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	<title>Dialoghi.net &#187; Fatto del giorno</title>
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	<description>Azione Cattolica e impegno culturale</description>
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		<title>Dall&#8217;Ac e dai territori una parola di speranza e di fiducia</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Mar 2010 10:39:32 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[Nota della Presidenza nazionale dell’AC
<br/><br/>
In vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo, l’Azione cattolica italiana desidera rivolgere ai cittadini e ai candidati una parola di speranza e di fiducia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><strong>Nota della Presidenza nazionale dell’AC</strong></p>
<p><em><strong>In vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo, l’Azione cattolica italiana desidera rivolgere ai cittadini e ai candidati una parola di speranza e di fiducia, che motivi ciascuno all’impegno concreto per la realizzazione del bene comune. Un appello che parte da Reggio Calabria, città che ospiterà, il prossimo 14-17 ottobre, la 46</strong></em><sup><em><strong>A</strong></em></sup><em><strong> Settimana sociale dei cattolici italiani, e in cui l’Ac è riunita in questi giorni per i lavori del Consiglio nazionale.</strong></em></p>
<p>Una parola di speranza e di fiducia che non è un’illusione. Negli ultimi mesi l’Azione cattolica ha promosso nelle regioni ecclesiastiche incontri pubblici in cui sono stati affrontati molti dei temi che stanno a cuore alle persone e alle comunità: <strong>lavoro, legalità, divario Nord-Sud, sviluppo economico e ricostruzione morale, sostegno alla vita e alla famiglia, immigrazione</strong>. Proprio questi incontri, realizzati in preparazione alla prossima Settimana sociale, hanno mostrato il volto di un Paese che non cede alla rassegnazione, che cerca strade nuove per la convivenza civile, che propone alla politica di ritrovarsi intorno al bene essenziale e indissolubile della persona. L’itinerario lungo lo Stivale proseguirà nelle prossime settimane, e si concluderà l’11 aprile, a Torino, in occasione dell’ostensione della Santa Sindone.</p>
<p><strong>La “questione morale” diventi prioritaria</strong></p>
<p>Le ricchezze e le risorse incontrate lungo tutta la Penisola invitano davvero alla speranza e alla fiducia. Eppure, pronunciare una parola nuova e positiva non vuol dire di certo stendere un velo sui tanti problemi che affliggono il Paese. <strong>In particolare, non possiamo non rimarcare come la speranza e la fiducia degli italiani siano fortemente minate dalle recenti inchieste giudiziarie riguardanti episodi di corruzione e collusione che coinvolgerebbero imprenditori, politici, rappresentanti delle istituzioni, malavita organizzata. Nonostante tali fatti siano da verificare in sede giudiziaria, è incontestabile che le cronache e i particolari emersi hanno come risultato immediato un forte allontanamento dei cittadini dalla vita pubblica, un enorme senso di rassegnazione di fronte a fenomeni di malcostume che, per mole e frequenza, sembrano intaccare a fondo la prassi ordinaria dell’agire amministrativo, come di recente ricordato dalla Corte dei conti. L’Azione cattolica chiede, ancora una volta, che la questione della moralità della classe dirigente, e della legalità nella sfera pubblica, siano finalmente affrontati con rigore, senza retorica e senza strumentalizzazioni da tutti i partiti e da tutte le parti sociali. I fatti corruttivi e l’illegalità non possono essere derubricati – come pure talvolta si tenta di fare – a episodi isolati, furberie di poco conto da accettare quasi come “male necessario”. Essi vanno considerati per quello che sono: il più grave attentato al rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni, strutture di peccato che mortificano la democrazia, la concorrenza, la meritocrazia, che provincializzano sino all’inverosimile la stessa politica</strong>. La speranza e la fiducia non sono gli atteggiamenti di chi chiude gli occhi di fronte a tali realtà, ma di chi riesce a leggervi il richiamo forte per un rinnovamento delle coscienze.</p>
<p><strong>Un confronto sulle questioni reali</strong></p>
<p>Altresì, sembrano sfidare la fiducia e la speranza anche i modi, o meglio i metodi, con cui si è giunti alle candidature in molte regioni. In diversi casi i cittadini hanno potuto conoscere i candidati presidenti e consiglieri con grave ritardo per un ampio e reale confronto. <strong>Le prove di accordo tra i partiti hanno riempito le pagine dei giornali per settimane e settimane, mentre latitava il dibattito sulle gravi emergenze del Paese. E il “pasticcio” sulla presentazione delle liste, con ciò che ne è seguito, ha lasciato i più letteralmente senza parole, rappresentando non solo un atto di sufficienza rispetto alle norme elettorali, ma anche l’amaro epilogo di un lungo periodo caratterizzato da estenuanti trattative interne ai partiti e alle coalizioni.</strong> Un paradosso, visto il sempre più importante ruolo che le regioni e gli enti locali vanno assumendo nell’assetto istituzionale. L’Azione cattolica si augura che il grave gap di confronto e dibattito sia recuperato nei giorni che ci separano dal voto, ma non può che sottolineare l’enorme difficoltà del Paese a rinnovare la propria classe dirigente e a realizzare un sistema maturo di rappresentanza politica, che non sia una gabbia per la libertà d’espressione e di coscienza. <strong>L’associazione auspica, inoltre, che al centro del dibattito tornino i maggiori motivi di sofferenza degli italiani, in particolare e in via prioritaria la crisi occupazionale che sta mettendo in ginocchio numerose famiglie e deludendo profondamente le aspettative dei giovani</strong>. La speranza e la fiducia, però, anche in questo caso non vengono soffocati dalle analisi amare, al contrario da esse escono rafforzate: <strong>sono tanti i laici credenti, anche di Azione cattolica, che in questo difficile clima politico hanno maturato la scelta dell’impegno personale. A loro l’associazione rivolge un ringraziamento, un augurio sincero e vuole offrirsi come luogo di formazione e di confronto leale ispirato dalla Dottrina sociale della Chiesa.</strong></p>
<p><strong>L’unità del Paese, bene prezioso</strong></p>
<p>Appena poche settimane fa, i vescovi italiani hanno consegnato al Paese il documento <em>Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>, redatto a 20 anni dalla pubblicazione di <em>Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>. Il documento è parso per molti versi provvidenziale, in particolar modo per aver rimarcato, ancora una volta, l’assoluta interdipendenza sociale, culturale, morale ed economica tra Nord, Centro, Sud e Isole. “Affrontare la questione meridionale &#8211; scrivono i vescovi &#8211; diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese”. Nel documento, ci si sofferma anche sul federalismo, considerato “un punto nevralgico” per la trasformazione del Paese. Si tratta, ovviamente, di un punto essenziale anche in vista delle elezioni regionali. I vescovi ricordano che “costituirebbe una sconfitta per tutti” un federalismo che “accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia”. <strong>Di contro, un federalismo “solidale, realistico e unitario, rafforzerebbe l’unità del Paese”. In questo tema l’Azione cattolica ravvede il filo rosso che unisce le varie competizioni elettorali che si svolgeranno di qui a poco nelle singole regioni. Un tema che ha un senso ulteriore alla luce delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia (2011), ricorrenza che non può e non deve essere sottovalutata, che può costituire un momento significativo per recuperare e approfondire il senso dei legami che uniscono la nazione</strong>.</p>
<p><strong>L’impegno per la formazione di una nuova classe dirigente</strong></p>
<p>La speranza e la fiducia, in questo tempo, hanno bisogno non solo di grandi e buone idee, ma anche e soprattutto dei cuori, delle braccia e delle menti di persone concrete che scelgono di spendersi per il bene comune. <strong>Appare necessario adoperarsi &#8211; e anche l’Ac ne sente l’urgenza &#8211; per la formazione di una classe dirigente motivata a competente, come più volte auspicato da Papa Benedetto XVI e dal presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco</strong>. Appare necessario recuperare un reale protagonismo delle comunità locali e dei singoli cittadini, in grado di stimolare la politica ad un radicale cambio di passo e di stile. Il voto, mai come in questo momento, non può essere un mero e formale strumento di delega, ma il primo mezzo per tornare ad una partecipazione consapevole, che attivi e sostenga le idee e le motivazioni profonde, che rinneghi logiche clientelari e giochi d’interesse.</p>
<p><strong>Un “patto educativo” per il bene del Paese</strong></p>
<p><strong>In uno spirito propositivo e leale, l’Azione cattolica, in vista dell’imminente voto, propone ai rappresentanti politici e a tutta la società civile di impegnarsi per un vero e proprio “patto educativo”, che, coinvolgendo le tante forze sane del Paese, guardi al presente e al futuro delle giovani generazioni, sia attento al valore della persona, delle istituzioni e della democrazia, ponga i vincoli solidali e l’attenzione agli ultimi al di sopra di ogni altro interesse</strong>. Anche la Chiesa italiana ha posto come attenzione pastorale del prossimo decennio proprio la “sfida educativa”, consapevole che la cura educativa rappresenta il pilastro di ogni società. Al compito educativo siamo richiamati tutti, attraverso una testimonianza esemplare, in cui ci sia coerenza tra parole e fatti. <strong>Anche le istituzioni svolgono in tal senso un ruolo essenziale: per questo motivo chi le presiede è chiamato a dare un esempio luminoso</strong>. È proprio in un nuovo e serio “patto educativo” per il bene delle persone che l’Azione cattolica ravvede il più concreto gesto di speranza e di fiducia da offrire agli uomini e alle donne di questo tempo.</p>
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		<title>I doveri e i diritti. Per una rinnovata coscienza civile</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 12:56:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Angela Russo
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Questi due cardini della giustizia umana vanno sempre a braccetto: ogni volta che citiamo l’uno, non possiamo omettere l’altro. Eppure, non è esattamente questo l’ordine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Angela Russo</em></p>
<p>Questi due cardini della giustizia umana vanno sempre a braccetto: ogni volta che citiamo l’uno, non possiamo omettere l’altro. Eppure, non è esattamente questo l’ordine con cui siamo abituati ad invocarli. Normalmente, nei nostri modi di dire, vengono sempre prima i diritti sacrosanti di ognuno, e poi dopo, magari, i doveri da ottemperare. Ma non è così che dovrebbe essere, per un cittadino che voglia definirsi tale, né tanto meno per un cittadino cristiano! Prima ci sono gli altri, che io devo rispettare attraverso l’osservanza dei doveri, e dopo ci sono io con tutto ciò che nobilita la mia dignità in quanto persona. Prima c’è un’attenzione al mondo che mi circonda, alla società, ai fratelli, al prossimo, e dopo c’è il naturale ritorno di un bene comune diffuso, anche per me. Ma soprattutto, prima bisogna che ognuno si impegni e si spende tenacemente per la giustizia, osservandola in prima persona, e poi si possono avanzare pretese in merito. Dunque, prima vengono i doveri, e poi i diritti!!! Questo il senso profondo del Convegno Regionale organizzato dall’Azione Cattolica della Campania, che già nel suo titolo voleva essere una provocazione a rileggere in chiave profetica uno dei nodi che da sempre il Sud fa fatica a sciogliere.</p>
<p>Letti in quest’ottica, dunque, risulta evidente come i doveri non siano qualcosa di vincolante, ma bensì di liberante, perché ci aiutano a realizzare pienamente il nostro essere “sociale”, soci cioè degli altri, nel ricercare un bene che possa essere di tutti. In quest’ottica i doveri non sono qualcosa che ci imprigiona nel passato delle “regole dettate da sempre e che nessuno può cambiare”, ma un’opportunità che ci proietta nel futuro.</p>
<p>È questa una sfida nuova da cogliere, soprattutto per il Mezzogiorno, in cui il tema della legalità è spesso impastato con dubbie connivenze. L’attenzione al Bene Comune deve passare necessariamente attraverso i doveri che ognuno di noi è chiamato ad assolvere con passione e convinzione, e attraverso i diritti, tutti i diritti, che ognuno merita di poter godere, in qualunque parte d’Italia, senza che il paese in cui si vive rappresenti un termine discriminate per le opportunità offerte.</p>
<p>Come Azione Cattolica il nostro contributo può davvero aiutare ad aprire prospettive nuove. Il Bene Comune non è un’ideologia, ma uno stile di vita concreto, che unisce, crea sinergie, supera le divisioni. Anche nelle attenzioni che fanno parte dei nostri cammini associativi, vogliamo dare una forte testimonianza di unione e organicità, a partire dalle attenzioni che vogliamo sviluppare, non camminando a compartimenti stagni, ma legando saldamente insieme tutti quei tasselli dell’unico puzzle che abbraccia le varie dimensioni del nostro vissuto. Nascono così sette abbinamenti, sette coppie di parole che il presidente nazionale Franco Miano ha voluto suggerirci come sintesi di questo impegno nel Bene Comune. <em>La Parola e la Storia</em>: perché solo alla luce della Parola i sentieri della storia trovano un senso, ed è nella storia che la Parola s’incarna quotidianamente; <em>Vita e Pace</em>: due valori inscindibili, che sempre devono camminare insieme: non se ne può scegliere uno e sminuire l’altro; <em>Famiglia e Scuola</em>: due ambienti di vita importantissimi per quell’aspetto formativo che è il cuore della nostra associazione; <em>Persona e Gruppi</em>: perché il gruppo è luogo di condivisione, un modo di stare insieme che ancora oggi è una scommessa vincente, perché nei nostri gruppi non c’è omologazione di massa, ma protagonismo autentico di ognuno, perché al primo posto c’è sempre la persona<em>; Integralità formativa e Buone prassi</em>: la nostra deve essere una formazione che non lesina su niente, che sa affrontare tutte le sfide in modo coerente, e che poi sa incarnarsi in gesti concreti, in prassi buone da condividere e diffondere; <em>Competenza e Generosità della dedizione</em>: perché sono tante le capacità e le competenze personali che i singoli soci possono mettere a frutto dell’intera AC e della società tutta, attraverso una generosità che non si fermi davanti agli ostacoli, ma che sappia essere gratuita e costante; <em>Ethos diffuso e Testimonianza personale</em>: un po’ la sintesi di questo convegno pubblico, come di tutti gli altri, organizzati nelle varie regioni d’Italia, ovvero la condivisione profonda di quei valori ed ideali intramontabili, su cui spendere la propria vita, attraverso una testimonianza personale ed autentica. Perché una vita a servizio di Dio e dei fratelli è bella; perché spendersi affinché il mondo posso essere ogni giorno un luogo migliore per tutti rende ogni uomo più uomo.</p>
<p>Come ci ha ricordato poi il Cardinale Sepe, Presidente della Conferenza Episcopale Campana, questo è un cammino in cui non siamo soli, né come cristiani, né come associazione. Tutto il convegno, infatti, è stato vissuto nella prospettiva del documento della Conferenza Episcopale Italiana appena pubblicato “<em>Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno</em>” in cui è evidente l’impegno di tutta la Chiesa italiana, e soprattutto quella del Mezzogiorno, affinché questo territorio possa prendere consapevolezza che un futuro diverso è possibile, che il coraggio e la speranza di osare sono due mandati fondamentali a cui ogni cristiano di buona volontà è chiamato a rispondere. Alla fine del documento si legge: “Associamo nella nostra preghiera quanti faticano a servizio del santo Vangelo e dei poveri […], abbracciando pure l’Azione Cattolica. In tutti lo Spirito Santo sia effuso come gioia e speranza, perché  nessuno si abbatta a causa delle difficoltà e delle incomprensioni e proceda con la forza del Signore per ricostruire le vecchie rovine“. Un cammino, dunque, faticoso, ma non solitario, perché intrapreso tutti insieme, Chiesa e laici, sotto la guida della Madonna, “che sempre ci accompagna”, come siamo soliti dire al sud, in modo molto spontaneo.</p>
</div>
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		<title>Nel dono e nella cura si esalta l&#8217;asimmetria</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 10:50:41 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giuseppina De Simone
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È tutta un’altra storia il corpo di noi donne. Tutta un’altra storia rispetto a quella raccontata da una martellante pubblicità, sbattuta in faccia dall’informazione, propinata in maniera più o meno subdola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Giuseppina De Simone</em></p>
<p>È tutta  un’altra storia il corpo di noi donne. Tutta un’altra storia rispetto a  quella raccontata da una martellante pubblicità, sbattuta in faccia  dall’informazione, propinata in maniera più o meno subdola dai reality  di ogni specie.Tutta  un’altra storia, che è storia di relazioni e di interiorità, storia di  accoglienza, di ascolto, di contemplazione, storia di gratitudine e di  gratuità&#8230; <a href="http://www.piuvoce.net/newsite/articolo_opinionista.php?id=161">vai all&#8217;articolo completo su PiùVoce.net</a></p>
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		<title>Un dono per gli altri</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 11:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>webmaster</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Gianni Borsa

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«Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>a cura di Gianni Borsa</em></p>
<p>«Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa»: l’Assistente generale di Ac, mons. Domenico Sigalini, racconta a <em>Segno</em> cosa significhi oggi fare il prete.</p>
<p><strong>Don Domenico, cosa significa per lei, prete e vescovo, essere “dono”?</strong></p>
<p>Ricordo il giorno della mia ordinazione avvenuta nel paesello di campagna, nella pianura padana in provincia di Brescia. Ho avuto la netta sensazione di non appartenermi più. Ecco, mi dicevo, adesso non sei più tuo, devi vivere sempre per gli altri. Non crearti isole comode. Mi sembrava una enormità che non mi ha fatto dormire tutta la notte. Avevo iniziato così anche se non è sempre stato così, perché poi la vita ti appiattisce. Essere dono significa non avere più tempo per te, metterti a disposizione di tutti. Spesso non ci ragioni molto, lo fai con tanta incoscienza. Definisci bene i tempi del riposo, delle gite in  montagna, poi un po’ alla volta te le devi scordare tutte. E stai bene lo stesso, perché sei felice di servire il Regno di Dio, di vedere che altri per te sono felici, prendono speranza. Non gli hai fatto niente, ma li hai ascoltati e gli hai fatto compagnia, anche solo in facebook. E li devi ringraziare perché realizzi così la tua vocazione.</p>
<p><strong>Con la propria vita, con la testimonianza di fede, il sacerdote – lo ricorda sempre il Papa – deve far percepire alle donne e agli uomini del suo tempo «l’amore misericordioso del Signore». Un bell’impegno&#8230;</strong></p>
<p>Mi ha sempre meravigliato come tante persone credano che Dio sia vendicativo, lontano dai nostri veri bisogni, uno da cui difendersi. E sì che è da un bel po’ di tempo che la gente non sente tuonare dai pulpiti i castighi di Dio! Significa forse che ancora non c’è fede in Dio, non si ha il coraggio di affidarsi, si crede di tenere in mano la vita e di essere autosufficienti e di avere Dio come concorrente della nostra libertà e autonomia. Invece ha due braccia che sono la fine del mondo, al di fuori di esse non puoi mai cadere. È il perdono fatto persona, un amore appeso a una croce per tutti. Certo la gente vuol percepire questo dal nostro volto. Non ci vuol vedere con quella faccia che sembra sempre schifata di tutto e di tutti e quindi carica di torti da vendicare. Il volto gioioso di un padre che non smette mai di volerci bene è il ritratto più bello di Dio. Non per niente ho scritto nel mio stemma episcopale in italiano Collaboratori della vostra gioia. È la gioia di chi sa di stare a cuore a Dio e di non aspettarsi che il massimo di misericordia da Lui.</p>
<p><strong>Ma secondo lei, come è visto il prete nella società di oggi? Come è percepita la sua presenza “oltre il sagrato” della chiesa?</strong></p>
<p>Nella mia vita ho potuto vivere spesso fuori dal recinto, a partire dalla facoltà di matematica di Milano, dove sembravo una mosca nel latte. Avevo cominciato nel 1965 con la talare e ricordo la meraviglia e nello stesso tempo la mia tranquillità. I  miei compagni mi hanno subito accettato, ci siamo subito messi in sintonia, erano curiosi per la mia vita, desiderosi di dialogo semplice, di punti di vista altri. E ho sempre pensato di essere percepito così. Sui treni, sugli aerei, per le vie della città, nelle discoteche, sui tram. Ricordo una sera su un tram a Milano verso le 22; un tram che veniva da un quartiere a rischio, mi sono andato a sedere proprio tra i giovani punk. Io vestito con la tuta Cei, con tanto di colletto ben visibile. Non l’avessi mai fatto. Mi hanno accerchiato, mi hanno toccato, lisciato la testa già ben pelata. Li ho lasciati fare tra la commiserazione della gente, poi sono passato all’attacco con qualche battuta che non mi manca mai. Alla fine li avevo tutti seduti accanto a me a farmi domande di catechismo e prima di scendere mi hanno chiesto di fare loro la prima comunione! Non sembrava loro vero di avere tra le mani un prete e di poterlo scoprire per quello che è non per quello che viene presentato.</p>
<p><strong>È bello “essere” e “fare” il prete? Quali le difficoltà?</strong></p>
<p>Io me lo sono sempre detto, e me lo dico anche oggi da vescovo. È bello, non è “alla moda” in certi ambienti, sei osteggiato in altri, soprattutto in quelli vetero ideologici che ancora credono alla religione come oppio dei popoli, dimostrando scarsa fantasia e senso dell’humor. La difficoltà deriva dal fatto che mancano relazioni umane, semplici, senza pregiudizi, senza difese. Quando riesci ad andare oltre la scorza, vedi che la gente è contenta di poterti parlare, tutti vanno a scovare nella memoria di essere stati chierichetti, Acr, scout, con un po’ di nostalgia&#8230; Ricordo un autostop con un punkabbestia, che stava con un cane perché secondo lui era l’unico che lo capiva e io a dirgli che speravo di averlo capito di più del suo cane. Ho partecipato anche a varie trasmissioni televisive, anche quelle che fanno per divertirsi alle nostre spalle, collegando l’essere prete a questioni sessuali. Alla fine non sapevo che cosa si percepiva nelle case, ma le persone con cui si faceva la trasmissione venivano dietro le quinte a confidarsi. In discoteca, poi, è ancora più interessante: i giovani si toccano dappertutto intanto che passi e che stanno con gli amici, poi ti vengono a prendere e non ti mollano più e devi urlare con tutto il fiato che hai in gola, per farti sentire in quella musica assordante, che sei felice di incontrarti con loro e a loro brillano gli occhi. Non solo per l’alcool.</p>
<p><strong>La preoccupa il calo delle vocazioni sacerdotali?</strong></p>
<p>Assolutamente no; ringrazio Dio che lo permette per farci capire che abbiamo comunità cristiane ormai allo sfacelo, che non sanno più entusiasmarsi della vita cristiana, che tengono più alle loro tradizioni che alla Parola di Dio, che non sanno uscire dal guscio, che non si spendono per i giovani, visti quasi come un fastidio. Gente che sta bene solo in sacrestia e che sfrutta la religione per i suoi interessi, giovani spesso con facce da bulldog e annoiati. Chi si sente chiamato a fare una vita così? Eppure ci sono luoghi, comunità vive, associazioni, istituti dove respiri fede, dedizione, generosità, rischio, scommesse forti, piene di frati, di novizie, di giovani che si vogliono far preti. Molti seminaristi anche oggi provengono dai gruppi di Azione cattolica dove ci sta un po’ di grinta e di bella e gioiosa vita cristiana.</p>
<p><strong>L’Anno sacerdotale intende mettere al centro la figura del prete, ma, non di meno, vorrebbe sottolineare il valore del “sacerdozio comune dei fedeli”. Cosa significa? Come richiamare ai laici questa prospettiva, che si fonda sul sacramento del battesimo? </strong></p>
<p>Significa anche solo che la fede, la Chiesa non si diffondono soprattutto per il numero dei preti, ma per l’intensità della comunione tra preti e laici. Significa che non c’è nessun cristiano generico nella Chiesa, ma tutti hanno una chiamata precisa alla santità e alla dedizione al vangelo. Il mio essere prete è al servizio, a nome di Gesù, di questa santità infinita dei laici. Non ho mai avuto attorno a me dei laici che mi venissero a consolare del mio essere prete, per non farmi rischiare l’anoressia. Mi hanno sempre ribaltato nel chiedermi di confessarli, di parlar chiaro, di stanarli dai loro loculi. L’anno sacerdotale non è un anno di sacrestia, ma di popolo sacerdotale, profetico e regale. I laici sono aiutati a vivere la loro vocazione se i nostri preti sanno essere fedeli agli organismi di comunione, al consiglio pastorale e a quello degli affari economici, se sanno capire che non sono il tutto della Chiesa. Vado spesso a parlare negli oratori e vedo i preti giovani con un mazzo di chiavi enorme che gli pende dalla cintola. E dico loro: molla ‘ste chiavi, non c’è qualcun altro che le sa usare o devi controllare anche lo stanzino dei detersivi?</p>
<p><strong>L’Azione cattolica italiana, la più grande associazione laicale del paese, può contare sul “dono” di tanti sacerdoti “assistenti”. Quale il loro ruolo per un’Ac fedele al vangelo e al servizio della polis?</strong></p>
<p>Avere nell’associazione dei preti che nella quotidianità ti aiutano a compiere i passi ardui della santità laicale è troppo bello. Oggi scarseggiano i preti, ma ciò non toglie che si possano trovare e tenere al palo. Sembra spesso che il prete sia decorativo, perché non prende decisioni, non vota, non ha il libretto degli assegni, fa dire qualche bella preghiera. Questa è solo superficie; non si vede il dialogo di notte, il silenzio della preghiera, la nascosta compagnia nelle ore difficili, la proposta esigente della Parola, le lunghi discussioni per aiutare a decidere, la spalla su cui piangere, gli sms che ti dicono: continua, non fare il cretino, è solo una disavventura, puoi fare meglio, guarda quanti ragazzi ti aspettano per dirti la loro voglia di vivere! Tendi l’orecchio che il Signore ti chiama. Dai una randellata al computer. Te ne comprerai un altro quando sarai guarito. Prega, digiuna, mettiti in ginocchio e non ti muovere finché non riesci a piangere. L’assistente è un uomo che fa tante domande: hai coraggio di mostrare la faccia ai tuoi amici? Non ti fa schifo come nessuno pensi ad altro che a fare gli affari suoi con la politica? Perché non ti ci metti dentro? Vuoi essere degno del vangelo? Rischia di sporcarti le mani, ti pulirai il cuore.</p>
<p><em><strong>(L’intervista è pubblicata nel n. 3 &#8211; marzo 2010 del mensile </strong></em><strong>Segno</strong><em><strong>, in questi giorni in arrivo nelle case dei lettori)</strong></em></p>
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		<title>Per una piena giustizia economica</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 10:53:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Pallottino
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L’impegno della Chiesa Italiana sul debito e sui temi della giustizia economica internazionale è un patrimonio da valorizzare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Massimo Pallottino</em></p>
<p>L’impegno della Chiesa Italiana sul debito e sui temi della giustizia economica internazionale è un patrimonio da valorizzare. Su questa indicazione della Segreteria Generale della CEI, le associazioni che avevano animato la Fondazione Giustizia e Solidarietà hanno dato vita ad un tavolo di confronto e di scambio, destinato a mantenere viva l’attenzione su questi temi da parte della comunità ecclesiale.</p>
<p>Si tratta di una riflessione che interpella una dimensione essenziale nella costruzione di una nuova cittadinanza, su temi profondamente radicati nella Dottrina sociale della Chiesa, ed in particolare nell’enciclica <em>Caritas in Veritate</em>. In coerenza con queste premesse, i membri del Tavolo Giustizia e Solidarietà hanno voluto proporre qualcosa che potesse dare un “valore aggiunto” rispetto alle già ricche attività e iniziative proposte dalle singole realtà che lo compongono, programmando un contributo al percorso verso la <em>46</em><sup><em><strong>a</strong></em></sup><em> Settimana sociale dei cattolici italiani</em>.</p>
<p>Il seminario “Debiti e giustizia internazionale: nuove regole e nostre responsabilità” (4 marzo 2010) vuole porre al centro della riflessione quelle cause globali alla radice della povertà e dell’esclusione sociale che si manifesta a livello nazionale ed internazionale, ma anche quelle esperienze positive e quei percorsi, che non sempre nella Chiesa italiana godono di una posizione centrale.</p>
<p>A partire da temi “glocali” come quello della finanza e del debito, e dell’ambiente in rapporto alla povertà, il seminario è pensato come un’occasione di riflessione sull’interdipendenza economica, sui fenomeni sottostanti all’indebitamento, sulle radici e cause di questo, nonché sulle nuove regole che si rendono sempre più necessarie ai vari livelli di <em>governance</em> internazionale e nazionale.  Lo scopo è quello di contribuire alla costruzione di una consapevolezza informata in primo luogo all’interno della comunità cristiana, in grado di promuovere un dibattito sulle nuove responsabilità personali e collettive, sul piano sociale politico ed economico, per un bene comune sempre più complesso da decifrare.</p>
<p>Questo seminario rappresenta il primo passo del percorso del Tavolo Giustizia e Solidarietà, un percorso pensato come servizio e stimolo a tutte le realtà della Chiesa italiana, attraverso cui quanto già realizzato da molte di queste realtà possa trovare una cassa di risonanza ed uno spazio di valorizzazione. Un prossimo appuntamento sarà organizzato nel giugno 2010, con la presentazione del nuovo <em>Rapporto sul debito</em> e dei temi di riflessione proposti alla considerazione delle diverse realtà per il prossimo anno pastorale, per un cammino delle comunità cristiane sempre più aperto alla giustizia economica e alla mondialità.</p>
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		<title>La tragica normalità del terremoto</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 09:53:02 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maria Maggi

<br/><br/>
La Terra ha tremato ancora con molto vigore, provocando perdite di vite umane, danni e rovine. Nel sentire e vedere ciò che è successo in Cile, a così poco tempo dal disastro di Haiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Maria Maggi</em></p>
<p>La Terra ha tremato ancora con molto vigore, provocando perdite di vite umane, danni e rovine. Nel sentire e vedere ciò che è successo in Cile, a così poco tempo dal disastro di Haiti e a neanche un anno da quello dell’Aquila, ci si sente sgomenti. Per quanto terribile possa apparire a chi lo sperimenti, il tremito della Terra è però un evento naturale, come la pioggia o il vento. Dalla sua nascita, ossia da 4,6 miliardi di anni, la Terra è stata scossa ininterrottamente da agitazioni sotterranee. Anche ora avvengono più di un milione di sismi l’anno, in media uno ogni 30 secondi. La maggior parte dei terremoti, per fortuna, è impercettibile e passerebbe inosservata se non ci fossero strumenti sofisticati a registrarli. In un anno, però, più di 3.000 sismi sono abbastanza rilevanti, di questi un centinaio producono cambiamenti significativi sulla crosta terrestre e una ventina causano alterazioni notevoli, determinando, quando colpiscono con violenza regioni densamente popolate, catastrofi immani.</p>
<p>Il tributo pagato dall’uomo per i sismi è esorbitante. Nei secoli tante grandi civiltà si sono sviluppate in zone sismicamente attive: intorno al bacino del Mediterraneo e lungo le coste dell’Oceano Pacifico, vicino ai monti nel Medio Oriente, in India, Cina, Giappone e nelle isole dei Caraibi. I terremoti e i fenomeni derivati &#8211; maremoti, incendi, pestilenze, carestie &#8211; provocano una media annuale di 10.000-15.000 vittime. Nel 2010, però, questo “tributo” è stato largamente superato.</p>
<p>L’ultimo terremoto del Cile, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato scorsi, è stato di magnitudo 8,8. In termini di energia liberata, è risultato 30.000 volte più forte del terremoto che ha colpito L’Aquila lo scorso aprile e anche 1.000 volte maggiore di quello di Haiti. L’epicentro è stato localizzato 117 chilometri a nord-est della seconda città del Cile, Concepcion, a una profondità di 55 chilometri. La fortissima scossa durata più di un minuto, ha fatto crollare alcuni edifici anche della capitale Santiago, che si trova a trecento chilometri dall’epicentro. Dieci ore prima, il terremoto era stato preceduto da una scossa di magnitudine 6,9 sull’isola giapponese di Okinawa. È scattato così l’allarme tsunami praticamente nell’intero Oceano Pacifico, dal Centroamerica fino alla Polinesia. Un’onda tsunami alta oltre due metri ha raggiunto la costa cilena nelle città di Talca, Valparaiso e Coquimbo e una grande ondata si è abbattuta sull’isola di Juan Fernandez al largo di Valparaiso. L’onda anomala è poi arrivata sulle coste che si affacciano sul Pacifico fino alla Kamciatka, senza provocare gravi danni.</p>
<p>Il Cile non è nuovo a questi tremendi sismi. Nel 1751 la stessa città di Concepcion fu distrutta da un terremoto. Nel 1960 il terremoto di Valdivia, il più grande mai registrato con una magnitudine di 9,5 della scala Richter, devastò tutta la parte sud del Paese. La faglia alla base dell’ultimo sisma è localizzata lungo la costa del Cile, parallela alle Ande. La parte interessata dal sisma è lunga 400 chilometri. Se una faglia così ci fosse in Italia, dal Tirreno all’Adriatico, avrebbe tagliato la penisola in due.</p>
<p>Come si generano i sismi? Fino agli anni Sessanta del Novecento, quando la teoria della tettonica a zolle rivoluzionò la geologia, i sismologi non avevano le idee chiare sulla loro genesi. Ogni terremoto sembrava presentarsi come un fenomeno isolato. In seguito, quando gli epicentri di numerosi terremoti furono collocati su un planisfero, prese forma gradualmente l’immagine di un pianeta in movimento, il cui strato più esterno e rigido, la litosfera, è diviso in molte zolle tettoniche; le sette più estese coinvolgono continenti e oceani. Spinte da forze che nascono all’interno della Terra, dove le rocce sono allo stato fuso, le zolle si muovono lentamente, qualche centimetro all’anno, spostandosi su uno strato più molle e plastico, detto astenosfera. Le zolle giganti si spostano entrando in collisione lungo i margini, scatenando così gli impressionanti terremoti che deformano la Terra, creando le catene montuose e anche le profonde fosse oceaniche.</p>
<p>I geologi hanno individuato tre diversi margini di zolla: quelli in accrescimento, quando le zolle si allontanano l’una dall’altra e materiale fuso fuoriesce dall’interno formando nuova litosfera; i margini in consunzione, in corrispondenza delle fosse oceaniche, quando una zolla scorre sotto un’altra e ne spinge giù l’orlo fino all’interno della Terra; i margini trasformi, quando gli orli di due zolle scorrono lateralmente l’uno rispetto all’altro. I margini di accrescimento si hanno per esempio al centro dell’Oceano Atlantico, dove le zolle americane si stanno allontanando da quella africana e da quella euroasiatica; il secondo tipo è quello proprio della costa cilena, dove la zolla di Nazca si insinua sotto la zolla sudamericana e che nel corso di milioni di anni ha generato le Ande; l’ultimo tipo si ha nella faglia di San Andreas dove la zolla pacifica scorre e preme contro la zolla nordamericana.</p>
<p>I sismi più potenti avvengono proprio nel secondo caso, nelle zone di “subduzione”, evidenziate dalle profonde fosse oceaniche poste al largo di linee costiere continentali e di archi insulari, dove una zolla sprofonda sotto un’altra. Quando la parte fredda e rigida della litosfera penetra nell’astenosfera, questa sopporta enormi tensioni che la deformano e la rendono sismicamente attiva fino a grandi profondità. La Terra è viva e continua a muoversi e rinnovarsi. L’uomo non può costruire torri di Babele come se il nostro pianeta fosse una sfera di granito rigida e immutabile. Deve costruire nei luoghi più adatti, con tecniche appropriate, realizzando edifici in grado di resistere alle forze immani che la Terra sprigiona.</p>
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		<title>Il Sud. Una risorsa per Paese e per la Chiesa</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 10:06:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Franco Miano
<br/><br/>
Il documento "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno", diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent'anni dalla pubblicazione di "Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno" [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Franco Miano</em></p>
<p>Il documento “<a href="http://www.azionecattolica.it/aci/MLAC/news/43-chiesaemezzogiorno.pdf">Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</a>”, diffuso dalla Conferenza Episcopale Italiana, a vent’anni dalla pubblicazione di “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, rappresenta prima di tutto <em>un’importante pagina di discernimento comunitario</em>. I Vescovi italiani (e non solo del Sud), dopo un percorso attento di riflessione e condivisione (che ha avuto nel convegno di Napoli del febbraio 2009 su “Chiesa nel Sud, Chiese del Sud” un decisivo riferimento), ripropongono l’attenzione sul Mezzogiorno nella diversificazione delle sue aree e dei suoi problemi, ma anche nella sua caratteristica unitaria, inquadrando la questione nell’ottica della vita dell’intero Paese, con lo stile pacato ma profondo che si addice ad una ricerca senza “ricette pronte”, ma che sa di poter contare su alcune salde certezze che derivano dalla fede, dalla testimonianza operosa della comunità ecclesiale, dalla passione per il bene comune espressa nell’impegno di tanti credenti.</p>
<p>Lo stile del discernimento è lo stile di una <em>disamina attenta dei mali</em> del Mezzogiorno, dalla piaga della criminalità alle emergenze ancora presenti della povertà e della disoccupazione, dalla persistenza dell’emigrazione dal Sud alla situazione economica segnata da uno sviluppo bloccato. A questo stile si accompagna la proposta di <em>una cifra unitaria</em> di impegno, che continua ad essere <em>la cifra della solidarietà</em>, quella solidarietà vera, capace di spezzare i legami mafia-politica e corruzione-povertà, di operare per vincere la disoccupazione e per costruire un federalismo a misura delle nostre realtà e delle loro caratteristiche.</p>
<p>Ma la solidarietà per crescere, per consolidarsi, ha bisogno oggi di uno scatto, di <em>un soprassalto di impegno</em>, di un protagonismo da parte degli uomini e delle donne del Sud. I Vescovi fanno “appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera” ponendo tutto questo nella “prospettiva della condivisione e dell’impegno educativo” (n. 2).</p>
<p>L’appello si rivolge a tutti, ma alle comunità cristiane in modo speciale affinché partendo dal loro ricchissimo patrimonio di fede e di umanità, sappiano sempre più mettere a disposizione di tutti “le risorse spirituali, morali e culturali che germogliano da un rinnovato annuncio del Vangelo e dall’esperienza cristiana, dalla presenza capillare nel territorio delle parrocchie, delle comunità religiose, delle aggregazioni laicali e specialmente dell’Azione Cattolica, delle istituzioni educative e di carità”, facendo “vedere e toccare l’amore di Dio e la maternità della Chiesa, popolo che cammina nella storia e punto di riferimento per la gente, di cui condivide giorno dopo giorno le fatiche e le speranze” (n. 14).</p>
<p>È questo appello che dobbiamo raccogliere, proprio perché siamo un’associazione legata al territorio e alla Chiesa locale, ma coltiviamo, allo stesso tempo, una dimensione nazionale. Anche a noi, come Azione Cattolica, viene chiesto di impegnarci, per far sì che il Sud divenga non tanto un problema quanto una risorsa per l’intero Paese e per la Chiesa italiana.</p>
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		<title>Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 12:43:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Matteo Pinto

<br/><br/>
A vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, i vescovi italiani riprendono la riflessione sul cammino della solidarietà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<p><em>di Matteo Pinto</em></p>
<p>A vent’anni dalla pubblicazione del documento <em>Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>, i vescovi italiani riprendono la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese, con particolare attenzione al Meridione d’Italia e ai suoi problemi irrisolti, riproponendoli all’attenzione della comunità ecclesiale nazionale, nella convinzione «degli ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale (…) alla luce dell’insegnamento del Vangelo e con spirito costruttivo di speranza».</p>
<p>L’episcopato italiano torna sull’argomento non solo per celebrare l’anniversario del documento, né in primo luogo per stilare un bilancio delle cose fatte o omesse, e neppure per registrare con ingenua soddisfazione la qualificata presenza delle strutture ecclesiali nella vita quotidiana della società meridionale, ma per intervenire in un dibattito che coinvolge tanti soggetti e ribadire la consapevolezza del dovere e della volontà della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d’Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese.</p>
<p>«Il nuovo documento <em><a href="http://www.azionecattolica.it/aci/MLAC/news/43-chiesaemezzogiorno.pdf">Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno</a> </em>– spiega mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza e vicepresidente della Cei per il Sud – giunge da tutti i vescovi italiani, come già, nel 1989, l’altro testo <em>Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno</em>». L’arcivescovo ricorda che «è nello stile del Vangelo partire dalle debolezze e dalle fragilità per donare, anche a chi si sente forte, l’incredibile ricchezza della speranza». Nel documento, aggiunge, «non manca lo stile realistico dell’analisi delle povertà, mentre si constatano aspetti di validità del cammino percorso dal 1989 ad oggi. Tutto è un segno di amore per la propria terra, anche il riconoscere la piaga profonda della criminalità, che crea, ancora, lutti e sofferenze alla gente del Sud». I vescovi italiani, prosegue mons. Superbo, «riaffermando la scelta della condivisione fraterna, riconoscono l’impegno di promozione umana manifestato dalla parte migliore della Chiesa nel Sud» che, come si legge nel documento, «si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena».</p>
<p>«I molteplici frutti del lavoro umile e silenzioso delle Chiese del Sud, illuminato dai coraggiosi testimoni che hanno donato la loro vita per l’annuncio del Vangelo, vanno dalla vitalità del laicato alla fecondità di vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato», ricorda il vicepresidente della Cei. «Questi frutti vengono presentati a tutta l’Italia, affinché possano essere un vero punto di forza nella creazione di un rinnovamento, che appare urgente, ma che sarà autentico solo se sarà basato, come affermato più volte dal Papa, “sulla trasformazione delle coscienze” e andrà decisamente nella direzione del riconoscimento effettivo dei valori, che rendono dignitosa la vita dell’uomo». L’invito finale del documento al «coraggio della speranza», spiega ancora mons. Superbo, presenta «le caratteristiche della concretezza e della solidità: si fonda, infatti, sulla fiducia nell’opera del Signore, incessante ed inesauribile, ed è proposto all’interno di un grande progetto educativo, pensato ed attuato per dare risposta alle grandi sfide culturali del nostro tempo». In questo modo, conclude, «viene tracciato un itinerario di crescita per una “nuova generazione di cristiani”, pronti a porre competenza, creatività e coraggio al servizio di un’Italia solidale, in cui l’attenzione efficace e privilegiata ai poveri determinerà la realizzazione della giustizia per tutti».</p>
<p>Rimandando alla lettura integrale del documento che trovate allegato, c’è da sottolineare l’idea di fondo che accompagna il testo, e cioè che «Il Paese non crescerà se non insieme». Per i vescovi italiani, «anche oggi», si legge nell’introduzione del testo, è «indispensabile che l’intera nazione conservi e accresca ciò che ha costruito nel tempo», a partire dalla consapevolezza che «il bene comune è molto più della somma del bene delle singole parti». In questo senso, «affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese», spiegano i vescovi, precisando che il punto di partenza del testo è «la constatazione del perdurare del problema meridionale», unita alla «consapevolezza della travagliata fase economica che anche il nostro Paese sta attraversando». Tutti «fattori», questi, che per la Cei «si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel federalismo un punto nevralgico, e con un’evoluzione socio-culturale, in cui si combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali ed etiche e l’inserimento di nuove presenze etnico-religiose per effetto dei fenomeni migratori». Senza contare «la trasformazione della religiosità degli italiani». «Il richiamo alla necessaria solidarietà nazionale, alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti»: nasce da qui l’appello dei vescovi «alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera nell’articolazione di una sussidiarietà organica».</p>
</div>
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		<title>Una sfida possibile</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 07:45:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>webmaster</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.dialoghi.net/?p=3922</guid>
		<description><![CDATA[di Matteo Truffelli

<br/><br/>
La storia civile, culturale ed economica dell’Emilia Romagna si caratterizza, senza dubbio, per la forte e significativa presenza in essa di culture tra loro differenti e spesso contrapposte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Matteo Truffelli</em></p>
<p>La storia civile, culturale ed economica dell’Emilia Romagna si caratterizza, senza dubbio, per la forte e significativa presenza in essa di culture tra loro differenti e spesso contrapposte, accomunate però da un profondo senso del valore della solidarietà. Un patrimonio ancora vivo, capace di impregnare a fondo, anche oggi, il sentire comune di chi vive in quel territorio. E tuttavia, anche la buona eredità che quella storia ha lasciato è posta oggi a confronto con problemi nuovi, in condizioni sociali, politiche e culturali diverse rispetto a quelle del passato.</p>
<p>Le sfide che la società civile emilianoromagnola deve affrontare per far sì che la sua consolidata tradizione solidale possa giocare un ruolo significativo nel nostro tempo e si possa trasmettere alle generazioni future sono grandi, complesse, difficili da dominare. Per questo l’Azione Cattolica ha voluto dedicare un convegno al tema «Territorio solidale &#8211; Costruire la speranza tra sicurezza e marginalità»: per cercare di offrire alla comunità civile ed ecclesiale un’occasione di confronto sulla realtà sociale della regione, alla ricerca dei percorsi possibili attraverso cui generare una nuova cultura solidale, capace di includere le marginalità, riequilibrare le ingiustizie, far incontrare le differenze.</p>
<p>L’imponente salone dell’Arengo, nel Palazzo comunale di Rimini, era gremito. I molti partecipanti al convegno, tra i quali il Sindaco, il Presidente della Provincia e il Presidente della Giunta Regionale, hanno così potuto prendere parte a una significativa riflessione sviluppata in tre parti.</p>
<p>La professoressa Vera Negri Zamagni ha affrontato il nodo problematico del rapporto tra solidarietà e sicurezza, un tema tanto più delicato in un momento in cui il termine sicurezza ha assunto un ruolo decisivo nel dibattito pubblico. La sua relazione ha insistito sul fatto che le situazioni di degrado sociale e territoriale – presenti, sia pure in forme diverse, nelle aree metropolitane di tutti i paesi, sia in via di sviluppo sia “avanzati” – possono essere affrontate su due piani differenti: perseguendo strategie utili alla «riduzione del danno» oppure cercando di affrontare le radici culturali, economiche e sociali delle problematiche.</p>
<p>Nella prima delle due prospettive, si tratta di ricorrere ad un corretto impiego delle forze dell’ordine, all’azione dei servizi sociali, a forme di controllo sociale messe in atto attraverso la collaborazione tra cittadini e amministrazioni locali. Azioni necessarie, ma che non vanno alla radice dei problemi. Per affrontare il problema nei suoi aspetti decisivi, infatti, sarebbe necessario agire su quattro aree fondamentali, promuovendo una nuova progettualità capace di guardare al di là della <em>routine</em> in cui spesso ci si attarda, rompendo gli schemi consolidati, proprio come è sempre avvenuto in tutti i momenti di svolta. Tali aree, ha spiegato Vera Negri Zamagni, sono quelle della famiglia, che deve tornare ad essere luogo di trasmissione di valori liberamente e responsabilmente scelti dai genitori; quella della scuola e dell’università, chiamate non soltanto a veicolare dei saperi, ma a formare persone responsabili, libere e critiche; quella del lavoro, che non può non essere concepito come dimensione da costruire attorno alla dignità del lavoratore; quella del superamento dell’individualismo, tanto a livello privato come a livello pubblico.</p>
<p>La visione d’insieme offerta dallo sguardo di chi è abituata a leggere le implicazioni sociali, economiche e culturali della realtà è stata poi arricchita dalla intensa testimonianza portata da Paolo Ramonda, successore di don Oreste Benzi come Responsabile generale dell’Associazione «Comunità Papa Giovanni XXIII» (in collaborazione con la quale era stato organizzato il convegno). Prendendo le mosse dall’insegnamento di don Benzi e dalla quotidiana esperienza dell’associazione, impegnata su una varietà di fronti a servire e rendere protagoniste le molteplici forme di marginalità presenti anche nel nostro territorio, Ramonda ha aiutato tutti i presenti a dare un volto concreto alla riflessione sul significato di solidarietà nel nostro tempo. L’intervento conclusivo di Franco Miano ha consentito, infine, di individuare diverse prospettive di impegno, attraverso le quali anche l’Azione Cattolica può concorrere (e già concorre) alla costruzione di una cultura solidale sempre più diffusa.</p>
</div>
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		<title>In piena sintonia</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 11:50:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Fatto del giorno]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabio Zavattaro

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È un appuntamento tradizionale il ricevimento, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, che celebra i Patti Lateranensi e la revisione concordataria del 18 febbraio 1984 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando"><em>di Fabio Zavattaro</em></p>
<p>È un appuntamento tradizionale il ricevimento, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, che celebra i Patti Lateranensi e la revisione concordataria del 18 febbraio 1984. Ma è soprattutto un momento per tastare, giornalisticamente parlando, il polso dei rapporti tra Italia e Santa Sede; e quest’anno è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ribadisce “il clima positivo” nei rapporti di amicizia, “nel segno di una consolidata tradizione”, come sottolinea il giornale vaticano <em>L’Osservatore Romano</em>. Parole che trovano eco nell’incontro svoltosi in una sala dell’Ambasciata tra il presidente Napolitano e il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano.</p>
<p>Accolto dall’ambasciatore Antonio Zanardi Landi, il Capo dello Stato ha affermato: “Oggi c’è un inizio di primavera per l’anniversario dei Patti Lateranensi”. Ma non era certo l’aspetto atmosferico a destare l’attenzione dei cronisti. Lasciando, poi, Villa Borromeo per il Quirinale, Il Presidente Napolitano aggiunge: “È andato tutto nel migliore dei modi possibili, in una atmosfera di grande cordialità e di grande sintonia”.</p>
<p>E così ancora una volta si cerca di scoprire i contenuti di colloqui informali ma significativi: si sa, c’è sempre qualcuno che parla. Così si viene a sapere che il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha posto l’accento sulla questione delle scuole non statali colpite dai tagli della finanziaria. Uno studente della scuola cattolica costa allo Stato il 60 per cento in meno di un suo coetaneo che studia negli istituti pubblici. La risposta del Presidente del Coniglio, Silvio Berlusconi, riguarda l’opera del suo Governo e la prospettiva di ridurre quei tagli che penalizzano la scuola libera. Forse si è anche parlato di bioetica, probabile a breve una possibile nota, anche perché, per il momento l’unico documento Cei previsto, dovrebbe uscire a giorni, è quello relativo al Mezzogiorno.</p>
<p>Un altro tema almeno accennato potrebbe essere quello relativo all’immigrazione; forse non è un caso che proprio nel giorno del ricevimento, in una nota della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni si auspichi che le prossime elezioni amministrative siano occasione importante “perché i temi della giustizia sociale e dell’integrazione tornino al centro dei programmi e delle politiche locali, evitando che la tematica dell’immigrazione sia usata pregiudizialmente e ideologicamente per scopi elettorali”.</p>
<p>Ma al di la dei temi più contingenti, il ricevimento è anche occasione per riflettere sul processo che ha portato ai Patti e alla loro modifica ventisei anni fa. Certo, c’era da uniformare quell’accordo internazionale firmato nel 1929 alla Costituzione repubblicana del 1948, tenendo anche conto che la Chiesa aveva vissuto un Concilio che la rendeva più attenta alle novità della società civile. Ma questo non ne ha mutato la funzione essenziale. Lo sottolinea in un articolo <em>L’Osservatore Romano</em>: “Se è vero che in un ordinamento democratico, come quello italiano odierno, la libertà religiosa nelle sue diverse dimensioni trova la più alta e solida garanzia nel testo costituzionale, è anche vero che tale proclamata libertà, nella prospettiva del bene individuale e comune, ha bisogno di strumenti di attuazione, diretti a renderne possibile la concreta fruizione. Uno Stato autenticamente laico, qual è quello delineato dalla Costituzione italiana – si legge ancora su <em>L’Osservatore Romano</em> – non può limitarsi a garantire l’immunità da coercizioni esterne in materia di coscienza, ma, nel rispetto dell’eguaglianza senza discriminazioni, deve favorire la positiva esplicitazione delle scelte religiose da parte di individui e comunità”. L’accordo del 1984 assicura, da un lato, la laicità dello Stato e, dall’altro, l’esigenza di una “concreta fruizione della libertà in materia religiosa nelle sue multiformi manifestazioni”. La strada è tracciata con chiarezza, va agevolato il cammino di chi la percorre.</p>
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