di Gianni Borsa
Intervista con Luigi Alici
Il professor Alici è sereno. Ascolta, riflette, parla adagio. Per la rivista associativa trova volentieri il tempo di fermarsi e fare il punto della situazione. L’Ac sta vivendo tre momenti fondamentali: le celebrazioni per i 140 anni di fondazione, l’Assemblea triennale e l’atteso incontro con Benedetto XVI in piazza San Pietro.
Tre anni alla guida della maggiore associazione cattolica del paese, in un periodo di rinnovamento interno e di trasformazioni profonde della società italiana. Temi che certamente affronterà nella relazione all’Assemblea di maggio. Anticipiamo un suo primo “bilancio” per i lettori?
Mi pare di dover registrare un bilancio positivo: l’associazione ha cercato di mettere a frutto le intuizioni del triennio precedente, soprattutto sul versante formativo: basti ricordare i nuovi itinerari e l’attivazione del Laboratorio nazionale della formazione. Sono stati sviluppati nuovi “fuochi” di attenzione, come l’area “Famiglia&Vita”, e il Centro studi, che hanno promosso importanti seminari di approfondimento, insieme ai consigli scientifici degli istituti. Ma non vorrei fare una “lista della spesa”; forse il risultato più importante può essere espresso con due avverbi: avanti, insieme. L’associazione è profondamente unita e guarda avanti con fiducia.
Il presidente di Ac si deve dividere tra mille impegni associativi, che si aggiungono a quelli familiari, professionali, sociali di ogni laico. Basti pensare all’attività del centro nazionale, ai settori e ai movimenti, ma anche agli istituti, alla stampa. E, soprattutto, è richiesto in tantissime parrocchie e diocesi. Da dove sono giunte a Luigi Alici le principali soddisfazioni? Da dove le eventuali difficoltà?
Sicuramente il contatto con la gente è una ricompensa straordinaria e immeritata, a fronte di una grande complessità di impegni. Dietro il contatto visibile, poi, ho sempre avvertito una rete invisibile, da cui mi sono sentito costantemente accompagnato e sostenuto. Vorrei trovare le parole per poter descrivere questa forza misteriosa della preghiera, che ho toccato con mano, giorno dopo giorno. Alcune delle difficoltà nascono invece, soprattutto a livello nazionale, dall’intreccio fra la gestione delle questioni correnti e l’individuazione di obiettivi strategici di lungo periodo. Questi due aspetti dovranno essere tenuti sempre più distinti, e per questo c’è bisogno di collaboratori formati, competenti e disponibili, che sappiano anteporre il bene dell’associazione alle proprie visioni personali.
In questi anni lei ha girato l’Italia in lungo e in largo proprio per condividere coi soci la “scommessa dell’Ac”. Ha incontrato decine e decine di associazioni diocesane, dalle Alpi al Mediterraneo… Qual è, a suo avviso, lo stato di salute dell’Azione cattolica?
Nel suo complesso l’organismo associativo è in buona salute, anche se si registrano differenze, a seconda della collocazione geografica e del radicamento nella Chiesa locale. In ogni caso, solo associazioni che vivono una forte e convinta unitarietà, in senso orizzontale e verticale, possono servire in modo fedele e vivo la Chiesa diocesana, aiutandola ad aprirsi concretamente al territorio. Isolarsi è sempre un po’ morire. L’autonomia di cui le associazioni hanno bisogno non può essere mai guadagnata a scapito di una profonda identità associativa; coltivare in modo intelligente e metodico questo legame vitale con la storia e il cammino di tutta l’associazione aiuta a maturare una vera soggettività progettuale, cioè la capacità di sperimentare e condividere forme nuove di annuncio del Vangelo e di testimonianza di vita cristiana.
Se dovesse citare un impegno programmatico coronato da successo durante la sua presidenza, quale citerebbe? E, invece, una iniziativa o un proposito rimasto a metà strada o addirittura fallimentare?
Non vorrei indicare iniziative concrete, ma soprattutto un clima, un’atmosfera spirituale, una voglia di servizio, in spirito di concordia e di comunione. Tale obiettivo mi pare centrato. Accanto a questo, poi, credo che la celebrazione del 140° stia dando i frutti sperati: i due convegni di Castel San Pietro e Viterbo, con tutte le iniziative collaterali (a cominciare dal Manifesto al Paese) sono stati accolti con entusiasmo, come occasioni per rileggere una storia di fedeltà e di santità, che merita di essere custodita e raccontata. L’incontro nazionale del 4 maggio coronerà degnamente tale cammino. Resta invece ancora aperta l’esigenza di avere un “nostro” polmone spirituale, un luogo simbolico dove possano essere collocate tutte le attività formative per responsabili. Un luogo dove s’impari a pregare insieme, a studiare insieme, a costruire insieme una reale dinamica di progettazione e sperimentazione. Insomma, un vero Laboratorio dello Spirito e della Formazione. Stiamo valutando una proposta importante in questa direzione. Chiedo a tutti una preghiera speciale proprio per questo.
In molti casi l’Ac si è impegnata nell’ultimo triennio in “buone battaglie” pubbliche, sul versante della famiglia, dell’educazione, della cultura, della dignità del lavoro, della formazione all’impegno nella realtà sociale e politica. È stato un modo di tradurre la “scelta religiosa” nel mutato contesto di inizio millennio?
Nella prossima Assemblea dovremo impegnarci ad attribuire contenuti nuovi e positivi all’espressione, in sé un po’ datata, di “scelta religiosa”. Quello che ci sta più a cuore è vivere una sequela integrale del Signore Risorto, come singoli e come associazione; se l’aderire a Lui e alla sua Parola diventa veramente ciò che più conta nella vita, da questo sì deve nascere un nuovo modo di stare dentro la storia, che tocca la responsabilità del laico cristiano in modo tutto particolare. Questa “traduzione” attiva e dinamica della “scelta religiosa” è ciò di cui oggi abbiamo soprattutto bisogno: il rapporto con noi stessi e con gli altri, con la vita e con l’amore, con il bene e con la libertà, debbono essere ridisegnati da cima a fondo. Per questo abbiamo bisogno di una vita spirituale libera e pulita, di pratiche di vita esemplari e riproducibili, ma anche di buoni argomenti con i quali abitare in modo critico la piazza del dibattito pubblico. A partire naturalmente dall’essenziale. Lo dico con le parole di Carlo Carretto, all’indomani della scelta che cambiò la sua vita: «La vera battaglia che non possiamo perdere è sempre quella della fede!».
A proposito di educazione. Su questo versante cresce l’attenzione della Chiesa italiana. Quale la posta in gioco? Quale il possibile e originale contributo dell’Ac?
È certamente positivo che nella comunità cristiana si faccia strada la consapevolezza di un impegno costante, assiduo, tenacemente feriale sul versante formativo. Questo esige di mettere a punto un ideale di formazione che sappia porre in equilibrio i fattori fondamentali della crescita umana e cristiana: i contenuti e lo stile del vangelo; gli aspetti cognitivi, affettivi e morali; la dimensione interiore e relazionale; le virtù teologali e le cardinali; l’accompagnamento educativo nel rispetto degli spazi di libertà e autonomia personale. Educare non significa propriamente né solo istruire, né socializzare e nemmeno catechizzare: significa aiutare a dare forma alla vita e a vivere insieme il mistero della crescita, sempre in bilico fra grazia e libertà. Tutte le risorse di cui l’Ac dispone dovranno essere spese senza riserve in quest’avventura.
L’Azione cattolica sta celebrando i suoi “100 e 40” anni di vita. Quale messaggio può giungere dalla storia associativa alla Chiesa italiana e al paese?
In quest’arco di tempo stiamo imparando a cercare nel passato il senso più profondo di quello che siamo stati e che, in futuro, possiamo diventare. I veri progetti nascono sempre tra memoria e gratitudine. In una società che appare sempre più povera di senso storico, che stenta a riconoscere il valore della gratuità e del dono nelle relazioni tra le persone, un’associazione che sappia far tesoro dei propri errori, che sappia coltivare e riproporre i propri tesori di santità e rilanciare le proprie intuizioni migliori, in modo popolare e democratico, è un dono e una risorsa per tutti.
Il 4 maggio l’Ac riempirà piazza San Pietro per un grande appuntamento con Benedetto XVI. Cosa si aspetta da questo incontro? Quale messaggio lancia ai soci di Ac in vista del “pellegrinaggio” alla sede di Pietro?
La tradizionale udienza che il Papa ha sempre concesso ai delegati si trasformerà quest’anno in un incontro con tutta l’associazione. È la prima volta che papa Benedetto affida il proprio messaggio all’Ac, per di più in una festa di compleanno carica di ricordi e di progetti. Chiediamo a tutti i soci di essere presenti, di invitare amici e persone vicine all’associazione. Ci presenteremo al successore di Pietro per essere confermati nella fede e celebrare, insieme al presidente dei vescovi italiani, l’onda lunga di una santità da cui vogliamo lasciarci letteralmente sollevare.
Un volto, una parola, un ricordo di questi tre anni rimasti indelebilmente dentro di lei e dai quali ripartirebbe…
Volti, tanti volti: un girotondo incredibile di volti. Generazioni e storie diverse, età e condizioni sociali diverse, tutte con lo sguardo fisso su di Lui. C’è forse qualcosa di meglio da cui ripartire?
(tratto da Segno 04/2008, p. 6-9)
140 anni di ACI. L’intervista ai Presidenti nazionali