Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Archivio della Categoria 'Fatto del giorno'

Grazie, don Domenico! Grazie, Santità!

mercoledì 3 novembre 2010
de La Presidenza nazionale

Il Santo Padre Benedetto XVI, in data odierna, ha confermato Sua Eccellenza Mons. Domenico Sigalini quale Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica per il prossimo triennio. La notizia, giunta proprio all’indomani del grande e bell’incontro dell’Acr e dei giovanissimi, non può che riempirci ulteriormente il cuore di gioia.
È la gioia di un cammino percorso insieme che continua.
È la gioia di saperci accompagnati e guidati da un pastore buono, attento, che sa parlare alle menti e ai cuori delle persone con la grande capacità di dialogo e con le doti di umanità e spiritualità che lo contraddistinguono.
Ma è anche la gratitudine per il riconoscimento di un impegno ecclesiale intenso e sapiente, ricco di evangelica disponibilità.
Per questo vogliamo formulare i più affettuosi e cari auguri al “nostro” don Domenico, ma allo stesso tempo manifestare la più viva e profonda riconoscenza al Santo Padre per averci offerto un dono tanto bello. Grazie, don Domenico! Grazie, Santità!

“C’è di più”… il nostro grazie!

martedì 2 novembre 2010
di Presidenza nazionale AC

A due giorni dalla grande festa del 30 ottobre, la Presidenza nazionale dell’Azione cattolica avverte il bisogno di dire ancora una volta “grazie” a quanti hanno reso possibile questo gioioso incontro delle nuove generazioni…
Grazie ai giovanissimi e ai ragazzi, meravigliosi anche nel distinguere i momenti di festa da quelli dedicati alla preghiera e all’ascolto. Grazie agli educatori, instancabili testimoni di gratuità e servizio disinteressato per il bene delle persone. Grazie ai tanti sacerdoti presenti, volto di una Chiesa che si fa compagnia per ciascuno. Grazie ai nostri vescovi, e in particolare al cardinale Angelo Bagnasco, che con la loro presenza hanno voluto dire tutta la loro fiducia nell’Azione cattolica. Grazie a tutti i referenti e alle presidenze diocesane, alle delegazioni regionali, ai giovani e agli adulti delle parrocchie che hanno accompagnato i più piccoli, agli splendidi volontari e collaboratori del centro nazionale, ai dipendenti dell’Ac e dell’Ave. È stato davvero un lavoro corale!
Ma soprattutto grazie al Santo Padre. Grazie perché si è fermato a riflettere, come Lui stesso ha ammesso, sul significato della frase “C’è di più”. Grazie perché ha risposto con sincerità, schiettezza, semplicità, chiarezza. Bellissima l’immagine dello specchio utilizzata per dire ai bambini e ai ragazzi per dire che non si cresce solo nella statura, ma anche nella vita interiore. Vero il dialogo che ha aperto con i giovanissimi per spronarli alla vetta autentica di un amore puro e non ridotto a merce. Appassionata la risposta agli educatori, che sono stati esortati a contagiare le comunità con il loro amore per le nuove generazioni, ricordando di non essere «padroni dei ragazzi» ma «servitori della loro gioia».
E poi, abbiamo davvero “abitato” Roma. Quattro splendidi luoghi sono stati vissuti interamente dai ragazzi e dai giovanissimi: piazza San Pietro, piazza del Popolo, piazza di Siena, la basilica di San Paolo fuori le mura. Tutti stracolmi, oltre ogni più rosea previsione. Domenica 31, al termine della santa messa, è partito un applauso spontaneo. Era un applauso per l’Azione cattolica, realtà di uomini e di donne che si vogliono bene e desiderano davvero «diventare grandi insieme».
Sappiamo anche che, come spesso accade in un incontro con grandi numeri, ci sono state persone che hanno avuto qualche disagio in più. Ce ne scusiamo di cuore. Possiamo solo assicurare che sul 30 ottobre è stata investita tanta passione, che si è trattato di una festa cui hanno contribuito gratuitamente tantissimi giovani, e che tutti hanno dato il meglio di sé. Ci auguriamo di cuore che il prossimo appuntamento nazionale sia ancora più bello!
Ma abbiamo giusto un minuto per dirci che eravamo bellissimi. Il mondo già ci chiama a rendere ragione della nostra fede. Mentre noi teniamo vivo il ricordo della grande festa, già nuovi fatti di cronaca, in Italia e nel mondo, in particolare a Massa e in Iraq, ci interrogano sul senso della sofferenza, sul perché della violenza e della morte. Non sciupiamo il nostro incontro di sabato: accogliamo il “di +” che Gesù ci vuole donare, e comunichiamo a tutti, senza distinzioni, la grande passione di Dio per ciascuno!

“C’è di +” è qui! E si vede!!!

venerdì 29 ottobre 2010
di Presidenza nazionale AC

Non spariamo numeri, siamo realmente in centomila! Poche ore ci avvicinano a questo stupendo abbraccio di tutta l’Ac attorno a Papa Benedetto. “Tutto pronto?” ci chiedono in molti. Tantissimi segni di vicinanza, di amicizia, di stima per una festa “made in AC” dall’inizio alla fine. Presenze, messaggi, sms, di tutto per dire che è davvero festa per tutti…Sfila un sacco di gente nel centro nazionale, amici arrivati da ogni dove, soprattutto giovanissimi e ragazzi coi loro accompagnatori. Cresce l’attesa e la speranza. Oltre ad un po’ d’ansia. Ma questa passerà e resterà solo la gioia di quanto vissuto. Perciò… avanti tutta!!!
Piazza San Pietro la immaginiamo davvero piena e la speriamo con bei raggi di sole. Sembra già di vederla colma di volti portatori di speranza. Ogni domenica il Papa si affaccia per consegnarci parole di speranza, quelle di Gesù. In questo 30 ottobre anche noi vogliamo sentirci insieme una bellissima pagina di vangelo che racconta alla Chiesa e all’Italia intera che la speranza è di casa e che genererà qualcosa di grande, contro tutti i segni di sfiducia che di continuo ci vengono mostrati dalla tv o in diretta.
I volti dei bambini, dei ragazzi e dei giovanissimi con i loro accompagnatori, laici, vescovi e sacerdoti, manifesteranno il “di più” di chi si lascia ingabbiare non dalla paura ma dalla speranza e dalla gioia.
Andrà tutto come previsto? Riusciremo a dire tutto ciò che ci sta a cuore? L’entusiasmo e la pazienza diranno molto di più di quanto predisposto. I volontari che affollano da qualche giorno il centro nazionale tra mille squilli di telefono da ogni regione d’Italia assomigliano a fratelli più grandi, quasi si stesse preparando una festa per i propri fratelli più piccoli. In Ac, lo diciamo con umile convinzione, non ci sentiamo mai soli; perciò anche questo nostro incontro-festa sarà l’occasione per dire grazie al buon Dio e alla Chiesa per questa stupenda avventura che è l’Associazione, segno eloquente della maternità della Chiesa che non solo genera ma accompagna e fa crescere fino alla statura di Cristo. È di vita buona che abbiamo bisogno. Con la nostra gioia vogliamo dire a tutti di averla incontrata.

Educare alla vita buona del Vangelo

giovedì 28 ottobre 2010
di Gigi Borgiani

Dio educa il suo popolo: nel Vangelo non mancano gli episodi che ci presentano Gesù educatore, basta rileggere il racconto dei discepoli di Emmaus. Il titolo scelto per gli orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per i prossimi dieci anni indica chiaramente che Gesù Cristo è la via che può condurre ciascuno alla piena realizzazione di sé.
Nel “mondo che cambia”: nel mondo sempre più influenzato da aspetti che influiscono sul processo educativo (come si legge nel capitolo primo del documento), l’insegnamento del Maestro appare non solo come essenziale riferimento per la crescita e per la vita piena di ciascuno, ma anche come risposta alle domande e alle provocazioni del tempo. Gesù Cristo indica che una “vita buona” è possibile. La sua proposta, accolta nella vera libertà, diventa non solo proposta di vita ma missione, in quanto chiama a trasferire nel mondo il fermento della fede.
Dedicare un decennio di pastorale all’educazione significa, tra gli aspetti che possono essere evidenziati, ricreare le condizioni per riportate Dio al centro della vita dell’uomo a partire da un rinnovato impegno di tutta la comunità ecclesiale. Se individualismo, ripiegamento su se stessi, desiderio insaziabile di possesso e di consumo, ansie e paure possono essere indicati tra gli aspetti più critici del nostro tempo, disgregandolo, interpretare la questione educativa, ritenuta urgente non come sterile riproposizione di valori, norme, insegnamenti, lezioni ma come capacità di costruire relazioni tra persone, gruppi, istituzioni diventa condizione indispensabile.
La comunità cristiana, soprattutto attraverso due forme privilegiate costituite dalle famiglie e dalle parrocchie, può essere “luogo”, comunità educante (cap. 4). Nel documento (n.36) alla famiglia si riconosce un ruolo primario indiscutibile, mentre la parrocchia continua ad essere luogo fondamentale per la comunicazione del vangelo e la formazione della coscienza credente; rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione, favorisce lo scambio tra le diverse generazioni, dialoga con le istituzioni locali e costruisce alleanze educative per servire l’uomo (n. 41).
Nella parrocchia e nelle diocesi, come si legge nel documento al n. 43, tra le realtà ed esperienze a sostegno dell’azione educativa occupa un posto specifico e singolare l’Azione Cattolica, che da sempre coltiva uno stretto legame con i pastori della Chiesa, assumendo come proprio il programma pastorale della Chiesa locale e costituendo per i soci una scuola di formazione cristiana. Le figure di grandi laici che ne hanno segnato la storia sono un richiamo alla vocazione alla santità, meta di ogni battezzato.
Non è difficile trovare in queste parole l’invito ad un impegno che, come AC, ci appassiona da sempre. Le linee del nostro progetto formativo che invita innanzitutto a riconoscere il valore assoluto del mistero del Signore Gesù come centro della vita di fede e della Chiesa ci aiutano nella lettura del documento dei vescovi. A partire dal cuore della vita (cap. 2) è possibile vivere il tempo presente come tempo di discernimento (cap. 1) e ad operare nella comunità perché sia sempre più comunità educante (cap. 4) attraverso un cammino di relazione e fiducia, seguendo le esigenze fondamentali e gli obiettivi e le scelte prioritarie indicate dai Vescovi a conclusione del documento.

Maria Giovanna Ruggieri, presidente Umofc

mercoledì 27 ottobre 2010
di Chiara Santomiero

A guidare l’organizzazione per i prossimi 4 anni sarà Maria Giovanna Ruggieri, già vice presidente nazionale per il Settore adulti dal 1999 al 2002: all’ultima assemblea generale dell’Umofc, che si è svolta a Gerusalemme dal 5 all’11 ottobre scorso con 500 partecipanti di 40 organizzazioni, è stata eletta presidente mondiale.
Il suo “regno” ( sul quale davvero il sole non tramonta…) ha varcato i confini dell’Europa della quale è stata vice presidente nello scorso mandato e va adesso dal Canada allo Swaziland, da Cuba alle Isole Fiji, dalla Nuova Zelanda al Messico, dal Mali all’Argentina e all’India, e così via facendo più volte il giro del mondo e dei fusi orari.
Che tipo di attività svolgono queste organizzazioni? “Si tratta di associazioni molto diverse – spiega Maria Giovanna -; alcune, sul modello dell’Ac, sono più orientate all’inserimento nella vita pastorale e alla cura della formazione dei laici; altre, anche in relazione al contesto del quale sono espressione, si dedicano maggiormente alla c.d. promozione umana”. E’ il caso dell’Africa dove le associazioni aderenti all’Umofc “sono molto attive nelle scuole e nella formazione professionale così che in Senegal è stata anche fondata una cooperativa per la pesca” ma anche dell’America latina “con la promozione in Argentina della campagna per la ‘lucha contra el hambre’ (la lotta contro la fame)”. In Europa c’è una caratterizzazione legata all’impegno in politica “in Olanda e Lituania ci sono parlamentari provenienti dall’Umofc, ma lo stesso avviene anche in altri paesi, come la Nigeria”.
Il tema dell’Assemblea di Gerusalemme che ha visto il passaggio di consegne tra la presidente uscente, la statunitense Karen Hurley, e Maria Giovanna è stato “Sarete miei testimoni”. “Nell’assemblea del centenario della fondazione dell’Umofc – spiega la neo presidente – abbiamo voluto ribadire la fedeltà all’ispirazione originaria che è quella di vivere la corresponsabilità nella missione della Chiesa da donne impegnate nel proprio contesto sociale. La scelta di Gerusalemme richiama l’idea del luogo della fede da cui tutti proveniamo e che tutti ci unisce pur abitando nelle varie parti del mondo”. “La coincidenza con l’inizio del Sinodo straordinario per il Medio oriente – aggiunge Maria Giovanna – ha contribuito a sottolineare uno dei nostri punti di impegno che è proprio l’attenzione alla Terra santa”.
Quali sono gli altri obiettivi? “Il consiglio mondiale eletto a Gerusalemme dall’Assemblea – afferma Maria Giovanna -, al cui interno sono poi stata scelta io come presidente, ha definito delle priorità che possono essere riassunte nello slogan ‘Love in action”, carità nell’azione”. “Oltre a proseguire in un impegno ‘standard’ come quello per la formazione e la elaborazione culturale – aggiunge Maria Giovanna – l’obiettivo è dedicare una attenzione prioritaria al mondo delle giovani, anche in relazione al tema delle migrazioni”. Va ricordato che l’Umofc in Europa ha assunto un particolare impegno, negli scorsi anni, sul tema della tratta delle donne organizzando una conferenza internazionale a Verona nel 2008 e un seminario di informazione e sensibilizzazione a Vac (Ungheria) nel 2010, sollecitando inoltre il Parlamento europeo ad un’azione comune per bloccare il traffico di esseri umani. “Occorre declinare visibilità e consistenza delle donne dell’Umofc – afferma la neo presidente – con una maggiore propositività da parte nostra nelle Agenzie internazionali nelle quali siamo presenti, come la Fao e l’Unesco, e all’interno del Consiglio d’Europa”. La bussola per guidare il cammino dei prossimi anni, neanche a dirlo, “sarà il Concilio Vaticano II: l’assemblea di Gerusalemme ha sottolineato un impegno rinnovato a conoscerlo e a farlo conoscere alle nuove generazioni di donne impegnate nella chiesa e nella società perché abbiamo tutte le giuste coordinate da seguire”.
Auguri, Maria Giovanna, e buon lavoro!

Mons. Crociata interviene al Consiglio nazionale dell’AC

sabato 23 ottobre 2010
di Ufficio Stampa ACI

S. E. Mons. Mariano Crociata, Segretario generale della CEI, è intervenuto questa mattina ai lavori del Consiglio nazionale dell’Azione Cattolica, in programma a Roma presso l’Aula Barelli della Domus Mariae (via Aurelia, 481).
Mons. Crociata ha tenuto una riflessione sul tema degli Orientamenti pastorali della CEI per il prossimo decennio, intitolati “Educare alla vita buona del Vangelo” e la cui pubblicazione è ormai imminente.
Nel suo intervento, il Segretario generale della Cei ha sottolineato come «l’educazione cristiana non è altro dallo sviluppo integrale della persona». E se la Chiesa italiana ha deciso puntare sulla sfida educativa non è solo per «gli evidenti caratteri di emergenza» della situazione attuale, ma anche perché «non è più tollerabile una visione individualistica dell’uomo», in cui si nega che la persona si realizza in pieno «quando si apre all’infinito e alle dimensioni ultime».
Mons. Crociata ha presentato il messaggio contenuto nei prossimi Orientamenti pastorali nella sede del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica, l’associazione laicale che ha tra i propri fini statutari la scelta educativa e la formazione delle coscienze nelle parrocchie. «Quella di accompagnare persone di tutte le età alla vita e alla fede è l’impegno fondante dell’associazione – dice il presidente nazionale Franco Miano – , e oggi siamo pronti a rinnovarlo, con fiducia e serietà, insieme a tutta la Chiesa e all’intero mondo dell’associazionismo cattolico».
Un documento, quello dei vescovi italiani, atteso non solo all’interno della Chiesa ma anche nella società civile. «Un testo meditato e pensato a lungo», sottolinea mons. Crociata, che aggiunge come «l’Italia sia una cosa sola anche dal punto di vista religioso ed ecclesiale».
L’educazione, continua il segretario, è già e sarà ulteriormente lo «sbocco naturale» e «l’attenzione ordinaria» all’interno della quale le diocesi potranno «esprimere la loro soggettività e operare il proprio discernimento». Ma la cornice, insiste, «è unica per tutti». Ciò vuol dire condividere i tratti comuni dell’attuale «emergenza educativa»: ovvero, sintetizza Crociata, quella «lacerazione che interrompe il rapporto tra le generazioni, logora il tessuto sociale, scompone le dimensioni costitutive della persona».
E qui si giunge al fine principale dell’azione educativa: «Guardiamo ad un umanesimo integrale e trascendente, in cui la persona si realizzi nella relazione con sé stessa, con gli altri, con il mondo». La vita cristiana, insomma, «non è una limitazione della propria libertà e autonomia, al contrario è espressione di umanità piena e compiuta, sul modello di Gesù». L’appello è dunque a «non scindere l’educazione cristiana da una visione cristiana dell’educazione», a cercare di conseguenza agganci e reti con tutte le altre agenzie che si occupano della crescita dei bambini, dei giovani, degli adulti.
Infine, l’appello all’Azione cattolica perché sulla scia della propria storia e del suo impegno di sempre «collabori attivamente nelle diocesi e nelle parrocchie alla programmazione concreta di itinerari che medino gli Orientamenti». Nel momento in cui la Chiesa italiana all’unisono assume l’attuale emergenza educativa, conclude Crociata, per l’Ac si apre «uno spazio importante per rinnovare la propria vocazione originaria e per favorire le relazioni tra persone, tra gruppi e tra istituzioni».
E il presidente dell’Azione Cattolica, Miano, raccoglie l’auspicio: «è un momento intenso per l’Ac: sabato prossimo 80mila ragazzi e giovanissimi incontreranno il Santo Padre a Roma, in questi giorni abbiamo tenuto la finestra sempre aperta sul Sinodo e sulla Settimana sociale. Ora avvertiamo tutta la bellezza e la complessità di una sfida, quella educativa, che interpella la vita ordinaria delle persone e delle comunità».

Un mondo a rischio di estinzione

venerdì 22 ottobre 2010
di Gabriella Migneco*

Che il lavoro del pastore sia sempre stata duro, faticoso, difficile è noto a tutti. Soltanto in termini di solitudine, la vita al seguito del gregge, scandita dagli orari inesorabili della mungitura, dai tempi tecnici della lavorazione dei formaggi e, un tempo più che oggi, dai lunghi periodi della transumanza, appare impensabile a chi vive in città, al caldo delle abitazioni, in mezzo ai confort della vita moderna.
Eppure i pastori sono orgogliosi del loro lavoro e, pur vivendo più a contatto con la natura che con gli uomini, conoscono la solidarietà. Basti pensare che, in occasione del tragico terremoto de l’Aquila, quando la terra non aveva ancora smesso di tremare, i pastori sardi hanno donato ai loro sfortunati “colleghi” abruzzesi un gregge di quasi mille pecore destinato a ricostituire gli allevamenti di una parte delle centinaia di aziende agricole flagellate dal sisma. Un gesto nato appunto dalla solidarietà e nel rispetto di un’antica usanza che in Sardegna si chiama “sa paradura”, che prevede il dono di una o più pecore a chi cade in disgrazia per risollevare le sue sorti.
Ma oggi i pastori sono in difficoltà, addirittura a rischio di estinzione. Negli ultimi dieci anni in Italia è scomparso quasi un gregge di pecore su tre e la crisi in atto rischia di decimare irrimediabilmente i circa 70mila allevamenti sopravvissuti che svolgono un ruolo insostituibile per l’economia, il turismo, l’ambiente e la stabilità sociale del territorio.
Le manifestazioni di questi giorni testimoniano della lotta dei pastori che chiedono alle Istituzioni un giusto riconoscimento del proprio lavoro e fatti concreti dopo tante promesse anche se – come ha evidenziato la Coldiretti – le proteste di piazza non possono e non devono trasformarsi in violenza.
Cosa chiedono i pastori sardi, ma anche quelli di tutte le regioni d’Italia vocate all’allevamento delle pecore? Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media un litro di latte che viene pagato non più di 60 centesimi al litro, con un calo del 25 per cento rispetto a due anni fa e ben al di sotto dei costi di allevamento. E non va meglio per la lana, con i costi di tosatura e di smaltimento che superano notevolmente i ricavi, o per la carne quando solo a Pasqua quella venduta dall’allevatore a circa 4 euro al chilo viene rivenduta dal negoziante a 10-12 euro al chilo.
L’allevamento ovicaprino, poi, è un’attività che, concentrata nelle zone svantaggiate, è ad alta intensità di manodopera. Il settore ha registrato un incremento dei costi, in particolare per il combustibile, l’elettricità e i mangimi, determinando una ulteriore pressione su una pastorizia che già versa in una situazione critica sul piano della competitività.
Ma c’è un altro aspetto, oseremmo dire strisciante, che contribuisce a tagliare i redditi dei pastori. Il falso Pecorino che gira in tutto il mondo e che non è prodotto negli allevamenti della seconda isola italiana o nelle campagne laziali, toscane o abruzzesi. Oggi sono “false” due fette di pecorino su tre vendute negli Stati Uniti, dove le imitazioni prevalgono a scapito del prodotto originale proveniente dall’Italia, come purtroppo avviene anche in altri paesi europei ed extracomunitari. La presenza di prodotti pecorini “taroccati” sui mercati internazionali è una causa importante della crisi del settore poiché è destinato all’esportazione circa un quarto dell’intera produzione nazionale, per un volume che nel 2009 è stato di ben 16 milioni di chili.
Negli Stati Uniti i prodotti di imitazione stanno prendendo progressivamente il posto di quelli originali in arrivo dall’Italia, con un crollo del 32 per cento delle esportazioni di Pecorino e Fiore sardo in valore nel primo semestre del 2010, secondo un’analisi della Coldiretti su dati Istat. Ad avvantaggiarsene sono i “falsi” realizzati negli Stati del Wisconsin, California e New York, venduti ad esempio con il nome di “romano” cheese, ma anche quelli importati dall’estero, soprattutto dall’Europa, che utilizzano nomi di fantasia. È il caso della società Lactitalia che esporta in Usa e in Europa e produce in Romania formaggi di pecora venduti con marchi che richiamano al Made in Italy come Toscanella, Dolce Vita e Pecorino. Una società di proprietà della Simest, controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico.
In Italia sono stati prodotti nel 2009 oltre 61 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la metà a denominazione di origine (Dop). All’esportazione sono andati ben 16 milioni di chili nel 2009 secondo lo studio della Coldiretti. Nella produzione Made in Italy a denominazione di origine, che è calata nel 2009 del 10 per cento, a fare la parte del leone è il Pecorino Romano Dop che copre l’80 per cento, ma hanno ottenuto la protezione comunitaria come denominazioni di origine anche il pecorino Sardo, il Siciliano e il Toscano e quello di Filiano oltre al Fiore Sardo e al Canestrato Pugliese.
Il pecorino è uno dei formaggi italiani più antichi: veniva prodotto già nella Roma imperiale e faceva parte delle derrate dei legionari, ma è probabile che le sue origini siano ancora più antiche. Ma è importante che sia quello vero, quello “made in Italy”, così come è necessario che si mantengano alti i consumi. Basta pensare che il consumo di un solo mezzo chilo di vero pecorino italiano in più a famiglia nell’arco di un anno potrebbe essere sufficiente per salvare la pastorizia italiana e il valore culturale, ambientale ed economico che rappresenta.
Ma non sono solo economiche le motivazioni che dovrebbero indurci a salvare l’uomo pastore e il suo lavoro: innanzitutto il patrimonio di biodiversità rappresentato da decine e decine di razze ovine differenti. Non c’è solo la rustica pecora Sarda, c’è la pecora Sopravissana dall’ottima lana, la pecora Comisana con la caratteristica testa rossa o quella Massese dall’insolito manto nero e grande produttrice di latte, e tante altre le cui consistenze sono ridotte talvolta a pochi esemplari. Un patrimonio di biodiversità il cui futuro è minacciato da un concreto rischio di estinzione.
Una volta si diceva che il problema dei pastori erano i lupi. Questa minaccia è sempre presente, in molte aree del Paese, anzi si è addirittura aggravata dal momento che il numero di lupi negli ultimi trent’anni è praticamente triplicato con centinaia di esemplari diffusi su tutta la catena appenninica ed alpina dove si ripetono i casi di aggressione a mandrie e greggi denunciati dai pastori tra i quali si è diffusa la paura.
Ma oggi, il vero problema dei pastori sono l’egoismo degli industriali trasformatori che remunerano un litro di latte meno di una tazzina di caffè al bar e l’assenza delle Istituzioni che stanno sottovalutando i gravi problemi degli allevamenti. Salvare la pastorizia significa garantire la presenza dell’uomo nelle aree interne e con essa il tradizionale trasferimento degli animali in alpeggio che oltre ad essere una risorsa fondamentale per l’economia montana, rappresenta anche un modo per valorizzare il territorio, salvandolo dal dissesto idrogeologico, e le tradizioni culturali che lo caratterizzano.

*Coldiretti


Ciò che vale merita di essere atteso…

giovedì 21 ottobre 2010
di Sabrina di Paola*

Con questo sentimento è iniziato il lungo cammino di preparazione della diocesi di Bari-Bitonto al grande appuntamento del 30 ottobre; un percorso iniziato il 25 aprile, in occasione Convegno diocesano unitario e che, passo dopo passo, ci vede ormai in trepida attesa delle ultime novità in prossimità dell’Incontro Nazionale.
Nello slogan, una promessa “C’è di +” solo nel Signore Gesù troveremo il “surplus”, ciò che da “sapore” e “luce” alla nostra vita che diventa impegno: “Diventiamo grandi insieme!”.
Come associazione diocesana abbiamo accolto questo invito che racchiude in sé un impegno “alto”, che interpella ciascuno e tutti: associazione, comunità parrocchiale, il nostro essere Chiesa. L’educazione di bambini, ragazzi e giovanissimi ci “sta a cuore” e accogliamo questa grande sfida, nella Chiesa e nel mondo, perché vogliamo continuare a spenderci e impegnarci per la cura educativa delle nuove generazioni, perché, come diceva Vittorio Bachelet: “educare alla vita di fede le generazioni che salgono è un programma sempre difficile: ma è un programma che per molti vale un vita”.
Tre i desideri che la nostra diocesi portava nel cuore, in vista del 30 ottobre: incontrare ciascun acierrino e giovanissimo affinché ognuno potesse avere l’occasione di accogliere l’invito e scegliere di vivere davvero da protagonista questo incontro; coinvolgere la comunità educante: genitori, assistenti, educatori, catechisti, soci; promuovere la bellezza dell’associazione invitando anche i “simpatizzanti”, coloro che non condividono questo percorso di crescita ma che quel giorno potrebbero scoprire che… “c’è di più”!
La macchina organizzativa è immediatamente partita attraverso il contatto diretto con le parrocchie nelle persone dei referenti parrocchiali, presidenti e assistenti. I manifesti hanno colorato le bacheche delle comunità e delle sedi associative, nel “Mese degli Incontri” gli educatori ACR hanno elaborato dei percorsi-festa vicariali ad hoc; il 12 giugno abbiamo vissuto l’Incontro Festa dei Giovanissimi assieme ai ragazzi di Terza media dell’ACR per favorire la continuità nel cammino di crescita. Diverse le esperienze dei campi-scuola estivi che sono stati visitati, come gli incontri nelle comunità parrocchiali che hanno pensato a dei momenti di presentazione dell’iniziativa… e ancora i Campi nazionali per Responsabili e ultima l’esperienza formativa estiva diocesana del “Campo dei Campi”, per gli educatori ACR, Giovanissimi, Giovani e Adulti…
Insomma davvero questa estate “c’è stato di più nella nostra vita”!
Il tutto allietato dalla musica e dalle parole dell’inno dell’Incontro Nazionale che ha fatto da colonna sonora a questo tempo di attesa, facendo riecheggiare nel cuore, nella mente e nei gesti, la grande scommessa che il 30 ottobre ci assumeremo, alla presenza del Santo Padre, scendendo come associazione in prima linea nell’impegno educativo per il prossimo decennio!
Speriamo che le decine di migliaia partecipanti facciano risuonare in Piazza San Pietro, Piazza del Popolo, Piazza di Siena e per le strade di Roma che…“C’è di più nel donare, c’è di più in un sorriso, c’è di più nell’AC, c’è la gioia di vivere e… c’è ancora di più”!

*Referente diocesana Bari-Bitonto

Per un’agenda di speranza

giovedì 14 ottobre 2010

Il contributo dell’Azione Cattolica in vista della 46° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

di Presidenza nazionale ACI

Nell’imminenza della 46a Settimana sociale dei cattolici italiani, l’Azione Cattolica, che già da tempo ha avviato la preparazione a tale importante e significativo evento ecclesiale, ribadisce la volontà di cogliere l’invito del Comitato scientifico-organizzatore a declinare il bene comune e la speranza a partire dal territorio, o meglio dai territori, e dalle questioni concrete che essi vivono e pongono.

L’Ac, del resto, aveva già scelto di dedicare l’anno associativo 2010-2011 proprio al tema del bene comune visto in questa ottica. Come affermava il Documento della XIII Assemblea, infatti, l’Azione Cattolica intende “…rilanciare la prospettiva del bene comune, posto al centro dell’ultima Settimana Sociale dei cattolici italiani e fondamentale per coniugare partecipazione democratica, vita delle istituzioni e responsabilità nei confronti delle nuove generazioni (…). La nostra associazione, in sintonia con i principi della Carta Costituzionale, vuole spendersi nelle città e nella storia per un mondo più umano e per questo manifesta un’attenzione costante a quel patrimonio unitario di valori irrinunciabili sul quale si edifica la convivenza (…), senza erigere barriere di emarginazione fondate su ragioni economiche e/o sociali. A tale scopo, esercitarsi nel fare sintesi fra la dimensione locale, nazionale e mondiale del bene comune diventa via privilegiata per un servizio costruttivo che si nutre di dialogo e discernimento. Ci impegniamo a letture attente delle fragilità e delle risorse del sistema sociale, con particolare riferimento ai temi dell’educazione, della famiglia, del lavoro, della coscienza civica, della legalità, della tematica ambientale, dei flussi migratori, della solidarietà, dell’accoglienza e dell’integrazione delle diversità sociali, culturali e religiose. Tutto questo nella consapevolezza che “la larghezza del visibile dipende dall’altezza dell’invisibile” e ci impegna ‘a scrivere parole di Vangelo nella carne della nostra vita con inchiostro indelebile e a scrivere parole di cultura cristiana nella città di tutti con gomma e matita’ (Doc. Assembleare n. 10.3).

In questo spirito, si è scelto di realizzare sedici incontri pubblici – uno per ogni regione ecclesiastica –, in cui toccare le problematiche emergenti del Paese nel concreto della molteplicità delle diverse realtà territoriali, accomunate, però, dall’appartenenza a un’unica nazione.
Questi appuntamenti, promossi dalla Presidenza nazionale in stretto legame con le Delegazioni regionali, hanno voluto essere un’occasione di dialogo con le realtà territoriali, un momento di discernimento e di confronto con la società civile e con le istituzioni e, al contempo, un apporto significativo per un’adeguata e diffusa preparazione della Settimana sociale. Si è così sviluppato un intenso dibattito su temi “caldi” quali educazione, scuola e università, istituzioni e cittadinanza responsabile, legalità e convivenza civile, tutela della famiglia e promozione della dignità della vita, etica dell’economia e mondo del lavoro, questione meridionale e federalismo solidale, immigrazione e integrazione, rinnovamento della politica e riforme istituzionali.
L’attenzione al bene comune e la preparazione alla Settimana sociale si sono sviluppate, però, anche a livello più diffusamente territoriale, ovvero diocesano e parrocchiale, attraverso una molteplicità di iniziative.

Tra gli eventi realizzati dall’Azione Cattolica in preparazione alla Settimana, accanto ai sedici appuntamenti citati, non vanno dimenticati quelli promossi dal Settore giovani dell’Azione Cattolica, in collaborazione con la FUCI, né l’attività dei movimenti e degli istituti culturali dell’associazione (in particolare, dell’Istituto “Vittorio Bachelet”), i numerosi articoli pubblicati su Segno, il mensile dell’Associazione, sul sito www.azionecattolica.it, nella rubrica Il fatto del giorno e sulla rivista Coscienza. Il numero 9/10 2010 di Segno, in particolare, contiene un dossier interamente dedicato alla Settimana sociale.

Non vanno dimenticati neppure due documenti ad hoc, preparati l’uno dal Settore giovani, dal Movimento studenti dell’Ac e dalla Fuci, e l’altro dal Movimento lavoratori dell’Ac. Si tratta di contributi non semplicemente di analisi, ma anche propositivi, che vengono da due realtà importanti per costruire un’agenda di speranza, ovvero dal mondo dei giovani e dei lavoratori.

Particolarmente rilevante, inoltre, è il messaggio “La vita quotidiana reclama risposte”, diffuso a settembre in occasione del Convegno Presidenti e Assistenti di Ac. In esso si invita il mondo politico a bandire risse, veleni e sospetti, per concentrare l’attenzione e l’impegno sui reali problemi del Paese, tra cui il lavoro e la crisi educativa. Non si è voluto soltanto, però, puntare il dito sulle difficoltà, ma anche, proprio come richiede lo spirito della Settimana, intravedere, anzi, “ostinatamente cercare la speranza, le speranze nei segni buoni dei territori, nelle donne e negli uomini di buona volontà che, nella costanza e nell’ombra, continuano a servire le persone e le città “nonostante” il terreno poco fertile”, continuando “ad accogliere il monito che Benedetto XVI ha lanciato già nel 2008 da Cagliari sull’urgenza di lavorare alla formazione di una nuova generazione di uomini e di donne credenti, capaci di assumere responsabilità pubbliche nella vita civile e dunque anche nella vita politica”.

L’Azione Cattolica intende poi offrire un ulteriore contributo di riflessione attraverso alcune novità editoriali.

La prima è costituta dal volume “Un Paese che spera. Parole chiave per il futuro dell’Italia”, a cura di Francesco Miano e Paolo Trionfini. Si tratta di un testo costruito a partire dall’esperienza vissuta dall’Azione cattolica italiana, da ottobre del 2009 ad aprile del 2010, attraverso sedici incontri pubblici.
Il volume, che ospita i contributi di Pierpaolo Forte, Sandro Calvani, Paolo Morozzo della Rocca, Vera Negri Zamagni, Francesco Gesualdi, Giuseppe Acocella, Francesco Pigliaru, Giuseppe Notarstefano, Augusto Magliocchetti, Silvia Angeletti, Gaetano Sabatini e Francesco Miano, propone, rivisti e ripensati per l’occasione, congrua parte dei contributi presentati nei diversi convegni. Esso, tuttavia, non si limita a una raccolta organizzata di materiali pur rilevanti ma, passando attraverso l’assise di Reggio Calabria, si proietta oltre gli appuntamenti che li hanno generati. A una lettura attenta, infatti, i saggi raccolti sono legati da un sottile ma tenace filo conduttore, che si riallaccia alla categoria del “bene comune”. Non si tratta, in ogni caso, di una sequenza di “buoni propositi” che possono riempire l’agenda ancora vuota del Paese, quanto piuttosto di provocazioni attraverso le quali declinare le emergenze rilevanti, affrontate nell’ottica del “bene comune possibile”. In quest’ottica, si possono cogliere più fecondamente le sollecitazioni contenute nei saggi del volume, che rilanciano una prospettiva di impegno incarnata nel vivo dei processi che stanno attraversando il Paese.

La seconda proposta editoriale è rappresentata dal numero 3/2010 della rivista Dialoghi, che dedica un intero dossier, curato da Ilaria Vellani, al tema “Cattolici nell’Italia di oggi. 46a Settimana sociale”. Al suo interno sono presenti, oltre all’illustrazione del contributo dell’Ac all’evento ecclesiale (Franco Miano), alcune riflessioni sulla costruzione del bene comune come costruzione della giustizia (Ernst-Wolfgang Böckenförde); su impresa, mercato del lavoro e fiscalità, con particolare guardo alle politiche economiche per le nuove generazioni (Vera Negri Zamagni); sulla famiglia (Domenico Simeone); sulla scuola (Pierpaolo Triani); sull’università e la mobilità sociale (Giuseppe Tognon); sui flussi di immigrazione (Franco Pittau); su Eucaristia e vita pubblica (Sergio Passeri). Al di fuori del dossier viene inoltre pubblicato un interessante profilo di Toniolo (Mons. Domenico Sorrentino).

Tali novità vanno ad aggiungersi al libro “Tra storia e futuro” (Ed. Ave, 2010), di Ernesto Preziosi, che ripercorre, approfondendola, la storia delle Settimane sociali, a partire da quel lontano settembre 1907, data in cui i cattolici italiani si riunirono per la prima volta a Pistoia, aprendo una fortunata stagione di dialogo fecondo tra Chiesa italiana e questioni sociali, per proseguire con la ripresa del secondo dopoguerra e con quella negli anni ‘90. Il testo si conclude poi con una breve riflessione sul significato e sulle potenzialità che hanno questi appuntamenti, e quindi sull’apporto e sulla soggettività dei laici. Guardare alla storia delle Settimane, cioè, non è un semplice excursus, ma ha in sé anche un elemento di attualità, che chiede al laicato cristiano di individuare – in un quadro mutato – percorsi e strumenti utili a tradurre nella presente stagione il messaggio sociale della Chiesa.

L’Azione Cattolica ha dunque visto un impegno costante, che ha coinvolto l’associazione anche in modo capillare e diffuso, nello sforzo di contribuire alla maturazione di una sensibilità più viva da parte dei credenti per la vita del nostro Paese. A monte di questo impegno, valorizzare una scelta di metodo già sperimentata con successo dall’associazione: quella di lavorare in sinergia sui territori. A valle, invece, guardare all’orizzonte della Settimana sociale, per contribuire, con spirito di umiltà, ma anche senso di corresponsabilità, ad arricchire quell’agenda di speranza che si intende predisporre per favorire un futuro migliore per il nostro Paese.

Università e professioni. Sguardo sereno ma sincero

martedì 12 ottobre 2010
di Franco Miano

Il documento preparatorio della 46esima Settimana Sociale non si limita a parlare genericamente della necessità di «cominciare ad abbattere le barriere» che impediscono la mobilità sociale, favorendo quel «traffico dei talenti» che possa consentire, soprattutto ai giovani, di trovare la propria strada per concorrere a migliorare le condizioni di vita delle persone, delle famiglie, delle comunità.
Il Comitato scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, infatti, si spinge più a fondo, scegliendo di indicare con precisione alcuni specifici spazi in cui tale mobilità può, e forse deve, essere concretamente resa possibile. Ben consapevoli che molti altri possono essere gli esempi concreti a cui rinviare, gli estensori del documento hanno voluto fare lo sforzo di attirare l’attenzione su due snodi strategici da questo punto di vista per il futuro del Paese. Il primo di essi è stato individuato, opportunamente, nel sistema universitario. L’università rappresenta per sua stessa natura un luogo di possibile costruzione della speranza: speranza per tutti quegli studenti che ad essa chiedono di essere accompagnati nella maturazione del proprio itinerario di crescita culturale, nell’acquisizione di competenze da spendere nella vita e nel lavoro, nell’allargamento degli orizzonti e delle esperienze, nell’ingresso definitivo nella dimensione della cittadinanza responsabile. Speranza per coloro che nell’università decidono di spendersi per contribuire al sapere comune, attraverso la ricerca e l’insegnamento.
Un Paese che voglia favorire la mobilità sociale al proprio interno è un Paese che mette in condizione il mondo universitario di funzionare. Che investe sull’università come luogo privilegiato della mobilità sociale. E che per questo cerca le misure più giuste per consentire all’università di superare i limiti e le difficoltà che spesso ne condizionano le potenzialità. Misure non solo economiche (certamente necessarie!), ma anche culturali, di promozione del valore della conoscenza, della ricerca, della cultura, e anche amministrative e politiche, di regolamentazione dei processi di selezione e di controllo di coloro che nell’università sono chiamati ad operare, di riforma delle modalità di autogoverno delle singole università, di crescita della loro autonomia. Ma soprattutto, un Paese che vede nell’università un luogo strategico per il realizzarsi di una effettiva mobilità sociale è un Paese che si impegna a fondo per dare concreta realtà a quel diritto allo studio che è assicurato dalla nostra Costituzione. E che per questo non si spaventa di fronte alla necessità di investire tempo, risorse, persone, per rendere possibile a tutti di accedere all’insegnamento universitario a prescindere dalle condizioni economiche e culturali. A prescindere dalla terra in cui si è nati e cresciuti, sia essa al Nord o al Sud, grande città o piccolo paese di provincia, in Italia o all’estero, in Europa o nel Sud del mondo.
Non si tratta, del resto, di un compito che spetta solo alle istituzioni: quanto può essere fatto dalla società civile, dalle aziende pubbliche o private, dalle amministrazioni locali, per rendere meno difficoltosa l’esperienza delle centinaia di migliaia di studenti che per frequentare l’università sono costretti a spostarsi da una città all’altra, per alleviare lo sforzo delle famiglie che devono fare i conti con i costi del mantenimento agli studi dei propri figli, per rendere il percorso universitario un’esperienza di arricchimento umano a trecentosessanta gradi, per creare un reale incontro tra mondo universitario e mondo del lavoro? E quanto può essere fatto da tutti quegli stessi soggetti per aiutare il mondo universitario a farsi più permeabile alle istanze provenienti dalla realtà locale nella quale opera, più responsabile nell’offrire percorsi di studio adeguati al nostro tempo, più trasparente nel proprio modo di governarsi, più attento alle esigenze e alle aspettative dei propri studenti, delle loro famiglie, della società? Certo occorre capacità di scommettere sul futuro, occorre inventiva, sguardo lungo, senso di apertura e di solidarietà nei confronti delle generazioni che salgono.
Lo stesso coraggio, la stessa capacità di andare al di là degli schemi consolidati, di sciogliere i legacci che impediscono il movimento, del resto, occorrerà avere per poter incidere sull’altro nodo che il documento preparatorio individua come strategico per favorire la mobilità sociale nel nostro Paese, ossia l’area delle professioni. Anche in questo caso, si rende necessario innanzitutto uno sguardo sereno ma sincero alla realtà, per dire che se la società italiana vuole trovare in se stessa le forze per una effettiva mobilità deve mettere da parte privilegi consolidati, regole non scritte, complicità corporative, monopoli più o meno legittimi, per aprire veramente l’accesso e la possibilità di crescita nel mondo delle professioni a tutti, a prescindere da cognomi, provenienze, tradizioni, pregiudizi. Un percorso di crescita nella trasparenza del quale tutti siamo chiamati a farci corresponsabili.

*Questo articolo è pubblicato anche sul sito piuvoce.net. È stato scritto dal presidente nazionale dell’AC, Franco Miano, in qualità di “presidente” di uno dei cinque ambiti tematici (‘Slegare la mobilità’) della prossima Settimana sociale.