Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Archivio della Categoria 'Fatto del giorno'

Educare in AC è “cosa del cuore e solo Dio ne ha la chiave”

sabato 9 ottobre 2010
di + Domenico Sigalini

La comunità cristiana è in grado di educare o si interessa solo di fede, di religione, di soprannaturale? Non è forse orientata solo ad alcuni interessi precostituiti così che non coglie l’aspirazione alla libertà, all’autonomia delle persone, dei giovani soprattutto? Insomma è cosa seria aspettarsi che un mondo così stretto (qualcuno dice addirittura chiuso) come è quello del cattolicesimo sia in grado di sviluppare modelli educativi all’altezza della nostra modernità?
Più che domande, che sono pure mal poste, sono pregiudizi che si leggono a fior di pelle in molti luoghi, che passano sotto banco anche nelle scuole, che vedono ancora ideologicamente nella religione una debolezza e nella fede cristiana una costrizione assolutamente fuori gioco in un modello di pensiero relativistico, incapace di rifarsi a principi di fondo.
La vita cristiana, noi affermiamo con decisione, supportati anche dall’esperienza, è un contributo fondamentale e unico alla formazione dell’uomo. Se l’uomo di oggi ha raggiunto una maturità come quella che possiede, una capacità di elaborare e conformare le società alla promozione dei diritti fondamentali dell’umanità, lo deve in gran parte al cristianesimo e alla figura stessa di Gesù, proposta come ideale e centro della vita umana e comunitaria. Cristo è l’uomo perfetto e l’educazione cristiana è «…educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come lui, a scegliere e ad amare come Lui. A sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione col Padre e lo Spirito Santo….» (Documento Base, 38) Questa è la mentalità di un credente.
La figura storica di Gesù, anche indipendentemente dalla fede che si può professare in Lui, è di un’esemplarità umana unica, capace di orientare le coscienze verso un’umanità piena, matura, dedicata al bene di tutti. Se il compito della Chiesa, della comunità cristiana, vista in tutte le sue articolazioni fino a quella più capillare che è la parrocchia, fosse anche solo questo, darebbe all’educazione dell’umanità un contributo di prima grandezza.
Questa forza educativa all’interno della Chiesa si sviluppa in termini molto definiti attraverso progetti educativi, persone preparate, punti di vista condivisi entro aggregazioni di tradizione anche secolare. L’Azione Cattolica è anche questo: è uno spazio vivo in cui non ci si accontenta di orientare a doveri o a pratiche, ma in cui si colloca tutta la vita credente entro un progetto formativo, che segue le leggi più moderne della pedagogia. Non è un’accozzaglia di persone, che fanno dello stare assieme gioiosamente, il che è già un grande contributo alla vita del mondo, il tutto della sua organizzazione. È invece una comunione intergenerazionale di persone che si dedicano gli uni agli altri e tutti assieme alla comunità cristiana e umana, con un impianto educativo definito, aggiornato alle esigenze dei tempi, capace di far vivere, crescere e credere. Crede intensamente nel Dio di Gesù Cristo e nella fede trova le ragioni profonde del vivere, i valori cui orientarsi, i comportamenti conseguenti. Ama la Chiesa concreta in cui vive e in essa si mette al servizio di tutta l’umanità, si apre al dono che è il pilastro fondamentale di qualsiasi educazione di tutti i tempi. Apre adulti e giovani alla dimensione religiosa, alla formulazione delle domande fondamentali della vita, alla capacità di prendersi le sue responsabilità nella società. Si dota costantemente di persone qualificate per tutte le età e le fa interagire in progetti di ampio respiro. Basta dire che i giovani e gli adulti si danno da fare per educare i ragazzi (questa è l’ACR), se ne fanno carico esplicito, costruiscono gruppi, strumenti, piani, progetti per dare ad ogni ragazzo fin dalla tenera età la gioia delle ragioni del vivere e del credere.
L’AC ha capito che solo Dio tiene le chiavi del cuore dell’uomo e amandolo sopra ogni cosa ne intuisce i desideri, ne ascolta la chiamata e lo segue con generosità, ricevendone in cambio vita piena che mette a disposizione di tutti.

Sarah e l’adolescenza da custodire

venerdì 8 ottobre 2010
Già donna? O ancora bambina? O, magari, una «ambigua» – aggettivo che piace tanto – via di mezzo? Ancora una volta il mondo dei grandi si trova spiazzato di fronte ad una vita, quella di Sarah, portatrice sana di una condizione esistenziale chiamata adolescenza. Condizione bella e difficile, inafferrabile armonia di alti e bassi, originalissima miscela di codici condivisi e rielaborazioni personali.

Presenti e sfuggenti, ora sorridenti ed entusiasti, un minuto dopo arrabbiati e aggressivi. Dolci come zucchero, poi amari come una brutta medicina. Troppa complessità per le rigide tassonomie della società occidentale in costante invecchiamento. E se lo zio di Sarah questa splendida età ha voluto distruggerla per possederla, la pubblica opinione continua senza dignità lo scempio dell’adolescenza con ardite psicologizzazioni da ascensore, sociologismi da caffè al bar, tautologie da enalotto.

No, Sarah non ha colpe, né implicite né esplicite. Inutile che andiate a cercarle nelle sue relazioni, nella sua agendina, nei suoi pensieri, nelle sue risposte ad un retorico questionario scolastico. Non ha provocato nulla di quanto le è accaduto. Ha solo vissuto la sua età. Ha scoperto la sua bellezza come ogni ragazza di 15 anni. Si stava cimentando nella vita come tutte le sue coetanee. Provava a piacersi, e a piacere.
L’adoloscenza non ha le ombre inquietanti che cerchiamo per placare le nostre coscienze.
L’unica imputata, insieme alla violenza sfrenata a spietata di un uomo di 53 anni, è e resta la solitudine. La solitudine che fiorisce in un mondo dove pochi, pochissimi, sanno leggere il senso vero di un silenzio, di una smorfia, di una parola confusa, di una risposta spiazzante, di un grido muto.
Quanto male si eviterebbe se ci fossero persone in grado di piegare il capo sui giovani cuori delle nostre città. Se ci fossero angeli che aiutano i giovani cuori a battere con regolarità, a non nutrirsi di improvvise accelerate e brusche frenate, angeli che i giovani cuori li custodiscono, senza nutrire il desiderio di comprarli con la moneta dell’illusione.
La vicenda di Sarah ha sconvolto l’Italia. Ingessati dalla diretta tv che ne annunciava con falsa pietà la morte alla madre, con un gesto meccanico abbiamo portato la mano alla fronte. Potevamo pregare, fare silenzio. Invece, in una sorta di inciucio collettivo, ci siamo messi alla ricerca dei «lati oscuri», delle «dinamiche poco chiare». Appagati dal «mostro» sollecitamente affibbiato allo zio, volevamo trovare un aggettivo anche per Sarah, così da metterci sotto le coperte più sereni. Niente da fare. Sarah era solo un’adolescente. La sua vita non si presta a giudizi. Gli ospiti dei talk show possono solo passarsi bolle di sapone. Non hanno il coraggio di dirsi l’unica cosa sensata: in casa, in classe, per strada produciamo solitudini. Ne produciamo in abbondanza, abbastanza perché uno zio 53enne si senta autorizzato a violare un’esistenza, fingere dolore, mortificare un corpo.

Chiara, Marco, don Vito

On. Ministro Gelmini…

giovedì 7 ottobre 2010
de l’Equipe nazionale MSAC

…dopo quanto accaduto la settimana scorsa durante l’ultima riunione del Forum delle Associazioni studentesche maggiormente rappresentative, sentiamo l’urgenza di esprimerLe i nostri sentimenti. Innanzitutto ci teniamo a ribadire il nostro dispiacere per come si sono svolti i lavori del tavolo, un esito al quale ha contribuito il comportamento di tutti noi. Capiamo la delusione e la sfiducia che deve aver provato dopo averci incontrato e per questo comprendiamo il motivo delle Sue affermazioni al termine della riunione (toni duri sono stati utilizzati da tutti). Le comprendiamo, ma rispettosamente ci permettiamo di non condividerle, continuando a sperare che tali dichiarazioni fossero solo frutto del clima di tensione che si era generato e che non intenda davvero perseguire il proposito annunciato di non voler più incontrarci, delegando alla struttura ministeriale il confronto con le associazioni studentesche e privando di fatto il tavolo della sua partecipazione.
Riteniamo infatti che il Forum abbia bisogno più che mai di un confronto continuo e cadenzato con Lei, Ministro, e forse proprio i fatti di giovedì scorso lo hanno dimostrato. Immaginiamo che in questo momento ciò Le possa sembrare tempo perso, ma La sollecitiamo a continuare a convocare e a presenziare le nostre riunioni, perché è solo con la Sua presenza e con quella di tutte le diverse associazioni studentesche che il ritrovarsi insieme attorno al tavolo assume valore e significato.
Rinnovi, Ministro, la fiducia nei nostri confronti e nelle altre associazioni, come già più volte ha dimostrato mettendoci a disposizione i tecnici del Ministero e portando avanti con noi, anche se a distanza, importanti progetti insieme, come il tavolo che sta lavorando alla proposta di una legge-quadro sul diritto allo studio.
Deve credere in noi, Ministro, e soprattutto deve continuare ad incontrarci. Più di quanto, Suo malgrado, è stato fatto finora. Di più. Perché è solo incontrando gli studenti che potrà conoscerli e fidarsi di loro ed è solo incontrandoLa che noi potremo riuscire ad instaurare un rapporto di dialogo con Lei, fatto di stima reciproca, comprensione, rispetto, anche restando su posizioni diverse. Ci incontri, Ministro, e incontri le nostre associazioni, gli studenti delle scuole d’Italia. Accetti gli inviti ai nostri convegni, vada in giro per le scuole, magari nell’ambito di un progetto di visita alle regioni da curare insieme come tavolo delle associazione. Soprattutto non abbandoni il Forum, non abbandoni il dialogo con noi, perché è attraverso questi incontri, con noi come con i presidenti di Consulta, che potrà conoscere il volto partecipativo degli studenti italiani e potrà anche aiutarci a rigettare gli stereotipi che ci vedono come generazione senza progetti, senza costanza e senza responsabilità, capace solo di opporsi a tutto e a tutti. È vero, Ministro, le contestazioni ci sono sempre state, ma negli studenti c’è una voglia partecipativa ed una capacità propositiva che Lei, ci permetta la forza del verbo, deve darci la possibilità di poterLe dimostrare. Solo così si può formare una vera rete fra Ministro, Ministero e studenti. Le discussioni, anche quando accese, se condotte nel rispetto dei ruoli, delle istituzioni che Lei rappresenta e delle idee di tutti, potranno essere dimostrazione della nostra passione e cura per la scuola. Noi da parte nostra, ci impegniamo in questo senso; Lei, da parte Sua, ci dia ancora una volta fiducia. Se non a noi, agli studenti che rappresentiamo. È possibile, si può, si deve. Riteniamo infatti che la Sua proposta di incontrare d’ora in avanti le associazioni singolarmente non possa sostituire quel tavolo di confronto che anche noi abbiamo contribuito a fondare e che da più di 10 anni ci sentiamo di onorare.
Per quanto ci riguarda ribadiamo la nostra disponibilità ad essere ponti e non muri, onde ricambiare quella fiducia accordataci nelle occasioni in cui siamo messi a confronto con gli uffici ministeriali e, in particolare, con l’Ufficio III della direzione generale per lo studente guidato dalla dott.ssa Giovanna Boda. Speriamo di poterci ritrovare al più presto, con Lei e con le altre associazioni, per poter riprende quel dialogo che giovedì, purtroppo, è venuto a mancare.
Carissime associazioni che con noi condividete l’impegno al Forum,dopo averci dormito qualche notte e aver fatto riposare pensieri ed emozioni, vorremmo condividere con voi alcune nostre riflessioni in merito a quanto avvenuto giovedì scorso.
In primo luogo siamo dispiaciuti. Dispiaciuti perché con lo spettacolo a cui abbiamo contribuito tutti noi, nessuno escluso, di fronte al Ministro, alla presidente della Commissione Cultura della Camera, on.Valentina Aprea, e a tutti i dirigenti MIUR presenti, ci siamo giocati gran parte della nostra credibilità. È molto grave che il Ministro sia stato portato ad affermare che la sua presenza non era gradita: ricordiamoci tutti che, sebbene non sempre si possano condividere le idee e le iniziative del Ministro, l’on. Gelmini rappresenta l’istituzione a cui comunque è sempre dovuto rispetto. Rispetto che è quello che tributiamo alla nostra Costituzione, alle istituzioni ed alle forme della nostra Repubblica, che è un valore persino superiore al nostro dissenso sulla riforma. Sì, superiore, perché crollati i presupposti democratici crollano tutte le nostre ragioni, anche tutti i nostri sogni per una scuola ed un’Italia migliore. È ciò che contestiamo alla politica di oggi e ci ritroviamo, noi che siamo la speranza del Paese, ad imitare le stesse prassi.
Per questo vorremmo dirci vicendevolmente che ci impegniamo a mantenere modi e toni più pacati e allo stesso tempo auspichiamo che, facendo tesoro di questa esperienza, in futuro non si presentino, mai più, situazioni simili. Mai più. Non solo per quest’anno, ma anche per il prossimo, per l’ottobre dopo e quello dopo ancora.
Alle associazioni che hanno abbandonato il Forum presentando le proprie ragioni senza aspettare la replica del Ministro vorremmo dire che la scelta di diramare un comunicato in cui era annunciato, ancor prima dell’inizio della riunione del Forum, ciò che di fatto è poi avvenuto, non è coerente e non ha contribuito a creare il clima necessario per affrontare i punti presenti all’ordine del giorno. Presentare le proprie opinioni, ma non essere disposti a sentire il parere degli altri non rientra nello spirito del Forum e tra l’altro purtroppo non dà forza ai propri argomenti. Condividiamo il pensiero che il confronto debba avvenire prima del varo dei provvedimenti, come tra l’altro affermato nel vostro comunicato, ma mantenere uno stile aperto al dialogo e al confronto, anche quando si ha il dubbio di non essere ascoltati, non è sintomo di debolezza, ma piuttosto di coerenza e fedeltà innanzitutto rispetto a ciò che per tutti noi il Forum delle associazioni studentesche presso il Ministero rappresenta. Un luogo che abbiamo costruito con fatica, in un percorso durato anni, durante il quale ci siamo guadagnati la fiducia dei vari Ministri e delle istituzioni. Non abbiamo guadagnato questa posizione e questa fiducia per noi, ma per gli studenti che rappresentiamo, per garantire loro che un luogo e un tempo in cui il Ministro ascolta direttamente dalla voce di altri studenti le loro istanze c’è ed esiste per decreto del Presidente della Repubblica. Il che non è poco.
La scelta che avete fatto, come speriamo abbiate potuto constatare voi stressi, si è dimostrata contropruducente. Il modo migliore per assicurarsi che qualcuno non ci dia ascolto è sbattergli in faccia la constatazione che non siamo disposti a repliche. Questo non ha dato autorità alle vostre pur condivisibili e documentate istanze e non ha dato autorità alla manifestazione nazionale che in questi giorni vi preparate a organizzare. La meta che tutti, e siamo più forti insieme, dobbiamo cercare di perseguire è il bene della scuola italiana, che vuol dire bene degli studenti e degli insegnanti. Per questo insieme dobbiamo concordare uno stile, una posizione nel rapportarci al Ministro. Il fatto che l’abbiano contestata le associazioni “solite” non l’ha disposta all’ascolto. Un documento condiviso, almeno per punti essenziali, se non da tutte almeno dalla maggior parte delle associazioni del Forum, accompagnato da un dossier di pareri delle sigle avrebbe forse avuto più incisività. È una via più faticosa, più lunga, ma va tentata.
È un invito che rivolgiamo a tutte le associazioni, anche a quelle rimaste, alle quali chiediamo di recuperare tutti insieme quello spirito di confronto che solo può dar valore al nostro impegno di servizio agli studenti. Avremo sempre idee diverse, ma siamo in quel luogo per dimostrare che qualcosa insieme lo possiamo costruire. Lo dobbiamo agli studenti che rappresentiamo, che nel protagonismo studentesco ci credono, ed è il Forum il luogo in cui dimostriamo al Ministro che negli studenti si può scommettere. È una responsabilità che dovremo sempre essere capaci di onorare.

Cari studenti di AC, cari msacchini,

tra pochissimi giorni le vostre scuole verranno scosse da numerose manifestazioni, scioperi, contestazioni. Vi abbiamo raccontato quello che è accaduto ai tavoli ministeriali. Abbiamo provato a spiegarvi in che modo si riesca (e non si riesca) a far giungere alle orecchie del Ministro la voce degli studenti. Spesso le urla ne confondono la sostanza. In Azione Cattolica abbiamo imparato che anche la forma è già un contenuto, che da questo non è separabile e che è inevitabile che influenzi il messaggio, valorizzandolo o, all’opposto, facendogli perdere efficacia. Nel ricorrere dei 150 anni dall’Unità d’Italia, ricordiamo la lezione democratica della nostra storia repubblicana, e impegniamoci già noi, già adesso, a recuperare l’eredità dei nostri fondamenti costituzionali. Le forme democratiche ci diano l’occasione di dimostrarci cittadini degni del Vangelo.
Cari studenti, nei prossimi giorni, per favore, non scendete in piazza, non lasciate le vostre aule deserte. La scuola italiana attraversa un momento di grande trasformazione e di grande crisi, anche. Crisi di fiducia, crisi economica, crisi educativa. Proprio per questa ragione ha bisogno di non essere abbandonata. Allora anche voi, non lasciate quei banchi vuoti, non lasciate deserte le vostre scuole. Abitatele piuttosto, vivetele il più possibile! È di questo che la nostra scuola ha bisogno: di gente che dimostri di continuare a scommettere su di lei, sulle giovani generazioni e che abbia voglia e capacità di incidere sul cambiamento!
La piazza dai toni alti e urlati purtroppo è sempre più svuotata di senso. Non ci difende, purtroppo, dall’accusa più volte ribadita dal ministro “di manifestazioni ce ne sono state sempre”. Allora continuiamo a costruire, perseveriamo a sognare. Non abbandoniamo le armi del dialogo, del confronto, che sono le armi che ci ha insegnato la democrazia. Se è vero che la mobilitazione di questo ottobre non è come le altre, se è vero che la situazione della scuola italiana è più preoccupante di tutte le emergenze che hanno preceduto questa, dobbiamo trovare modi, simboli e linguaggi alternativi per manifestare il nostro dissenso. L’obiettivo deve essere il contribuire al dibattito in corso e fare tutto ciò che è in nostro potere per assicurarsi di essere ascoltati. Perché gli studenti hanno molti (e molto buoni) argomenti da offrire. Dobbiamo regalarci l’occasione di dimostrarlo. Dobbiamo impegnarci perché ci sia data credibilità. È un invito alla responsabilità di tutti noi.

Il capitalismo sociale. Si può fare

mercoledì 6 ottobre 2010
di Valerio Di Giorgio

«Provavo sempre una sorta di ebbrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito dalla bellezza e dall’eleganza di quelle teorie. Poi, tutt’ad un tratto, cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servivano tutte quelle belle teorie se la gente moriva di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi? (…) Dov’era la teoria economica che rispecchiava la loro vita reale?».
Fino al 1974 Muhammad Yunus era soltanto un docente universitario chiuso nei limiti spaziali e mentali del campus di Chittagong. Quell’anno la terribile carestia che colpì il suo Paese, il Bangladesh, lo convinse a diventare un attivista e a cercare risposte plausibili soprattutto a una domanda: un capitalismo diverso, fondato su imprese che abbiano quale scopo non solo il profitto, ma anche la ricchezza sociale, l’umanità, è una scommessa persa in partenza? La sua non fu una reazione istintiva, di fronte al panorama di una povertà cruenta e assurda, ma un sussulto che si è rafforzato nel tempo fino a prendere la forma di un progetto concreto: il microcredito.
Oggi il capitalismo sociale, che non va confuso con il mondo del no profit, è una realtà consolidata e in continua evoluzione. Una forma di gestione della cosa economica applaudita anche da Benedetto XVI nella Caritas in veritate come modello di finanza etica che merita sostegno. A ripercorrere le tappe di sviluppo del business sociale, spiegandone il meccanismo di funzionamento e i vantaggi, è lo stesso Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, nel volume Si può fare (Milano, Feltrinelli, 2010, pagine 253, euro 16), un documento utile per capire la natura dell’attuale crisi e di quanto sia improprio definirla una crisi, ovvero una fase transitoria superata la quale potremo tornare a consumare come prima, business as usual.
Ma che cos’è l’impresa sociale? Non è una forma di volontariato o un’organizzazione non governativa, ma «un tipo d’impresa che pone al centro del proprio operato le piaghe sociali, economiche e ambientali con cui la specie umana si trova costretta a convivere da lungo tempo: fame, mancanza di case, malattie, inquinamento, ignoranza» (p. 8). Nessuna teoria, nessuno schema prestabilito: il business sociale è nato dall’esperienza concreta di Yunus a contatto con i poveri di Jobra ridotti quasi alla schiavitù da parte di un manipolo di strozzini. L’idea rivoluzionaria è quella di combattere l’usura con l’emissione di piccoli crediti, cioè di crediti la cui restituzione sia facilitata grazie a un sistema di semplici regole pratiche. Questo perché non sono i poveri a creare la povertà, ma il sistema sociale in cui sono inseriti con tutte le sue istituzioni e i suoi preconcetti.
La «banca del villaggio», la Grameen Bank fondata da Yunus nel 1977, è un istituto nazionale che oggi aiuta circa otto milioni di persone, di cui il novantasette per cento sono donne. La banca non chiede le tradizionali garanzie sul credito, stimola l’imprenditoria giovanile e aiuta le famiglie nelle spese per l’istruzione o nella sanità.
L’esperienza della microfinanza deve portarci a trasformare i nostri orizzonti. L’accesso al credito — sottolinea Yunus — deve diventare un diritto umano. Ma non solo: occorre guardare avanti e trasformare le basi teoriche del capitalismo, con la visione (ridotta e distorta) dell’uomo ch’esso comporta. Occorre fare spazio alla gratuità. Un capitalismo fondato sulla gratuità non è un ossimoro. Le persone «non sono macchine per fare profitti, ma creature multidimensionali la cui fedeltà deriva da tante fonti, non solo dal denaro» (p. 16). Ci saranno sempre nuove crisi se non ci fermiamo un attimo e non cambiamo la nostra antropologia.
Yunus distingue due tipi d’impresa, «uno mirato all’arricchimento personale e uno dedicato all’aiuto degli altri» (p. 17-18), e — cosa fondamentale — «è importante che tutto questo venga fatto con gioia» (p. 31). La convinzione di Yunus è che, se le persone conoscessero davvero le potenzialità del business sociale, investirebbero volentieri in questo campo. Il problema, allora, riguarda la comunicazione.
Intendiamoci: Yunus non chiede la fine del primo tipo di azienda, quella rivolta esclusivamente al profitto, ma un ampliamento del mercato. Il suo non è un progetto rivoluzionario in senso stretto, ma la proposta di aprire nuove opportunità. È necessario far capire ai manager e agli investitori che, oltre alle loro abituali attività, potrebbero fare tanto anche in un altro settore. L’esperienza della Grameen Danone, un’azienda sociale che produce yogurt potenziato a scopo nutrizionale, e quella della Grameen Veolia Water, che cerca di risolvere un problema ancor più complesso com’è quello dell’acqua, dimostrano che questo sogno è possibile.
Ma c’è qualcosa di più. Dal business sociale può arrivare anche un’altra opportunità, quella del rinnovamento che tocca l’intimo della persona. «Molti di noi si sentono intrappolati in una vita sicura che non esce dai confini della monotonia di un lavoro di routine e del consumismo insensato — scrive Yunus — e allo stesso tempo vorrebbero sperimentare un diverso modo di vivere per poter lasciare la propria impronta nel mondo e scoprire gli infiniti talenti nascosti dentro di sé» (p. 59-60).

Spello, una storia che continua

martedì 5 ottobre 2010
di Gigi Borgiani (04 ottobre 2010)

Nel 1966 Carlo Carretto scriveva: «Il vescovo di Foligno ci ha chiamato. Sapeva che qui (a Spello) c’era un convento povero e ci ha detto: “Forse è adatto per voi”. Abbiamo cominciato questa attività pensando di fare qualcosa per i nostri fratelli. Questo “qualcosa” è scoppiato nelle nostre mani. Aspettavamo dieci giovani e ne venivano cento, ne aspettavamo cento e ne arrivavano mille. Spello è un luogo di preghiera. Lavoro e preghiera; però li abituiamo al silenzio, ad andare al di là della preghiera-parola. Oggi tutti sentono aridità, perché non danno spazio sufficiente alla preghiera. Dobbiamo trovarlo questo spazio, altrimenti con il nostro gran lavorare ci trasformiamo in schiavi e non in figli di Dio».
Il documento finale della XIII Assemblea nazionale dell’Azione cattolica riporta questa scelta: «… ormai i tempi sono maturi perché l’Associazione possa darsi un “polmone spirituale”, da custodire come la pupilla dei propri occhi: una sorta di laboratorio dello spirito e della formazione, dove è perennemente accesa una luce di contemplazione, di studio, di maturazione vocazionale e formativa, capace di far incontrare la Parola e la coscienza…».(3 maggio 2008)
Nel 2009 a seguito di una “provvidenziale” sequenza di avvenimenti il Comune di Spello chiede all’Azione Cattolica se fosse interessata a rilevare il Convento di S. Girolamo per proseguire idealmente l’esperienza di Carretto e dei Piccoli Fratelli, al fine di garantire una continuità, una tradizione che grazie a Fratel Carlo – diventato punto di riferimento per la città – aveva vissuto un lungo periodo che potremmo definire di “bene comune”. La richiesta-offerta viene immediatamente accolta e il Comune affida all’AC il convento S. Girolamo in usufrutto per 15 anni, rinnovabili.
Il 2 ottobre 2010, al termine dei lavori di ristrutturazione necessari sia per completare quelli dovuti a seguito del sisma del 1997 – che tra l’altro indusse i pochi Piccoli Fratelli del vangelo rimasti a trovare altra sistemazione – sia per ottemperare le norme previste, il convento di S. Girolamo “riapre”.
Non è intenzione dell’AC ripetere o “fotocopiare” l’esperienza di Fratel Carlo, una di quelle esperienze che da un lato restano uniche per le caratteristiche di chi le guida ed ispira, e per le caratteristiche del tempo, ma dall’altro indicano una via ancora percorribile, indicano soprattutto che nella vita del cristiano il primato di Dio non deve essere solo affermato ma vissuto, che il Vangelo è davvero libro di vita, di carità, di speranza.
L’esperienza di Carretto a Spello si svolse nella sua massima espressione all’indomani del Concilio. Il soffio dello Spirito che spingeva la Chiesa verso una rinnovata presenza nel mondo trovava allora una forza radicante nella Parola. Migliaia di giovani, ma non solo, hanno “imparato” la Parola ascoltando il profondo spirituale che Fratel Carlo aveva maturato nel deserto, seguendo il “respiro” di Charles de Foucould. Dopo gli anni storici in cui Carlo Carretto trascinò e indirizzò migliaia di giovani al servizio del Vangelo – chi non ricorda il famoso raduno romano dei 300.000 baschi verdi del 1948 –  venne per lui la stagione di Dio, il momento in cui o si risale alle radici, si riconosce che tutto viene da Dio e a Lui ritorna o ci si affanna a costruire un qualcosa che rischia di rimanere umano, senza cambiare i cuori e, quindi, senza cambiare nulla.
Ma se il Concilio ha prodotto frutti possiamo dire che non è ancora del tutto affermato e che ha bisogno di un rinnovato ascolto, di un impegno che recuperi un laicato adulto, maturo capace di unire le cose della città di Dio con quelle della città dell’uomo.
Se l’AC ritorna (in un certo senso) a Spello non è per emulazione o per ripercorrere un passato che non torna, ma per proseguire una stagione in cui, nella confusione del tempo, sia possibile per molti riscoprire il senso della vita, per rispolverare una verità offuscata dal materialismo e dal mercantilismo dilagante, per dare sapore alla vita di coloro che, credenti in Cristo, desiderano essere testimoni credibili. Questo sarà possibile se i credenti, in particolare quelli che aderiscono alle varie aggregazioni laicali, sapranno ritrovare gli spazi e i tempi per il silenzio, per mettere ogni cosa al posto giusto alla luce della Parola ed essere insieme non espressione di una ispirazione ma immagine di Dio, per dar vita a quell’unica famiglia umana che il S. Padre invoca nella Caritas in veritate. Spello sarà casa per coloro che desiderano trascorrere un breve tempo di preghiera e riflessione. Si alterneranno proposte programmate  (corsi e seminari tematici) e periodi in cui potranno accedere piccoli gruppi che troveranno la guida di un sacerdote e un clima di fraternità e condivisione.

Ciao amico Papa!

giovedì 30 settembre 2010
di Chiara, Marco, Mirko don Vito e don Dino

Quanta gioia ci danno questi bambini, questi ragazzi, questi giovanissimi… e quanta gioia danno alle nostre comunità! Basta la loro presenza, il loro sorriso, il loro entusiasmo, la loro creatività. Possiamo dirlo chiaro e forte: i ragazzi e i giovanissimi di Ac hanno una marcia in più, aiutano tutti a guardare con fiducia al futuro, alimentano la speranza e la voglia di fare dei più grandi.

In fondo, sono questi i sentimenti con cui ci avviciniamo al 30 ottobre. La grande giornata di festa con il Santo Padre vuole essere, infatti, un immenso “grazie”. “Grazie” innanzitutto al Papa, che ancora una volta accoglie l’Ac in piazza San Pietro, ad esprimere un legame inscindibile, vero, solido. Già il 4 maggio 2008 Benedetto XVI ha incanalato profeticamente l’associazione sulla strada della santità feriale, e siamo certi che confermerà questo mandato anche a misura dei più piccoli. E l’altro “grazie” è proprio a loro, ai protagonisti, agli acierrini e ai giovanissimi, che accolgono giorno per giorno la coraggiosa proposta di incontrare il Signore, di far parte della Chiesa e della famiglia dell’Azione cattolica. A loro, che prendono sul serio il cammino di fede, che non si fermano davanti agli ostacoli, alle difficoltà, alle cadute. A loro, che sanno ancora ridere di gusto, che danno del “tu” a Dio in modo spontaneo e diretto, perché davvero, e non in modo artificioso, ne avvertono sulla pelle la paternità.
Il 30 ottobre è anche il “grazie” dell’Ac agli educatori. Adulti e giovani che spesso nel nascondimento scelgono di prestare, nelle parrocchie, il servizio più importante: quello per la crescita umana e spirituale delle persone. Mentre si affaccia il decennio che la Chiesa italiana dedicherà alla sfida educativa, proprio il lavoro generoso di tanti educatori laici rappresenta un patrimonio di esperienza e passione da cui si può e si deve ripartire.
E “grazie” anche ai sacerdoti, che affiancando con amore l’Azione cattolica sostengono il sogno di una santità a misura di tutti, e aiutano i laici a essere realmente corresponsabili nella Chiesa e nel mondo. Il 30 ottobre potranno avvertire in modo forte la fiducia e la stima che l’Ac nutre nei loro confronti e per l’opera immensa che svolgono a favore della vita degna di ogni figlio di Dio.
Una gratitudine tutta speciale l’Ac vorrà esprimerla per i nostri vescovi. In tantissimi saranno presenti intorno a Benedetto XVI, accompagnando le loro diocesi. Vivranno il 30 ottobre con noi anche il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, e il segretario mons. Mariano Crociata. La loro presenza scalderà il cuore dei ragazzi, dei giovanissimi e dei tanti laici adulti e giovani presenti, che sentiranno ancora una volta l’abbraccio, la stima e l’incoraggiamento della Chiesa italiana.
E come dimenticare, in questo collettivo “grazie” del 30 ottobre, le famiglie, genitori, nonni, fratelli… Un “grazie” perché credono nella passione educativa dell’Azione cattolica, perché volentieri e con umiltà si fanno sostenere nel difficile compito di formare i figli alla bellissima sfida della vita. Anche la presenza delle famiglie all’incontro nazionale sarà un segno da cogliere per evidenziare la centralità del compito educativo per il futuro di tutti.
Sommessamente, l’immensa gratitudine con cui ci avviciniamo al 30 ottobre, non può non estendersi all’Azione cattolica. Siamo consapevoli del dono grande che ciascuno di noi, grande o piccolo, laico o assistente, ha avuto nell’incontrare questa «realtà di uomini che si vogliono bene», come la definiva Vittorio Bachelet. Desideriamo che l’incontro nazionale Acr e Giovanissimi sia una splendida occasione per prendere coscienza di una “famiglia associativa” che c’è, è presente, non è fumosa ma reale e concreta attraverso le persone che ne portano avanti il sogno prendendosi cura dell’altro.
E allora, il grande “grazie” del 30 ottobre attende solo di essere raccolto da tutti. Il programma dell’incontro mattutino con il Santo Padre è definito, e prevede una bellissima opportunità: saranno proprio gli acierrini e i giovanissimi a dialogare con Benedetto XVI, portandogli quelle domande che esprimono in pieno le ricchezze e le preoccupazioni della loro età. Anche le due feste del pomeriggio, rispettivamente in piazza di Siena per l’Acr e piazza del Popolo per i Giovanissimi, grazie al lavoro instancabile di tanti collaboratori e del personale dell’Ac, sono ormai ai dettagli finali, e prevedono la partecipazione di tanti ospiti e amici dell’associazione, personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport, della musica.
Inoltre, chi resta a Roma domenica mattina 31 ottobre avrà la possibilità di partecipare alla celebrazione eucaristica che si terrà nella basilica di San Paolo fuori le mura. La celebrazione sarà trasmessa in diretta tv su Rai1, e tanti amici potranno unirsi da casa nella preghiera agli acierrini e ai giovanissimi. Tanti altri segni ci dicono che sarà un giorno indimenticabile: la presenza di ragazzi, giovanissimi e vescovi provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo, le iniziative di solidarietà che saranno lanciate, i legami e i gemellaggi internazionali che saranno consolidati…
Tutto concorrerà a ricordare che “C’è di +” e che noi tutti “diventiamo grandi insieme”. Il sogno di chi da mesi lavora a questo appuntamento nazionale è uno, ed è semplice: che ciascuno lasci Roma con il cuore colmo di gioia, convinto e felice di aver incontrato il Signore, disposto a camminare ancora a lungo in compagnia della Chiesa e dell’Ac.

Ripartiamo dal bene comune

martedì 28 settembre 2010
di Fabio Zavattaro

«Siamo angustiati per l’Italia. È anche il nostro paese, vi sono radicate le nostre chiese, ci vivono i nostri fedeli». Angustiati soprattutto perché le «discordie personali» divenute pubbliche «sono andate assumendo il contorno di conflitti apparentemente insanabili» e questi sono diventati «pretesto per bloccare i pensieri di una intera nazione, quasi non ci fossero altre preoccupazioni, altri affanni».

Lo ripete due volte quell’angustiati, il cardinale Angelo Bagnasco aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei; e sottolinea: l’Italia è «nazione generosa e impegnata, che però non riesce ad amarsi compiutamente».
C’è, è vero, una «corrente di drammatizzazione mediatica» – così la chiama il cardinale presidente della Cei – che sembra dedita alla rappresentazione di un paese ciclicamente depresso. Ma ci sono anche momenti in cui «sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole»; e alla necessaria dialettica «si sostituisce la polemica inconcludente, spingendosi fino sull’orlo del peggio». Ancora: «si preferisce indugiare con gli occhi tra le macerie, cercare finti trofei, per tornare a riprendere quanto prima la guerriglia, piuttosto che allungare lo sguardo in avanti, disciplinatamente orientato sugli obiettivi comuni».
È tutt’altro che tenero nella sua analisi, il cardinale Bagnasco, che affronta questioni che vanno dalla scuola alla sanità alla violenza sulle donne; alla crisi, che tocca le famiglie, alla povertà che aumenta, alle discriminazioni. E a proposito di crisi, l’Italia, dice, istruisce i problemi «comincia a metter mano alle soluzioni, ma non riesce a restare concentrata sull’opera fino a concluderla». Da decenni si parla di riforme ma queste non arrivano. Si domanda: «quando si arriverà al confronto serio e decisivo, quello che non è una perdita di tempo, ma ricerca della mediazione più alta e sollecita possibile?«. Il paese non può attendere, è il momento di «deporre i personalismi, che mai hanno a che fare con il bene comune e di mettere in campo un supplemento di reciproca lealtà e una dose massiccia di buon senso».
La fiducia dei cittadini verso la politica è un onore e una responsabilità che non ammette sconti; e quando si «ricoprono incarichi di visibilità, il contegno è indivisibile dal ruolo», afferma ancora il presidente della Cei. «Bisogna comprendere che se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, se si rinviano senza giusto motivo scadenze di ordinamento, se si contribuisce ad apparati ridondanti, se si lasciano in vigore norme non solo superate ma dannose, se si eludono con malizia i sistemi di controllo, se si falcidia con mezzi impropri il concorrente, se non si pagano le tasse, se si disprezza il merito, si è nel torto, si cade nell’ingiustizia. Ma lo scopo di ogni partecipazione politica è proprio la giustizia». Va superata, dunque, la «logica del favoritismo, della non trasparenza, del tornaconto». Anche il linguaggio è importante nella scena pubblica e non deve «sfiorare il sopruso o scivolare nella contesa violenta»: fa «malinconia» l’illusione di risultare spiritosi o più incisivi, quando «a patire le conseguenze è tutto un costume generale».
L’ideale in politica resta il bene comune e il paese, afferma, ha bisogno «di una leva di italiani e di cattolici», capaci di essere «forza benefica e pacifica di cambiamento profondo».
Tanti i temi al centro della prolusione, 11 cartelle, del presidente Cei. La crisi mette in risalto una più marcata fragilità del paese; una crescita della disoccupazione e il diritto dei lavoratori disoccupati, in mobilità o licenziati, di essere reintegrati, va tenuto nel debito conto. La globalizzazione, poi, non può essere usata strumentalmente per indebolire la dignità di chi lavora. Importante, dunque, il dialogo tra le parti ed è fondamentale che lo Stato non ritiri gli ammortizzatori sociali.
Nelle parole del presidente dei vescovi italiani c’è il tema del federalismo. Percorso “irreversibile”, sostiene; ma con il federalismo crescono le responsabilità da esercitare localmente e non devono prevalere «le spinte ad un contrattualismo esasperato e ad una demagogia variamente declinata». Federalismo solidale, dunque, che non acuisce la divisione in due del paese: «la riforma non deraglierà se potrà incardinarsi in un forte senso di unità e indivisibilità della nazione: il tricolore è ben radicato nel cuore del nostro popolo».
Parla di riforma fiscale, di criteri di maggiore equità: «in una democrazia anche economica, chi più possiede più deve contribuire». Chiede maggiore attenzione alle famiglie, arrestando l’impoverimento che è in atto da tempo, «e che rischia di simboleggiare il suo declino culturale». I dati demografici, afferma il porporato, «possono illudere solamente coloro che vogliono illudersi».
Parla infine di parrocchie come di «cantieri» che non chiudono mai: «la chiesa mette a servizio il patrimonio educativo che le è proprio e accompagna i giovani a sperimentare se stessi, la loro energia di vita, senza eludere i propri disagi e le proprie inquietudini». Parla di vicende umilianti e dolore, di prove che non abbandonano la chiesa, di martiri, di intolleranza religiosa che spesso sfocia in cristianofobia: «uccidere appare l’unico modo per restare impermeabili al linguaggio dell’altruismo, che spaventa i violenti». Parla del crimine inqualificabile della pedofilia; di Chiesa che deve sforzarsi di essere la trasparenza di Dio; di indifferentismo religioso. Il problema dell’Occidente, afferma con forza il cardinale Bagnasco, è la questione di Dio.

Chi ama educa: un riconoscimento a tutta l’Ac

giovedì 23 settembre 2010
di Pierpaolo Triani

«Il dono prezioso dell’essere educatori nella Chiesa e in Azione Cattolica sta, infatti, nel compito di contribuire, sia pure faticosamente e umilmente, a narrare e trasmettere alle nuove generazioni la fede, mostrando le meraviglie del Signore; contribuire a suscitare la speranza, dal momento che educare significa amare il futuro, e a testimoniare l’amore, perché educare è una scelta del cuore, e solo chi ama educa» (pp. 62-63). È questo un passaggio esemplare e significativo del felice testo del Presidente nazionale, Franco Miano (Chi ama educa. Vocazione, cura e impegno formativo. Tracce per un percorso, Ave 2010; il libro riceve il 25 settembre il Premio Capri San Michele – Sezione Pedagogia), che con stile agile ed essenziale mette attentamente in risalto lo stretto legame tra l’analisi del “mondo che cambia” e la piena assunzione di una responsabilità educativa. Occorre, infatti, comprendere attentamente i mutamenti in atto, coglierne le sfide, ma non basta; è necessario alimentare lo slancio e la passione verso l’impegno, alto e decisivo, di formare, anche oggi, la persona nella sua integralità.

Il volume non è un “trattato” di pedagogia, è invece un insieme di tracce per un percorso, un invito continuo a capire, a scegliere, a mettersi in gioco, facendo innanzitutto tesoro del grande patrimonio di santità che la comunità ecclesiale, e in essa l’Ac, possiede. L’educazione è un atto di amore, che si alimenta della fedeltà all’Amore del mistero santo di Dio, alle persone nella loro concretezza, al patrimonio spirituale che una generazione trasmette all’altra. Una fedeltà educativa che è contemporaneamente cura dell’essenziale e ricerca intelligente di strade nuove; un’azione che custodisce e crea, così come è appunto l’amore.

L’appello a una rinnovata responsabilità educativa attraversa tutte le pagine del volume che raccolgono una pluralità di interventi svolti negli ultimi mesi da Franco Miano sulla questione educativa. Sia che le riflessioni siano state svolte in convegni associativi, oppure trattate in articoli per riviste, o che siano contenute nell’intervista finale, i temi, gli spunti, le indicazioni sorgono sempre dall’incontro con le persone e le istituzioni che quotidianamente vivono l’avventura educativa. Un testo quindi che nasce dal rapporto costante con le domande della realtà e che mira a suscitare nell’Ac, ma non solo, un rinnovato sforzo per essere lievito evangelico, anima della realtà stessa.

C’è bisogno che l’Ac – lo mette bene in luce in diversi passaggi il Presidente nazionale – sappia mantenere alta la propria proposta educativa sia in ordine allo stile, sia in ordine ai contenuti.

Sono diversi gli elementi che concorrono allo stile di un’azione educativa che voglia avere a cuore la formazione integrale delle coscienze: l’amorevolezza, la gratuità, la libertà, la competenza, la collaborazione, l’ordinarietà, la significatività, la testimonianza. Ugualmente sono diversificati i contenuti su cui costruire le proposte formative. Accanto al richiamo centrale al Progetto formativo, e ai suoi temi fondanti, il volume dedica una particolare attenzione ad alcune tematiche che rappresentano dei nodi dell’attuale dinamica sociale, tra cui la progettualità esistenziale delle persone, la fraternità, la solidarietà.

Il volume, dunque, riconsegna al lettore attento la serietà e la forza dell’impegno educativo. È bello che abbia ricevuto un premio importante. Ci piace pensare che esso sia un po’ anche per tutta l’Ac, impegnata ogni giorno a essere fedele al compito di promuovere nelle persone l’incontro liberante con il Vangelo.

C’è una cifra contro la miseria

martedì 21 settembre 2010
di Luigi De Matteo

Progressi sono stati realizzati nella lotta contro la povertà, ma mancano i fondi: c’è un buco che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, stima in ventisei miliardi di dollari. Dalla fame all’istruzione, dall’Aids alla deforestazione, il 21 settembre, al Palazzo di Vetro — nell’ambito della 65ª sessione dell’Assemblea generale — i capi di Stato e di Governo di tutto il mondo faranno il punto sugli obiettivi del millennio, ovvero i traguardi fissati entro il 2015 per rilanciare i Paesi in via di sviluppo.

Fame, povertà e istruzione sono i temi prioritari nell’agenda dei lavori. Un recente rapporto della Fao indica che sulla fame si sta andando nella direzione giusta, ma resta ancora molto da fare. Il numero di chi soffre la fame è passato da 1,23 miliardi di persone, nel 2009, a 925 milioni. Una cifra che per il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, rimane comunque «inaccettabile». Vi sono stati progressi anche sul fronte della povertà. Si stima che la popolazione che vive con meno di 1,25 dollari al giorno sia diminuita da 1,8 miliardi, nel 1990, a 1,4 miliardi. Riguardo al secondo tema, gli sforzi sono diretti ad affermare l’istruzione primaria universale: su questo versante l’Africa resta indietro. Basti pensare che nella regione subsahariana può andare alle elementari solo il 76 per cento dei bambini. E sempre in quest’area si rileva ancora un alto numero di donne che muoiono di parto. Si calcola che ogni giorno, nel mondo, mille donne muoiono per complicazioni legate alla gravidanza e al parto: metà delle vittime si registra proprio nell’Africa subsahariana. Un altro tema in agenda è quello della mortalità infantile. Nel 2009 vi sono stati 8,1 milioni di decessi di bimbi con meno di cinque anni.

In merito all’Aids, le notizie sono relativamente positive. Le persone che contraggono il virus dell’Hiv sono diminuite a ventisette milioni circa, dopo le vette degli anni Novanta (trentacinque milioni). Sul capitolo ambiente, la deforestazione del pianeta rimane preoccupante: nell’ultimo decennio, oltre tredici milioni di ettari di zone verdi sono spariti.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha curato un rapporto in cui si segnalano cinque «mosse» da cui partire per favorire la crescita dei Paesi in via di sviluppo. Azioni comuni delle economie emergenti e in via di sviluppo; miglioramento di ammortizzatori sociali che aiutino a fronteggiare eventuali crisi future; accelerazione degli investimenti esteri; apertura dei mercati e creazione di maggiori opportunità di espansione commerciale per i Paesi in via di sviluppo; impegno della comunità internazionale a risolvere situazioni economiche ancora fragili. Nel rapporto l’Fmi sottolinea che è di «vitale importanza» che sia ristabilita una solida crescita economica globale e che i Paesi avanzati e in via di sviluppo «giochino la propria parte in questi sforzi». Nel documento si mette poi in evidenza che «ulteriori azioni sono necessarie per salvaguardare la ripresa economica, creando un sistema finanziario più robusto e migliorando l’accesso ai mercati dei Paesi a basso reddito. Questi ultimi sono chiamati a fare i conti con la necessità di finanziamenti, ma devono anzitutto «colmare il divario sulle infrastrutture» e allinearsi agli altri Stati sulle questioni climatiche, «due elementi che impediscono lo sviluppo di lungo termine». I Paesi in via di sviluppo, grazie anche al sostegno dell’Fmi e di altri soggetti, sono riusciti a mettere in atto, afferma il rapporto, «decise misure» atte a fronteggiare le diverse crisi economiche. Ma questi Paesi hanno sempre bisogno della collaborazione fattiva della comunità internazionale.

Tra le notizie che hanno anticipato la 65ª sessione del Palazzo di Vetro, la proposta del presidente francese, Nicolas Sarkozy, di una tassa sulle transazioni delle banche, i cui proventi andrebbero ad un fondo per la lotta alla povertà e lo sviluppo delle aree del pianeta in difficoltà. Secondo stime del governo francese, e dello stesso Fmi, una tassa dello 0,005 per cento genererebbe, a livello mondiale, almeno 33 miliardi di dollari ogni anno. Di “Tobin tax” (perche di questo si tratta) si discute ormai da anni; di buono c’è che a parlarne non sono solo gli eretici della finanza, ma i premier. Magari è la volta buona.

La Settimana Sociale e l’impegno di speranza dei cattolici

sabato 18 settembre 2010
di Fabio Mazzocchio

«Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni».

Così leggiamo nelle parti introduttive (n. 7) dell’ultima enciclica del Santo Padre, Caritas in veritate. Ed è certamente su questo orizzonte che si muoveranno le riflessioni della ormai prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Reggio Calabria, 14-17 Ottobre 2010): consueto appuntamento culturale della Chiesa italiana nato agli inizi del Novecento grazie all’intuizione di Giuseppe Toniolo, figura di santità centrale nell’elaborazione del pensiero sociale cristianamente ispirato.
Il tema del bene comune, come sappiamo, da qualche anno è tornato con forza ad essere al centro della produzione magisteriale e della riflessione culturale dei laici. In particolare si è cercato di declinarlo sempre più in relazione ai diversi ambiti e alle diverse problematiche della vita sociale e civile del Paese. Il titolo stesso di questa prossima Settimana Sociale rappresenta questo modo dinamico e realistico di intendere l’orientamento al bene condiviso e all’interesse generale: Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese.
Lo scenario in cui si collocherà questa iniziativa è sicuramente particolare: l’Italia, come viene spesso detto nel Documento preparatorio, sta attraversando un periodo complesso e con molti segni di crisi sul piano economico-sociale, politico, culturale, valoriale. Fenomeni corrosivi, infatti, stanno seriamente erodendo le basi della convivenza civile: l’indebolimento dei legami sociali e l’emergere di nuovi egoismi corporativi; l’emergere con durezza di una nuova questione sociale, sotto la spinta della crisi globale e di inediti scenari produttivi;  “lo smantellamento dell’agorà quale naturale spazio della cittadinanza” (Z. Bauman); lo squilibrio nord-sud; la faticosa gestione del tema sicurezza e dell’accoglienza / integrazione del diverso; lo scontro tra i poteri dello Stato, esito della mal gestita transizione istituzionale e politica; la sofferenza crescente nell’ambito della partecipazione e della cittadinanza attiva.
In tal senso “un’agenda di speranza per il Paese” non è solo un’utile azione di discernimento comunitario applicato alle realtà temporali, ma è una necessità concreta per dar voce all’originale modo, che i cristiani esercitano, di leggere la storia sociale, la condizione civile e i segni dei tempi alla luce del patrimonio di riflessione rappresentato dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
“Orientarsi al bene comune” (Doc. prep. cap. II), dunque, nella fase attuale potrebbe essere un’autentica opera di conversione della vita pubblica; sarebbe il segno di una inversione di tendenza; aprirebbe lo scenario, auspicabile per ogni democrazia matura, del dialogo reale e della cooperazione tra società civile e politica, e ancor più tra i livelli e gli organi istituzionali. Altrimenti dire che il bene comune è “l’insieme delle condizioni che permettono ai singoli e ai gruppi di raggiungere più velocemente e in pienezza la propria perfezione” rischia seriamente di rimanere un appello di principio senza traduzione nella Costituzione materiale dello Stato e nella vita di tutti.
Oggi servono speranza e progetto, serve capacità di traguardarsi sul medio-lungo periodo senza dimenticare le urgenze, ma al tempo stesso senza lasciarsi schiacciare dalla logica perversa del “qui ed ora”. In fondo, questa è la capacità che viene chiesta ad una società realmente partecipativa e coinvolta nelle vicende pubbliche in modo reale.
I cristiani, come spesso ci ricordano i nostri vescovi, possono assolvere al ruolo decisivo di stimolare e promuovere queste condizioni per vie di futuro possibile e di sviluppo. Anche per questo va colto e rilanciato l’auspicio di Benedetto XVI (Cagliari, 7 Settembre 2008), ripreso variamente anche dal Consiglio Permanente della CEI, circa una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di ricercare con competenza e responsabilità vie di sviluppo sostenibile. Si invita a ricreare le condizioni per una nuova stagione di impegno politico e civile dei laici credenti, e nello stesso tempo ad operare una loro più matura e responsabile presenza nella vita pubblica, partendo proprio dall’amore per il territorio in cui sperimentano il cammino di santità. Tale buona fatica li metterà in grado di operare quelle sintesi alte e quelle mediazioni, tra principi professati e contesto odierno, indispensabili per una fede adulta e consapevole.
Questo nuovo “alfabeto della partecipazione” viene oggi raccomandato come urgenza per la testimonianza cristiana. «L’azione dell’uomo sulla terra – ci ammonisce la Caritas in veritate (n.7) –, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia