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	<title>Dialoghi.net &#187; Fatto del giorno</title>
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		<title>Il caso (caos?) rifiuti in Campania</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 07:34:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giuseppe Irace
<br/><br/>
Raccontare in poche battute la “storia” dei rifiuti in Campania è impresa ardua. Volutamente uso il termine “storia” e non “emergenza”: vi sembra che si possa usare il termine “emergenza” per una vicenda iniziata il 24 febbraio 1992 con la legge 225?
Allora provo a raccontare un po’ di fatti e di numeri, forse in ordine sparso, dando a ciascuno la possibilità di farsi la sua opinione.
Primo, l’attuale periodo di crisi non riguarda [...]]]></description>
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di Giuseppe Irace</p>
<p>Raccontare in poche battute la “storia” dei rifiuti in Campania è impresa ardua. Volutamente uso il termine “storia” e non “emergenza”: vi sembra che si possa usare il termine “emergenza” per una vicenda iniziata il 24 febbraio 1992 con la legge 225?<br />
Allora provo a raccontare un po’ di fatti e di numeri, forse in ordine sparso, dando a ciascuno la possibilità di farsi la sua opinione.<br />
Primo, l’attuale periodo di crisi non riguarda i cosiddetti rifiuti “speciali” prodotti da attività industriali, con il loro carico di pericolosità e con i problemi legati a traffici illeciti, rotte nord-sud, buche nelle campagne con ogni sorta di inquinanti ed ecomafie (anche se il problema si interseca laddove le discariche sono state riempite da questi e le popolazioni sono esasperate). Riguarda esclusivamente i volgari sacchetti dei rifiuti che ciascuno di noi produce a casa propria, quelli che in gergo tecnico si chiamano “rifiuti urbani e assimilati”.<br />
Veniamo ai primi numeri:<br />
Produzione giornaliera pro capite di rifiuti urbani: 1.46 kg<br />
Produzione annua pro capite di rifiuti: 533 kg<br />
Abitanti Regione Campania: 5.800.000<br />
Produzione rifiuti urbani tot.: 2.800.000 t/anno<br />
Questi è il totale di rifiuti da trattare in un anno in Campania!<br />
Facendo un’analisi della composizione qualitativa di questi rifiuti, volutamente semplificata, vediamo che circa un terzo è materiale secco riciclabile (carta, vetro, plastica, alluminio, ferro, legno,&#8230;). Un terzo è il cosiddetto umido (scarti di cibo e scarti di verde) recuperabile come compost, ammendante o addirittura anche metano. Infine, un altro terzo è materiale da smaltire non recuperabile.<br />
Un corretto ciclo dei rifiuti prevede che il materiale secco si ricicli in moderni impianti industriali, l’umido si recuperi in impianti di compostaggio o in impianti anaerobici (quelli che produco anche il gas) infine l’ultimo terzo vada in termovalorizzatori per il recupero energetico e le ceneri di scarto di questi vada in discarica.<br />
La Campania è ricca di impianti di riciclaggio della frazione secca, ma in più di 18 anni di cosiddetta emergenza non ha realizzato nessun impianto di trattamento della frazione umida e ha aperto il solo impianto di termovalorizzazione di Acerra che però funziona ad un terzo delle sue potenzialità (200.000 t/anno su 600.000 t/anno) e pertanto manda in discarica 1.500.000 t/anno.<br />
In Italia le leggi sui rifiuti prevedono che lo Stato si occupi di normare e programmare, le Regioni di pianificare, i Comuni riuniti in Ambiti Territoriali Ottimali di spazzare, raccogliere, trasportare, recuperare e smaltire, le Province di controllare.<br />
In Campania lo Stato nazionale, visto lo stato di emergenza, ha gestito la gran parte del ciclo in maniera unitaria dando a dei Commissari dei poteri straordinari. Nel ruolo di Commissario negli anni si sono alternati i Presidenti della Regione (Rastrelli, Losco e Bassolino), i prefetti Catenacci e Pansa e il Capo della protezione civile Bertolaso, tutti però rispondevano direttamente al Governo nazionale.<br />
Un altro dato che è importante far conoscere è che in Campania non si è geneticamente incapaci di differenziare i rifiuti. I cittadini semmai non sempre sono in grado di scegliere amministratori capaci (ma questa è un’altra emergenza!!!), infatti in Campania quasi la metà dei Comuni fa un’ottima raccolta differenziata a livello delle migliori esperienze del nord e anche volendo restringere il campo alla sola provincia di Napoli, che sicuramente costituisce il nodo più problematico, su 91 comuni più della metà supera il 30% di raccolta differenziata e di questi 25 superano il 50% con punte che raggiungono quasi il 70% , sobbarcandosi costi enormi perché, non essendoci impianti per l’umido, questo va trasportato ad impianti fuori Regione. E se comuni contermini &#8211; Monte di Procida (65%) e Bacoli (15%) o Grumo Nevano (60%) e Melito (5%) e potrei fare tanti altri esempi &#8211; hanno prestazioni completamente differenti certo non possiamo dire che è colpa dei cromosomi dei cittadini. Poi c’è il gravissimo problema della città di Napoli dove non si è mai riusciti ad organizzare una raccolta dei rifiuti che abbia raggiunto il 20% di differenziazione.<br />
Quello che non manca è il personale grazie ad una gestione clientelare dell’emergenza infatti, mentre  la media nazionale degli addetti al ciclo dei rifiuti è di circa 1 addetto ogni 1000 abitanti, in Campania è di 1 ogni 500 e a Napoli di 1 ogni 300, se non si fermano tra poco arriveremo all’affidamento familiare dello spazzino!<br />
In merito alle competenze, diversamente a quanto avviene nel resto d’Italia, una Legge Regionale nel 2008 (votata da entrambi gli schieramenti), frettolosa, inadeguata a risolvere il problema e che anzi ne ha inasprito la gravità, affida i compiti di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti non ai Comuni ma alle Province. Questa legge ha sollevato moti dubbi di costituzionalità ed alcuni ricorsi alla Corte costituzionale, tra cui quello delle Province e quello del Ministro per gli affari Regionali, Fitto. Ma, colpo di scena, il Governo nazionale con D. L. 195 del 30.12.2009: Cessazione dello Stato di Emergenza adotta questa cosiddetta “provincializzazione” con legge nazionale. E nel decretare che l’emergenza rifiuti in Campania è finita (a dire il vero Berlusconi questa fine l’ha annunciata diverse volte!) ha anche individuato 8 nuove discariche dove poter conferire i rifiuti, nel mentre si fosse provveduto a realizzare gli impianti. Il risultato è che alcuni di questi siti sono ormai pressoché saturi altri non si sono mai aperti per le proteste dei cittadini (e con il Decreto alla firma del Presidente della Repubblica in queste ore pare che non si apriranno mai e sembrerebbe anche che non si individuano siti alternativi).<br />
Alla fine della fiera, spazio in discarica non ce ne più, nessuno parla di realizzare impianti per trattare la frazione umida, così da risolvere un terzo dei problemi, ci si bisticcia su chi deve realizzare il termovalorizzatore a Salerno se il Presidente della Regione o il Presidente della Provincia (vedi il cosiddetto caso Carfagna), le province non sono pronte a gestire il ciclo, dei cattivi amministratori locali potrebbero risolvere almeno il 60% del problema con una corretta raccolta differenziata e non lo fanno, i rifiuti forse dovranno essere esportati con costi enormi a carico dei cittadini campani e i cumuli di rifiuti crescono giorno dopo giorno.<br />
Forse è vero una malattia genetica c’è, e i cittadini napoletani devono con urgenza iniziare a cercarne la cura, anche se i benefici si dovessero avere tra decenni: riappropriarsi della cosa pubblica, occuparsi di politica, vivere una cittadinanza attiva, non votare i maniera clientelare o per appartenenza fideistica ad uno schieramento, chiedere conto agli amministratori del loro operato e tutto questo prima che sia troppo tardi, prima che la speranza cessi definitivamente di abitare in questi luoghi prima che l’unica soluzione sia andar via. Nel frattempo, a trentanni dal terremoto del 1980, il grido di allora “fate presto” deve diventare “facciamo presto” è l’ora, finalmente, di raccogliere l’invito ai napoletani di Giovanni Paolo II: in questo territorio bisogna “organizzare la speranza”.</p>
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		<title>Luce del mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 09:38:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabio Zavattaro
<br/><br/>
C’è una frase, nella quarta di copertina del libro intervista di Papa Benedetto con il giornalista tedesco Peter Seewald, Luce del mondo, da cui mi piace iniziare: «non siamo un centro di produzione, non siamo un’impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella fede. Il nostro compito non è creare un prodotto o avere successo nelle vendite. Il nostro compito è vivere esemplarmente la fede, annunciarla». C’è tutto Ratzinger, e la sua idea di Chiesa, in questa espressione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Fabio Zavattaro</p>
<p>C’è una frase, nella quarta di copertina del libro intervista di Papa Benedetto con il giornalista tedesco Peter Seewald, <em>Luce del mondo</em>,  da cui mi piace iniziare: «non siamo un centro di produzione, non siamo  un’impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di  persone che vive nella fede. Il nostro compito non è creare un prodotto  o avere successo nelle vendite. Il nostro compito è vivere  esemplarmente la fede, annunciarla». C’è tutto Ratzinger, e la sua idea  di Chiesa, in questa espressione, il Papa che sa distinguere il peccato  dal peccatore, che sa accogliere nel dialogo laici e credenti di altre  fedi; soprattutto il Papa che si affida totalmente a Dio, come nel  giorno della sua elezione quando si rivolse al Signore, racconta, con  queste parole: «Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è  tua. Tu mi devi condurre! Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto,  ora devi anche aiutarmi».<br />
C’è il Ratzinger privato che ama la musica, che festeggia onomastici e  compleanni insieme alla famiglia pontificia, che guarda il notiziario  alla tv, e qualche film. Il Papa che ricorda le parole di Giovanni Paolo  II quando, avvicinandosi il suo 75mo compleanno, il limite di età in  cui i cardinali e i vescovi rassegnano le dimissioni, gli disse: non è  nemmeno necessario che lei scriva la lettera, perché io la voglio con me  sino alla fine. E così è stato fino a quella sera, vigilia della morte  di Wojtyla, quando, tornando da Subiaco, dove era stato a tenere una  conferenza sull’Europa, Ratzinger sale nell’appartamento del Papa: «ci  siamo lasciati stringendoci le mani con affetto, nella consapevolezza  che sarebbe stato il nostro ultimo incontro».<br />
E c’è, nel libro intervista, il Ratzinger pubblico, il Papa che affronta  i gradi temi, i problemi e le questioni spinose. Come la questione  dell’infallibilità del Papa. Risponde: «in determinate circostanze e a  determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni vincolanti grazie  alle quali diviene chiaro cosa è la fede della Chiesa e cosa non è. Ma  non produce di continuo infallibilità il Papa: normalmente il vescovo di  Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria  fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa». Come dire, anche un Papa può  sbagliare. E lo dice chiaramente quando affronta il tema del dialogo  con l’Islam e il suo discorso all’università di Ratisbona, nel 2006:  «avevo concepito quel discorso come una lezione strettamente accademica,  senza rendermi conto che il discorso di un Papa non viene considerato  dal punto di vista accademico, ma da quello politico. Da una prospettiva  politica non si considerò il discorso prestando attenzione ai  particolari; fu invece estrapolato un passo e dato ad esso un  significato politico, che in realtà non aveva». Da quell’episodio sono  nati passi positivi nel dialogo ed è risultato chiaro che l’Islam nel  dibattito pubblico «deve chiarire due questioni: quelle del suo rapporto  con la violenza e con la ragione».<br />
C’è poi il caso del vescovo lefebvriano negazionista Williamson, cui  tolse la scomunica nel gennaio del 2009. Il Papa confessa che se fosse  stato a conoscenza delle sue affermazioni, non avrebbe firmato la  revoca, «si sarebbe innanzitutto dovuto separare il caso Williamson  dagli altri, ma purtroppo &#8211; ammette il Papa &#8211; nessuno di noi ha guardato  su internet e preso coscienza di chi si trattava». «Purtroppo non lo  avevamo previsto», ed è «un episodio particolarmente doloroso», ma ha  anche messo in evidenza come ci sia «un’animosità pronta a esplodere,  che attende solo che queste cose accadano per poi colpire con  precisione».<br />
Tra i tanti temi affrontati, torna la questione del profilattico e del  suo utilizzo per arginare la diffusione dell’Aids, in primo piano nel  viaggio che ha portato il Papa in Cameroun. Un tema che, in seguito a  un’anticipazione di stampa, tanto ha fatto discutere soprattutto per una  diversità di formulazione tra la stesura in tedesco e la traduzione in  italiano – padre Federico Lombardi ha successivamente precisato che non  si tratta di discutere su prostituto o prostituta, ma la riflessione  deve incentrarsi sul fatto che l’utilizzo del profilattico sia un primo  atto di responsabilità, un primo passo sulla strada verso una sessualità  più umana. Papa Ratzinger afferma che bisogna fare molto di più e che  non si risolve il problema Aids con l’uso del profilattico: concentrarsi  solo su questo significa «banalizzare la sessualità, e questa  banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e  tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro  amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé».<br />
Altro tema difficile, l’omosessualità; il Papa afferma che è «una grande  prova» di fronte alla quale una persona può trovarsi, «così come una  persona può dovere sopportare altre prove». Ma «non per questo diviene  moralmente giusta». Ancora, la pedofilia: «purtroppo abbiamo affrontato  la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche  modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei  punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per  essere sicuri che le accuse avessero un fondamento».<br />
Poi di «sfida particolarmente urgente» a proposito della situazione di  un sacerdote che vive con una donna. Dice il Papa: «si deve esaminare se  esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un   buon matrimonio. Se così fosse, dovranno imboccare quella strada. Se  invece si trattasse di una caduta della volontà morale, senza un  autentico legame interiore, sarà necessario trovare vie di risanamento  per lui e per lei». Il problema di fondo, afferma ancora il Papa, è la  sincerità: «tutto quello che è menzogna e occultamento, non deve  essere».<br />
Leggendo questo libro ritroviamo pagina dopo pagina l’umile lavoratore  nella vigna del Signore, il Papa che invita a guardare all’essenziale e a  rinunciare al superfluo; che ricorda come la vera conversione – sono le  parole della celebrazione al Concistoro per la nomina di 24 nuovi  cardinali – si realizza pienamente quando l’uomo «rinuncia a voler  salvare Gesù e accetta di essere salvato da lui. Rinuncia a voler  salvare Gesù dalla croce e accetta di essere salvato dalla sua croce».  Il suo è un ministero ecclesiale che è «sempre risposta ad una  chiamata», mai «frutto di un proprio progetto o di una propria  ambizione». Nella Chiesa, ricordava, «tutti sono invitati, tutti sono  raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è anche la nostra  sicurezza».</p>
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		<title>23 Novembre 1980 ore 19,34</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Nov 2010 07:52:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanna Accomando
<br/><br/>
Una domenica come le altre ma con un caldo insolito per il mese di novembre dalle nostre parti. La mattina in chiesa per la celebrazione, il pomeriggio riunione dei giovani di AC, come si era soliti fare, e poi una passeggiata in piazza con gli amici del gruppo prima di tornare a casa. In cielo una luna piena, rosso fuoco, di quelle che è difficile dimenticare e un vento che sembrava sradicare gli alberi, poi, all’improvviso un forte boato, la terra si apre sotto i piedi ed è buio fitto. Di corsa tra le urla e l’oscurità della sera, la polvere e le prime pietre cadute, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Giovanna Accomando</p>
<p>Una domenica come le altre ma con un caldo insolito per il mese di  novembre dalle nostre parti. La mattina in chiesa per la celebrazione,  il pomeriggio riunione dei giovani di AC, come si era soliti fare, e poi  una passeggiata in piazza con gli amici del gruppo prima di tornare a  casa. In cielo una luna piena, rosso fuoco, di quelle che è difficile  dimenticare e un vento che sembrava sradicare gli alberi, poi,  all’improvviso un forte boato, la terra si apre sotto i piedi ed è buio  fitto. Di corsa tra le urla e l’oscurità della sera, la polvere e le  prime pietre cadute, si cerca la strada di casa, senza sapere che la  casa non c’è più.<br />
Si rimane attoniti, forse si ha paura di fare i conti con la realtà, ma  la verità è lì, la vedi: la tua casa un cumulo di macerie tra le altre.  Vorresti piangere, scappare via per trovare un posto sicuro, per evitare  altri pericoli, ma ti accorgi che sotto le pietre c’è qualcuno, tanti,  che gridano aiuto. C’è disorientamento, si cerca di capire intorno cosa  sia successo, si cercano informazioni di persone che in quel momento non  sono lì, e scopri che poco lontano da te non ci sono solo case cadute o  edifici in ginocchio ma anche bambini, giovani, anziani che non  rivedrai mai più. Cominci a scavare, si continuano a pronunciare nomi,  togli qualche pietra e riconosci ciò che ti appartiene, i tuoi ricordi  sono cancellati per sempre, gli affetti più cari scomparsi, in alcuni  casi famiglie intere distrutte. Le voci, le urla le grida di aiuto: Un  minuto e 20 secondi interminabili che hanno segnato per sempre la tua  vita e la storia di interi paesi dell’Irpinia e della Basilicata.<br />
Agli occhi dei primi soccorritori una scena agghiacciante: sull’asfalto  sedevano i tetti delle case, palazzi inghiottiti per sempre, interi  paesi rasi al suolo, l’ospedale di Sant’Angelo ridotto in polvere, tante  le chiese rimaste chiuse per anni; altre demolite nel tempo. Le ferite e  i segni di quella scossa, a distanza ormai di 30 anni non sono stati  dimenticati, anzi il ricordo è più che mai vivo e né il tempo, né la  storia potrà mai cancellare.<br />
Passa qualche giorno, cominciano a cadere anche i primi fiocchi di neve  (quell’anno cade la neve anche a bassa quota) che coprono di bianco le  pietre e i corpi inermi. Il disagio è maggiore, le strade sono  impercorribili, i soccorsi più difficili, ma senza sosta si continua a  scavare per ore, per giorni, con la speranza di trovare qualcuno ancora  in vita. Non c’è acqua né cibo, il freddo è pungente e non ci sono  coperte, manca anche il necessario almeno per coprirsi. Tutto sembra  finito, i progetti, i sogni infranti, i sacrifici di una vita ridotti in  polvere. Le tue sicurezze non ci sono più. La tua vita è cambiata per  sempre. Ti guardi intorno e vedi solo rovine, case distrutte; persone  che avevi accanto ogni giorno sono andate via per sempre o hanno trovato  una sistemazione migliore da parenti o amici in paesi e città lontane.  La comunità, la parrocchia, il paese non esiste più. Quel poco che è  rimasto di ciascuno diventa ricchezza per tutti. Nessuno ti è estraneo.<br />
Comincia una grande gara di solidarietà. Arrivano in paese volti nuovi, i  primi soccorsi, persone mai viste prima ti offrono coperte, cibo, il  necessario per sopravvivere. È il momento del cuore: della generosità,  della commozione ma soprattutto della presenza. Si ricomincia, ma non da  soli. La fase di emergenza passa ma la solidarietà non finisce. <em>Accanto alle case occorre ricostruire la comunità umana, ridare speranza.</em> È questo il grido di aiuto del vescovo di allora e dei parroci. Nascerà un<em> gemellaggio</em> fra le comunità cristiane dei singoli paesi colpiti dal sisma e le  varie diocesi italiane tramite la Caritas italiana. L’esperienza del  sisma ci fa riscoprire il valore grande della comunione e la ricchezza  della vocazione cristiana. La diversità diventa ricchezza, gli  sconosciuti diventano prossimo.<br />
Comincia un alternarsi di persone che per alcuni anni ti sono accanto e  come te vivono il disagio, condividono prima le tende, le roulotte, la  baracca, successivamente il prefabbricato “bollente” d’estate e “gelido”  d’inverno. Sono sacerdoti, laici e suore che donano una parola di  speranza a chi ha perso gli affetti più cari, la compagnia a persone  anziane che dopo una vita di sacrifici si ritrovano sole con la loro  solitudine; vanno di baracca in baracca a prendere i piccoli per il  doposcuola o per momenti di svago; si organizzano giochi, si prega  insieme; giovani tra i coetanei del posto che si inventano di tutto per  farti passare qualche ora serena, che ti offrono la loro amicizia e il  loro affetto per alleviare il dolore di quelli perduti per sempre.  Piccoli gesti che ti danno la forza di ricominciare. Nasce un’esperienza  unica e nuova di amicizia, di solidarietà che oggi a trent’anni dura  ancora: ti appartengono perché hanno scritto con te una parte della tua  storia, hanno percorso con te un tratto di strada. Con qualcuno c’è un  appuntamento annuale, con altri ci sono incontri sporadici o colloqui  telefonici, di molti ricordi solo i nomi, ma tutti li porti nel cuore.<br />
Mentre in questi giorni si moltiplicano le iniziative di commemorazione,  si scrivono fiumi di inchiostro su quella tragedia, come in un film si  rivivono quei giorni e passano davanti i momenti più significativi  vissuti e i tanti volti incontrati. Ciascuno con la sua storia, la sua  esperienza di fede, ma tutti accomunati dal desiderio di bene e di  generosità. Ora quei giovani hanno costruito una nuova famiglia, sono  professionisti, i seminaristi diventati sacerdoti, qualche prete eletto  vescovo ma per te sono e rimarranno sempre<em> i gemellanti </em>che a  turno ogni settimana o due si sono alternati per condividere il dolore  della prima ora e le gioie della rinascita, delle case ricostruite,  delle chiese riaperte.<br />
La gratitudine è immensa. Al di là della vicinanza insieme abbiamo  riscoperto le ragioni e i valori del ricostruire prima di tutto noi  stessi, gli equilibri sociali. L’esperienza del gemellaggio ci ha  aiutato a mantenere salda la nostra fede anzi a rinvigorirla quando  sembrava perduta per sempre. Le parole non riescono ad esprimere quanto  di grande e bello abbiamo ricevuto e costruito. A tal proposito mi piace  ricordare il mio parroco don Raffaele Aquino, ormai deceduto, che  nell’anniversario del primo anno dal terremoto così scriveva al vescovo  di Senigallia: «<em>È con animo commosso che Le scrivo queste righe per  esprimere i sinceri profondi sentimenti di gratitudine e soddisfazione  per tutto il paterno, pastorale, affettuoso bene spirituale che ha  profuso qui, le persone, i pensieri rimarranno impressi nel mio cuore e  di tutto il paese a stimolo e conforto nel riprendere il nostro sofferto  cammino di fede, di speranza, di amore in comunione con Dio e fra di  noi. A me si unisce il coro unanime di tutta la comunità che è rimasta  edificata dalla vostra partecipazione alla vita di tutti. Grazie  veramente grazie, profondamente grazie</em>».
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		<title>Uniti, contro le mafie</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Nov 2010 16:48:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Umberto Ronga
<br/><br/>
Che l’antimafia divida non è la prima volta che accade. Basti rispolverare alcune delle pagine più dense della letteratura giuridica e storica non solo italiana, o ripercorrere alcune delle immagini più delicate della cronaca del nostro paese, per rinvenirne di antichi e spesso mai sedati conflitti. Politica, magistratura, giornalismo di inchiesta. E ancora Chiesa, scuola, università, società civile organizzata: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Umberto Ronga</p>
<p>Che l’antimafia divida non è la prima volta che accade. Basti rispolverare alcune delle pagine più dense della letteratura giuridica e storica non solo italiana, o ripercorrere alcune delle immagini più delicate della cronaca del nostro paese, per rinvenirne di antichi e spesso mai sedati conflitti. Politica, magistratura, giornalismo di inchiesta. E ancora Chiesa, scuola, università, società civile organizzata: troppo spesso sono in conflitto su questi temi. Eppure sono (e siamo) tutti interpellati nella lotta al crimine organizzato.<br />
Tuttavia proviamo a fare un passo indietro. A sgombrare il campo dalle polemiche contingenti e a riflettere, per una volta, con calma. Alcuni nomi potranno aiutarci in questa operazione. Quelli di politici, come Pio la Torre o Angelo Vassallo; di magistrati, come Paolo Borsellino o Rosario Livatino; di giornalisti, come Giancarlo Siani o Peppino Impastato; di preti, come don Pino Puglisi o don Peppino Diana; e di tantissimi altri. Uomini diversi. Diversi gli incarichi. Diverse le responsabilità cui erano preposti. Eppure tutti, ma proprio tutti, irriducibili amanti della verità. Riflettere intorno a questa, che potrebbe divenire un’interminabile elencazione di uomini perbene, può condurci a comprendere il senso di una causa che unisce. La natura di un impegno che vola alto sopra ogni interesse di parte, per consegnare alla giustizia di questo paese una “goccia di splendore, di umanità, di verità”.<br />
Questo è il tentativo di dimostrare che lo Stato ci unisce. Senza alcuna retorica o generalizzazione. Ma davvero oltre i colori di una parte. La testimonianza del lavoro quotidiano di quanti, spesso in silenzio, conducono la propria “buona battaglia” al servizio dello Stato, dovrebbe destarci dal torpore delle polemiche più recenti per invitarci a riflettere, insieme, intorno a ciò che ci unisce. Intorno a ciò che ci vede impegnati al servizio della legalità, della pace, della giustizia.Ciascuno nei propri percorsi. Ciascuno nei propri ambiti di impegno. Ciascuno facendo il proprio dovere. Uniti per il bene, contro il male delle mafie.<br />
In questo senso l’arresto del boss della camorra casalese Antonio Iovine è una straordinaria vittoria dello Stato. Delle forze dell’ordine e dei magistrati che ne hanno guidato le indagini e assicurato la cattura. Di quelle istituzioni politiche che ne hanno sostenuto concretamente le operazioni. Di quanti, scrittori e giornalisti coraggiosi, ne hanno denunciato l’esistenza e sensibilizzato l’attenzione nazionale e internazionale. Di quanti, tra cittadini comuni, ne hanno favorito l’individuazione, collaborando con le istituzioni, rompendo i muri del silenzio, della paura, dell’omertà. Ma perché lo Stato continui ad unirci sotto l’unico nome della legalità e della convivenza civile è necessario che ciascuno, a cominciare da quanti ricoprono i più alti incarichi di responsabilità, si adoperi nella denuncia ferma di quelle frange, di quei pezzi, di quei nomi che ancora inquinano le istituzioni dal di dentro, mortificando il cuore dello Stato repubblicano e l’immagine della nostra nazione. Non si tratta di gettare discredito su questa o quella parte. Ma, al contrario, si tratta di rompere gli schemi, oramai stanchi, di certi linguaggi politicamente corretti, per restituire al paese la determinazione di un impegno autentico, trasversale. Che incoraggia chi denuncia. Che isola chi delinque. Che si unisce al grido di giustizia che vive tra le gente.<br />
E allora nessuno si consideri esente dal dovere e dal potere di fare fino in fondo la propria parte per contribuire a colmare quella “fame e sete di giustizia” che si alimenta intorno a noi. E che questa vicenda ci insegni, tra l’altro, che un arresto eccellente non è un tema che può dividere. Ma bensì un risultato da condividere e valorizzare come monito a camminare uniti con ancora maggiore determinazione lungo le strade della giustizia.
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		<title>Nessuno dimentichi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Nov 2010 11:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Laura Organte*
<br/><br/>
L’acqua si è ormai ritirata da Casalserugo. Ammassati lungo le strade, divani impregnati di fango, mobili sconquassati, elettrodomestici ormai inservibili, sacchi della spazzatura pieni di tutte quelle cose che hanno fatto parte della vita di tante persone, raccontano meglio dei numeri e delle parole il bilancio di un disastro. C’è chi ha perso tutto nella notte tra l’1 e il 2 novembre in cui il canale Roncajette, rotti gli argini, [...]]]></description>
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<em>di Laura Organte*</em><br />
L’acqua si è ormai ritirata da Casalserugo. Ammassati lungo le strade,  divani impregnati di fango, mobili sconquassati, elettrodomestici ormai  inservibili, sacchi della spazzatura pieni di tutte quelle cose che  hanno fatto parte della vita di tante persone, raccontano meglio dei  numeri e delle parole il bilancio di un disastro. C’è chi ha perso tutto  nella notte tra l’1 e il 2 novembre in cui il canale Roncajette, rotti  gli argini, ha riversato le sue acque fino al centro della città.  Accanto ai drammi della popolazione ci sono anche altre storie da  raccontare.<br />
Sono storie di solidarietà e di fratellanza. «Ci siamo mobilitati subito  con un gruppo di persone – racconta il cappellano, don Xavier Morillo.  In poco tempo ci siamo trovati a ospitare per i pasti i vigili del fuoco  e la protezione civile, e preparare da mangiare per gli sfollati  ospitati nella palestra di Maserà. Ma le esigenze sono diverse di giorno  in giorno, e così ogni mattina affrontiamo tutti insieme una situazione  nuova».<br />
La canonica, nei giorni del post alluvione, è un via vai di gente che  porta scatoloni di generi alimentari e prodotti per la pulizia, persone  che arrivano offrendo la loro disponibilità, gruppi di ragazzi che,  armati di stivali di gomma, secchi e detersivi, partono alla volta di  chi ha bisogno, diretti dall’instancabile responsabile, Paola Canesso,  che nonostante non abbia un attimo di tregua non perde mai il suo  sorriso e la sua energia. «Stiamo già pensando al dopo – racconta Paola –  ci piacerebbe organizzare degli incontri informativi con tecnici ed  esperti per insegnare alla gente come risanare le case e recuperare orti  e terreni ».<br />
Tra i volontari ci sono anche tanti giovani che passano di casa in casa  offrendo il proprio aiuto, tra loro anche quelli dell’Azione cattolica  vicariale, che hanno scelto di rimandare l’apertura delle loro attività  per dare il proprio contributo. «Tra questi ragazzi e le famiglie si  creano momenti di comunione che lasceranno il segno – commenta Walter  Francescon dell’Azione cattolica parrocchiale. Io stesso ho avuto la  possibilità di ospitare una famiglia nella mia casa e credo che questi  eventi rappresentino una grande occasione di crescita per le comunità».<br />
Strette attorno alla parrocchia di Casalserugo, le quindici parrocchie  del vicariato di Maserà hanno subito messo in moto la rete di  solidarietà che da un anno a questa parte si è andata costituendo  attraverso la Caritas vicariale: «Le provviste alimentari raccolte il 25  settembre durante la giornata della colletta alimentare si sono  rivelate provvidenziali nell’immediato – racconta il responsabile  Claudio Borsetto – Con un semplice appello siamo riusciti a reperire  talmente tanti volontari che abbiamo dovuto mettere molti in attesa.  Qualcuno ha persino trovato un’idrovora per il comune di Bovolenta che  ne aveva urgente bisogno». A preoccupare è però soprattutto il dopo:  «Adesso si pensa alle urgenze, ma abbiamo di fronte un periodo lungo e  difficile – avverte il vicario don Carlo Daniele – bisogna distribuire  con oculatezza energie e risorse». Gli fa eco il diacono Ferdinando  Menegazzo: «Il grosso del nostro lavoro avverrà nelle prossime settimane  quando dovremo stare accanto agli sfollati che, rientrati nelle proprie  case, dovranno compilare i moduli per il risarcimento, ricomprare  mobili e oggetti di uso quotidiano e far fronte a tante difficoltà.  Penso soprattutto agli anziani».<br />
Gli sfollati sono stati 400, un decimo del totale, ospitati presso il  centro sportivo di Maserà e il centro anziani di Albignasego. «Si è  creata una rete di solidarietà territoriale che ha coinvolto tutti –  racconta il sindaco Elisa Venturini – dalle parrocchie ai comuni  limitrofi, dalle associazioni ai singoli cittadini. Una mobilitazione  così ampia aiuta a guardare al futuro con fiducia». Intanto iniziano le  prime stime dei danni. «Per quanto riguarda edifici pubblici e  infrastrutture per ora siamo intorno ai 18 milioni di euro – continua il  sindaco – siamo fiduciosi che lo Stato ci riconosca quanto ci spetta, i  nostri concittadini non sono diversi dai terremotati dell’Aquila».</p>
<p><em>*Laura Organte è giornalista del settimanale diocesano di Padova “La Difesa del popolo” (<a title="www.difesapopolo.it" href="http://www.difesapopolo.it/">www.difesapopolo.it</a>) </em>
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		<title>Chiamati a servire il bene di tutti</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 08:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Iasevoli
<br/><br/>
Sono arrivati in più di trecento da tutta Italia. Amministratori locali provenienti dalle fila dell’associazione, collocati da sinistra a destra, passando per il centro. O non collocati affatto perché a disagio nei partiti. Convocati a Roma per il primo appuntamento del genere organizzato dall’Ac. Lo scopo lo spiega il presidente Franco Miano: «Riscoprire la comunione che ci lega, stimarci a vicenda, prometterci un impegno reciproco per lavorare insieme al bene delle città e delle persone». Ma non solo: partendo dai territori, l’associazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<em>di Marco Iasevoli</em><br />
Sono arrivati in più di trecento da tutta Italia. Amministratori locali  provenienti dalle fila dell’associazione, collocati da sinistra a  destra, passando per il centro. O non collocati affatto perché a disagio  nei partiti. Convocati a Roma per il primo appuntamento del genere  organizzato dall’Ac. Lo scopo lo spiega il presidente Franco Miano:  «Riscoprire la comunione che ci lega, stimarci a vicenda, prometterci un  impegno reciproco per lavorare insieme al bene delle città e delle  persone». Ma non solo: partendo dai territori, l’associazione vuole  avviare un dialogo con i politici «per rispondere in modo concreto agli  appelli del papa e del cardinale Bagnasco per rinnovare e qualificare la  presenza dei credenti in politica».<br />
La maggior parte del tempo se n’è andata per ascoltare le esperienze, le  scelte e le sofferenze dei partecipanti. Ma l’appello che non ti  aspetti viene da politici di lungo corso come Beatrice Draghetti e  Franco Antoci &#8211; presidenti delle province di Bologna e Ragusa -, o da  “new entry” come il consigliere regionale della Lombardia Fabio Pizzul,  da sindaci e assessori delle grandi e piccole città. Persone adulte e  vaccinate, con una lunga storia nell’associazionismo cattolico, che  magari hanno già alle spalle incarichi in circoscrizioni, comuni,  province, regioni (qualcuno ha passato più di una stagione nei palazzi  romani). Eppure vogliono confessare una fragilità: hanno scelto il  servizio politico «come naturale conseguenza della formazione  cristiana», ma in questo momento, «di fronte a tanta confusione e  divisione», chiedono alla Chiesa e all’Ac di «stare accanto». Senza  ambiguità, senza collateralismi. Più o meno «come si fa in famiglia».<br />
Parlano, soprattutto si raccontano. Fanno riferimento ai ripetuti  appelli di Benedetto XVI e del cardinale Bagnasco perché parrocchie e  diocesi formino «una nuova generazione di laici» impegnati in politica,  perché chi è già sul campo superi gli steccati delle appartenenze  riconoscendosi in uno stile di autentico servizio e nei valori  essenziali: la dignità della persona, la vita, la famiglia, il lavoro,  la legalità e la lotta alle mafie, la moralità nella sfera pubblica.<br />
Una particolare attenzione è rivolta alla scuola. Beatrice Draghetti,  presidente della provincia di Bologna ed ex responsabile nazionale  dell’Acr: «Investiamo sul sapere, basta con il dibattito stucchevole tra  scuola pubblica e privata». Tanto sui contenuti quanto sullo stile si  intravede un compito specifico dei politici credenti: bonificare le  relazioni, svelenire i conflitti, cercare ciò che unisce. «La Chiesa e  l’Ac – riprende Fabio Pizzul, da pochi mesi consigliere regionale del Pd  lombardo – possono assumersi il grande compito di educare a pensare»,  perché «è questa la premessa essenziale della partecipazione civica».  Tutti ammettono che in parrocchia e in diocesi hanno imparato a essere  corresponsabili, a interessarsi. E che questa palestra, in fondo, può  essere una marcia in più. «Sono in politica perché nelle nostre salette  ho ricevuto un input forte – racconta Franco Antoci, Udc, presidente  della provincia di Ragusa –. Diamo questa possibilità anche ai giovani,  rispolveriamo le scuole di formazione socio-politica, insegniamo a fare  la gavetta, educhiamo a non vivere la politica come un lavoro».<br />
Poi ci sono le voci delle città. Sindaci, assessori e consiglieri del  Nord, del Sud e del Centro che condividono l’affanno delle scarse  risorse e dei milleuno problemi (malavita, dissesto idrogeologico,  economia in panne&#8230;), ma che non rinunciano a portare più in là la  speranza. La parola d’ordine è «sussidiarietà», ma «quella vera»  specifica il giovane consigliere di Forlì-Cesena Gabriele Borghetti,  quella «che libera le potenzialità dei territori». Vietati i piagnistei,  essere «responsabili» &#8211; dice un primo cittadino siciliano &#8211; significa  anche cogliere «il bello e il buono dei tempi che viviamo». Soprattutto  per lanciare un segno ai giovani.<br />
Ecco, i giovani. Bagnasco e Benedetto XVI si rivolgono con speranza alle  nuove generazioni. E la loro richiesta è simile a quella dei “colleghi”  più navigati: avere «compagnia». «Se mi candidassi al comune di Napoli –  spiega Giuseppe Irace –, ci vogliono 4/5mila voti. Dovrò entrare nelle  dinamiche del consenso, qualcuno deve starmi accanto perché non ne resti  schiacciato». Una dimensione altra rispetto a quella di Lara Sammarini,  consigliera di Savignano sul Rubicone. Lei il passo già l’ha fatto, e  per entrare in Aula le sono bastati più o meno 150 voti. Ma anche nel  piccolo centro «cattolici di centrosinistra e di centrodestra sono  divisi», magari su questioni di poco conto. La realtà è anche questa, ci  sono le beghe, i dispettucci, le rivalità. Roba che potrebbe spaventare  Gianmaria, di Albenga, che l’anno prossimo vuole buttarsi nella  mischia. «Nient’affatto, ci voglio provare, mi pare che i tempi ci  chiedano qualcosa in più, uno scatto di generosità&#8230;».<br />
Ha chiuso i lavori monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di  Campobasso-Boiano e presidente della commissione Cei per i problemi  sociali e il lavoro. La sua lection ha messo a fuoco anche un suggestivo  parallelo tra celebrazione eucaristica e impegno: «Ho l’impressione che  il deficit di bene comune nasca forse da una debolezza con cui si  celebra l’eucarestia nelle comunità». Come celebro, ha concluso  Bregantini, «così vivo». Il vescovo, rintracciando analogie tra il tempo  attuale e quello in cui Paolo scrisse ai Romani, ha indicato alla fine  l’esempio di Angelo Vassallo, il primo cittadino di Pollica ucciso due  mesi fa. Parte un lungo applauso. L’oggi della politica non è solo a  tinte scure.
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		<title>Impegno e coerenza</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 15:02:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Franco Miano
<br/><br/>
C’è un paese reale cha fa fatica a tirare avanti, che vede sempre più venire meno la possibilità di avere un piccolo risparmio. Un paese che la crisi ha toccato in profondità costringendolo a fare sacrifici, rinunce. E poi c’è la politica, sempre più distante, lontana, presa com’è da polemiche che sono più il frutto di intrighi di palazzo che altro. Sempre più distante dalla gente, sempre più preoccupata di difendere piccoli privilegi o di nascondere colpe ed errori. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Franco Miano</p>
<p>C’è un paese reale cha fa fatica a tirare avanti, che vede sempre più  venire meno la possibilità di avere un piccolo risparmio. Un paese che  la crisi ha toccato in profondità costringendolo a fare sacrifici,  rinunce. E poi c’è la politica, sempre più distante, lontana, presa  com’è da polemiche che sono più il frutto di intrighi di palazzo che  altro. Sempre più distante dalla gente, sempre più preoccupata di  difendere piccoli privilegi o di nascondere colpe ed errori. Una  politica che non incide veramente nella vita del paese, che non sa  guardare più in là del proprio orticello: vi è una “caduta di qualità,  che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza  strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e  non solamente quelle della propria parte”. Parole che sono risuonate  nella prolusione del Cardinal Bagnasco all’assemblea dei vescovi  italiani svolta ad Assisi.</p>
<p>Da un lato vi è la preoccupazione che venga meno la fiducia nella classe  politica – la gente “fatalmente si ritira in se stessa”, ha ammonito il  presidente della Cei – e, dall’altro, che non sia vissuta come impegno  irrinunciabile quella unità dei cattolici in politica sui temi, sui  valori morali di fondo. Unità che non è costitutiva di una parte  precisa, ma è un’unità valoriale, alla base della quale ci sono appunto i  valori che riguardano la vita nella sua integrità, quali la famiglia,  la libertà religiosa e educativa. Questi, a loro volta, fanno crescere,  alimentano, garantiscono tutti quegli altri valori che costituiscono i  valori sociali, come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione  sociale.</p>
<p>Tornano alla mente altre parole pronunciate dal cardinale Bagnasco, e  cioè la necessità di un intreccio profondo tra ideali personali, valori  oggettivi e la vita vissuta, perché, ha sostenuto, “non è più tempo di  galleggiare”. Il rischio è “che il Paese si divida non tanto per questa o  quella iniziativa di partito, quando per i trend profondi che  attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa,  potrebbero lasciare indietro l’altra parte”.</p>
<p>L’invito che Papa Benedetto XVI ha rivolto a Cagliari, a Palermo, e che i  vescovi italiani hanno fatto proprio, di una nuova stagione di  cristiani impegnati in politica, parte da queste considerazioni e si  alimenta di una tensione che guarda al bene comune. La politica non può  non interessare i cattolici, che devono tornare a ragionare delle  questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non  troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto. Ci sono situazioni che  non possono più attendere: famiglie in difficoltà, adulti estromessi dal  sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di  formare una propria famiglia, l’attenzione al mezzogiorno che non è solo  lotta alla criminalità, emergenza rifiuti e ponte sullo Stretto.  Situazioni che chiedono alla politica interventi chiari, decisi, capaci  di privilegiare riforme, che siano davvero efficaci e rispondano a  quella tensione verso il bene comune che dovrebbe animare sempre  l’impegno di chi è chiamato alla responsabilità di gestire la cosa  pubblica. La politica, ricordava Papa Paolo VI è la più alta forma di  carità e per questo va tenuta in grande considerazione la proposta che  il cardinale Angelo Bagnasco ha fatto ad Assisi di “convocare ad uno  stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e,  rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che  divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione”.</p>
<p>Come cattolici siamo interessati alla vita della società, pronti a dare  il nostro contributo, perché le nostre preoccupazioni sono le  preoccupazioni per la gente, per i problemi concreti familiari,  personali; per la mancanza di lavoro, per le difficoltà che i giovani  incontrano nel costituire una famiglia, nella ricerca di una prima  occupazione. Ha ragione, dunque, il presidente della Conferenza  episcopale italiana: “Siamo, e come, interessati alla vita della  società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci  non solo l’istinto di far da padroni né le logiche di mera  contrapposizione”. Bisogna, dunque, reagire al conformismo, ha affermato  nella sua prolusione di lunedì scorso: “Se (…) i credenti conoscono  solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole  diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta  tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti”. La  mitezza, ha ricordato, “non è scambiabile con la mimetizzazione,  l’opportunismo, la facile dimissione dal compito”; per questo ha  esortato a salvare “l’autonomia della coscienza credente rispetto alle  pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai  qualunquismi variamente mascherati, alle lusinghe”.</p>
<p>E mi piace infine evidenziare la sottolineatura che il cardinale  Bagnasco ha voluto fare di cattolici scomodi, non per convenienza  personale, “non per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile,  serena coerenza”.</p>
<p>La chiave è tutta in questa parola: coerenza. I cattolici devono tornare  ad incidere nella vita del paese come hanno inciso negli anni in cui  l’Italia, uscita dalla guerra, si è data una Costituzione democratica  che ancora oggi, al di là di demagogiche volontà di cambiamento, è un  punto di riferimento per la vita della nazione italiana. Ci sono  cattolici che hanno testimoniato una coerenza tra fede e politica,  cattolici quali don Sturzo, De Gasperi, Aldo Moro, Vittorio Bachelet.  Proprio il loro esempio ci dice che i cattolici non possono restare alla  porta; e noi per primi dobbiamo trovare la forza e strade nuove per  tornare ad essere incisivi: la crisi, e non solo quella economica, la si  vince tutti insieme. Dobbiamo porci una domanda di fondo: cosa stiamo  facendo per mantenere e ricostruire il patrimonio spirituale e morale  indispensabile anche all’uomo di oggi. E dobbiamo anche chiederci cosa  vogliamo fare per inserire nell’ordinarietà dei nostri cammini formativi  e nella vita dell’associazione esperienze di formazione socio-politica  (scuole, laboratori, corsi…) chiamate a dare vita ad una nuova stagione  di cristiani impegnati in politica, ma anche a costruire una realtà  capace di alimentare sempre più e sempre meglio il vissuto sociale della  nostra comunità.<br />
Dobbiamo certamente porci nella direzione di un “di più” di tensione  spirituale, senza la quale ogni esperienza di servizio, e dunque anche  di servizio politico, diventa attivismo sterile e non forma dell’amore.<br />
Con queste motivazioni di fondo ci apprestiamo a vivere domani, 13  novembre, il convegno “Chiamati a servire il bene di tutti”, che  costituirà un significativo momento di confronto con gli amministratori  locali e le persone impegnate in politica a livello territoriale, che  provengono dalle fila dell’Ac.</p>
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		<title>L’alluvione dei Santi a Vicenza</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 09:01:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Lucio Turra*
<br/><br/>
Sono stati giorni certamente difficili a Vicenza e nelle zone limitrofe alla città colpite dall’alluvione nel giorno di tutti i Santi, il 1° novembre. Ci si ricordava dell’ultima alluvione del novembre del 1966, quarantaquattro anni fa. A differenza del passato si è ripetuto un evento che ci ha fatto temere il peggio. Tutto ad un tratto, nella nostra “mitica” terra del Nord-Est, capace di grandi risultati economici, di aumento di benessere a livelli senza precedenti nel nostro pianeta, improvvisamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Lucio Turra*</p>
<p>Sono stati giorni certamente difficili a Vicenza e nelle zone limitrofe alla città colpite dall’alluvione nel giorno di tutti i Santi, il 1° novembre. Ci si ricordava dell’ultima alluvione del novembre del 1966, quarantaquattro anni fa. A differenza del passato si è ripetuto un evento che ci ha fatto temere il peggio. Tutto ad un tratto, nella nostra “mitica” terra del Nord-Est, capace di grandi risultati economici, di aumento di benessere a livelli senza precedenti nel nostro pianeta, improvvisamente abbiamo scoperto la fragilità e l’impotenza di fronte all’acqua che cresce.<br />
A distanza di poco più di una settimana ci si accorge che i giorni di difficoltà e paura sono passati con rapidità. E tutto sta tornando gradualmente alla normalità facendo i conti di cosa si è perso. E così, dopo il primo momento di paura e scoraggiamento, sono iniziate le prime domande. Perché è successo tutto questo? Perché tutto questo è accaduto qui?<br />
L’alluvione che ha colpito Vicenza e l’hinterland, ma anche il padovano e il veronese in misura altrettanto importante (la direttrice autostradale est – ovest è rimasta chiusa per tre giorni), è stata il frutto di un concorso di eventi straordinari: tanta pioggia; il brusco rialzo delle temperature che ha fatto sciogliere la neve caduta nella fascia pedemontana (altipiano di Asiago e la Valdastico) appena una settimana prima. I tranquilli torrenti di montagna si sono trasformati in una “valanga” di acqua che si è riversata nella pianura, già ricca di risorgive e soprattutto alle sorgenti del nostro fiume vicentino, il Bacchiglione.<br />
Alla eccezionalità dell’evento atmosferico si è aggiunta la nostra responsabilità di uomini. Siamo sempre alle solite: cementificazione del territorio, mancanza di cura dell’ambiente, investimenti progettati non realizzati, fondi destinati ad altre spese anziché alla prevenzione. Così succedono le alluvioni!<br />
Adesso contiamo i morti, i tanti danni alle strutture, alle attività e alle abitazioni colpite.<br />
Però nel disastro e negli errori ci sono dei fatti positivi. La città divisa qualche anno fa dalla base militare Usa, ha dato segni di unità. Un piccolo miracolo nelle difficoltà. La solidarietà tra la gente comune e fra i tanti giovani che si sono presentati in giro per la città ad aiutare a rimettere ordine e ad aiutare chi ha avuto danni. La vicinanza tra persone e famiglie colpite nei condomini, nelle strade, nei luoghi pubblici. Un lavoro encomiabile della protezione civile, dei vigili del fuoco, dei servizi pubblici, delle forze di polizia, dell’esercito. Anche questo è un segno dell’alluvione.<br />
Anche l’Azione Cattolica è stata colpita nel luogo principale di ritrovo delle commissioni diocesane e a casa dei nostri assistenti di AC: il Pensionato studenti “Madonna di Monte Berico”.<br />
Ma anche qui abbiamo scoperto la grazia dell’aiuto di tante persone che spontaneamente hanno dato una mano a ripulire e sistemare. Ma anche la grazia di chi ha pensato di mettere una sveglia alle 3,30 di notte per verificare come stava andando la piena; di chi di corsa ha messo al riparo le auto, il furgone e i 40 scatoloni con le 1000 copie della Storia dell’AC vicentina appena stampate; di chi tra gli assistenti, giovani, volontari ed estranei, si sono dati da fare per dare un aiuto. Anche questo è il segno dell’alluvione!<br />
Oggi vogliamo solo ricordare chi non c&#8217;è più (tra gli altri lo zio di Roberta membro del Comitato Affari Economici dell’AC), ringraziare chi ci ha pensato (tante persone ci hanno ricordato da tutta Italia) e chi ci ha aiutato materialmente.<br />
In città ci sono circa 20 persone che sono in difficoltà e sono assistite dal Comune. Gli aiuti possono essere destinati a recuperare le strutture, nella seconda fase. In particolare la Caritas diocesana che ha avuto le strutture importanti completamente allagate; la Diocesi che cercherà di gestire le emergenze delle famiglie colpite e dei danni alle chiese allagate e alle opere parrocchiali.<br />
Gli aiuti sono importanti ma forse possiamo pretendere più da noi stessi uno stile nuovo, relazioni vere tra di noi, con le Istituzioni, con la natura. Relazioni un po’ più rispettose del valore della solidarietà.</p>
<p>*Presidente diocesano AC &#8211; Vicenza</p>
<div/>
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		<title>Basta galleggiare</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 08:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[“La politica deve interessare i cattolici, e deve entrare nella loro mentalità un’attitudine a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto”. È uno dei passi salienti della prolusione del card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alla 62ª assemblea generale dei vescovi italiani, che si è aperta l’8 novembre ad Assisi. Il cardinale esorta i cattolici ad adottare in politica “un giudizio morale che non sia esclusivamente declamatorio, [...]]]></description>
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“La politica deve interessare i cattolici, e deve entrare nella loro  mentalità un’attitudine a ragionare delle questioni politiche senza  spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri,  sono sul tappeto”. È uno dei passi salienti della prolusione del card.  Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alla 62ª assemblea generale dei  vescovi italiani, che si è aperta l’8 novembre ad Assisi. Il cardinale  esorta i cattolici ad adottare in politica “un giudizio morale che non  sia esclusivamente declamatorio, ma punti ai processi interni delle  varie articolazioni e responsabilità sociali e istituzionali”. “Famiglie  in difficoltà, adulti che sono estromessi dal sistema, giovani in cerca  di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia”:  queste, per il card. Bagnasco, le “situazioni che continuano a farsi  sentire”, in tempo di crisi. Di qui la richiesta che “le riforme in  agenda siano istruite nelle maniere utili”, in modo da assicurare  “maggiore stabilità per il Paese intero”. Per quanto riguarda la “scena  politica”, il presidente della Cei parla di “caduta di qualità, che va  soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se  davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle  della propria parte”.</p>
<p>Non è più tempo di galleggiare. “Se la gente perde fiducia nella  classe politica, fatalmente si ritira in se stessa”, l’ammonimento del  card. Bagnasco, che in politica raccomanda una “tensione necessaria tra  ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, tra loro  profondamente intrecciati”. Per il presidente della Cei, “non è più  tempo di galleggiare”, perché il rischio “è che il Paese si divida non  tanto per questa o quella iniziativa di partito, quanto per i trend  profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte  all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte. Il che sarebbe  un esito infausto per l’Italia, proprio nel momento in cui essa vuole  ricordare – a 150 anni dalla sua unità – i traguardi e i vantaggi di una  matura coscienza nazionale”. Il presidente della Cei chiede quindi un  “esame di coscienza” e propone di “convocare ad uno stesso tavolo  governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando  ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide,  approntare un piano emergenziale sull’occupazione”.</p>
<p>Senza complessi di inferiorità. “Aspettarci che i cattolici  circoscrivano il loro apporto nell’ambito sempre importante della carità  – ha ribadito il presidente della Cei – significa scadere in una  visione utilitaristica, quando non anche autoritaria. I cattolici non  possono consegnarsi all’afasia, ideologica o tattica: se lo facessero  tradirebbero le consegne di Gesù ma anche le attese specifiche di ogni  democrazia partecipata”. “Dobbiamo muoverci senza complessi di  inferiorità”, l’esortazione del card. Bagnasco: “Siamo, e come,  interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile  congruo, ma a determinarci non sono l’istinto di far da padroni né le  logiche di mera contrapposizione”. Di qui l’invito a reagire al  “conformismo”: “Se i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non  dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno  omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere  anche culturalmente irrilevanti”, ha ricordato il presidente della Cei,  che ha esortato a salvare “l’autonomia della coscienza credente rispetto  alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai  qualunquismi, alle lusinghe”. Cattolici “scomodi”? Talvolta forse sì, ma  “non per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena  coerenza”.</p>
<p>Valori non negoziabili. Quanto allo stile da adottare nel rapporto  con la politica, il presidente della Cei ha citato quello sperimentato,  con “felice esito”, nella recente Settimana Sociale di Reggio Calabria.  Altro segno dell’approccio “sempre più consapevole” del “vissuto” delle  nostre Chiese alla dimensione politica, le scuole di formazione  socio-politica di questi ultimi 20 anni, sulla cui esperienza occorre  “nel prossimo futuro” interrogarsi per valutare come procedere “per  favorire la maturazione spirituale e culturale richiesta a chi desidera  servire nella forma della politica, e così preparare giovani  all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere  improvvisata”. Il riferimento imprescindibile per chi voglia spendersi  in politica da cattolico, ha ribadito il card. Bagnasco, sono quei  “valori non negoziabili” indicati dal Papa e che “appartengono al DNA  della natura umana”: “Senza un reale rispetto di questi valori primi che  costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica  sociale”. I valori non negoziabili sono, inoltre, “il vincolo che può di  volta in volta dare espressione all’unità politica dei cattolici,  ovunque essi si collochino in base alla loro opzione politica”.</p>
<p>Educazione e nuovi media. L’ultima parte della prolusione è dedicata  al tema degli Orientamenti pastorali della Cei per questo decennio. In  Italia, per il cardinale, non siamo ancora arrivati “ad una vera e  propria disfatta educativa”, ma la cronaca ci segnala “inquietanti  episodi che danno la percezione di quanto profondo sia l’abisso in cui  può cadere l’animo umano”. Un numero rilevante di coppie di sposi e di  famiglie – segno di un “tessuto connettivo della società che tiene” –  dimostrano che “non è impossibile l’impresa”, ma l’educazione è anche  questione di “ambiente” e il “realismo” cristiano deve innestarsi nello  “scetticismo imperioso di questi tempi fintamente allegri e  spensierati”. Infine, per il presidente della Cei è “necessaria una  riflessione più profonda e onesta” sui “meccanismi” della “frontiera  prodigiosa” dei nuovi media, dove la “corsa all’audience ha fatto  raggiungere livelli di esasperazione brutale”, con giovani “per ore  davanti ad Internet” e adulti che “si lasciano drogare da  un’informazione morbosa”.</p>
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		<title>No al razzismo e alla xenofobia</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 10:13:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>s.pattaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Francis Assisi Chullikatt*
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Presidente, innanzitutto, la mia delegazione desidera ringraziare il Rapporteur Speciale sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza per il suo Rapporto e, in particolare, per aver affrontato l’intolleranza razziale e religiosa. Come sappiamo da quanto accade in tutto il mondo, queste particolari forme di intolleranza persistono, nonostante gli sforzi della comunità internazionale e delle persone di buona volontà. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
di Francis Assisi Chullikatt*</p>
<p>Presidente, innanzitutto, la mia delegazione desidera ringraziare il  Rapporteur Speciale sulle forme contemporanee di razzismo,  discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza per il suo  Rapporto e, in particolare, per aver affrontato l’intolleranza razziale e  religiosa. Come sappiamo da quanto accade in tutto il mondo, queste  particolari forme di intolleranza persistono, nonostante gli sforzi  della comunità internazionale e delle persone di buona volontà.<br />
Presidente, un anno fa, la comunità internazionale, riunitasi a Ginevra  per verificare i progressi compiuti dalla Conferenza di Durban del 2001,  ha cercato di rinnovare i propri sforzi per affrontare la  discriminazione razziale. È stato ripetuto ancora una volta che il  razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia minano la dignità  della persona umana e sono contrari agli sforzi per edificare  un’autentica comunità internazionale fondata allo scopo di promuovere il  bene comune universale, garantendo la tutela dei diritti di ognuno. In  quell’occasione, la Santa Sede ha ripetuto che il razzismo e la  discriminazione razziale in qualsiasi forma o teoria sono moralmente  inaccettabili e che le autorità nazionali e locali insieme con la  civiltà civile devono cooperare per onorare la dignità della persona  umana indipendentemente dalla razza, dal sesso, dall’origine nazionale,  dalla religione o da circostanze sociali.<br />
Tuttavia, il razzismo e la discriminazione razziale non si possono  combattere soltanto con le leggi. Come osserva a ragione il Rapporteur  Speciale, affrontare il razzismo esige dagli individui un cambiamento  interiore, che a sua volta implica la creazione di una nuova  consapevolezza e una maggiore educazione a livello morale e spirituale  per plasmare in modo più pieno la coscienza individuale e rifiutare  così, in modo appropriato, il credo errato nella superiorità razziale e  il conseguente odio per intere popolazioni. Da parte sua, la Chiesa  cattolica nel mondo promuove questa crescita accademica, morale e  spirituale per tutti cosicché ogni essere umano, dal concepimento fino  alla morte naturale, venga riconosciuto come dotato di un’innata dignità  umana che va protetta e rispettata, principio fondante di tutti i  diritti umani universali.<br />
Nonostante questi sforzi, il razzismo, la discriminazione razziale, la  xenofobia e l’odio religioso continuano a distruggere la famiglia umana:  vicini divengono nemici e comunità divengono luoghi di violenza e  distruzione etnica e religiosa. Nel corso della storia, in ogni angolo  del pianeta, l’odio etnico, razziale e religioso ha causato  conflittualità. Nessun Paese e nessuna cultura sono immuni da questo  fenomeno. Quindi, ogni Governo nazionale ha l’obbligo di vigilare sulla  tutela dei suoi cittadini. L’esercizio della sovranità responsabile  richiede che lo Stato svolga il suo dovere primario di tutelare le  proprie popolazioni e, laddove uno Stato si dimostri incapace o non  intenzionato a soddisfare questa necessità, la comunità internazionale  ha il dovere di utilizzare gli strumenti giuridici necessari a tutelare  quei cittadini da violazioni gravi e prolungate dei diritti umani.<br />
Presidente, sebbene la discriminazione razziale ed etnica si verifichi  in molte parti del mondo, il rispetto per la libertà religiosa continua a  essere sfuggente per tante persone. La libertà religiosa ha un ruolo  centrale nel garantire che tutti i membri della famiglia umana possano  svilupparsi con maggiore pienezza a livello personale e spirituale.  Tuttavia, oggi, molti nel mondo non hanno nemmeno la libertà di pregare  in comunità, di esprimere in modo personale la fede e di esercitare la  propria coscienza ben formata secondo la propria fede religiosa. La  ricerca di Dio di questi uomini, donne e bambini è un’attività proibita e  molti di loro stanno affrontando gravi ripercussioni fisiche e legali  per la ricerca di rispondere a tale bisogno umano fondamentale. Alla mia  delegazione rincresce che il rapporto semestrale del Rapporteur  Speciale (A/65/295) manchi di osservare il destino di cristiani che sono  stati allontanati dalle proprie abitazioni, torturati, detenuti, uccisi  o costretti a convertirsi o a negare la propria fede in tutto il mondo.  Questa è una crisi che continua ad essere ignorata dalla comunità  internazionale e richiede con urgenza l’attenzione dei responsabili  nazionali e internazionali per tutelare il diritto alla libertà  religiosa di questi individui e comunità.<br />
Presidente, la mia delegazione è addolorata per il recente attacco alla  comunità siro-cattolica presso la chiesa Our Lady of Deliverance, a  Baghdad, lo scorso sabato pomeriggio. Si tratta, ancora una volta, di un  tragico caso di intolleranza, discriminazione e violenza contro  cristiani. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle vittime di  questo attacco e alle loro famiglie, alcune delle quali ho conosciuto  di persona. La mia delegazione esorta tutta la comunità internazionale  ad operare per garantire che tutte le religioni e tutti i credenti  abbiamo il diritto fondamentale alla libertà di religione e di culto.<br />
La speranza nel progresso dell’umanità, che sta al centro di questa  importante organizzazione internazionale, non si potrà realizzare fin  quando non cesseranno questi abusi. Devono finire e devono finire ora!  E, con l’aiuto di Dio e con la cooperazione di tutte le persone di buona  volontà e di questa organizzazione, finiranno.<br />
La mia delegazione osserva anche con preoccupazione l’eccessiva  identificazione fra identità razziale o etnica e credo religioso, che fa  sì che le persone affrontino forme molteplici di discriminazione perché  la loro identità unica resta priva di riconoscimento. Questo  collegamento della razza alla religione rafforza la nozione tragica ed  errata che il credo religioso sia intrinsecamente legato alla propria  origine etnica, nazionale o razziale e quindi impedisce alle minoranze  religiose nei gruppi etnici e razziali di esprimere e di praticare la  propria fede.<br />
A questo proposito, il concetto di diffamazione delle religioni cerca di  affrontare casi di incitamento alla violenza religiosa, di  individuazione etnica e religiosa, di creazione di stereotipi negativi  sulla religione e di attacchi a libri sacri, personalità e siti  religiosi. Tuttavia, come osserva il Rapporteur Speciale, questo  concetto non affronta in modo adeguato questi abusi dei diritti umani e  del diritto internazionale, ma, al contrario, crea situazioni nelle  quali gli Stati hanno utilizzato il concetto di diffamazione delle  religioni come giustificazione per varare leggi che proibiscono la  libertà di religione e il dialogo interreligioso e limitano la libertà  di espressione. Sebbene la mia delegazione sostenga tutti gli sforzi per  tutelare i credenti da ingiusti discorsi ispirati dall’odio e  dall’incitamento alla violenza, rimaniamo preoccupati perché l’uso del  concetto di diffamazione delle religioni per raggiungere tali scopi si è  dimostrato controproducente e, invece di proteggere i credenti, è stato  uno strumento di oppressione statale nei confronti di credenti. Quindi,  la mia delegazione sostiene l’esortazione del Rapporteur Speciale agli  Stati affinché abbandonino il concetto di diffamazione delle religioni e  si avvicinino, invece, al concetto legale di difesa contro l’odio  razziale o religioso che produce discriminazione o violenza e facciano  sforzi maggiori per affrontare le manifestazioni di intolleranza  religiosa attraverso più numerose iniziative volte a promuovere la  consapevolezza del credo religioso e la comprensione reciproca.<br />
Presidente, il maggior flusso di persone attraverso i confini nazionali è  stato anche accompagnato da un aumento di mentalità xenofobiche contro i  migranti sulla base della razza, dell’origine nazionale o dell’identità  religiosa. Sebbene le assemblee legislative abbiano la responsabilità  di elaborare leggi che controllino l’ingresso nel proprio Paese, hanno  anche il dovere di garantire che queste leggi siano veramente giuste e  rispettino i diritti umani e il diritto internazionale. È deplorevole  che, a volte, in nome dell’autorità legale sulla diffamazione della  religione, responsabili locali e gruppi religiosi nella società, si  impossessino della legge, causando conflitti e disordini sociali. La  crescente migrazione umana ha prodotto cambiamenti importanti nelle  società e ha portato un certo numero di comunità in tutto il mondo a  cercare di promuovere al meglio una maggiore comprensione e cooperazione  fra i loro concittadini e i nuovi immigrati. Ciononostante, alcuni di  questi sforzi si sono dimostrati controproducenti e hanno creato  maggiore insicurezza e divisione nelle comunità e nelle famiglie. Per  promuovere al meglio una maggiore comprensione, l’educazione e la  promozione del rispetto reciproco sono di vitale importanza. Come Papa  Benedetto XVI ha affermato di recente, le nazioni hanno il compito di  accogliere nazionalità diverse e i genitori hanno la responsabilità di  educare i figli «lungo il cammino della fraternità universale».<br />
Presidente, razzismo, intolleranza religiosa e xenofobia continuano a  dividere persone in tutto il mondo. Grazie al rispetto per i diritti  umani e alla promozione della dignità di ogni essere umano, possiamo  edificare meglio una comunità globale che considera tutti come fratelli e  sorelle. Sapendo cosa dobbiamo fare, ora andiamo avanti! Con gli  strumenti e la comprensione a portata di mano, eliminiamo queste piaghe  dal progresso di tutti i popoli, ora.</p>
<p><em>*Pubblichiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 1  novembre dall’arcivescovo Francis Assisi Chullikatt, Osservatore  Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a  New York, al Terzo Comitato dell’Assemblea generale sull’articolo 66  (a) e (b): eliminazione del razzismo, della discriminazione razziale,  della xenofobia e della relativa intolleranza. </em></p>
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