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo del MGS?

Al giorno d’oggi viviamo sommersi da una quantità enorme di input dal mondo esterno, come ad esempio la televisione con decoder satellitari, internet, social network, telefoni cellulari, posta elettronica, chat, ecc. Tutti questi forniscono una visione della vita, dei fatti che accadono, dei valori umani, degli interessi economici, ecc. che può assumere aspetti anche molto diversi a seconda della fonte di “informazione” e quindi ci si trova a volte in una “giungla di idee”…
Dall’altra parte la vita sociale, la crisi economica, la volontà di essere indipendenti da tutto e da tutti, lo stress accumulato nella società, il consumismo, il non voler rinunciare a nulla… porta a dover lavorare, correre, muoversi disperatamente tra casa, famiglia, lavoro, impegni…
Ed ecco che il tempo, considerato fino a poco fa un bene preziosissimo per i rapporti con le persone, per l’educazione dei figli, per la crescita e la condivisione corresponsabile degli individui ora si è trasformato in bene prezioso per fare tutte le attività che ci consentono di mantenere un certo tenore di vita o “dimostrare” di poterlo avere… anche se ovviamente, e per fortuna, non dappertutto è così!
Ma questo va a scapito dei rapporti, del dialogo, del “perdere tempo” per incontrare una persona, scambiare opinioni, leggere o informarsi con certi criteri critici, discutere di qualche situazione, formare una propria idea e una propria coscienza.
E qui, soprattutto i giovani si trovano tra “l’incudine e il martello”: non ricevono un’adeguata formazione per avere coscienza critica, un dialogo, un confronto di idee, uno scambio di pareri e dall’altra parte hanno migliaia di input che molte volte sono discordi sullo stesso fatto o su qualcosa di oggettivo…
E allora come fare a prendere posizione? A fare delle scelte? A capire dove sta il bene?
Il Movimento Giovanile Salesiano, che da sempre opera per i giovani e con i giovani, basa la propria azione sul Sistema Preventivo di don Bosco (ragione, religione e amorevolezza) che tende a spiegare e valutare le situazioni prima che accadano, le possibili conseguenze, la crescita con un accompagnatore o una persona di riferimento che sia da guida, aiuto, confessore e dove il giovane può sempre trovare un punto fermo con cui rapportasi nella “giungla di idee” sopra descritta…
Questo Sistema, creato e utilizzato da don Bosco, nostro Padre, Maestro ed Amico, ha portato buoni frutti in tutte le situazioni e le epoche in cui i giovani si sono rivolti e affidati a lui: e ora i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, i gruppi della Famiglia Salesiana e perciò il Movimento Giovanile Salesiano continuano ad affidarsi a questo metodo che risulta essere tutt’oggi valido e attuale.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune è una situazione, uno stile di vita, una condizione in cui tutti i membri della comunità possono vivere in fraternità, mettendo in comunione quanto hanno in eccesso alle altre persone e ricevendo in momenti di bisogno. Questo non deve essere visto in senso negativo (devo dare ad altri qualcosa che è mio) ma in senso ampio e positivo (così facendo la mia comunità, città, quartiere, casa, ecc. vive bene e quindi di riflesso anch’io sto bene, perché vivo nello stesso ambiente).
Il bene comune si ottiene quindi aprendosi agli altri, collaborando, mettendo in comunione e donando i propri “talenti”: solo così potremo veramente essere fratelli e ottenere le cose migliori, al servizio degli altri, donando quello che sappiamo fare bene e ricevendo dagli altri le cose in cui siamo più carenti. Il bene comune è una cosa che si costruisce assieme, mettendo ognuno un proprio mattone, per la realizzazione di una casa in cui tutti possano sentirsi fratelli e amati dal prossimo.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Ritornando alla risposta precedente credo che la collaborazione reciproca e lo scambio di esperienze, di animatori, di momenti comuni da vivere assieme possa contribuire a formare uno spirito di famiglia, di crescita comunitaria, di formazione reciproca… di bene comune.
Partendo dal presupposto che ogni individuo è unico e porta un contributo alla società (nell’educazione, nella formazione, nelle persone che incontra) che solo lui può dare, con il proprio stile e il proprio carisma credo che la crescita corresponsabile degli individui in una società e dei Gruppi, Movimenti e Associazioni nelle esperienze di Chiesa (ma non solo) siano cose da tenere sempre presenti come contributo che ognuno è chiamato a donare verso il prossimo.
Donare agli altri quello che si è ricevuto, senza chiedere nulla in cambio: un segno tangibile per far crescere il ben comune e portare un po’ di sana educazione in questi tempi difficili, a volte idealizzati come “vince chi è più forte” o “vince chi ha di più”…
Ma credo che nei giovani, considerati senza valori, con poche idee e spesso vuoti, ci sia spesso mancanza di educazione, di una guida che li faccia ragionare e far capire gli eventuali errori, di qualcuno che li sostiene nei propri sbagli e li aiuta a rialzarsi, di capire che in questo “brutto” mondo non sono gli unici a dover affrontare le sfide quotidiane e che tutti assieme possiamo fare veramente tanto per costruire un mondo migliore di quello che abbiamo trovato.

La scuola come comunità educativa

martedì 25 agosto 2009
Intervista a Maria Teresa Lupidi Sciolla (Presidente Nazionale UCIIM)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI?

La parola emergenza è molto ricorrente nel linguaggio contemporaneo; la si usa sia per situazioni ordinarie (il traffico, il maltempo, l’influenza…), sia per problemi profondi e complessi: un esempio è la recente diffusione dell’espressione emergenza educativa. Con questa espressione si indicano le realtà più varie. Possono concernere il comportamento degli studenti, e allora si notano maleducazione, involgarirsi del linguaggio e dei costumi, difficoltà nei rapporti generazionali, mancanza di rispetto verso valori, persone e luoghi. Possono riguardare le difficoltà nello studio, e in tal caso si lamentano mancanza di concentrazione, apatia, indifferenza verso la cultura, superficialità, inadeguatezza del linguaggio intellettuale. Possono colpire addirittura la sfera interiore e denotare l’incapacità di un dialogo sia con gli altri sia, ciò che è peggio, con se stessi, con la conseguente impossibilità di cogliere ed esprimere le proprie esigenze più profonde e vere.
Si manifesta un crescente disimpegno etico, un disinteresse per il Bene Comune, prediligendo gli aspetti materiali e privati a quelli spirituali e comunitari.

In tale situazione, quali sono le priorità di intervento dell’UCIIM?

Noi (ed è bello essere e poter dire “noi”), che ci occupiamo professionalmente di educazione e abbiamo gli strumenti culturali per analizzare i fatti, vogliamo guardare la realtà ed esaminarla non solo nelle forme più appariscenti, ma nella sua complessità. Anche di fronte a episodi eclatanti e ampiamente citati dai mass-media, riusciamo a distinguere fra problema di fondo e scoop scandalistico. Sappiamo che il nostro intervento deve riguardare ciò che è costitutivo dell’educazione, e non perdersi nei meandri dei sintomi.
La tanto usata parola emergenza, a ben considerare, è bifronte: sotto a ogni parte emersa ce n’è una sommersa, che spesso è di inimmaginabile profondità. Il nostro compito di uomini di scuola e di cristiani è quello di considerare la realtà nel suo insieme, senza farci limitare o spaventare da ciò che ci preoccupa e senza dimenticare il bene e la pace che sono insiti in tutto ciò che è umano. Al “pensiero debole” preferiamo il “pensiero umile”, che Roberto Repole (cfr.
Il pensiero umile – In ascolto della Rivelazione, Città Nuova, Roma, 2007) definisce “un’altra via per abitare il nostro tempo”. Di fronte alla rigida alternativa tra un “pensiero forte” e un “pensiero debole”, scegliamo la “possibilità di un’altra via, quella di un pensiero umile, capace di […] mettersi in ascolto della Rivelazione” (Ibid., p. 12.).
Ci chiediamo pertanto qual è la “parte sommersa” dell’emergenza educativa. È la scuola dell’impegno, della ricerca, della condivisione della fatica quotidiana. È la scuola che si fa carico delle nuove povertà, come l’emarginazione (non solo sociale), l’estraneità interiore o esteriore a ogni cammino di crescita, la devianza, il fenomeno dei
drop-out. È l’affermarsi sul campo di una nuova professionalità che fa del docente non solo un uomo di cultura o un esperto disciplinare, ma anche un “mediatore” in senso lato, cioè capace di tradurre concetti ed esempi in modo adatto e personalizzato per tutti gli studenti.
Il nostro impegno è far sì che anche gli slogan positivi come quello di “società della conoscenza” non si sclerotizzino perdendo di significato: dobbiamo sempre puntare alla finalità del nostro lavoro, cioè la conoscenza non solo mirata allo sviluppo economico e produttivo, ma in funzione dell’umanità che è in noi. Il nostro fine primario è creare un nuovo umanesimo, sostenendo il legame fra logos e fede, fra ragione e religione, fra realtà esterna e interiore. In questo compito non possiamo essere soli, ma dobbiamo avere la forza di coinvolgere e motivare la società civile e la famiglia, sapendo che sulla nostra strada, accanto al rigore del metodo scientifico, incontriamo sempre la Grazia della Misericordia.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il Bene Comune può essere inteso come piena realizzazione di una società civile e democratica. Affinché la scuola contribuisca a realizzarlo, essa stessa deve essere veramente comunità educativa, sede di cooperazione solidale fra studenti, professori e genitori per promuovere la vita personale e sociale, per educare alla legalità e alla solidarietà. La visione della scuola come comunità è centrale nella riflessione dell’UCIIM e compare più volte nelle parole del Fondatore, Gesualdo Nosengo: “la comunità educativa va promossa e attuata con ogni sforzo soprattutto in ordine alla formazione integrale del figlio-alunno, alla luce della Verità capace di dare libertà e di suscitare vita personale e comunitaria” . Questa riflessione è tanto più valida nella società multietnica e multiculturale, che richiede più che mai di essere “cittadini insieme” e chiama la scuola al compito di integrare, conoscere e dialogare.
La crisi oggi in corso, pur comportando inevitabile sofferenza, può essere un’occasione per rimetterci in gioco come educatori e come uomini: dobbiamo riportare in primo piano il valore irrinunciabile dell’educazione, che nella società del consumismo, dell’individualismo e dell’utilitarismo pare spesso dimenticato, e far comprendere anche a coloro che vivono al di fuori della scuola che l’educazione non avviene senza il concorrere della società intera, perché, come ricorda un proverbio africano, “per educare un ragazzo è necessario un intero villaggio”.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Proprio in ottica di impegno comune sulla base di valori storicamente e profondamente condivisi, il contributo dell’Azione Cattolica è indispensabile. Noi, Associazioni Cattoliche, dobbiamo proporci di camminare insieme, valorizzando le specificità della missione di ciascuno ma riconducendo ad Unum i percorsi e le scelte, tutte mirate verso il Bene Comune. Sarebbe positivo individuare modalità di relazione e di azione comuni non episodiche, ma tali da sostenere la nostra volontà di Carità e di Speranza.

Alla ricerca di nuove strategie educative

venerdì 24 luglio 2009
Intervista a Massimo Achini (Presidente Nazionale CSI)

1) Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di emergenza educativa, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della sua associazione?

Sulle cause della crisi che investe le agenzie educative tradizionali sono state fatte tante analisi che è inutile ripetere. A nostro avviso la situazione rischia di deteriorarsi ancora di più per la mancanza di luoghi educativi “nuovi”, dove sanare il black-out relazionale tra giovani e adulti che è alla radice della “non educazione” odierna. Da questo punto di vista il CSI può offrire la rete delle sue 13.000 società sportive, diffuse ovunque, pensandole appunto come luoghi educativi, in cui l’offerta di sport diventa un mezzo per promuovere l’educazione integrale della persona. Ciò richiede ovviamente strumenti adeguati, a cominciare da modelli di attività pensati ad hoc e operatori preparati e motivati ad essere educatori attraverso lo sport.

2) La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cosa è per voi oggi il bene comune?

Basta guardarsi intorno. Viviamo una società segnata da egoismo, indifferenza, povertà etica e culturale, sempre più nichilista nei valori e nei comportamenti, sia individuali che collettivi. Ricercare il bene comune è lavorare alla modifica di tali derive, come premessa alla costruzione di un mondo più giusto, più solidale, in cui i diritti di tutti e di ciascuno costituiscano un circuito virtuoso. L’educazione giovanile è una questione centrale, proprio perché serve a preparare persone che domani abbiano in sé un forte orientamento al bene comune.

3) Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello del bene comune?

Il Centro Sportivo Italiano ha ben presente di essere nato circa 60 anni fa da una costola dell’Azione Cattolica, che è sempre rimasta un modello di riferimento. Riteniamo che nell’attuale fase storica, che vede le molteplici componenti dell’associazionismo cattolico impegnate in vario modo, ciascuna per suo conto, a proporre educazione e a lavorare per la realizzazione del bene comune, sarebbe per tutti una grande ricchezza ritrovare nell’Azione Cattolica l’elemento di guida e di riferimento per individuare nuove strategie educative che si integrino. Il CSI è pronto a fornire alla AC tutta la propria collaborazione per l’avvio di un tale cammino comune.

Anche le imprese devono pensare al bene comune

martedì 30 giugno 2009
Intervista a Giovanni Scanagatta (Segretario Generale UCID)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo dell’Ucid?

L’offerta formativa riguardante il Vangelo e il grande patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa, costituisce uno degli obiettivi fondamentali dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti. Come ci ha detto il Santo Padre Benedetto XVI in occasione dell’udienza riservata alla nostra associazione del 4 marzo 2006, l’imprenditore cristiano deve mirare più in alto della semplice deontologia professionale, in forza del rapporto di Dio con l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. E’ la dimensione teologica della Dottrina Sociale della Chiesa che deve ispirare i comportamenti concreti nella società civile degli imprenditori, dei dirigenti e dei professionisti cristiani. Questo impegno educativo dell’Ucid riguarda soprattutto i giovani, speranza di un mondo migliore. Essi devono essere sostenuti e accompagnati dall’esperienza degli imprenditori cristianamente impegnati, in autentico spirito di solidarietà intergenerazionale.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune è un valore fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa, assieme allo sviluppo, alla solidarietà e alla sussidiarietà. In fondo si tratta di una virtù, come si evince dall’utilissimo Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace del 2004. Il bene comune è bene di tutti perché ogni persona deve essere coinvolta nei processi di sviluppo che non è solo economico ma anche umano e culturale. E’ un concetto moltiplicativo e non additivo, come avviene invece in economia per l’ottimo paretiano. Esso tiene conto non solo della massimizzazione della somma della ricchezza, ma anche della sua distribuzione per principi fondamentali di giustizia che è il fondamento della pace. La posizione nulla nella partecipazione alla ricchezza anche di una sola persona rende nullo tutto il prodotto e non si raggiunge il bene comune. La costruzione del bene comune è responsabilità di tutti e non solo dello Stato. Passiamo in questo modo dal concetto di Welfare State a quello di Welfare Society, in nome del grande principio della sussidiarietà. La costruzione del bene comune spetta pertanto alle imprese, alle famiglie, agli enti intermedi, allo Stato e a tutti gli altri soggetti che compongono la società civile. L’Ucid ha fatto del bene comune la sua bandiera, testimoniata dal Rapporto triennale sulla coscienza imprenditoriale nella costruzione del bene comune. La responsabilità dell’imprenditore è pertanto non solo nel confronti degli azionisti, ma in primo luogo dei dipendenti che costituiscono la risorsa più preziosa dell’azienda per il suo sviluppo in un’ottica di lungo periodo, e poi delle comunità locali, delle istituzioni locali, dei clienti e dei fornitori. In definitiva, la costruzione del bene comune si lega strettamente per gli imprenditori cristiani al concetto di responsabilità dello sviluppo a cui tutti, sia pure in misura diversa, devono poter partecipare.
Il primario interesse del bene comune per l’Ucid trova concreta manifestazione nella recente collana avviata dalla nostra associazione con la Libreria Editrice Vaticana, intitolata “Imprenditori cristiani per il bene comune”. E’ già uscito il primo volume della collana sul tema della responsabilità degli imprenditori cristiani per il futuro dell’Europa.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Per quanto riguarda il compito educativo, l’Azione Cattolica ha avviato quest’anno un’iniziativa di grande significato coinvolgendo molti movimenti e associazioni ecclesiali, compresa l’Ucid. Si tratta di un sussidio che verrà distribuito alle basi associative per la lettura del Vangelo nei tempi forti e ordinari dell’anno liturgico, alla luce dell’attualizzazione degli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa. Sul piano delle testimonianze, il sussidio sarà arricchito da esempi di figure che hanno testimoniato con la loro vita pratica la fede al Vangelo. Per noi dell’Ucid si tratta, ad esempio, della figura del Beato Giuseppe Tovini. Tovini è stato un banchiere e avvocato italiano, beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1998. È tra i fondatori del quotidiano cattolico Il Cittadino di Brescia, pubblicato nel 1878, e fra i promotori – e poi presidente – del Comitato diocesano dell’Opera dei Congressi. Nel 1888 fonda a Brescia la Banca San Paolo, nel 1896 a Milano il Banco Ambrosiano. Lo guida la convinzione che le istituzioni cattoliche, in particolare quelle educative, debbano puntare alla piena autonomia finanziaria. Per quanto riguarda infine il contributo dell’Azione Cattolica alla costruzione del bene comune, riteniamo che questo possa essere molto importante ricordando il momento storico in cui essa è nata, con un forte impegno civile per una società libera e giusta. E’ in fondo il contributo che può dare tutto il vasto mondo del volontariato cattolico, rafforzando lo spirito di coesione e di azione comune per il raggiungimento di elevati traguardi materiali e spirituali di cui ha estremo bisogno la nostra società aperta e globalizzata.

Un nuovo patto educativo

mercoledì 10 giugno 2009
Intervista a Paola Dal Toso (Segretaria Generale CNAL)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della consulta nazionale delle aggregazioni laicali?

Poiché il Consiglio Direttivo della CNAL non ha ancora iniziato a lavorare, non sono in grado di rispondere in quanto Segretaria Generale. Sicuramente nei prossimi mesi tutta la CNAL farà proprio l’invito del Papa che più volte è tornato a sollecitare un rinnovato impegno nell’ambito educativo. Tra l’altro, sarà anche l’oggetto del piano pastorale per i prossimi dieci anni, che la Conferenza Episcopale Italiana ha approvato nel corso dell’assemblea generale svoltasi a fine maggio.
A titolo personale, vorrei aggiungere che nel discorso pronunciato giovedì 28 maggio rivolgendosi all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, Papa Benedetto XVI ha ribadito: «il compito fondamentale dell’educazione. […] Si tratta di una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’
urgenza e, perfino, dell’emergenza». Nella Lettera alla diocesi di Roma sui compiti urgenti dell’educazione del 21 gennaio 2008, sottolinea che, se «Educare non è mai stato facile», «oggi sembra diventare sempre più difficile» perché «È forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata». Certo, constatiamo non solo la difficoltà di educare, ma addirittura uno smarrimento degli stessi adulti impegnati nell’educazione, della quale, mai come in questo tempo c’è urgenza, tanto che Benedetto XVI afferma: «Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita».
Tentando di analizzare il nostro tempo dal punto di vista educativo, a mio parere, la principale emergenza educativa consiste nella mancanza di proposte forti con le quali i giovani possano confrontarsi, a fronte di messaggi contraddittori che pervadono il nostro mondo, della caduta di ideologie e dell’indebolimento religioso. Ragazzi e giovani sono afflitti da disagio caratterizzato da: senso di inutilità del vivere (nichilismo), incapacità di progettare un futuro e tendenza a svalutare il passato che fa ripiegare sul presente, privilegiando il consumo immediato di cose, emozioni ed esperienze. Inoltre, rischiano di vivere nella solitudine, cioè nell’impossibilità di poter stabilire relazioni in particolare con adulti significativi che li aiutino a trovare risposte che possano contribuire a dare un senso alla propria vita, a scoprire significati… In molti casi vivono l’esperienza della semplice compagnia, ma non la socialità, la relazionalità, l’amicizia. Spesso mancano di modelli autorevoli, ma anche del necessario supporto emotivo da parte di genitori che rispondono largamente ai loro desideri, ma non sanno comprendere i bisogni più profondi e non li aiutano a strutturare la loro personalità.
Mi pare necessario educare bambini, ragazzi e giovani ad imparare a distinguere fra bisogni e desideri, a conoscere le proprie forze ed i propri limiti, ad entrare in contatto con gli altri ed abituarsi a vivere con persone diverse da sé.
Si profila sempre più urgente lavorare per un patto educativo che deve coinvolgere,
in primis, le famiglie, ma anche quelle agenzie e associazioni che fanno dell’educazione il loro impegno principale. È possibile un lavoro in rete, nell’indispensabile alleanza tra agenzie educative a partire dalla famiglia, con il coraggio anche di andare “contro” per permettere ai ragazzi di maturare nella capacità di amare e di assumersi delle responsabilità, così da essere protagonisti nella Chiesa e nella società.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Il bene comune non può essere considerato come la somma di tanti beni singoli e non è nemmeno un valore del passato che può essere semplicemente ereditato, ma va fatto nostro, ha bisogno di una comune adesione, di una conquista continua, di un rinnovo personale nel progressivo crescente esercizio della responsabilità. Ciò presuppone l’educazione della persona, la quale non realizza se stessa in una prospettiva puramente individualistica o di protagonismo arbitrario di chi intende costruire la propria esistenza sulla base dei propri desideri. La persona invece, è naturalmente aperta al rapporto con le altre persone e con la società. La sua educazione è possibile quando la vita viene accolta come un dono, una chiamata a cui rispondere, come portatrice di un senso che non ci possiamo dare da soli. Pertanto, è necessario che l’educazione apra la persona ad accogliere e, dunque, ad uscire da sé; è nell’atto di dare e ricevere amore e, quindi, di uscire da sé che la persona realizza se stessa; l’amore è una chiamata ad uscire da sé, la relazione d’amore fa uscire da se stessi per scoprire e riconoscere l’altro. L’apertura all’alterità porta ad affermare anche l’identità soggettiva, poiché l’altro mi rivela me stesso; è la relazione con l’altro che mi fa comprendere me stesso. Senza trascendenza, ossia senza chiamata da un “oltre” rispetto a me stesso, non riesco a darmi un’identità. L’educazione autentica richiede questa prospettiva trascendente che l’uomo riceve aprendosi all’altro ed all’Altro e che non si dà da solo.
La persona è chiamata a dare liberamente e responsabilmente il suo apporto alla costruzione del tessuto morale della società. La sua educazione è un presupposto indispensabile per la costruzione del bene comune, anzi l’educazione stessa in quanto orientata allo sviluppo della comune umanità, è un bene comune.
Diventa di fondamentale importanza per l’educazione ed il bene comune, imparare la gratitudine e l’accoglienza. Senza gratitudine, ossia consapevolezza che la nostra identità non ce la siamo data da soli, non c’è educazione, continuità tra le generazioni, vera storia.
È urgente restituire all’educazione la sua fondamentale finalità formativa; al riguardo, il Papa afferma che lo scopo essenziale dell’educazione è proprio «la formazione della persona per renderla capace di vivere in pienezza e di dare il proprio contributo al bene della comunità» (1) . Ne consegue che l’educazione al bene comune va intesa come superamento del puro riferimento esteriore alla legalità, anche se comunque, imparare ad osservare le leggi è il primo gradino – elementare ed indispensabile – per la civile convivenza. Si tratta di rispettare l’altro che non è uno sconosciuto individuo, ma una persona inseparabile dall’unica famiglia umana.
In questa prospettiva assume rilevanza il percorso di educazione alla mondialità, di educazione interculturale come educazione ai rapporti intersoggettivi fra persone che assomigliano a tutti gli altri uomini capaci di trascendere la loro stessa cultura perché considerano l’altro come “specchio”. Diversamente si può al massimo convivere in una vicinanza di reciproca tolleranza.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica da sempre ha a cuore la formazione delle persone. In questo senso ha una lunga tradizione di impegno che riguarda tute le fasce d’età. L’esperienza dello stare insieme, del vivere la dimensione del gruppo è un’opportunità per il singolo nell’esercizio delle piccole grandi responsabilità, commisurate all’età, del dare il personale contributo alla costruzione del bene comune. In questo senso credo, dovremmo riscoprire l’incidenza dell’esperienza concreta che si può vivere fin dalla più tenera età.

(1) Benedetto XVI, Discorso pronunciato al convegno della diocesi di Roma, 11 giugno 2007.

Associazioni sempre più in dialogo

venerdì 22 maggio 2009

Intervista a Franco Pasquali (Segretario Generale Coldiretti e Coordinatore Retinopera)

Perché oggi viviamo in una situazione di difficoltà, di “emergenza educativa”, per dirla con le parole di Benedetto XVI? Su cosa punta in particolare l’impegno educativo della sua associazione?

Lo scrittore inglese H.G. Welles, a conclusione della sua Storia del mondo, sostiene, in maniera sicuramente un po’ drastica che “l’epoca contemporanea è una corsa drammatica tra catastrofe ed educazione”. Forse parlare di catastrofe è un po’ eccessivo, ma è indubbio che oggi occorre far fronte a quella “emergenza educativa” cui ha fatto riferimento Papa Benedetto XVI. Lo sforzo educativo deve riguardare tutte le componenti della società e ognuno di noi, in quanto uomini o in quanto associazioni, ha uno spazio educativo importante da gestire per trasmettere quelle certezze e quei valori fondamentali che oggi si tende a sottovalutare, per infondere ancora, da una generazione all’altra, qualcosa di valido, regole di comportamento e obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita.
Coldiretti, forza sociale che rappresenta le imprese agricole e valorizza l’agricoltura come risorsa economica, umana e ambientale, ha una peculiare caratteristica: quella di associare sia imprese che persone, per cui opera in base alla duplice attenzione di sviluppare e formare i due soggetti che troviamo nella nostra compagine sociale. Fulcro e centro dell’azione di Coldiretti per far crescere l’impresa è la persona. Operiamo quindi per creare una capacità di lettura, da parte dei nostri associati, del contesto in cui sono chiamati ad operare, per cercare di valorizzare la responsabilità della persona nel fare impresa, per far crescere la coesione delle persone nell’ambito di una comunità, per sviluppare il rapporto con il territorio in cui si opera. Ma curiamo anche l’aspetto volto a fornire una visione che sappia leggere le dinamiche generali non solo a livello di Paese, ma anche a livello internazionale, da quelle del mercato aperto, a quelle climatiche a quelle migratorie.
Anche in occasione della nostra recente Convention al Palalottomatica di Roma, Coldiretti ha confermato l’impegno di cercare di creare una distintività dei prodotti del nostro Paese, in quanto realizzati da imprese che vedono quale momento centrale della loro attività l’uomo e la famiglia. Proprio per tale motivo stiamo proponendo una riconoscibilità dei prodotti legata al territorio in cui vengono realizzati, anche con l’obiettivo di instaurare tra chi produce e chi consuma un rapporto più diretto. Questo richiede tutta un’azione di formazione e di conoscenza che noi abbiamo cercato di interpretare non solo con i tradizionali momenti formativi tipici dell’istituto di formazione, ma anche mettendo in campo nuove articolazioni.
E’ questo lo spirito alla base della costituzione della “Fondazione Campagna Amica” che vuole rappresentare un contenitore importante e un motore di aggregazione di diverse istanze, producendo informazione e servizi alla persona, alle associazioni, ai cittadini, ai consumatori e ai produttori agricoli. La Fondazione si muove nell’ottica di tutelare gli interessi di cittadini, consumatori, produttori agricoli intorno ai temi dell’ambiente e del territorio, della qualità dei consumi e degli stili di vita. Tutti temi che trovano nella valorizzazione della campagna e dello sviluppo rurale un elemento di grande rilevanza strategica per tutto il paese.
Ma Coldiretti ha anche iniziato a educare alle nuove tecnologie per garantire formazione ai suoi associati e una corretta informazione al mondo esterno. Un’attività affidata anche al sito web, costantemente aggiornato, e al giornale telematico “Il Punto” nel quale non manca la voce di chi ci ricorda l’ispirazione di Coldiretti alla dottrina cristiano-sociale della Chiesa.
La peculiarità che noi possiamo rivestire nell’associazionismo italiano, rappresentando imprese e persone, è quello di un contributo originale ad un reale impegno educativo. Impegno che possiamo anche ritrovare nella partecipazione associativa che giorno per giorno vede coinvolte circa 10.000 persone con funzioni di rappresentanti, dal livello nazionale a quello territoriale, al servizio di un milione e mezzo di nostri associati.
In “Rigenera”, un’esperienza formativa che ha coinvolto oltre 20.000 imprenditori, ha suscitato notevole interesse l’inserimento, nei momenti formativi, dei principi della dottrina sociale della Chiesa, che si è tradotto anche in alcune proposte concrete. E’ anche con queste proposte formative che noi riteniamo debba intervenire una forza di rappresentanza “vasta”, quale la Coldiretti, per dare un contributo fattivo all’ “emergenza educativa”.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Per noi oggi il bene comune è innanzitutto il rispetto dell’identità di ogni singola persona, in tutto l’arco della sua vita, dal concepimento alla morte. Bene comune è permettere alle persone una vita dignitosa, quindi creare anche sensibilità e azioni di convivenza sia intragenerazionali che nel nostro ambito di lavoro. Non è difficile notare come la nostra impresa agricola familiare sia oggi multifunzionale e in grado di guardare a nuove sfide dove possono effettivamente coniugarsi sensibilità etico civili, l’attenzione all’ambiente, l’attenzione al buon prodotto, la visione di un corretto rapporto con il mercato, il prezzo giusto e trasparente. Coniugare gli interessi di chi consuma con quelli di chi produce è il nostro obiettivo ed è per questo che ci siamo lanciati dell’esperienza della “filiera corta”, o meglio di una “filiera agricola tutta italiana”, con la quale viene rafforzato il nostro “patto” di crescita con i cittadini, fondato sulla qualità, sulla sicurezza, sulla conservazione della bellezza dei luoghi, un patto con il quale si possa porre rimedio all’ingiustizia di una inadeguata remunerazione e considerazione dei produttori e di una insufficiente trasparenza del prezzo a tutela dei consumatori.
Ma il “bene comune” è anche quello della diffusa cultura dell’accoglienza che si riscontra nelle nostre campagne, della capacità di stare con l’immigrato che viene da lontano e che cerca un lavoro nel nostro Paese. E’ noto che il settore agricolo utilizza molta manodopera comunitaria, specialmente negli importanti momenti della raccolta delle produzioni agricole o nel supporto alle attività zootecniche. Il nostro impegno è quindi quello di stimolare la capacità di creare un buon lavoro trasparente, identificabile per tutti i lavoratori, ma anche con una particolare attenzione e il necessario rispetto per chi ha lasciato il paese d’origine e si trova ad operare nei nostri territori.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

Chiediamo all’Azione Cattolica, la cui attività è sempre stata caratterizzata da un impegno formativo importante e qualificato, di adoperarsi sempre più per fare da stimolo e da collante tra le varie realtà associative del nostro Paese ed anche con la nostra che, rappresentando imprese e persone, ha un vissuto caratteristico e peculiare. È nostra convinzione che una “contaminazione“ reciproca possa contribuire a creare un momento più alto dell’associazionismo cattolico e ad interpretare la nuova condizione dei cristiani nel mondo di oggi, per poter comunicare il Vangelo in forme nuove, ma sempre autentiche ed efficaci. Quale coordinatore di Retinopera, Associazione nazionale promossa da cattolici italiani, impegnati nell’associazionismo, nel sindacato, nel volontariato, nella cooperazione e in altre istituzioni sociali, civili ed economiche, cui aderisce anche l’Azione Cattolica, devo riscontrare con soddisfazione il contributo che l’A.C. sta dando anche nei momenti complessi, di secondo livello, dell’associazionismo nel sottolineare quei valori che ci aiuteranno ad essere attori nel costruire un nuovo umanesimo.

Educhiamoci alla libertà

giovedì 7 maggio 2009

Intervista a Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo (Presidenti del Comitato Nazionale AGESCI)

L’Agesci ha come obiettivo l’educazione dei ragazzi e dei giovani attraverso il metodo scout. L’educazione è dunque per noi una scelta fatta a priori e non dettata da un’emergenza.

Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo sono i due presidenti dell’Agesci. Un’associazione che pone l’educazione al centro del suo impegno. Ma Benedetto XVI ha detto che nel nostro tempo, nella nostra società, c’è una vera e propria “emergenza educativa”. Perché secondo voi? E l’Agesci come risponde?

È evidente in questa stagione storica una trasformazione della realtà e, in questa, dei ragazzi, che evidenziano bisogni nuovi a cui andare incontro. Certamente, per il punto di vista che ci è dato di osservare, la crisi dei valori influenza in modo sostanziale gli adulti, le famiglie e quindi, anche i ragazzi. Pensiamo che molti aspetti della società consumistica, che mette al centro l’immagine, l’esteriorità, la “prestazione”, il potere, il culto del sé come anche la virtualità dei rapporti, la fragilità delle relazioni affettive condizionino molto i ragazzi. L’educarsi alla libertà e alla consapevolezza delle scelte, il rispetto dell’altro, l’imparare a fare comunità, il servizio dove c’è bisogno sono percorsi efficaci da proporre ai ragazzi.

La prospettiva sociale della sfida educativa, il suo obiettivo, è sicuramente la costruzione del bene comune. Cos’è per voi oggi il bene comune?

Nel nostro linguaggio, il percorso educativo porta il ragazzo a diventare un adulto consapevole, “buon cittadino e buon cristiano” impegnato cioè in modo attivo a leggere le realtà di bisogno e ad agire per modificarle in meglio: questo è per noi lavorare per il bene comune.

Quale contributo invece vi aspettate dall’Azione Cattolica sia per quanto riguarda il compito educativo che per quello della costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica ha, più di noi, capacità di rivolgersi a ogni fascia di età. Per questo potrebbe prendersi cura maggiormente dell’accompagnamento degli adulti, poiché è difficile rimanere “buoni cittadini e buoni cristiani” senza una comunità di appartenenza che stimoli la formazione permanente, sostenga nelle fatiche, crei spazi di riflessione e confronto.
Ciò che è sempre più debole è la nostra capacità di annunciare una “buona notizia” al mondo: mancano i luoghi di cultura e di approfondimento, gli spazi per pregare fra adulti, per leggere la realtà e per rileggerla alla luce del Vangelo. Sarebbe interessante veder rinascere nelle nostre Parrocchie dei luoghi di incontro in cui le persone possano essere aiutate, anche grazie ad un metodo e alla presenza di un sacerdote, a dare senso alla propria vita e alla propria storia.

La cultura del dare

giovedì 16 aprile 2009

Intervista a Paolo Loriga, Movimento dei Focolari

“L’emergenza educativa è una grande questione del nostro tempo, anche perché sta avvenendo una scissione nell’ambito delle persone: si va perdendo la memoria e tutta la ricchezza del passato che ci consente di leggere il presente e di leggere anche i segni dei tempi in una prospettiva futura”.

Paolo Loriga, esponente dei Focolari, spiega così i motivi che rendono la questione educativa una vera e propria emergenza, ma alla luce di questa analisi qual è l’impegno del Movimento?

Quello che contraddistingue la nostra esperienza educativa è prima di tutto un’esperienza di comunità, cioè un travaso costante tra generazioni, un dialogo permanente dove i bambini gli adolescenti e i giovani convivono e dialogano con gli adulti impegnati in più ambiti (in quello politico, in quello sociale, in quello economico….) e fanno un’esperienza diretta, viva e dunque fortemente educativa di quello che è lavorare per il bene comune. Bene comune che non è un concetto ma è la prospettiva in cui si muove ciascuno dei membri della comunità nel suo vissuto quotidiano.

E questo in concreto cosa comporta?

Comporta scelte e implica decisioni costanti. E’ necessario avere un bagaglio culturale, una griglia critica, che consente di liberarsi dalla cultura dominante – che è fatta dall’avere, che è fatta da un ego sovradimensionato – per aprirsi ad una realtà della donazione, alla cultura del dare. Significa avere sempre più attenzione verso l’altro, chiunque egli sia, il dialogo deve essere insieme metodo e cultura. Per esempio noi sottolineiamo in maniera molto forte il valore del dialogo ecumenico e di quello interreligioso, li consideriamo elementi costitutivi della costruzione della città dell’uomo oggi.

Quale contributo vi aspettate invece dall’Azione Cattolica proprio sul versante dell’educazione e della costruzione del bene comune?

L’Azione Cattolica ha svolto e svolge un ruolo preziosissimo ad incominciare dalla sua storia: 140 anni non sono un battito di ciglia. È un’esperienza straordinariamente lunga e straordinariamente ricca. Quanti dirigenti al Paese, intendendo l’Italia ma anche in altri Paesi, ha offerto l’Azione Cattolica in questi 140 anni! Quanto è maturato il laicato come consapevolezza, come ruolo nell’ambito ecclesiale e anche nell’ambito civile grazie al cammino formativo dell’Azione Cattolica!

Oggi l’Azione Cattolica ricca di questa storia, ma ricca anche dell’esperienza di Loreto (dove Giovanni Paolo II le ha affidato un nuovo trinomio: contemplazione, comunione e missione) è in grado di continuare a dare un contributo importantissimo per il futuro.

E visto che, sempre Papa Wojtyla nel ’98, ha aperto questa dimensione così importante dei Movimenti e delle Comunità ecclesiali sotto il profilo della carismaticità vera e propria, ecco che nella realtà ecclesiale italiana e internazionale esiste un quadro ricco di soggetti. In questo quadro l’Azione Cattolica ha un patrimonio importantissimo da portare, e tutto questo anche attraverso una collaborazione tra associazioni e movimenti che giorno dopo giorno diventa sempre più stretta e piena di iniziative comuni. Se queste collaborazioni mancassero diventeremmo tutti più poveri.

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