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“La priorità è l’educazione”

“La Costituzione tradita”

Mercoledì 5 Novembre 2008
La priorità è l’educazione
di Mimmo Muolo (Avvenire, 12 ottobre 2008)

La Costituzione tradita
di Alberto Bobbio (Famiglia Cristiana n. 44 - 02 novembre 2008)

La Costituzione tradita

Mercoledì 5 Novembre 2008
(da: Famiglia Cristiana n. 44 - 02 novembre 2008 )

di Alberto Bobbio

INTERVISTA CON IL PROFESSOR FRANCO MIANO, NUOVO PRESIDENTE DELL’AZIONE CATTOLICA, DOCENTE DI FILOSOFIA MORALE

Federalismo, vita, economia, immigrati: «Stiamo tradendo la nostra Carta, che ha le sue radici nella solidarietà tra i cittadini e i corpi sociali». E i cattolici devono svegliarsi.

«Il rischio maggiore che sta correndo oggi il nostro Paese? Il localismo esasperato, la fatica a mettersi insieme per risolvere i problemi, uno Stato sempre più debole e un’economia poco governata».

Parla il professor Franco Miano, docente di Filosofia morale all’Università di Roma Tor Vergata, da qualche mese nuovo presidente dell’Azione cattolica italiana, e denuncia che anche tra i cristiani c’è la tendenza a rinchiudersi in un orizzonte dorato, rilevando che in Italia «aumentano le diseguaglianze».

Professore, di cosa si tratta?
«Di tradimento della Costituzione, che, invece, ha le sue radici nella solidarietà tra i cittadini e i corpi sociali».

Vale anche per l’economia?
«Certo. Il capitalismo selvaggio o, come alcuni preferiscono dire, creativo, che ha portato il mondo sull’orlo della bancarotta, Italia compresa, non è quello che è stato disegnato dalla nostra Carta costituzionale».

Come sta il Paese?
«È attraversato da profonde ambivalenze. Accanto a tante risorse, c’è il rischio di ulteriori chiusure. Fa fatica a risolvere insieme i problemi».

Faccia un esempio…
«La lotta alla criminalità. Tutti, singolarmente, dicono di agire, sono pronti a denunciare, ma, poi, manca l’impegno per scelte comuni ed efficaci. La stessa cosa vale per gli immigrati, ma anche per la difesa della vita. Non ci si preoccupa di formare mentalità, opinioni pubbliche. Prevale solo l’utile immediato e personale, non ci si spende più per ciò che ha valore di progetto comune».

Sull’immigrazione si stanno sfiorando le leggi razziali…
«E sa perché? Perché non mettiamo più al centro la dignità di ogni persona, pur proclamandola a parole».

Vale anche per i cristiani?
«Eccome. I cristiani in Italia, che sono pur sempre un’ampia fetta della popolazione, rischiano di vivere soltanto un cristianesimo di facciata, come se la fede non dovesse avere conseguenze sul piano della convivenza. E tra esse c’è quella di occuparsi dei poveri. Invece, purtroppo, tanti cristiani finiscono per mettersi dalla parte dei ricchi, piuttosto che da quella dei poveri».

Vede un aumento delle diseguaglianze nel nostro Paese?
«Penso che l’Italia si stia dimenticando che, finché ci sarà un solo povero, sulla giustizia c’è qualche problema. Se le diseguaglianze aumentano, allora stiamo tradendo la Costituzione».

Non è solo un problema di ridistribuzione del reddito?
«Lo è in parte. Perché c’è chi non ha reddito e continua a non averlo. Noi tendiamo a ridistribuire a chi ha già. Dunque, i problemi sono due: i poveri e chi finisce sotto la soglia della povertà. Ma non vedo tanta preoccupazione nella politica per i poveri».

E sulle istituzioni?
«Gli uomini e le donne di Azione cattolica le hanno costruite con grande passione. Crediamo alla centralità del Parlamento. Non c’è solo il rispetto formale delle leggi per far funzionare una democrazia, ma anche il dibattito. Oggi tutto si riduce allo scontro di posizioni diverse, che non migliora il Paese. E ciò accade perché i luoghi del confronto sono stati esautorati nel loro sostanziale peso e valore. L’Azione cattolica, invece, insite perché accanto a una democrazia delle regole funzioni, e bene, una democrazia dei valori. E il Parlamento è il luogo di riferimento essenziale, dove far risuonare la vita reale della gente».

Il prossimo terreno di scontro sarà il federalismo…

«È un tema delicato, perché nell’Italia delle Regioni va realizzato uno specifico riordino amministrativo, ed eventualmente anche fiscale. Ma ciò non significa consolidare l’esistente, dunque, le diseguaglianze. Così come la sussidiarietà non è semplice decentramento. Un Paese non si consolida mettendo una parte contro un’altra».

Cosa insegna la crisi finanziaria?
«Tante cose. Prima di tutto che il mercato non può essere lasciato senza regole. E poi, che la politica deve dire la sua sull’economia e non, invece, lasciare che l’economia la condizioni totalmente. Infine, questa crisi pone un problema di stili di vita, e il tema della ricerca di una nuova sobrietà, che vuol dire anche vivere del proprio lavoro».

Per i cristiani, in tutto ciò c’è un ruolo della parola di Dio?
«Certo, ma a volte rischia di essere solo proclamata e non vissuta. Bisogna leggerla e metterla in pratica e non lasciare che ci siano solo alcuni gruppi specializzati a studiarla. La Bibbia deve essere il libro che accompagna la vita di ogni laico cristiano, come ha detto nelle scorse settimane il Sinodo dei vescovi».

Ma i laici non si sono un po’ ritirati in questi ultimi anni?
«Le grandi trasformazioni sociali e politiche hanno provocato una sorta di spaesamento nei laici, e molte volte si è preferito il silenzio. Hanno parlato i vescovi. Oggi, i laici devono recuperare il senso del loro ruolo anche nella Chiesa, senza paure».

È questo il senso della lettera all’Azione cattolica dei vescovi italiani?
«Sì: i laici devono parlare forte e con chiarezza, da soli e come associazioni. Devono far risaltare di più argomenti come l’attenzione alla persona, alla vita, all’educazione, nel dibattito pubblico, dentro la Chiesa e dentro il Paese. L’Azione cattolica, diffusa in quasi tutte le parrocchie d’Italia, associazione fortemente popolare, ha davanti a sé un compito impegnativo».

La santità dei laici

Venerdì 4 Luglio 2008
di Gennaro Ferrara

Intervista a Francesco Miano, Presidente Nazionale ACI

Quali sono le priorità che avverti per il tuo mandato di presidente nazionale dell’Azione Cattolica?

Il primo elemento lo traggo dal discorso del Santo Padre e dalla insistenza con la quale ha sottolineato il rapporto tra la vocazione dei laici e la chiamata alla santità. Una santità, dunque, vissuta a partire dalla vita quotidiana, il che ci rimanda immediatamente alle grandi testimonianze che hanno segnato i 140 anni della storia della nostra Associazione.
Tutte le scelte che dobbiamo fare come Ac, in fondo, sono legate alla realizzazione di quelle sintesi sempre nuove fra fede e vita, cui il Papa stesso ci ha richiamato il 4 maggio scorso. Credo che oggi per noi questo significhi impegnarci nel primo annuncio, per favorire la riscoperta della fede, e investire sempre più in una formazione che sappia essere all’altezza del nostro tempo complesso e contraddittorio.

Il Papa ha parlato anche di “emergenza educativa”. Quale può essere, sotto questo profilo, il contributo dell’Azione Cattolica, che da sempre è impegnata sul versante della formazione?

La risposta dell’Azione Cattolica è sempre stata quella della formazione di lungo periodo. Adesso si tratta di ricalibrare questa importante esperienza, questa tradizione fatta di cammini formativi, di progetti, di proposte, di vita di gruppo, di attenzione alle persone. Si tratta di ricalibrarla a misura dell’oggi, cercando da un lato di riandare all’essenziale (che è sostanzialmente la proposta per una crescita di umanità piena, capace di una apertura viva al Vangelo e di una testimonianza forte e coraggiosa) e dall’altro di essere sempre più in grado di rispondere alle questioni stringenti che il nostro tempo ci pone di fronte.

Dal Papa è venuto anche un incoraggiamento forte, quando ha detto che la scelta di assumere come nostro il fine apostolico generale della Chiesa non significa avere una identità debole, anzi…

Mi è sembrato un riconoscimento importante. Il Papa ha messo in evidenza un aspetto rilevante della nostra identità: quello dell’equilibrio fecondo tra Chiesa universale e Chiesa locale.
Questo equilibrio non è qualcosa di generico, ma esprime la profondità di una vocazione, di un dono che si realizza attraverso il legame associativo, fatto da persone che si ritrovano intorno al loro Vescovo, che sentono come propria, nel livello locale e universale allo stesso tempo, l’intera missione della Chiesa. La dedicazione alla vita della chiesa locale, va sempre più sottolineata perché quello è il luogo dove il Signore si incontra con un popolo; allo stesso tempo, l’apertura alla Chiesa universale, fa vivere nel piccolo il grande, nella parte il tutto.

Tu sei il primo che arriva a presiedere l’Associazione dopo aver guidato tanto i giovani, quanto gli adulti (ti è mancata solo l’ACR!). Qual è lo stato di salute dei settori?

Per quanto riguarda gli adulti, sono in aumento le realtà di adulti-giovani, spesso formate da coppie di sposi, che si stanno affiancando ai gruppi adulti tradizionali con una forte componente di anziani. Credo sia migliorata la qualità della partecipazione: tutti si sentono più responsabili e sono sempre meno quei gruppi che fanno dipendere i loro percorsi formativi dalla sola meditazione del sacerdote.
Per quanto riguarda i giovani, penso che per loro la proposta dell’Azione Cattolica sia ancora oggi molto significativa. Sono particolarmente efficaci i cammini che li coinvolgono nell’impegno sociale e quelli che propongono un forte itinerario spirituale. Da questo punto di vista hanno dato buoni risultati esperienze come le scuole di cittadinanza e quelle di preghiera.

E l’ACR?

L’ACR, resta unica nel suo genere: fondata sull’idea del protagonismo dei ragazzi, sulla valorizzazione anche dei più piccoli, e quindi sull’intuizione che si può essere testimoni ad ogni età, rimane una delle forme più creative attraverso cui si esplica da un lato la passione educativa dell’associazione, dall’altro la capacità di interagire anche con i piccoli che ha sempre caratterizzato l’Azione Cattolica.

Avanti, insieme

Sabato 19 Aprile 2008
di Gianni Borsa

Intervista con Luigi Alici

Il professor Alici è sereno. Ascolta, riflette, parla adagio. Per la rivista associativa trova volentieri il tempo di fermarsi e fare il punto della situazione. L’Ac sta vivendo tre momenti fondamentali: le celebrazioni per i 140 anni di fondazione, l’Assemblea triennale e l’atteso incontro con Benedetto XVI in piazza San Pietro.

Tre anni alla guida della maggiore associazione cattolica del paese, in un periodo di rinnovamento interno e di trasformazioni profonde della società italiana. Temi che certamente affronterà nella relazione all’Assemblea di maggio. Anticipiamo un suo primo “bilancio” per i lettori?

Mi pare di dover registrare un bilancio positivo: l’associazione ha cercato di mettere a frutto le intuizioni del triennio precedente, soprattutto sul versante formativo: basti ricordare i nuovi itinerari e l’attivazione del Laboratorio nazionale della formazione. Sono stati sviluppati nuovi “fuochi” di attenzione, come l’area “Famiglia&Vita”, e il Centro studi, che hanno promosso importanti seminari di approfondimento, insieme ai consigli scientifici degli istituti. Ma non vorrei fare una “lista della spesa”; forse il risultato più importante può essere espresso con due avverbi: avanti, insieme. L’associazione è profondamente unita e guarda avanti con fiducia.

Il presidente di Ac si deve dividere tra mille impegni associativi, che si aggiungono a quelli familiari, professionali, sociali di ogni laico. Basti pensare all’attività del centro nazionale, ai settori e ai movimenti, ma anche agli istituti, alla stampa. E, soprattutto, è richiesto in tantissime parrocchie e diocesi. Da dove sono giunte a Luigi Alici le principali soddisfazioni? Da dove le eventuali difficoltà?

Sicuramente il contatto con la gente è una ricompensa straordinaria e immeritata, a fronte di una grande complessità di impegni. Dietro il contatto visibile, poi, ho sempre avvertito una rete invisibile, da cui mi sono sentito costantemente accompagnato e sostenuto. Vorrei trovare le parole per poter descrivere questa forza misteriosa della preghiera, che ho toccato con mano, giorno dopo giorno. Alcune delle difficoltà nascono invece, soprattutto a livello nazionale, dall’intreccio fra la gestione delle questioni correnti e l’individuazione di obiettivi strategici di lungo periodo. Questi due aspetti dovranno essere tenuti sempre più distinti, e per questo c’è bisogno di collaboratori formati, competenti e disponibili, che sappiano anteporre il bene dell’associazione alle proprie visioni personali.

In questi anni lei ha girato l’Italia in lungo e in largo proprio per condividere coi soci la “scommessa dell’Ac”. Ha incontrato decine e decine di associazioni diocesane, dalle Alpi al Mediterraneo… Qual è, a suo avviso, lo stato di salute dell’Azione cattolica?

Nel suo complesso l’organismo associativo è in buona salute, anche se si registrano differenze, a seconda della collocazione geografica e del radicamento nella Chiesa locale. In ogni caso, solo associazioni che vivono una forte e convinta unitarietà, in senso orizzontale e verticale, possono servire in modo fedele e vivo la Chiesa diocesana, aiutandola ad aprirsi concretamente al territorio. Isolarsi è sempre un po’ morire. L’autonomia di cui le associazioni hanno bisogno non può essere mai guadagnata a scapito di una profonda identità associativa; coltivare in modo intelligente e metodico questo legame vitale con la storia e il cammino di tutta l’associazione aiuta a maturare una vera soggettività progettuale, cioè la capacità di sperimentare e condividere forme nuove di annuncio del Vangelo e di testimonianza di vita cristiana.

Se dovesse citare un impegno programmatico coronato da successo durante la sua presidenza, quale citerebbe? E, invece, una iniziativa o un proposito rimasto a metà strada o addirittura fallimentare?

Non vorrei indicare iniziative concrete, ma soprattutto un clima, un’atmosfera spirituale, una voglia di servizio, in spirito di concordia e di comunione. Tale obiettivo mi pare centrato. Accanto a questo, poi, credo che la celebrazione del 140° stia dando i frutti sperati: i due convegni di Castel San Pietro e Viterbo, con tutte le iniziative collaterali (a cominciare dal Manifesto al Paese) sono stati accolti con entusiasmo, come occasioni per rileggere una storia di fedeltà e di santità, che merita di essere custodita e raccontata. L’incontro nazionale del 4 maggio coronerà degnamente tale cammino. Resta invece ancora aperta l’esigenza di avere un “nostro” polmone spirituale, un luogo simbolico dove possano essere collocate tutte le attività formative per responsabili. Un luogo dove s’impari a pregare insieme, a studiare insieme, a costruire insieme una reale dinamica di progettazione e sperimentazione. Insomma, un vero Laboratorio dello Spirito e della Formazione. Stiamo valutando una proposta importante in questa direzione. Chiedo a tutti una preghiera speciale proprio per questo.

In molti casi l’Ac si è impegnata nell’ultimo triennio in “buone battaglie” pubbliche, sul versante della famiglia, dell’educazione, della cultura, della dignità del lavoro, della formazione all’impegno nella realtà sociale e politica. È stato un modo di tradurre la “scelta religiosa” nel mutato contesto di inizio millennio?

Nella prossima Assemblea dovremo impegnarci ad attribuire contenuti nuovi e positivi all’espressione, in sé un po’ datata, di “scelta religiosa”. Quello che ci sta più a cuore è vivere una sequela integrale del Signore Risorto, come singoli e come associazione; se l’aderire a Lui e alla sua Parola diventa veramente ciò che più conta nella vita, da questo deve nascere un nuovo modo di stare dentro la storia, che tocca la responsabilità del laico cristiano in modo tutto particolare. Questa “traduzione” attiva e dinamica della “scelta religiosa” è ciò di cui oggi abbiamo soprattutto bisogno: il rapporto con noi stessi e con gli altri, con la vita e con l’amore, con il bene e con la libertà, debbono essere ridisegnati da cima a fondo. Per questo abbiamo bisogno di una vita spirituale libera e pulita, di pratiche di vita esemplari e riproducibili, ma anche di buoni argomenti con i quali abitare in modo critico la piazza del dibattito pubblico. A partire naturalmente dall’essenziale. Lo dico con le parole di Carlo Carretto, all’indomani della scelta che cambiò la sua vita: «La vera battaglia che non possiamo perdere è sempre quella della fede!».

A proposito di educazione. Su questo versante cresce l’attenzione della Chiesa italiana. Quale la posta in gioco? Quale il possibile e originale contributo dell’Ac?

È certamente positivo che nella comunità cristiana si faccia strada la consapevolezza di un impegno costante, assiduo, tenacemente feriale sul versante formativo. Questo esige di mettere a punto un ideale di formazione che sappia porre in equilibrio i fattori fondamentali della crescita umana e cristiana: i contenuti e lo stile del vangelo; gli aspetti cognitivi, affettivi e morali; la dimensione interiore e relazionale; le virtù teologali e le cardinali; l’accompagnamento educativo nel rispetto degli spazi di libertà e autonomia personale. Educare non significa propriamente né solo istruire, né socializzare e nemmeno catechizzare: significa aiutare a dare forma alla vita e a vivere insieme il mistero della crescita, sempre in bilico fra grazia e libertà. Tutte le risorse di cui l’Ac dispone dovranno essere spese senza riserve in quest’avventura.

L’Azione cattolica sta celebrando i suoi “100 e 40” anni di vita. Quale messaggio può giungere dalla storia associativa alla Chiesa italiana e al paese?

In quest’arco di tempo stiamo imparando a cercare nel passato il senso più profondo di quello che siamo stati e che, in futuro, possiamo diventare. I veri progetti nascono sempre tra memoria e gratitudine. In una società che appare sempre più povera di senso storico, che stenta a riconoscere il valore della gratuità e del dono nelle relazioni tra le persone, un’associazione che sappia far tesoro dei propri errori, che sappia coltivare e riproporre i propri tesori di santità e rilanciare le proprie intuizioni migliori, in modo popolare e democratico, è un dono e una risorsa per tutti.

Il 4 maggio l’Ac riempirà piazza San Pietro per un grande appuntamento con Benedetto XVI. Cosa si aspetta da questo incontro? Quale messaggio lancia ai soci di Ac in vista del “pellegrinaggio” alla sede di Pietro?

La tradizionale udienza che il Papa ha sempre concesso ai delegati si trasformerà quest’anno in un incontro con tutta l’associazione. È la prima volta che papa Benedetto affida il proprio messaggio all’Ac, per di più in una festa di compleanno carica di ricordi e di progetti. Chiediamo a tutti i soci di essere presenti, di invitare amici e persone vicine all’associazione. Ci presenteremo al successore di Pietro per essere confermati nella fede e celebrare, insieme al presidente dei vescovi italiani, l’onda lunga di una santità da cui vogliamo lasciarci letteralmente sollevare.

Un volto, una parola, un ricordo di questi tre anni rimasti indelebilmente dentro di lei e dai quali ripartirebbe…

Volti, tanti volti: un girotondo incredibile di volti. Generazioni e storie diverse, età e condizioni sociali diverse, tutte con lo sguardo fisso su di Lui. C’è forse qualcosa di meglio da cui ripartire?

(tratto da Segno 04/2008, p. 6-9)

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

L’AC degli anni 2000

Sabato 5 Aprile 2008
di Rosario Carello

Intervista a Paola Bignardi.

Con lei non serve usare il cognome. Dici “Paola” e in AC, ancora oggi, intendi la Bignardi. Fenomeno curioso e privilegio raro. I suoi sono stati anni tumultuosi e affascinanti: il Giubileo, la fine, dolorosa ma piena di fede, del pontificato di Giovanni Paolo II, Loreto. Soprattutto, però, il rinnovamento.

Ricostruiamo il periodo della tua Presidenza.
Era l’inizio del 1999. Avevo appena terminato la mia esperienza di presidente diocesana e avevo chiara la situazione di fatica e di difficoltà dell’associazione nei suoi livelli di base. Sapevo anche quanto questa percezione di disagio fosse condivisa da tanti altri presidenti, con i quali nel corso degli ultimi anni era maturato un forte spirito di condivisione e una volontà nuova di andare avanti uniti, per affrontare insieme le difficoltà di una fase di cambiamento e per rendere di nuovo vivo il dono dell’AC, di cui eravamo sempre più persuasi.

La trama dei tuoi trienni è stata il rinnovamento.
Ero convinta che fosse necessario avviare un profondo processo in questo senso e che dovesse essere un fatto corale e condiviso; l’associazione, nei suoi organismi democratici, ne decise l’avvio fin dall’inizio del triennio.

Hai incontrato difficoltà?
Sì.

La più grande?
Soprattutto all’inizio, quella di aiutare tutta l’associazione a prendere coscienza della propria crisi e a pensare che essa era una provocazione dello Spirito per ritrovare il meglio di noi stessi. Per questo il rinnovamento dell’AC doveva consistere nell’aiutare l’AC a ritrovare la sua anima spirituale, forse a lavorare un po’ di meno nella pastorale, ma a vivere di più l’originale dono che essa costituiva e costituisce per la Chiesa e per il mondo.

Quante volte hai pensato: ora mollo?
Avevo accettato l’impegno a fare la presidente rispondendo ad una richiesta: non l’avevo né scelto né desiderato, e questo mi bastava a farmi sentire la responsabilità di non sottrarmi a ciò che l’associazione e la Chiesa mi chiedevano di vivere. Questo non significa che non ci siano stati momenti critici: la difficoltà di intuire la strada per cui camminare; la fatica di capirsi tra responsabili e di elaborare progetti condivisi; la fatica di convincere del valore dell’AC per la Chiesa, ma anche della positività della crisi che essa stava attraversando. Si tratta di difficoltà che hanno accompagnato tutto il cammino di quei sei anni e che si è fatta particolarmente acuta quando si è trattato di portare a conclusione alcune scelte che erano state effettuate: la revisione dello Statuto, la verifica dell’impianto formativo dell’associazione…

Come ha reagito l’AC a tutte le sollecitazioni?
L’associazione in genere ha colto le proposte di cambiamento come una risposta alle difficoltà che sperimentava. Era il segnale che l’AC voleva prendere in mano la propria situazione, che non si rassegnava ai segnali di stanchezza che l’attraversavano, che aveva l’energia per ripensarsi. Tutto questo ha generato fiducia e in alcuni momenti un vero entusiasmo, come in occasione del pellegrinaggio di Loreto e dell’incontro dell’AC con Giovanni Paolo II: un momento di grazia che le associazioni diocesane e tante persone di AC hanno vissuto come un vero dono di Dio.

Quanti rimpianti ti sono rimasti?
Se ragiono in termini puramente umani, mi sono rimaste mille ragioni di rammarico, per cose che avrei voluto fare e che non sono riuscita a fare, soprattutto un profondo ripensamento dell’impianto formativo dell’associazione. Questi però sono pensieri passeggeri: lo spirito con cui ho cercato di vivere il mio incarico è stato quello del servizio, e anche quello della fede, che porta a dire in maniera profonda, dentro di sé, che quando abbiamo fatto tutto ciò che potevamo, siamo servi inutili. Tenere il Vangelo davanti a sé come unica luce della propria vita dà una grande libertà, e una grande pace.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

I primi anni ‘80 in AC

Giovedì 20 Marzo 2008
di Paolo Trionfini

Intervista al professore Alberto Monticone.

Quando ha assunto la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica, il paese si trovava a vivere l’emergenza del terrorismo: Vittorio Bachelet era appena stato assassinato. Quale contributo ha offerto l’associazione per ricostituire il tessuto sociale e culturale lacerato da questa “sfida”?

L’associazione ha cercato di operare per un’educazione alla cittadinanza. Proprio in quel torno di tempo, nel quale le spaccature e la violenza dovuta al terrorismo avevano profondamente diviso il Paese e anche reso difficile la partecipazione dei cittadini - non solo dei cristiani, ma di tutti i cittadini - ad una vita sociale serena, operosa, di sviluppo, l’Azione Cattolica si è messa sulla traccia del Concilio, per promuovere, all’interno di se stessa e quindi anche con riflessi esterni, un’educazione alla cittadinanza. Si è trattato di porre in primo piano il dovere del cristiano di essere un cittadino a pieno titolo a servizio del proprio Paese, seguendo l’esempio di Vittorio Bachelet.
Connesso con questo impegno si è sviluppato all’interno dell’associazione il tema dell’amicizia, dell’essere al fianco l’uno agli altri: uno stile che doveva ridondare in tutti gli ambienti, dai più giovani ai più anziani, ai gruppi dei ragazzi, dei giovani, degli adulti. Il tema dell’amicizia, insieme a quello della cittadinanza, poteva dare una mano a ritrovare un vivere civile, sereno e adatto a superare le difficoltà del momento.

Come l’associazione ha recepito le linee del pontificato di Giovanni Paolo II?

L’associazione è stata molto sollecitata da quel grande invito, che è stato espresso sin dall’inizio del suo pontificato da Giovanni Paolo II, di aprire le porte a Cristo: di spalancare tutte le porte, quelle della vita quotidiana, quelle della vita sociale, quelle della vita spirituale dentro la Chiesa, in modo da dare spazio. In questo l’associazione ha cercato di dare una risposta viva, gioiosa, con fiducia, con serenità, con entusiasmo.
Aprire le porte a Cristo agli inizi degli anni ’80 significava evidentemente conoscere meglio e mettersi in rapporto, non soltanto come persone singole ma proprio come associazione, come gruppi di associazione nelle varie età, con la figura di Cristo. Ed è a partire da questo che si è sviluppato il metodo della lettura della Parola, diffuso a seconda delle varie condizioni, di cultura, di età, di sensibilità. Metodo che poi la Chiesa italiana veniva proponendo con la Lectio Divina e che proprio in quegli anni si stava diffondendo. Mi pare che l’associazione abbia proprio adottato questo metodo fondamentale del Pontificato, cioè quello di fare entrare la Parola e la persona di Cristo dentro la vita comune.

L’Azione Cattolica stava uscendo da una stagione complessa, seguita al profondo rinnovamento conciliare: quale era lo “stato di salute” dell’associazione agli inizi degli anni Ottanta?

Era un buono stato di salute, perché l’associazione era stata guidata e sviluppata con il nuovo Statuto da Vittorio Bachelet e aveva, già con Vittorio Bachelet, superato il momento della difficoltà generata dalla crisi generale dall’associazionismo. L’associazione durante la Presidenza di Mario Agnes aveva poi proceduto proprio alla diffusione del Concilio, delle idee, dello stile, delle sollecitazioni offerte dal Concilio. Questo caratterizzava l’Azione Cattolica quando si è aperta la stagione della mia Presidenza.
All’inizio della mia Presidenza ho trovato anche alcune novità importanti.
Da un lato l’eredità del decalogo che Paolo VI aveva nel 1973 additato all’Azione Cattolica: il decalogo del laico cristiano, il laico di Azione Cattolica, che poteva essere modello per ogni ideale di laico cristiano. Dall’altro una forte e vivace attività dei ragazzi con la costituzione dell’ACR, che stava sviluppandosi con grande vigore: ecco era la stagione dei catechismi destinati ai ragazzi, la stagione della partenza o ri-partenza dell’associazione dalla base dei più piccoli, dei ragazzi.
Era quindi un buono stato: uno stato di sviluppo, di prospettive per l’avvenire anche attraverso le difficoltà che ci sono in ogni tempo.

Quali furono le scelte di fondo compiute durante la sua presidenza, per rilanciare il cammino associativo?

Le scelte di fondo ovviamente erano scelte collettive, erano scelte che venivano compiute sulla scorta di quanto le Presidenze precedenti avevano già iniziato e sviluppato.
La preoccupazione e lo sforzo di procedere sulla linea già aperta ha stimolato a fare molta attenzione alla figura del laico cristiano nella Chiesa e nella società: cioè alla doppia appartenenza del laico cristiano nella Chiesa secondo il Concilio e nella società sempre nell’ambito conciliare, con questa visione di interesse a ciò che accade nella storia del mondo.
In quegli anni si stava elaborando un particolare piano pastorale della Conferenza Episcopale Italiana: iniziato con “Evangelizzazione e promozione umana” nel 1976, stava proseguendo verso il secondo grande appuntamento della Chiesa italiana post-conciliare di Loreto del 1985: “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”.
La figura del laico cristiano e la sua doppia appartenenza, il suo doppio servizio, è stata fatta propria dall’associazione e dalle sue realtà locali; è diventata, direi, la preoccupazione centrale di quegli anni.

In un libro-intervista uscito nel 1986, significativamente intitolato “La bisaccia del pellegrino”, lei mise a fuoco i tratti essenziali della spiritualità dei laici, come elementi necessari alla loro vocazione e missione nel mondo: era ancora aperta la “questione” del laicato a venti anni dal Concilio?

Non parlerei di “questione” del laicato. Era aperta una grande sfida, ma anche una grande prospettiva per i laici cristiani, per il laicato cristiano: la sfida che veniva dalla secolarizzazione del mondo contemporaneo e da un certo declino della cristianità nella quale le Chiese, ma anche la stessa Azione Cattolica e l’associazionismo cattolico in generale, si erano trovati a vivere.
Andava cioè tramontando questo contesto di cristianità nel quale si era trattato di offrire un contributo di vivacizzazione delle radici cristiane.
Questo tramonto proponeva, attraverso la secolarizzazione, un nuovo modo di affrontare la questione del laicato: cioè qualche cosa che non aveva tanto a che fare con le responsabilità dei laici - la loro missione in riferimento alla missione del sacerdozio ministeriale o dell’istituzione Chiesa - quanto piuttosto una sfida proprio sul modo di essere cristiani nel mondo contemporaneo.
In questo senso c’era l’invito ad una semplificazione, ad un’essenzialità che però doveva diventare un elemento di grande forza: la capacità di essere presenti in ogni aspetto della vita contemporanea con il rigore, con la ricchezza e anche con la freschezza dei laici cristiani.

Quale bilancio si sentirebbe di tracciare, oggi, sull’esperienza vissuta alla guida dell’Azione Cattolica?

Se si guarda indietro a quanto è accaduto, a quale è stata l’esperienza di quella responsabilità, non si può che avere un sentimento di profonda gratitudine. Nel senso che essere alla guida dell’associazione ha significato per me, in quel particolare momento della sua storia, immergersi non solo in un fiume che trasportava le persone e trasportava anche me, ma piuttosto in una continua sorgente di vitalità. È stata una continua scoperta, anche con le difficoltà che si presentavano e che ci sono sempre nella vita di un organismo, ma una scoperta per cui la gratitudine è profonda verso l’associazione nel suo complesso e verso tutti quelli che in quella stagione avevano responsabilità o semplicemente facevano parte dell’associazione.
Un altro aspetto per il quale sono grato all’associazione è che proprio lo sviluppo dell’Azione Cattolica, nella scia del Concilio e nella ricchezza e varietà delle sue componenti agli inizi degli anni ’80, mi ha fatto capire meglio e amare di più la Chiesa così come essa è, la Chiesa universale e la Chiesa italiana, e le Chiese di ogni parte d’Italia nelle quali appunto l’associazione è presente e fortemente collegata ai pastori: capire meglio e amare questa Chiesa.
Nel contempo ho imparato a comprendere di più il senso di essere italiani, di essere cristiani in Italia; ho imparato ad amare il mio Paese, quel Paese che usciva dagli anni bui del terrorismo e che era capace di rinascere, e in questa rinascita vedeva fortemente coinvolto il laicato cristiano di Azione Cattolica.
Questo rapporto con la Chiesa e con la Chiesa locale da un lato, e con l’Italia proiettata verso un umanesimo europeo, è stato il bagaglio che ho ricevuto negli anni della mia Presidenza.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

L’AC alla fine degli anni ’80

Venerdì 22 Febbraio 2008
di Vittoria Prisciandaro

Intervista a Raffaele Cananzi.

In quale momento storico ed ecclesiale ha assunto la presidenza dell’AC?

Sono stato chiamato alla responsabilità di Presidente Nazionale nei due trienni 1986-89 e 1989-92. In quel periodo gli eventi peculiari socio-politici mondiali sono stati di grande rilievo. Oltre i permanenti problemi internazionali, è il caso di ricordare il processo di distensione fra Est ed Ovest e la caduta del muro di Berlino con tutte le conseguenze nel mondo dell’ex Unione Sovietica, la forte ripresa della questione dei diritti umani e della libertà religiosa, i passi significativi verso l’unità non solo economica dell’Europa, la prima guerra in Iraq, l’inizio delle guerre fratricide nella vicina ex-Jugoslavia. La costruzione del “villaggio globale” avveniva in un collegato processo di secolarizzazione e nell’articolarsi di universalità e particolarità, complessità e frantumazione, libertà e verità. In Italia era forte lo scollamento fra Paese legale e Paese reale, l’invadenza eccessiva dei partiti politici sul terreno istituzionale e civile, l’evidenza marcata di una grande e significativa questione morale. Su questo versante era certamente implicata non poca parte del mondo cattolico che operava sul terreno politico e sociale. Nell’ambito della Chiesa italiana era forte un certo disagio, come era forte la richiesta di alcuni Movimenti ecclesiali di un intervento più diretto della Chiesa nella sfera politica, con un risvolto nella vita interna dell’Azione Cattolica dove una parte si faceva portatrice di una istanza di superamento della “scelta religiosa” richiedendo una “maggiore popolarità dell’Associazione” e “una più diretta presenza associativa nella società” e generava, soprattutto a livello nazionale, un non breve periodo di tensioni interne che si sono pure manifestate con particolare evidenza nello scontro aperto della VI Assemblea Nazionale.

Quale era il tratto caratteristico dell’AC quando lei è diventato Presidente?

L’AC, pur connotata da una non lieve tensione interna, riflesso di linee di pensiero diverse e presenti nell’intera Chiesa italiana, viveva quel tempo, secondo l’antica tradizione associativa, con viva partecipazione spirituale e culturale alla vicenda storica nazionale e mondiale, offrendone una lettura propositiva di valutazioni ed indicazioni etiche e sollecitandone, pure, l’approfondimento anche per concrete azioni ecclesiali a livello diocesano. L’avvenimento che nel 1987 avrebbe coinvolto la Chiesa universale – il Sinodo mondiale sulla vocazione e missione del laico nella Chiesa e nel mondo - ha immediatamente impegnato il cammino associativo dopo la VI Assemblea per una preparazione adeguata e per un serio contributo di riflessione sul tema della spiritualità laicale nel tempo complesso della contemporaneità, sulla natura e missione delle aggregazioni ecclesiali di laici nella luce del Concilio Vaticano II e, in particolare, sulla connotazione storica e peculiare dell’Azione Cattolica quale si è venuta delineando in centoventi anni in Italia.

Quali sono state le scelte strategiche più lungimiranti sotto la sua presidenza?

Mi pare che nel corso dei sei anni della mia presidenza l’AC abbia offerto il suo peculiare contributo alla vita della Chiesa e del Paese con la consapevole responsabilità della sua storia di santità laicale e di servizio formativo. Nella luce del Vangelo da incarnare con gli uomini e con le donne del nostro tempo, nell’attento ascolto del Concilio, del Sinodo sui laici, del Papa e dei vescovi, raccogliendo l’anelito di grandi speranze e lo stato d’animo di forti delusioni per il concreto svolgersi della vicenda civile ed ecclesiale, l’AC ha operato su queste fondamentali linee:

  • ribadire come connaturale all’Associazione la “scelta religiosa”, chiarendone la portata e il significato riguardo: alla spiritualità laicale (primato di Dio e nessun dualismo fra fede e vita); alla missione della Chiesa (sua peculiare rilevanza storica, nessuna contaminazione di natura protestante rispetto al depositum fidei, via privilegiata per la ricristianizzazione del Paese fortemente secolarizzato ma bisognoso di un’autentica e limpida testimonianza evangelica); al rapporto Chiesa-Stato e fede-politica (indipendenza nella collaborazione, dialogo aperto e franco, sana laicità dello Stato, intervento sempre possibile della Chiesa sul piano antropologico-etico, distinzione degli ambiti non per separare ma per unire pur nell’esclusiva responsabilità del laico e della sua coscienza nell’impegno politico);
  • specificare che la scelta religiosa si invera come scelta pastorale a livello parrocchiale e diocesano con un servizio alla pastorale globale da parte di un’associazione di laici qualificati, riconosciuta e promossa dai Pastori per la sua singolare ministerialità e per il suo specifico carisma rispetto a movimenti e gruppi ecclesiali;
  • contribuire nella verità (non potevamo, per esempio, tacere rispetto alle accuse mosse a Giuseppe Lazzati!) a costruire la comunione ecclesiale, senza chiudersi nella sacrestia e senza annullarsi nella molteplicità dei servizi doverosamente assunti nella vita pastorale ma, invece, operando come Associazione, forza di comunione intraecclesiale, a servizio della pastorale comunitaria, capace di discernimento evangelico e proposta etica sul piano civile e politico, senza schierarsi aprioristicamente con nessun partito o sindacato;
  • vivere in pienezza la dimensione del fedele laico in fraternità con i sacerdoti e con devozione ai Pastori, chiamati sì a guidare ma anche a valorizzare sempre più per la vita e la missione della Chiesa i laici e il laicato rispettandone il carisma, la libertà e la responsabilità.

Su questi ultimi due punti dell’itinerario strategico non sono mancati i forti contrasti interni ed esterni, ma la sapiente opera di Monsignor Tagliaferri e l’accorta mediazione di Monsignor De Giorgi hanno contribuito a rendere chiaro l’intento profondo dell’Associazione di essere in concreto quello che Concilio e Statuto prevedono come essenziali finalità di questa singolare aggregazione di laici.

Con quali strumenti ed iniziative particolari avete operato per conseguire questi obiettivi?

Abbiamo puntato soprattutto a rinnovare la progettualità formativa dell’Associazione. A venti anni dal nuovo Statuto l’Associazione aveva bisogno di un progetto unitario formativo-apostolico che consentisse una armonica assunzione dei progetti dei settori, dell’ACR e dei movimenti, tutti quanti pure rivisitati e rielaborati alla luce, appunto, del progetto unitario e secondo le non poche nuove esigenze culturali ed ecclesiali che in prospettiva si intuivano per l’ultimo decennio del secolo. Anche la stampa associativa, la cui diffusione cresceva anche per la sensibile crescita delle adesioni, si muniva di due nuovi strumenti assai apprezzati all’interno dell’Associazione: “Nuova Responsabilità” e “Filodiretto”. Oltre a tutte le iniziative e i convegni ordinari nella tradizione associativa, quegli anni hanno pure visto grandi incontri di amicizia, fraternità preghiera e testimonianza fra i quali meritano di essere ricordati quello di 20mila giovani ad Assisi il 4 ottobre 1986, quello di 70mila soci a S.Pietro il 26 settembre 1987 in occasione del Sinodo, quello di 40mila ragazzi con i loro educatori a Roma il 28 maggio 1988. Una particolare attenzione è stata prestata all’opera culturale e formativa dell’Istituto Vittorio Bachelet nei suoi primi anni di vita che andava riscuotendo nella Chiesa e nel Paese sempre maggiore attenzione.

Come in generale definirebbe il periodo in cui ha esercitato il suo mandato?

Credo che in quel tempo si sia generato netto il convincimento che l’Azione Cattolica Italiana non abbia mai smesso di meritare la fiducia della Chiesa e non sia in nessun tempo venuta meno al suo peculiare compito formativo-apostolico e missionario. Se qualcuno, dentro o fuori l’Associazione, anche nel recente passato, avesse avuto questa idea e l’avesse inopportunamente divulgata, avrebbe fatto bene a fare pubblica ammenda. Basta leggere i chiari e lungimiranti discorsi del Papa alla settima ed ottava assemblea nazionale e prestare particolare attenzione ai due saluti della CEI. Di questo mio convincimento ho peraltro dato pubblica testimonianza nel saluto che, a nome di tutta l’Associazione, ho rivolto al Papa Giovanni Paolo II all’udienza del 24 Aprile 1992. Tempo di un forte impegno sul piano formativo e per una nuova evangelizzazione con l’apporto di laici che mostrano la fecondità di una scelta religiosa che non soffre strumentalizzazioni di sorta.

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

L’AC degli anni ’90

Venerdì 8 Febbraio 2008
di Pierluigi Vito

È il 1992 quando, dopo l’VIII Assemblea Nazionale, la Conferenza episcopale italiana, chiama alla Presidenza Nazionale il bolognese Giuseppe Gervasio, per due mandati (fino al 1999) alla guida dell’Associazione. Una scelta di continuità e di garanzia…
“Io a Roma c’ero già da alcuni anni, quand’ero Vicepresidente Nazionale per il Settore Adulti” ricorda Gervasio. “Prima ancora ero stato Delegato Regionale, per questo avevo partecipato da parecchio tempo al Consiglio Nazionale. Quindi ritrovarmi a Roma non è stata per me una novità. È stato un continuare a lavorare per un impegno che era locale (la mia diocesi, certamente) ma aveva già un respiro che teneva conto della presenza dell’Azione Cattolica in tutta Italia”.

E cosa è cambiato con l’elezione alla Presidenza?

Il senso della responsabilità, certamente, perché voleva dire assumere una responsabilità nel cammino di un soggetto che nella vita della Chiesa e del Paese sicuramente era stato un soggetto molto significativo. E, conseguenzialmente, il senso dell’impegno perché questo cammino andasse effettivamente avanti.

Gli anni della sua Presidenza sono coincisi con il post-Tangentopoli e il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica. Come li avete vissuti?

Noi li abbiamo vissuti tenendo conto di due cose. Prima di tutto prendendo atto del cambiamento che si era ormai decisamente creato e quindi la nascita di un sistema che non era il vecchio sistema di far politica. Da questo punto di vista abbiamo puntato sull’attenzione a recuperare il rapporto tra la politica e le sue radici, ovvero politica e cultura, una cultura cristianamente ispirata che potesse dare vita a forme politiche anche varie, diversificate.
L’altro punto attorno al quale abbiamo cercato di lavorare è stato quello della valorizzazione della nostra Costituzione in un momento in cui era necessario affrontare il tema dell’aggiornamento dell’ordinamento della nostra Repubblica, tema che nemmeno oggi è stato ancora risolto. Una delle cose più importanti è stata la creazione dell’Osservatorio sulle riforme costituzionali: il lavoro che questo Osservatorio ha fatto ha avuto un suo rilievo non solo all’interno dell’Associazione, ma anche per quanti si sono occupati di questa questione anche sotto il profilo della riflessione giuridica, oltre che sotto gli aspetti immediatamente politici.

In ambito ecclesiale, lei è stato in carica nel cuore del pontificato di Giovanni Paolo II e all’epoca del Convegno Ecclesiale di Palermo. Come la sua Azione Cattolica ha vissuto quei momenti?

L’Azione Cattolica è sempre stata attenta alla linea dei grandi convegni ecclesiali. Da “Evangelizzazione e promozione umana” a quello di Loreto e poi quello di Palermo. Su questa linea l’AC si è fatta carico di due attenzioni.
Da un lato, il discorso della promozione di una cultura cristianamente ispirata, che è stata poi la linea che la Cei ha portato avanti in quegli anni.
L’altro aspetto, molto importante, è stato quello di ripensare i modi di essere dell’Associazione che tenessero conto delle grandi esigenze della pastorale. Una pastorale che rispondesse al tema della nuova evangelizzazione. E quindi una pastorale che fosse aperta alla presenza sul territorio, aperta al dialogo, al portare la parola e la testimonianza cristiana nel concreto della vita delle persone, delle famiglie, delle parrocchie.

E in questo senso la vita associativa come è maturata?

L’AC ha fatto certo un buon cammino proprio perché è una realtà viva e in forza di ciò sa reagire alle situazioni e ai problemi che le situazioni pongono. Per cui è stata un’AC che ha ripreso anche il tema dei propri percorsi formativi, il modo di essere delle proprie associazioni, il modo di essere nelle parrocchie, negli ambienti di vita. Tutto questo è stato un piccolo contributo che poi, nel tempo, dopo la mia presidenza ha portato al rinnovamento dello Statuto e degli itinerari formativi che poi ci sono stati.

Questo è l’anno del cammino assembleare e del rinnovo delle cariche. Quale messaggio si sente di consegnare ai prossimi responsabili?

Io credo che sia sempre importante per l’Azione Cattolica misurarsi a partire dalle esigenze della concreta comunità cristiana che è in Italia. Quali sono i grossi problemi che la Chiesa che è in Italia oggi deve affrontare? L’Azione Cattolica deve misurarsi con questi problemi. È un interrogativo non semplice, che comporta una grande responsabilità, però credo che questo sia molto, molto importante. La comunità cristiana come deve adeguare il proprio cammino per rispondere alle esigenze della Parola di Dio (proclamata e testimoniata), di una liturgia che sia veramente il centro della comunità cristiana, di una testimonianza che faccia effettivamente fiorire culture cristianamente ispirate…
E allora, in tutto questo, cosa può fare, che servizio può rendere l’Azione Cattolica?

140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali

Né con Grillo né con la casta

Martedì 16 Ottobre 2007
di Enrica Belli

Domani mattina, appena svegli, fate così: il solito giro in edicola, comprate il vostro quotidiano, tornate a casa, prendete le prime sei pagine. E buttatele via. “Non serve un comico qualsiasi capace di portare in piazza appena quarantamila persone per restituire alla politica sé stessa, il suo valore alto. Non funziona. Serve, invece, tornare alla cronaca, ai problemi della gente. Tagliare, di netto, il chicchiericcio”. Savino Pezzotta, ex sindacalista, ex portavoce del Family day, oggi conteso a destra e a manca dello schieramento politico, è netto quando gli chiediamo, alla vigilia delle Settimane sociali della Chiesa italiana che si svolgeranno dal 18 al 21 ottobre a Pisa e Pistoia, cosa andrà a dire a quella platea così particolare, che da lui si aspetta una riflessione sul bene comune e sul posto dei cattolici in questa situazione politica. Dove il Palazzo sembra il Titanic e a farlo tremare per molti è quello che chiamano “vento del ‘92”.

Pezzotta, cosa sta succedendo?
Succede che la politica ha smarrito il significato di se stessa. Quella che abbiamo davanti non è solo una crisi della politica, ma del politico e questo ha effetti negativi sulla politica intesa come governo, come istituzioni, che appare dibattersi in un movimento continuo e confuso.

Quindi ha ragione Grillo?
No, no. Io non riesco proprio a capire cos’è l’antipolitica: quando si entra nell’agone pubblico si comincia a fare politica. A meno che non si voglia giocare con le parole, quello è. E poi non capisco perché di quella piazza di quarantamila persone si è parlato per giorni e giorni con titoli e paginate sui giornali, del milione di persone al Family day invece no. Dimenticate.

Un altro errore dei giornali…
Forse sì. Ma l’errore maggiore sono le prime sei pagine dei quotidiani, che giorno dopo giorno ci propongono un chiacchiericcio che non interessa a nessuno. Oggi è un leader che presenta come suo successore un ragazza belloccia. Domani un altro leader che ‘corteggia’ la moglie del suo avversario. Per me, è roba da buttare. Se vogliamo parlare di qualcosa, capire la gente e i problemi che ha, dobbiamo tornare alla cronaca. Parliamo di povertà, delle famiglie, dei loro problemi: quello è bene comune, il resto è chiacchiera.

Economia e persona

Venerdì 7 Settembre 2007

di Marco Martorelli

L’analisi di Leonardo Becchetti, professore di Economia politica e relatore della prossima settimana sociale.

Il tema della prossima Settimana Sociale sarà il bene comune. Qual è, dal suo punto di vista di economista, un modo corretto di inquadrare il tema?

Credo occorra partire dal concetto stesso di bene comune, concetto su cui non c’è piena convergenza, bensì è aperto un dibattito. Per alcuni – a partire da Jeremy Bentham – il bene comune è la somma del benessere dei singoli, mentre altri – pensatori cattolici, ma anche laici come John Rawls – hanno un’idea distributiva del bene comune: per questi la qualità di una società si misura sul benessere degli ultimi, dei meno abbienti.
Non basta l’economia, che pure è importante, per dare una valutazione del benessere, che è determinato da fattori materiali ed immateriali, poiché l’emergenza dei nostri giorni sta nella sostenibilità sociale e relazionale di scelte economiche – individuali e sociali – spesso schizofreniche.
Guardando i dati Istat sulle politiche a favore della famiglia in Italia, si nota la difficoltà nel nostro Paese ad investire nella vita relazionale, vita già di per sé insidiata dalla frenesia dei tempi lavorativi e dall’imporsi di uno svago non relazionale o pseudo relazionale (penso ad esperienze “virtuali” come Second Life).
Oltre all’emergenza ambientale del Global warming, il riscaldamento globale – su cui giustamente si concentra l’attenzione dell’opinione pubblica – è necessario affrontare un’altra emergenza, non meno drammatica: il gelo della vita relazionale. Il raffreddamento dei rapporti umani, con la diminuzione della socialità (testimoniata da indicatori come l’alta astensione al voto), porta inevitabilmente – essendo l’uomo un “animale sociale” – ad una minore felicità e quindi ad un minore benessere.

Viene a mente la questione cruciale del rapporto tra individuo e comunità.

Questo rapporto è effettivamente il nodo su cui la possibilità di un “bene comune” si pone in modo concreto. Se si mette l’accento sulla mera crescita economica, si corre il rischio di perdere di vista quella sostenibilità relazionale e sociale a cui ho fatto riferimento. E quando parlo di sostenibilità mi riferisco ad un equilibrio tra lavoro, tempo libero e tempo dedicato alle relazioni – come quelle familiari – che consenta alla persona una vita non schizofrenica. Tanto più che è ormai accertato che la potenzialità economica del singolo dipende dalla qualità della sua vita relazionale: una persona che dispone di “capitale sociale e relazionale” ha una maggiore disponibilità all’impegno lavorativo. Va detto che l’intuizione di tale potenzialità è indubbiamente venuta dal pensiero cristiano, che si è sempre caratterizzato per una forte attenzione per la promozione della socialità.

Il welfare state, è lo strumento con cui nel Novecento le democrazie europee hanno tentato di sostenere e promuovere il benessere. Alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni lo stato sociale sembra inadeguato e necessita di essere ripensato. Come, secondo lei?

Credo che la parola chiave sia sussidiarietà, necessaria per passare da una dimensione burocratica dello Stato somministratore di servizi ad un’organizzazione che tenga conto dell’aspetto relazionale, della interazione tra fornitore e fruitore delle prestazioni. La sussidiarietà è il metodo che consente di dare fioritura alla società civile, promuovendo le organizzazioni che, “dal basso”, si danno una mission di assistenza sociale. L’autorganizzazione, a differenza dell’impostazione del welfare classico, elimina la distanza tra fornitore e fruitore di servizi, promuove l’inclusione e la prossimità e, se ben operante, rende il fruitore stesso protagonista: ad esempio mi piace ricordare l’esperienza di alcune mense nel mondo che si pongono come obiettivo di trasformare una parte degli utenti in cooperativa in grado di gestire in futuro il lavoro di gestione e preparazione dei pasti.

Passando dal livello locale a quello globale, qual è – a suo avviso – il ruolo che possono giocare le istituzioni economiche internazionali in un quadro nuovo e caratterizzato da una così forte interdipendenza?

Il problema delle istituzioni internazionali – siano esse economiche o meno – è di governance: è ormai fortemente sentito un deficit di democrazia nella gestione di queste organizzazioni, improntate ad una logica di controllo dall’alto verso il basso. Colgo segnali positivi nella Banca Mondiale, nella quale si stanno avviando – in alcuni progetti di sviluppo – processi di coinvolgimento delle realtà locali, ma la strada da fare è molta, soprattutto nel coinvolgimento delle ONG. L’esempio del microcredito ci insegna il valore della competitività tra organizzazioni nella cooperazione allo sviluppo, ferma restando la necessità di un ruolo forte delle istituzioni internazionali soprattutto a garanzia dell’equilibrio macroeconomico.

Riprendiamo, infine, il tema dell’ambiente a cui lei ha precedentemente fatto riferimento. È possibile inquadrare un bene comune anche rispetto alle sfide ecologiche?

Il mondo cattolico è stato per lungo tempo restio a prendere fino in fondo coscienza delle questioni ambientali. Ciò a causa dell’esasperazione di una, pur lodevole, impostazione di pensiero basata sulla centralità dell’essere umano – anche in contrasto con gli eccessi dell’eco-centrismo ecologista. Ma questa resistenza è ormai diffusamente superata e si è compreso che affrontare le questioni ambientali in un’ottica cristiana equivale a promuovere la stessa salute della persona, nonché una certa equità inter-generazionale (che mondo lasceremo alle generazioni future?). Penso ad esempio all’impegno che Banca Etica (da sempre vicina alla sensibilità cristiana e impegnata nella costruzione di un’economia al servizio della persona) sta portando avanti nella promozione dell’energia fotovoltaica e del miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni nel nostro Paese, ma anche alla rinnovata attenzione con cui l’associazionismo cattolico sta lavorando alla formazione nei giovani di una matura coscienza ambientale.

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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

    Un mondo da condividere

    Il mondo: una “risorsa” da custodire e da “usare” come bene comune.