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Il caso (caos?) rifiuti in Campania

martedì 30 novembre 2010
di Giuseppe Irace

Raccontare in poche battute la “storia” dei rifiuti in Campania è impresa ardua. Volutamente uso il termine “storia” e non “emergenza”: vi sembra che si possa usare il termine “emergenza” per una vicenda iniziata il 24 febbraio 1992 con la legge 225?
Allora provo a raccontare un po’ di fatti e di numeri, forse in ordine sparso, dando a ciascuno la possibilità di farsi la sua opinione.
Primo, l’attuale periodo di crisi non riguarda i cosiddetti rifiuti “speciali” prodotti da attività industriali, con il loro carico di pericolosità e con i problemi legati a traffici illeciti, rotte nord-sud, buche nelle campagne con ogni sorta di inquinanti ed ecomafie (anche se il problema si interseca laddove le discariche sono state riempite da questi e le popolazioni sono esasperate). Riguarda esclusivamente i volgari sacchetti dei rifiuti che ciascuno di noi produce a casa propria, quelli che in gergo tecnico si chiamano “rifiuti urbani e assimilati”.
Veniamo ai primi numeri:
Produzione giornaliera pro capite di rifiuti urbani: 1.46 kg
Produzione annua pro capite di rifiuti: 533 kg
Abitanti Regione Campania: 5.800.000
Produzione rifiuti urbani tot.: 2.800.000 t/anno
Questi è il totale di rifiuti da trattare in un anno in Campania!
Facendo un’analisi della composizione qualitativa di questi rifiuti, volutamente semplificata, vediamo che circa un terzo è materiale secco riciclabile (carta, vetro, plastica, alluminio, ferro, legno,…). Un terzo è il cosiddetto umido (scarti di cibo e scarti di verde) recuperabile come compost, ammendante o addirittura anche metano. Infine, un altro terzo è materiale da smaltire non recuperabile.
Un corretto ciclo dei rifiuti prevede che il materiale secco si ricicli in moderni impianti industriali, l’umido si recuperi in impianti di compostaggio o in impianti anaerobici (quelli che produco anche il gas) infine l’ultimo terzo vada in termovalorizzatori per il recupero energetico e le ceneri di scarto di questi vada in discarica.
La Campania è ricca di impianti di riciclaggio della frazione secca, ma in più di 18 anni di cosiddetta emergenza non ha realizzato nessun impianto di trattamento della frazione umida e ha aperto il solo impianto di termovalorizzazione di Acerra che però funziona ad un terzo delle sue potenzialità (200.000 t/anno su 600.000 t/anno) e pertanto manda in discarica 1.500.000 t/anno.
In Italia le leggi sui rifiuti prevedono che lo Stato si occupi di normare e programmare, le Regioni di pianificare, i Comuni riuniti in Ambiti Territoriali Ottimali di spazzare, raccogliere, trasportare, recuperare e smaltire, le Province di controllare.
In Campania lo Stato nazionale, visto lo stato di emergenza, ha gestito la gran parte del ciclo in maniera unitaria dando a dei Commissari dei poteri straordinari. Nel ruolo di Commissario negli anni si sono alternati i Presidenti della Regione (Rastrelli, Losco e Bassolino), i prefetti Catenacci e Pansa e il Capo della protezione civile Bertolaso, tutti però rispondevano direttamente al Governo nazionale.
Un altro dato che è importante far conoscere è che in Campania non si è geneticamente incapaci di differenziare i rifiuti. I cittadini semmai non sempre sono in grado di scegliere amministratori capaci (ma questa è un’altra emergenza!!!), infatti in Campania quasi la metà dei Comuni fa un’ottima raccolta differenziata a livello delle migliori esperienze del nord e anche volendo restringere il campo alla sola provincia di Napoli, che sicuramente costituisce il nodo più problematico, su 91 comuni più della metà supera il 30% di raccolta differenziata e di questi 25 superano il 50% con punte che raggiungono quasi il 70% , sobbarcandosi costi enormi perché, non essendoci impianti per l’umido, questo va trasportato ad impianti fuori Regione. E se comuni contermini – Monte di Procida (65%) e Bacoli (15%) o Grumo Nevano (60%) e Melito (5%) e potrei fare tanti altri esempi – hanno prestazioni completamente differenti certo non possiamo dire che è colpa dei cromosomi dei cittadini. Poi c’è il gravissimo problema della città di Napoli dove non si è mai riusciti ad organizzare una raccolta dei rifiuti che abbia raggiunto il 20% di differenziazione.
Quello che non manca è il personale grazie ad una gestione clientelare dell’emergenza infatti, mentre la media nazionale degli addetti al ciclo dei rifiuti è di circa 1 addetto ogni 1000 abitanti, in Campania è di 1 ogni 500 e a Napoli di 1 ogni 300, se non si fermano tra poco arriveremo all’affidamento familiare dello spazzino!
In merito alle competenze, diversamente a quanto avviene nel resto d’Italia, una Legge Regionale nel 2008 (votata da entrambi gli schieramenti), frettolosa, inadeguata a risolvere il problema e che anzi ne ha inasprito la gravità, affida i compiti di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti non ai Comuni ma alle Province. Questa legge ha sollevato moti dubbi di costituzionalità ed alcuni ricorsi alla Corte costituzionale, tra cui quello delle Province e quello del Ministro per gli affari Regionali, Fitto. Ma, colpo di scena, il Governo nazionale con D. L. 195 del 30.12.2009: Cessazione dello Stato di Emergenza adotta questa cosiddetta “provincializzazione” con legge nazionale. E nel decretare che l’emergenza rifiuti in Campania è finita (a dire il vero Berlusconi questa fine l’ha annunciata diverse volte!) ha anche individuato 8 nuove discariche dove poter conferire i rifiuti, nel mentre si fosse provveduto a realizzare gli impianti. Il risultato è che alcuni di questi siti sono ormai pressoché saturi altri non si sono mai aperti per le proteste dei cittadini (e con il Decreto alla firma del Presidente della Repubblica in queste ore pare che non si apriranno mai e sembrerebbe anche che non si individuano siti alternativi).
Alla fine della fiera, spazio in discarica non ce ne più, nessuno parla di realizzare impianti per trattare la frazione umida, così da risolvere un terzo dei problemi, ci si bisticcia su chi deve realizzare il termovalorizzatore a Salerno se il Presidente della Regione o il Presidente della Provincia (vedi il cosiddetto caso Carfagna), le province non sono pronte a gestire il ciclo, dei cattivi amministratori locali potrebbero risolvere almeno il 60% del problema con una corretta raccolta differenziata e non lo fanno, i rifiuti forse dovranno essere esportati con costi enormi a carico dei cittadini campani e i cumuli di rifiuti crescono giorno dopo giorno.
Forse è vero una malattia genetica c’è, e i cittadini napoletani devono con urgenza iniziare a cercarne la cura, anche se i benefici si dovessero avere tra decenni: riappropriarsi della cosa pubblica, occuparsi di politica, vivere una cittadinanza attiva, non votare i maniera clientelare o per appartenenza fideistica ad uno schieramento, chiedere conto agli amministratori del loro operato e tutto questo prima che sia troppo tardi, prima che la speranza cessi definitivamente di abitare in questi luoghi prima che l’unica soluzione sia andar via. Nel frattempo, a trentanni dal terremoto del 1980, il grido di allora “fate presto” deve diventare “facciamo presto” è l’ora, finalmente, di raccogliere l’invito ai napoletani di Giovanni Paolo II: in questo territorio bisogna “organizzare la speranza”.

Luce del mondo

mercoledì 24 novembre 2010
di Fabio Zavattaro

C’è una frase, nella quarta di copertina del libro intervista di Papa Benedetto con il giornalista tedesco Peter Seewald, Luce del mondo, da cui mi piace iniziare: «non siamo un centro di produzione, non siamo un’impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella fede. Il nostro compito non è creare un prodotto o avere successo nelle vendite. Il nostro compito è vivere esemplarmente la fede, annunciarla». C’è tutto Ratzinger, e la sua idea di Chiesa, in questa espressione, il Papa che sa distinguere il peccato dal peccatore, che sa accogliere nel dialogo laici e credenti di altre fedi; soprattutto il Papa che si affida totalmente a Dio, come nel giorno della sua elezione quando si rivolse al Signore, racconta, con queste parole: «Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre! Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi».
C’è il Ratzinger privato che ama la musica, che festeggia onomastici e compleanni insieme alla famiglia pontificia, che guarda il notiziario alla tv, e qualche film. Il Papa che ricorda le parole di Giovanni Paolo II quando, avvicinandosi il suo 75mo compleanno, il limite di età in cui i cardinali e i vescovi rassegnano le dimissioni, gli disse: non è nemmeno necessario che lei scriva la lettera, perché io la voglio con me sino alla fine. E così è stato fino a quella sera, vigilia della morte di Wojtyla, quando, tornando da Subiaco, dove era stato a tenere una conferenza sull’Europa, Ratzinger sale nell’appartamento del Papa: «ci siamo lasciati stringendoci le mani con affetto, nella consapevolezza che sarebbe stato il nostro ultimo incontro».
E c’è, nel libro intervista, il Ratzinger pubblico, il Papa che affronta i gradi temi, i problemi e le questioni spinose. Come la questione dell’infallibilità del Papa. Risponde: «in determinate circostanze e a determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni vincolanti grazie alle quali diviene chiaro cosa è la fede della Chiesa e cosa non è. Ma non produce di continuo infallibilità il Papa: normalmente il vescovo di Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa». Come dire, anche un Papa può sbagliare. E lo dice chiaramente quando affronta il tema del dialogo con l’Islam e il suo discorso all’università di Ratisbona, nel 2006: «avevo concepito quel discorso come una lezione strettamente accademica, senza rendermi conto che il discorso di un Papa non viene considerato dal punto di vista accademico, ma da quello politico. Da una prospettiva politica non si considerò il discorso prestando attenzione ai particolari; fu invece estrapolato un passo e dato ad esso un significato politico, che in realtà non aveva». Da quell’episodio sono nati passi positivi nel dialogo ed è risultato chiaro che l’Islam nel dibattito pubblico «deve chiarire due questioni: quelle del suo rapporto con la violenza e con la ragione».
C’è poi il caso del vescovo lefebvriano negazionista Williamson, cui tolse la scomunica nel gennaio del 2009. Il Papa confessa che se fosse stato a conoscenza delle sue affermazioni, non avrebbe firmato la revoca, «si sarebbe innanzitutto dovuto separare il caso Williamson dagli altri, ma purtroppo – ammette il Papa – nessuno di noi ha guardato su internet e preso coscienza di chi si trattava». «Purtroppo non lo avevamo previsto», ed è «un episodio particolarmente doloroso», ma ha anche messo in evidenza come ci sia «un’animosità pronta a esplodere, che attende solo che queste cose accadano per poi colpire con precisione».
Tra i tanti temi affrontati, torna la questione del profilattico e del suo utilizzo per arginare la diffusione dell’Aids, in primo piano nel viaggio che ha portato il Papa in Cameroun. Un tema che, in seguito a un’anticipazione di stampa, tanto ha fatto discutere soprattutto per una diversità di formulazione tra la stesura in tedesco e la traduzione in italiano – padre Federico Lombardi ha successivamente precisato che non si tratta di discutere su prostituto o prostituta, ma la riflessione deve incentrarsi sul fatto che l’utilizzo del profilattico sia un primo atto di responsabilità, un primo passo sulla strada verso una sessualità più umana. Papa Ratzinger afferma che bisogna fare molto di più e che non si risolve il problema Aids con l’uso del profilattico: concentrarsi solo su questo significa «banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé».
Altro tema difficile, l’omosessualità; il Papa afferma che è «una grande prova» di fronte alla quale una persona può trovarsi, «così come una persona può dovere sopportare altre prove». Ma «non per questo diviene moralmente giusta». Ancora, la pedofilia: «purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento».
Poi di «sfida particolarmente urgente» a proposito della situazione di un sacerdote che vive con una donna. Dice il Papa: «si deve esaminare se esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un  buon matrimonio. Se così fosse, dovranno imboccare quella strada. Se invece si trattasse di una caduta della volontà morale, senza un autentico legame interiore, sarà necessario trovare vie di risanamento per lui e per lei». Il problema di fondo, afferma ancora il Papa, è la sincerità: «tutto quello che è menzogna e occultamento, non deve essere».
Leggendo questo libro ritroviamo pagina dopo pagina l’umile lavoratore nella vigna del Signore, il Papa che invita a guardare all’essenziale e a rinunciare al superfluo; che ricorda come la vera conversione – sono le parole della celebrazione al Concistoro per la nomina di 24 nuovi cardinali – si realizza pienamente quando l’uomo «rinuncia a voler salvare Gesù e accetta di essere salvato da lui. Rinuncia a voler salvare Gesù dalla croce e accetta di essere salvato dalla sua croce». Il suo è un ministero ecclesiale che è «sempre risposta ad una chiamata», mai «frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione». Nella Chiesa, ricordava, «tutti sono invitati, tutti sono raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è anche la nostra sicurezza».

23 Novembre 1980 ore 19,34

martedì 23 novembre 2010
di Giovanna Accomando

Una domenica come le altre ma con un caldo insolito per il mese di novembre dalle nostre parti. La mattina in chiesa per la celebrazione, il pomeriggio riunione dei giovani di AC, come si era soliti fare, e poi una passeggiata in piazza con gli amici del gruppo prima di tornare a casa. In cielo una luna piena, rosso fuoco, di quelle che è difficile dimenticare e un vento che sembrava sradicare gli alberi, poi, all’improvviso un forte boato, la terra si apre sotto i piedi ed è buio fitto. Di corsa tra le urla e l’oscurità della sera, la polvere e le prime pietre cadute, si cerca la strada di casa, senza sapere che la casa non c’è più.
Si rimane attoniti, forse si ha paura di fare i conti con la realtà, ma la verità è lì, la vedi: la tua casa un cumulo di macerie tra le altre. Vorresti piangere, scappare via per trovare un posto sicuro, per evitare altri pericoli, ma ti accorgi che sotto le pietre c’è qualcuno, tanti, che gridano aiuto. C’è disorientamento, si cerca di capire intorno cosa sia successo, si cercano informazioni di persone che in quel momento non sono lì, e scopri che poco lontano da te non ci sono solo case cadute o edifici in ginocchio ma anche bambini, giovani, anziani che non rivedrai mai più. Cominci a scavare, si continuano a pronunciare nomi, togli qualche pietra e riconosci ciò che ti appartiene, i tuoi ricordi sono cancellati per sempre, gli affetti più cari scomparsi, in alcuni casi famiglie intere distrutte. Le voci, le urla le grida di aiuto: Un minuto e 20 secondi interminabili che hanno segnato per sempre la tua vita e la storia di interi paesi dell’Irpinia e della Basilicata.
Agli occhi dei primi soccorritori una scena agghiacciante: sull’asfalto sedevano i tetti delle case, palazzi inghiottiti per sempre, interi paesi rasi al suolo, l’ospedale di Sant’Angelo ridotto in polvere, tante le chiese rimaste chiuse per anni; altre demolite nel tempo. Le ferite e i segni di quella scossa, a distanza ormai di 30 anni non sono stati dimenticati, anzi il ricordo è più che mai vivo e né il tempo, né la storia potrà mai cancellare.
Passa qualche giorno, cominciano a cadere anche i primi fiocchi di neve (quell’anno cade la neve anche a bassa quota) che coprono di bianco le pietre e i corpi inermi. Il disagio è maggiore, le strade sono impercorribili, i soccorsi più difficili, ma senza sosta si continua a scavare per ore, per giorni, con la speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Non c’è acqua né cibo, il freddo è pungente e non ci sono coperte, manca anche il necessario almeno per coprirsi. Tutto sembra finito, i progetti, i sogni infranti, i sacrifici di una vita ridotti in polvere. Le tue sicurezze non ci sono più. La tua vita è cambiata per sempre. Ti guardi intorno e vedi solo rovine, case distrutte; persone che avevi accanto ogni giorno sono andate via per sempre o hanno trovato una sistemazione migliore da parenti o amici in paesi e città lontane. La comunità, la parrocchia, il paese non esiste più. Quel poco che è rimasto di ciascuno diventa ricchezza per tutti. Nessuno ti è estraneo.
Comincia una grande gara di solidarietà. Arrivano in paese volti nuovi, i primi soccorsi, persone mai viste prima ti offrono coperte, cibo, il necessario per sopravvivere. È il momento del cuore: della generosità, della commozione ma soprattutto della presenza. Si ricomincia, ma non da soli. La fase di emergenza passa ma la solidarietà non finisce. Accanto alle case occorre ricostruire la comunità umana, ridare speranza. È questo il grido di aiuto del vescovo di allora e dei parroci. Nascerà un gemellaggio fra le comunità cristiane dei singoli paesi colpiti dal sisma e le varie diocesi italiane tramite la Caritas italiana. L’esperienza del sisma ci fa riscoprire il valore grande della comunione e la ricchezza della vocazione cristiana. La diversità diventa ricchezza, gli sconosciuti diventano prossimo.
Comincia un alternarsi di persone che per alcuni anni ti sono accanto e come te vivono il disagio, condividono prima le tende, le roulotte, la baracca, successivamente il prefabbricato “bollente” d’estate e “gelido” d’inverno. Sono sacerdoti, laici e suore che donano una parola di speranza a chi ha perso gli affetti più cari, la compagnia a persone anziane che dopo una vita di sacrifici si ritrovano sole con la loro solitudine; vanno di baracca in baracca a prendere i piccoli per il doposcuola o per momenti di svago; si organizzano giochi, si prega insieme; giovani tra i coetanei del posto che si inventano di tutto per farti passare qualche ora serena, che ti offrono la loro amicizia e il loro affetto per alleviare il dolore di quelli perduti per sempre. Piccoli gesti che ti danno la forza di ricominciare. Nasce un’esperienza unica e nuova di amicizia, di solidarietà che oggi a trent’anni dura ancora: ti appartengono perché hanno scritto con te una parte della tua storia, hanno percorso con te un tratto di strada. Con qualcuno c’è un appuntamento annuale, con altri ci sono incontri sporadici o colloqui telefonici, di molti ricordi solo i nomi, ma tutti li porti nel cuore.
Mentre in questi giorni si moltiplicano le iniziative di commemorazione, si scrivono fiumi di inchiostro su quella tragedia, come in un film si rivivono quei giorni e passano davanti i momenti più significativi vissuti e i tanti volti incontrati. Ciascuno con la sua storia, la sua esperienza di fede, ma tutti accomunati dal desiderio di bene e di generosità. Ora quei giovani hanno costruito una nuova famiglia, sono professionisti, i seminaristi diventati sacerdoti, qualche prete eletto vescovo ma per te sono e rimarranno sempre i gemellanti che a turno ogni settimana o due si sono alternati per condividere il dolore della prima ora e le gioie della rinascita, delle case ricostruite, delle chiese riaperte.
La gratitudine è immensa. Al di là della vicinanza insieme abbiamo riscoperto le ragioni e i valori del ricostruire prima di tutto noi stessi, gli equilibri sociali. L’esperienza del gemellaggio ci ha aiutato a mantenere salda la nostra fede anzi a rinvigorirla quando sembrava perduta per sempre. Le parole non riescono ad esprimere quanto di grande e bello abbiamo ricevuto e costruito. A tal proposito mi piace ricordare il mio parroco don Raffaele Aquino, ormai deceduto, che nell’anniversario del primo anno dal terremoto così scriveva al vescovo di Senigallia: «È con animo commosso che Le scrivo queste righe per esprimere i sinceri profondi sentimenti di gratitudine e soddisfazione per tutto il paterno, pastorale, affettuoso bene spirituale che ha profuso qui, le persone, i pensieri rimarranno impressi nel mio cuore e di tutto il paese a stimolo e conforto nel riprendere il nostro sofferto cammino di fede, di speranza, di amore in comunione con Dio e fra di noi. A me si unisce il coro unanime di tutta la comunità che è rimasta edificata dalla vostra partecipazione alla vita di tutti. Grazie veramente grazie, profondamente grazie».

Uniti, contro le mafie

sabato 20 novembre 2010
di Umberto Ronga

Che l’antimafia divida non è la prima volta che accade. Basti rispolverare alcune delle pagine più dense della letteratura giuridica e storica non solo italiana, o ripercorrere alcune delle immagini più delicate della cronaca del nostro paese, per rinvenirne di antichi e spesso mai sedati conflitti. Politica, magistratura, giornalismo di inchiesta. E ancora Chiesa, scuola, università, società civile organizzata: troppo spesso sono in conflitto su questi temi. Eppure sono (e siamo) tutti interpellati nella lotta al crimine organizzato.
Tuttavia proviamo a fare un passo indietro. A sgombrare il campo dalle polemiche contingenti e a riflettere, per una volta, con calma. Alcuni nomi potranno aiutarci in questa operazione. Quelli di politici, come Pio la Torre o Angelo Vassallo; di magistrati, come Paolo Borsellino o Rosario Livatino; di giornalisti, come Giancarlo Siani o Peppino Impastato; di preti, come don Pino Puglisi o don Peppino Diana; e di tantissimi altri. Uomini diversi. Diversi gli incarichi. Diverse le responsabilità cui erano preposti. Eppure tutti, ma proprio tutti, irriducibili amanti della verità. Riflettere intorno a questa, che potrebbe divenire un’interminabile elencazione di uomini perbene, può condurci a comprendere il senso di una causa che unisce. La natura di un impegno che vola alto sopra ogni interesse di parte, per consegnare alla giustizia di questo paese una “goccia di splendore, di umanità, di verità”.
Questo è il tentativo di dimostrare che lo Stato ci unisce. Senza alcuna retorica o generalizzazione. Ma davvero oltre i colori di una parte. La testimonianza del lavoro quotidiano di quanti, spesso in silenzio, conducono la propria “buona battaglia” al servizio dello Stato, dovrebbe destarci dal torpore delle polemiche più recenti per invitarci a riflettere, insieme, intorno a ciò che ci unisce. Intorno a ciò che ci vede impegnati al servizio della legalità, della pace, della giustizia.Ciascuno nei propri percorsi. Ciascuno nei propri ambiti di impegno. Ciascuno facendo il proprio dovere. Uniti per il bene, contro il male delle mafie.
In questo senso l’arresto del boss della camorra casalese Antonio Iovine è una straordinaria vittoria dello Stato. Delle forze dell’ordine e dei magistrati che ne hanno guidato le indagini e assicurato la cattura. Di quelle istituzioni politiche che ne hanno sostenuto concretamente le operazioni. Di quanti, scrittori e giornalisti coraggiosi, ne hanno denunciato l’esistenza e sensibilizzato l’attenzione nazionale e internazionale. Di quanti, tra cittadini comuni, ne hanno favorito l’individuazione, collaborando con le istituzioni, rompendo i muri del silenzio, della paura, dell’omertà. Ma perché lo Stato continui ad unirci sotto l’unico nome della legalità e della convivenza civile è necessario che ciascuno, a cominciare da quanti ricoprono i più alti incarichi di responsabilità, si adoperi nella denuncia ferma di quelle frange, di quei pezzi, di quei nomi che ancora inquinano le istituzioni dal di dentro, mortificando il cuore dello Stato repubblicano e l’immagine della nostra nazione. Non si tratta di gettare discredito su questa o quella parte. Ma, al contrario, si tratta di rompere gli schemi, oramai stanchi, di certi linguaggi politicamente corretti, per restituire al paese la determinazione di un impegno autentico, trasversale. Che incoraggia chi denuncia. Che isola chi delinque. Che si unisce al grido di giustizia che vive tra le gente.
E allora nessuno si consideri esente dal dovere e dal potere di fare fino in fondo la propria parte per contribuire a colmare quella “fame e sete di giustizia” che si alimenta intorno a noi. E che questa vicenda ci insegni, tra l’altro, che un arresto eccellente non è un tema che può dividere. Ma bensì un risultato da condividere e valorizzare come monito a camminare uniti con ancora maggiore determinazione lungo le strade della giustizia.

Nessuno dimentichi

giovedì 18 novembre 2010
di Laura Organte*
L’acqua si è ormai ritirata da Casalserugo. Ammassati lungo le strade, divani impregnati di fango, mobili sconquassati, elettrodomestici ormai inservibili, sacchi della spazzatura pieni di tutte quelle cose che hanno fatto parte della vita di tante persone, raccontano meglio dei numeri e delle parole il bilancio di un disastro. C’è chi ha perso tutto nella notte tra l’1 e il 2 novembre in cui il canale Roncajette, rotti gli argini, ha riversato le sue acque fino al centro della città. Accanto ai drammi della popolazione ci sono anche altre storie da raccontare.
Sono storie di solidarietà e di fratellanza. «Ci siamo mobilitati subito con un gruppo di persone – racconta il cappellano, don Xavier Morillo. In poco tempo ci siamo trovati a ospitare per i pasti i vigili del fuoco e la protezione civile, e preparare da mangiare per gli sfollati ospitati nella palestra di Maserà. Ma le esigenze sono diverse di giorno in giorno, e così ogni mattina affrontiamo tutti insieme una situazione nuova».
La canonica, nei giorni del post alluvione, è un via vai di gente che porta scatoloni di generi alimentari e prodotti per la pulizia, persone che arrivano offrendo la loro disponibilità, gruppi di ragazzi che, armati di stivali di gomma, secchi e detersivi, partono alla volta di chi ha bisogno, diretti dall’instancabile responsabile, Paola Canesso, che nonostante non abbia un attimo di tregua non perde mai il suo sorriso e la sua energia. «Stiamo già pensando al dopo – racconta Paola – ci piacerebbe organizzare degli incontri informativi con tecnici ed esperti per insegnare alla gente come risanare le case e recuperare orti e terreni ».
Tra i volontari ci sono anche tanti giovani che passano di casa in casa offrendo il proprio aiuto, tra loro anche quelli dell’Azione cattolica vicariale, che hanno scelto di rimandare l’apertura delle loro attività per dare il proprio contributo. «Tra questi ragazzi e le famiglie si creano momenti di comunione che lasceranno il segno – commenta Walter Francescon dell’Azione cattolica parrocchiale. Io stesso ho avuto la possibilità di ospitare una famiglia nella mia casa e credo che questi eventi rappresentino una grande occasione di crescita per le comunità».
Strette attorno alla parrocchia di Casalserugo, le quindici parrocchie del vicariato di Maserà hanno subito messo in moto la rete di solidarietà che da un anno a questa parte si è andata costituendo attraverso la Caritas vicariale: «Le provviste alimentari raccolte il 25 settembre durante la giornata della colletta alimentare si sono rivelate provvidenziali nell’immediato – racconta il responsabile Claudio Borsetto – Con un semplice appello siamo riusciti a reperire talmente tanti volontari che abbiamo dovuto mettere molti in attesa. Qualcuno ha persino trovato un’idrovora per il comune di Bovolenta che ne aveva urgente bisogno». A preoccupare è però soprattutto il dopo: «Adesso si pensa alle urgenze, ma abbiamo di fronte un periodo lungo e difficile – avverte il vicario don Carlo Daniele – bisogna distribuire con oculatezza energie e risorse». Gli fa eco il diacono Ferdinando Menegazzo: «Il grosso del nostro lavoro avverrà nelle prossime settimane quando dovremo stare accanto agli sfollati che, rientrati nelle proprie case, dovranno compilare i moduli per il risarcimento, ricomprare mobili e oggetti di uso quotidiano e far fronte a tante difficoltà. Penso soprattutto agli anziani».
Gli sfollati sono stati 400, un decimo del totale, ospitati presso il centro sportivo di Maserà e il centro anziani di Albignasego. «Si è creata una rete di solidarietà territoriale che ha coinvolto tutti – racconta il sindaco Elisa Venturini – dalle parrocchie ai comuni limitrofi, dalle associazioni ai singoli cittadini. Una mobilitazione così ampia aiuta a guardare al futuro con fiducia». Intanto iniziano le prime stime dei danni. «Per quanto riguarda edifici pubblici e infrastrutture per ora siamo intorno ai 18 milioni di euro – continua il sindaco – siamo fiduciosi che lo Stato ci riconosca quanto ci spetta, i nostri concittadini non sono diversi dai terremotati dell’Aquila».

*Laura Organte è giornalista del settimanale diocesano di Padova “La Difesa del popolo” (www.difesapopolo.it)

Chiamati a servire il bene di tutti

martedì 16 novembre 2010
di Marco Iasevoli
Sono arrivati in più di trecento da tutta Italia. Amministratori locali provenienti dalle fila dell’associazione, collocati da sinistra a destra, passando per il centro. O non collocati affatto perché a disagio nei partiti. Convocati a Roma per il primo appuntamento del genere organizzato dall’Ac. Lo scopo lo spiega il presidente Franco Miano: «Riscoprire la comunione che ci lega, stimarci a vicenda, prometterci un impegno reciproco per lavorare insieme al bene delle città e delle persone». Ma non solo: partendo dai territori, l’associazione vuole avviare un dialogo con i politici «per rispondere in modo concreto agli appelli del papa e del cardinale Bagnasco per rinnovare e qualificare la presenza dei credenti in politica».
La maggior parte del tempo se n’è andata per ascoltare le esperienze, le scelte e le sofferenze dei partecipanti. Ma l’appello che non ti aspetti viene da politici di lungo corso come Beatrice Draghetti e Franco Antoci – presidenti delle province di Bologna e Ragusa -, o da “new entry” come il consigliere regionale della Lombardia Fabio Pizzul, da sindaci e assessori delle grandi e piccole città. Persone adulte e vaccinate, con una lunga storia nell’associazionismo cattolico, che magari hanno già alle spalle incarichi in circoscrizioni, comuni, province, regioni (qualcuno ha passato più di una stagione nei palazzi romani). Eppure vogliono confessare una fragilità: hanno scelto il servizio politico «come naturale conseguenza della formazione cristiana», ma in questo momento, «di fronte a tanta confusione e divisione», chiedono alla Chiesa e all’Ac di «stare accanto». Senza ambiguità, senza collateralismi. Più o meno «come si fa in famiglia».
Parlano, soprattutto si raccontano. Fanno riferimento ai ripetuti appelli di Benedetto XVI e del cardinale Bagnasco perché parrocchie e diocesi formino «una nuova generazione di laici» impegnati in politica, perché chi è già sul campo superi gli steccati delle appartenenze riconoscendosi in uno stile di autentico servizio e nei valori essenziali: la dignità della persona, la vita, la famiglia, il lavoro, la legalità e la lotta alle mafie, la moralità nella sfera pubblica.
Una particolare attenzione è rivolta alla scuola. Beatrice Draghetti, presidente della provincia di Bologna ed ex responsabile nazionale dell’Acr: «Investiamo sul sapere, basta con il dibattito stucchevole tra scuola pubblica e privata». Tanto sui contenuti quanto sullo stile si intravede un compito specifico dei politici credenti: bonificare le relazioni, svelenire i conflitti, cercare ciò che unisce. «La Chiesa e l’Ac – riprende Fabio Pizzul, da pochi mesi consigliere regionale del Pd lombardo – possono assumersi il grande compito di educare a pensare», perché «è questa la premessa essenziale della partecipazione civica». Tutti ammettono che in parrocchia e in diocesi hanno imparato a essere corresponsabili, a interessarsi. E che questa palestra, in fondo, può essere una marcia in più. «Sono in politica perché nelle nostre salette ho ricevuto un input forte – racconta Franco Antoci, Udc, presidente della provincia di Ragusa –. Diamo questa possibilità anche ai giovani, rispolveriamo le scuole di formazione socio-politica, insegniamo a fare la gavetta, educhiamo a non vivere la politica come un lavoro».
Poi ci sono le voci delle città. Sindaci, assessori e consiglieri del Nord, del Sud e del Centro che condividono l’affanno delle scarse risorse e dei milleuno problemi (malavita, dissesto idrogeologico, economia in panne…), ma che non rinunciano a portare più in là la speranza. La parola d’ordine è «sussidiarietà», ma «quella vera» specifica il giovane consigliere di Forlì-Cesena Gabriele Borghetti, quella «che libera le potenzialità dei territori». Vietati i piagnistei, essere «responsabili» – dice un primo cittadino siciliano – significa anche cogliere «il bello e il buono dei tempi che viviamo». Soprattutto per lanciare un segno ai giovani.
Ecco, i giovani. Bagnasco e Benedetto XVI si rivolgono con speranza alle nuove generazioni. E la loro richiesta è simile a quella dei “colleghi” più navigati: avere «compagnia». «Se mi candidassi al comune di Napoli – spiega Giuseppe Irace –, ci vogliono 4/5mila voti. Dovrò entrare nelle dinamiche del consenso, qualcuno deve starmi accanto perché non ne resti schiacciato». Una dimensione altra rispetto a quella di Lara Sammarini, consigliera di Savignano sul Rubicone. Lei il passo già l’ha fatto, e per entrare in Aula le sono bastati più o meno 150 voti. Ma anche nel piccolo centro «cattolici di centrosinistra e di centrodestra sono divisi», magari su questioni di poco conto. La realtà è anche questa, ci sono le beghe, i dispettucci, le rivalità. Roba che potrebbe spaventare Gianmaria, di Albenga, che l’anno prossimo vuole buttarsi nella mischia. «Nient’affatto, ci voglio provare, mi pare che i tempi ci chiedano qualcosa in più, uno scatto di generosità…».
Ha chiuso i lavori monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano e presidente della commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro. La sua lection ha messo a fuoco anche un suggestivo parallelo tra celebrazione eucaristica e impegno: «Ho l’impressione che il deficit di bene comune nasca forse da una debolezza con cui si celebra l’eucarestia nelle comunità». Come celebro, ha concluso Bregantini, «così vivo». Il vescovo, rintracciando analogie tra il tempo attuale e quello in cui Paolo scrisse ai Romani, ha indicato alla fine l’esempio di Angelo Vassallo, il primo cittadino di Pollica ucciso due mesi fa. Parte un lungo applauso. L’oggi della politica non è solo a tinte scure.

Impegno e coerenza

venerdì 12 novembre 2010
di Franco Miano

C’è un paese reale cha fa fatica a tirare avanti, che vede sempre più venire meno la possibilità di avere un piccolo risparmio. Un paese che la crisi ha toccato in profondità costringendolo a fare sacrifici, rinunce. E poi c’è la politica, sempre più distante, lontana, presa com’è da polemiche che sono più il frutto di intrighi di palazzo che altro. Sempre più distante dalla gente, sempre più preoccupata di difendere piccoli privilegi o di nascondere colpe ed errori. Una politica che non incide veramente nella vita del paese, che non sa guardare più in là del proprio orticello: vi è una “caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte”. Parole che sono risuonate nella prolusione del Cardinal Bagnasco all’assemblea dei vescovi italiani svolta ad Assisi.

Da un lato vi è la preoccupazione che venga meno la fiducia nella classe politica – la gente “fatalmente si ritira in se stessa”, ha ammonito il presidente della Cei – e, dall’altro, che non sia vissuta come impegno irrinunciabile quella unità dei cattolici in politica sui temi, sui valori morali di fondo. Unità che non è costitutiva di una parte precisa, ma è un’unità valoriale, alla base della quale ci sono appunto i valori che riguardano la vita nella sua integrità, quali la famiglia, la libertà religiosa e educativa. Questi, a loro volta, fanno crescere, alimentano, garantiscono tutti quegli altri valori che costituiscono i valori sociali, come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione sociale.

Tornano alla mente altre parole pronunciate dal cardinale Bagnasco, e cioè la necessità di un intreccio profondo tra ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, perché, ha sostenuto, “non è più tempo di galleggiare”. Il rischio è “che il Paese si divida non tanto per questa o quella iniziativa di partito, quando per i trend profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte”.

L’invito che Papa Benedetto XVI ha rivolto a Cagliari, a Palermo, e che i vescovi italiani hanno fatto proprio, di una nuova stagione di cristiani impegnati in politica, parte da queste considerazioni e si alimenta di una tensione che guarda al bene comune. La politica non può non interessare i cattolici, che devono tornare a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto. Ci sono situazioni che non possono più attendere: famiglie in difficoltà, adulti estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia, l’attenzione al mezzogiorno che non è solo lotta alla criminalità, emergenza rifiuti e ponte sullo Stretto. Situazioni che chiedono alla politica interventi chiari, decisi, capaci di privilegiare riforme, che siano davvero efficaci e rispondano a quella tensione verso il bene comune che dovrebbe animare sempre l’impegno di chi è chiamato alla responsabilità di gestire la cosa pubblica. La politica, ricordava Papa Paolo VI è la più alta forma di carità e per questo va tenuta in grande considerazione la proposta che il cardinale Angelo Bagnasco ha fatto ad Assisi di “convocare ad uno stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione”.

Come cattolici siamo interessati alla vita della società, pronti a dare il nostro contributo, perché le nostre preoccupazioni sono le preoccupazioni per la gente, per i problemi concreti familiari, personali; per la mancanza di lavoro, per le difficoltà che i giovani incontrano nel costituire una famiglia, nella ricerca di una prima occupazione. Ha ragione, dunque, il presidente della Conferenza episcopale italiana: “Siamo, e come, interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci non solo l’istinto di far da padroni né le logiche di mera contrapposizione”. Bisogna, dunque, reagire al conformismo, ha affermato nella sua prolusione di lunedì scorso: “Se (…) i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti”. La mitezza, ha ricordato, “non è scambiabile con la mimetizzazione, l’opportunismo, la facile dimissione dal compito”; per questo ha esortato a salvare “l’autonomia della coscienza credente rispetto alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai qualunquismi variamente mascherati, alle lusinghe”.

E mi piace infine evidenziare la sottolineatura che il cardinale Bagnasco ha voluto fare di cattolici scomodi, non per convenienza personale, “non per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena coerenza”.

La chiave è tutta in questa parola: coerenza. I cattolici devono tornare ad incidere nella vita del paese come hanno inciso negli anni in cui l’Italia, uscita dalla guerra, si è data una Costituzione democratica che ancora oggi, al di là di demagogiche volontà di cambiamento, è un punto di riferimento per la vita della nazione italiana. Ci sono cattolici che hanno testimoniato una coerenza tra fede e politica, cattolici quali don Sturzo, De Gasperi, Aldo Moro, Vittorio Bachelet. Proprio il loro esempio ci dice che i cattolici non possono restare alla porta; e noi per primi dobbiamo trovare la forza e strade nuove per tornare ad essere incisivi: la crisi, e non solo quella economica, la si vince tutti insieme. Dobbiamo porci una domanda di fondo: cosa stiamo facendo per mantenere e ricostruire il patrimonio spirituale e morale indispensabile anche all’uomo di oggi. E dobbiamo anche chiederci cosa vogliamo fare per inserire nell’ordinarietà dei nostri cammini formativi e nella vita dell’associazione esperienze di formazione socio-politica (scuole, laboratori, corsi…) chiamate a dare vita ad una nuova stagione di cristiani impegnati in politica, ma anche a costruire una realtà capace di alimentare sempre più e sempre meglio il vissuto sociale della nostra comunità.
Dobbiamo certamente porci nella direzione di un “di più” di tensione spirituale, senza la quale ogni esperienza di servizio, e dunque anche di servizio politico, diventa attivismo sterile e non forma dell’amore.
Con queste motivazioni di fondo ci apprestiamo a vivere domani, 13 novembre, il convegno “Chiamati a servire il bene di tutti”, che costituirà un significativo momento di confronto con gli amministratori locali e le persone impegnate in politica a livello territoriale, che provengono dalle fila dell’Ac.

L’alluvione dei Santi a Vicenza

mercoledì 10 novembre 2010
di Lucio Turra*

Sono stati giorni certamente difficili a Vicenza e nelle zone limitrofe alla città colpite dall’alluvione nel giorno di tutti i Santi, il 1° novembre. Ci si ricordava dell’ultima alluvione del novembre del 1966, quarantaquattro anni fa. A differenza del passato si è ripetuto un evento che ci ha fatto temere il peggio. Tutto ad un tratto, nella nostra “mitica” terra del Nord-Est, capace di grandi risultati economici, di aumento di benessere a livelli senza precedenti nel nostro pianeta, improvvisamente abbiamo scoperto la fragilità e l’impotenza di fronte all’acqua che cresce.
A distanza di poco più di una settimana ci si accorge che i giorni di difficoltà e paura sono passati con rapidità. E tutto sta tornando gradualmente alla normalità facendo i conti di cosa si è perso. E così, dopo il primo momento di paura e scoraggiamento, sono iniziate le prime domande. Perché è successo tutto questo? Perché tutto questo è accaduto qui?
L’alluvione che ha colpito Vicenza e l’hinterland, ma anche il padovano e il veronese in misura altrettanto importante (la direttrice autostradale est – ovest è rimasta chiusa per tre giorni), è stata il frutto di un concorso di eventi straordinari: tanta pioggia; il brusco rialzo delle temperature che ha fatto sciogliere la neve caduta nella fascia pedemontana (altipiano di Asiago e la Valdastico) appena una settimana prima. I tranquilli torrenti di montagna si sono trasformati in una “valanga” di acqua che si è riversata nella pianura, già ricca di risorgive e soprattutto alle sorgenti del nostro fiume vicentino, il Bacchiglione.
Alla eccezionalità dell’evento atmosferico si è aggiunta la nostra responsabilità di uomini. Siamo sempre alle solite: cementificazione del territorio, mancanza di cura dell’ambiente, investimenti progettati non realizzati, fondi destinati ad altre spese anziché alla prevenzione. Così succedono le alluvioni!
Adesso contiamo i morti, i tanti danni alle strutture, alle attività e alle abitazioni colpite.
Però nel disastro e negli errori ci sono dei fatti positivi. La città divisa qualche anno fa dalla base militare Usa, ha dato segni di unità. Un piccolo miracolo nelle difficoltà. La solidarietà tra la gente comune e fra i tanti giovani che si sono presentati in giro per la città ad aiutare a rimettere ordine e ad aiutare chi ha avuto danni. La vicinanza tra persone e famiglie colpite nei condomini, nelle strade, nei luoghi pubblici. Un lavoro encomiabile della protezione civile, dei vigili del fuoco, dei servizi pubblici, delle forze di polizia, dell’esercito. Anche questo è un segno dell’alluvione.
Anche l’Azione Cattolica è stata colpita nel luogo principale di ritrovo delle commissioni diocesane e a casa dei nostri assistenti di AC: il Pensionato studenti “Madonna di Monte Berico”.
Ma anche qui abbiamo scoperto la grazia dell’aiuto di tante persone che spontaneamente hanno dato una mano a ripulire e sistemare. Ma anche la grazia di chi ha pensato di mettere una sveglia alle 3,30 di notte per verificare come stava andando la piena; di chi di corsa ha messo al riparo le auto, il furgone e i 40 scatoloni con le 1000 copie della Storia dell’AC vicentina appena stampate; di chi tra gli assistenti, giovani, volontari ed estranei, si sono dati da fare per dare un aiuto. Anche questo è il segno dell’alluvione!
Oggi vogliamo solo ricordare chi non c’è più (tra gli altri lo zio di Roberta membro del Comitato Affari Economici dell’AC), ringraziare chi ci ha pensato (tante persone ci hanno ricordato da tutta Italia) e chi ci ha aiutato materialmente.
In città ci sono circa 20 persone che sono in difficoltà e sono assistite dal Comune. Gli aiuti possono essere destinati a recuperare le strutture, nella seconda fase. In particolare la Caritas diocesana che ha avuto le strutture importanti completamente allagate; la Diocesi che cercherà di gestire le emergenze delle famiglie colpite e dei danni alle chiese allagate e alle opere parrocchiali.
Gli aiuti sono importanti ma forse possiamo pretendere più da noi stessi uno stile nuovo, relazioni vere tra di noi, con le Istituzioni, con la natura. Relazioni un po’ più rispettose del valore della solidarietà.

*Presidente diocesano AC – Vicenza

Basta galleggiare

martedì 9 novembre 2010
“La politica deve interessare i cattolici, e deve entrare nella loro mentalità un’attitudine a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto”. È uno dei passi salienti della prolusione del card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alla 62ª assemblea generale dei vescovi italiani, che si è aperta l’8 novembre ad Assisi. Il cardinale esorta i cattolici ad adottare in politica “un giudizio morale che non sia esclusivamente declamatorio, ma punti ai processi interni delle varie articolazioni e responsabilità sociali e istituzionali”. “Famiglie in difficoltà, adulti che sono estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia”: queste, per il card. Bagnasco, le “situazioni che continuano a farsi sentire”, in tempo di crisi. Di qui la richiesta che “le riforme in agenda siano istruite nelle maniere utili”, in modo da assicurare “maggiore stabilità per il Paese intero”. Per quanto riguarda la “scena politica”, il presidente della Cei parla di “caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte”.

Non è più tempo di galleggiare. “Se la gente perde fiducia nella classe politica, fatalmente si ritira in se stessa”, l’ammonimento del card. Bagnasco, che in politica raccomanda una “tensione necessaria tra ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, tra loro profondamente intrecciati”. Per il presidente della Cei, “non è più tempo di galleggiare”, perché il rischio “è che il Paese si divida non tanto per questa o quella iniziativa di partito, quanto per i trend profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte. Il che sarebbe un esito infausto per l’Italia, proprio nel momento in cui essa vuole ricordare – a 150 anni dalla sua unità – i traguardi e i vantaggi di una matura coscienza nazionale”. Il presidente della Cei chiede quindi un “esame di coscienza” e propone di “convocare ad uno stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione”.

Senza complessi di inferiorità. “Aspettarci che i cattolici circoscrivano il loro apporto nell’ambito sempre importante della carità – ha ribadito il presidente della Cei – significa scadere in una visione utilitaristica, quando non anche autoritaria. I cattolici non possono consegnarsi all’afasia, ideologica o tattica: se lo facessero tradirebbero le consegne di Gesù ma anche le attese specifiche di ogni democrazia partecipata”. “Dobbiamo muoverci senza complessi di inferiorità”, l’esortazione del card. Bagnasco: “Siamo, e come, interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci non sono l’istinto di far da padroni né le logiche di mera contrapposizione”. Di qui l’invito a reagire al “conformismo”: “Se i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti”, ha ricordato il presidente della Cei, che ha esortato a salvare “l’autonomia della coscienza credente rispetto alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai qualunquismi, alle lusinghe”. Cattolici “scomodi”? Talvolta forse sì, ma “non per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena coerenza”.

Valori non negoziabili. Quanto allo stile da adottare nel rapporto con la politica, il presidente della Cei ha citato quello sperimentato, con “felice esito”, nella recente Settimana Sociale di Reggio Calabria. Altro segno dell’approccio “sempre più consapevole” del “vissuto” delle nostre Chiese alla dimensione politica, le scuole di formazione socio-politica di questi ultimi 20 anni, sulla cui esperienza occorre “nel prossimo futuro” interrogarsi per valutare come procedere “per favorire la maturazione spirituale e culturale richiesta a chi desidera servire nella forma della politica, e così preparare giovani all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere improvvisata”. Il riferimento imprescindibile per chi voglia spendersi in politica da cattolico, ha ribadito il card. Bagnasco, sono quei “valori non negoziabili” indicati dal Papa e che “appartengono al DNA della natura umana”: “Senza un reale rispetto di questi valori primi che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale”. I valori non negoziabili sono, inoltre, “il vincolo che può di volta in volta dare espressione all’unità politica dei cattolici, ovunque essi si collochino in base alla loro opzione politica”.

Educazione e nuovi media. L’ultima parte della prolusione è dedicata al tema degli Orientamenti pastorali della Cei per questo decennio. In Italia, per il cardinale, non siamo ancora arrivati “ad una vera e propria disfatta educativa”, ma la cronaca ci segnala “inquietanti episodi che danno la percezione di quanto profondo sia l’abisso in cui può cadere l’animo umano”. Un numero rilevante di coppie di sposi e di famiglie – segno di un “tessuto connettivo della società che tiene” – dimostrano che “non è impossibile l’impresa”, ma l’educazione è anche questione di “ambiente” e il “realismo” cristiano deve innestarsi nello “scetticismo imperioso di questi tempi fintamente allegri e spensierati”. Infine, per il presidente della Cei è “necessaria una riflessione più profonda e onesta” sui “meccanismi” della “frontiera prodigiosa” dei nuovi media, dove la “corsa all’audience ha fatto raggiungere livelli di esasperazione brutale”, con giovani “per ore davanti ad Internet” e adulti che “si lasciano drogare da un’informazione morbosa”.

No al razzismo e alla xenofobia

sabato 6 novembre 2010
di Francis Assisi Chullikatt*

Presidente, innanzitutto, la mia delegazione desidera ringraziare il Rapporteur Speciale sulle forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza per il suo Rapporto e, in particolare, per aver affrontato l’intolleranza razziale e religiosa. Come sappiamo da quanto accade in tutto il mondo, queste particolari forme di intolleranza persistono, nonostante gli sforzi della comunità internazionale e delle persone di buona volontà.
Presidente, un anno fa, la comunità internazionale, riunitasi a Ginevra per verificare i progressi compiuti dalla Conferenza di Durban del 2001, ha cercato di rinnovare i propri sforzi per affrontare la discriminazione razziale. È stato ripetuto ancora una volta che il razzismo, la discriminazione razziale e la xenofobia minano la dignità della persona umana e sono contrari agli sforzi per edificare un’autentica comunità internazionale fondata allo scopo di promuovere il bene comune universale, garantendo la tutela dei diritti di ognuno. In quell’occasione, la Santa Sede ha ripetuto che il razzismo e la discriminazione razziale in qualsiasi forma o teoria sono moralmente inaccettabili e che le autorità nazionali e locali insieme con la civiltà civile devono cooperare per onorare la dignità della persona umana indipendentemente dalla razza, dal sesso, dall’origine nazionale, dalla religione o da circostanze sociali.
Tuttavia, il razzismo e la discriminazione razziale non si possono combattere soltanto con le leggi. Come osserva a ragione il Rapporteur Speciale, affrontare il razzismo esige dagli individui un cambiamento interiore, che a sua volta implica la creazione di una nuova consapevolezza e una maggiore educazione a livello morale e spirituale per plasmare in modo più pieno la coscienza individuale e rifiutare così, in modo appropriato, il credo errato nella superiorità razziale e il conseguente odio per intere popolazioni. Da parte sua, la Chiesa cattolica nel mondo promuove questa crescita accademica, morale e spirituale per tutti cosicché ogni essere umano, dal concepimento fino alla morte naturale, venga riconosciuto come dotato di un’innata dignità umana che va protetta e rispettata, principio fondante di tutti i diritti umani universali.
Nonostante questi sforzi, il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’odio religioso continuano a distruggere la famiglia umana: vicini divengono nemici e comunità divengono luoghi di violenza e distruzione etnica e religiosa. Nel corso della storia, in ogni angolo del pianeta, l’odio etnico, razziale e religioso ha causato conflittualità. Nessun Paese e nessuna cultura sono immuni da questo fenomeno. Quindi, ogni Governo nazionale ha l’obbligo di vigilare sulla tutela dei suoi cittadini. L’esercizio della sovranità responsabile richiede che lo Stato svolga il suo dovere primario di tutelare le proprie popolazioni e, laddove uno Stato si dimostri incapace o non intenzionato a soddisfare questa necessità, la comunità internazionale ha il dovere di utilizzare gli strumenti giuridici necessari a tutelare quei cittadini da violazioni gravi e prolungate dei diritti umani.
Presidente, sebbene la discriminazione razziale ed etnica si verifichi in molte parti del mondo, il rispetto per la libertà religiosa continua a essere sfuggente per tante persone. La libertà religiosa ha un ruolo centrale nel garantire che tutti i membri della famiglia umana possano svilupparsi con maggiore pienezza a livello personale e spirituale. Tuttavia, oggi, molti nel mondo non hanno nemmeno la libertà di pregare in comunità, di esprimere in modo personale la fede e di esercitare la propria coscienza ben formata secondo la propria fede religiosa. La ricerca di Dio di questi uomini, donne e bambini è un’attività proibita e molti di loro stanno affrontando gravi ripercussioni fisiche e legali per la ricerca di rispondere a tale bisogno umano fondamentale. Alla mia delegazione rincresce che il rapporto semestrale del Rapporteur Speciale (A/65/295) manchi di osservare il destino di cristiani che sono stati allontanati dalle proprie abitazioni, torturati, detenuti, uccisi o costretti a convertirsi o a negare la propria fede in tutto il mondo. Questa è una crisi che continua ad essere ignorata dalla comunità internazionale e richiede con urgenza l’attenzione dei responsabili nazionali e internazionali per tutelare il diritto alla libertà religiosa di questi individui e comunità.
Presidente, la mia delegazione è addolorata per il recente attacco alla comunità siro-cattolica presso la chiesa Our Lady of Deliverance, a Baghdad, lo scorso sabato pomeriggio. Si tratta, ancora una volta, di un tragico caso di intolleranza, discriminazione e violenza contro cristiani. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle vittime di questo attacco e alle loro famiglie, alcune delle quali ho conosciuto di persona. La mia delegazione esorta tutta la comunità internazionale ad operare per garantire che tutte le religioni e tutti i credenti abbiamo il diritto fondamentale alla libertà di religione e di culto.
La speranza nel progresso dell’umanità, che sta al centro di questa importante organizzazione internazionale, non si potrà realizzare fin quando non cesseranno questi abusi. Devono finire e devono finire ora! E, con l’aiuto di Dio e con la cooperazione di tutte le persone di buona volontà e di questa organizzazione, finiranno.
La mia delegazione osserva anche con preoccupazione l’eccessiva identificazione fra identità razziale o etnica e credo religioso, che fa sì che le persone affrontino forme molteplici di discriminazione perché la loro identità unica resta priva di riconoscimento. Questo collegamento della razza alla religione rafforza la nozione tragica ed errata che il credo religioso sia intrinsecamente legato alla propria origine etnica, nazionale o razziale e quindi impedisce alle minoranze religiose nei gruppi etnici e razziali di esprimere e di praticare la propria fede.
A questo proposito, il concetto di diffamazione delle religioni cerca di affrontare casi di incitamento alla violenza religiosa, di individuazione etnica e religiosa, di creazione di stereotipi negativi sulla religione e di attacchi a libri sacri, personalità e siti religiosi. Tuttavia, come osserva il Rapporteur Speciale, questo concetto non affronta in modo adeguato questi abusi dei diritti umani e del diritto internazionale, ma, al contrario, crea situazioni nelle quali gli Stati hanno utilizzato il concetto di diffamazione delle religioni come giustificazione per varare leggi che proibiscono la libertà di religione e il dialogo interreligioso e limitano la libertà di espressione. Sebbene la mia delegazione sostenga tutti gli sforzi per tutelare i credenti da ingiusti discorsi ispirati dall’odio e dall’incitamento alla violenza, rimaniamo preoccupati perché l’uso del concetto di diffamazione delle religioni per raggiungere tali scopi si è dimostrato controproducente e, invece di proteggere i credenti, è stato uno strumento di oppressione statale nei confronti di credenti. Quindi, la mia delegazione sostiene l’esortazione del Rapporteur Speciale agli Stati affinché abbandonino il concetto di diffamazione delle religioni e si avvicinino, invece, al concetto legale di difesa contro l’odio razziale o religioso che produce discriminazione o violenza e facciano sforzi maggiori per affrontare le manifestazioni di intolleranza religiosa attraverso più numerose iniziative volte a promuovere la consapevolezza del credo religioso e la comprensione reciproca.
Presidente, il maggior flusso di persone attraverso i confini nazionali è stato anche accompagnato da un aumento di mentalità xenofobiche contro i migranti sulla base della razza, dell’origine nazionale o dell’identità religiosa. Sebbene le assemblee legislative abbiano la responsabilità di elaborare leggi che controllino l’ingresso nel proprio Paese, hanno anche il dovere di garantire che queste leggi siano veramente giuste e rispettino i diritti umani e il diritto internazionale. È deplorevole che, a volte, in nome dell’autorità legale sulla diffamazione della religione, responsabili locali e gruppi religiosi nella società, si impossessino della legge, causando conflitti e disordini sociali. La crescente migrazione umana ha prodotto cambiamenti importanti nelle società e ha portato un certo numero di comunità in tutto il mondo a cercare di promuovere al meglio una maggiore comprensione e cooperazione fra i loro concittadini e i nuovi immigrati. Ciononostante, alcuni di questi sforzi si sono dimostrati controproducenti e hanno creato maggiore insicurezza e divisione nelle comunità e nelle famiglie. Per promuovere al meglio una maggiore comprensione, l’educazione e la promozione del rispetto reciproco sono di vitale importanza. Come Papa Benedetto XVI ha affermato di recente, le nazioni hanno il compito di accogliere nazionalità diverse e i genitori hanno la responsabilità di educare i figli «lungo il cammino della fraternità universale».
Presidente, razzismo, intolleranza religiosa e xenofobia continuano a dividere persone in tutto il mondo. Grazie al rispetto per i diritti umani e alla promozione della dignità di ogni essere umano, possiamo edificare meglio una comunità globale che considera tutti come fratelli e sorelle. Sapendo cosa dobbiamo fare, ora andiamo avanti! Con gli strumenti e la comprensione a portata di mano, eliminiamo queste piaghe dal progresso di tutti i popoli, ora.

*Pubblichiamo la traduzione dell’intervento pronunciato il 1 novembre dall’arcivescovo Francis Assisi Chullikatt, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite a New York, al Terzo Comitato dell’Assemblea generale sull’articolo 66 (a) e (b): eliminazione del razzismo, della discriminazione razziale, della xenofobia e della relativa intolleranza.