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Archivio della Categoria 'Fatto del giorno'

Colui che è la vera Pace nel mondo

Martedì 6 Gennaio 2009

di Mirko Campoli

Al termine delle feste natalizie, l’Epifania del Signore ci invita ancora una volta a considerare la forte centralità della piccolezza evangelica: “videro il bambino (…), si prostrarono e lo adorarono” (Mt 2,11). La manifestazione del grande Mistero dell’Incarnazione rappresenta dunque un’occasione tutta particolare per volgere ancora una volta il nostro sguardo su quel Bambino che a Natale nasce per noi nel più piccolo dei capoluoghi di Giudea… Betlemme.

Un piccolo, appena nato, comunica grande tenerezza; è come un germoglio che ha bisogno di tutto per vivere e per crescere. Ci si accosta a lui con dolcezza, senza far rumore, per non turbare il suo mondo fragile e delicato. Davanti ad un bambino così piccolo il cuore spesso si riempie di stupore. Lo si contempla come un mistero intangibile in cui brilla una luce tutta particolare che ci richiama quella di Dio. Lo scrittore francese Duhamel arriva a dire: «… è tra le ciglia di un piccolo che i giusti avvertono la presenza di Dio». Davanti ad una vita che nasce, poi, può capitare che in noi si agitino tante domande legate all’origine e al vero senso della nostra esistenza. Se è vero che ogni piccolo ci colma di stupore e suscita in noi tanti interrogativi, certamente questo avviene ancor di più davanti al piccolo Gesù. In Lui la luce divina, che splende in ogni bambino, è ancora più forte; in Lui la piccolezza si manifesta pienamente nel suo significato più autentico e pieno. È la ragione per cui molti pittori, rappresentando la scena della natività, hanno scelto che la luce nella grotta non provenga da una fonte esterna al Bambino, ma sia una luce interiore che si irradia proprio dall’immagine di quel Bambino.

Nel racconto biblico i magi arrivano al Signore, condotti dalla Sua stella… anche noi oggi siamo chiamati a fare lo stesso, condotti dal Suo Vangelo. Davanti a Lui, però, non possiamo non portare la nostra trepidazione per i fatti che stanno segnando questi primi giorni dell’anno appena iniziato. L’eterna lotta tra Israele ed Hamas che si consuma ogni giorno in modo sempre più assurdo proprio alle porte di quel piccolo luogo dove il Signore ci ha fatto dono della sua Incarnazione.

Ecco allora che la nostra contemplazione ci spinge a cercare di capire se là, dove tutta la storia della nostra fede è cominciata, la Parola di Dio abbia ancora un senso. Il pericolo che corriamo ci pare sia quello di vedere un’umanità che, perdendo lo spirito della propria infanzia, sperimenta il rischio di diventare incapace di riconoscersi nell’immagine di quel Bambino. Tutto questo tocca il nostro cuore quando scopriamo che soprattutto i piccoli, i più innocenti, gli indifesi cadono vittime di questi e di tanti altri conflitti.

Per questo, proprio oggi, desideriamo fare nostro l’invito che, nella recente udienza di Natale, il Santo Padre ha rivolto ai ragazzi dell’ACR: «Tu, Signore, ci apri gli occhi per accorgerci dei nostri compagni tristi e dei tanti bambini del mondo che soffrono la fame, la malattia e la guerra. (…) Tu ascolti sempre le nostre preghiere, che facciamo perché il mondo diventi più bello e più buono per tutti». All’inizio di questo mese che tutta l’associazione dedica alla Pace, vogliamo recuperare le parole che in quella occasione Benedetto XVI ci ha detto, esortandoci a pregare perché il Signore «cambi il cuore dei costruttori di armi, faccia rinsavire i terroristi, converta il cuore di chi pensa sempre alla guerra e aiuti l’umanità a costruire un futuro migliore per tutti i bambini del mondo».

Sant’Agostino in un antico sermone sull’epifania sottolinea come questa festa sia la manifestazione del Signore come “Colui che è la vera Pace nel mondo”: «Era nato Colui che è la pietra angolare, la pace fra provenienti dalla circoncisione e dalla incirconcisione, perché si unissero in Lui che è la nostra Pace e che ha fatto dei due un popolo solo. Tutto questo è stato prefigurato per i Giudei nei pastori, per i pagani nei Magi» (Sermone 201, 1; PL 38 1031). Dunque la manifestazione del Signore diventa per tutti noi l’impegno a vivere il grande dono della pace di cui il piccolo di Betlemme è l’immagine più autentica. In questi propositi ci accompagnano le stesse parole che i nostri ragazzi hanno rivolto al Papa durante gli auguri natalizi: «Sappiamo che seguire Gesù significa lasciarsi amare da Lui, che sa quali sono i desideri di bene per la nostra vita, anche se alcune volte il cammino può sembrarci difficile e pieno di ostacoli».

L’Epifania in mezzo ai doni dei magi ci porti presto quello della Pace che chiediamo al Signore.

Buon 2009!

Giovedì 1 Gennaio 2009

di Domenico Sigalini

Ci si sveglia tardi stamattina, perché abbiamo iniziato già l’anno nuovo stanotte: spumante, panettone, auguri, sentimenti di nostalgia per noi adulti, di attesa del futuro per i giovani, una preghiera a Dio dopo il Te Deum di ieri sera, perché ci accompagni con la sua bontà anche quest’anno. Non siamo tristi e adattati come il venditore di almanacchi che promette felicità ad ogni anno che viene sapendo che è una pia illusione. Noi siamo convinti che sarà un altr’anno che ci avvicina a Dio sempre più, un altr’anno che ci vedrà attenti alla sua Parola che leggeremo in stereo: con la Bibbia e il giornale, con una finestra aperta sul mondo e l’altra verso l’eternità.

Ci attende un’annata impegnativa, come tutte, del resto, ma forse questo 2009 ci vedrà a lottare contro la depressione economica, ma soprattutto spirituale. Non ci facciamo incantare dalle soluzioni di mercato, abbiamo bisogno di ripensarci uomini fino in fondo, carichi di dignità, dotati di grandi capacità di solidarietà. Vogliamo mettere al centro la persona, orgogliosi di poter scavare nella nostra umanità che Dio ci ha regalato, tutte le qualità di vita, che rinforzate dalla fede, sapranno essere all’altezza di ogni difficoltà.

Soprattutto non vogliamo pensare solo a noi. Ci sta a cuore ogni uomo, soprattutto i poveri e sappiamo che se partiamo da loro, le nostre crisi si risolvono al meglio. Loro sono la purezza della visione della vita; la loro voglia di vivere nonostante tutto, la loro tenacia nell’affrontare ogni giorno la vita, non le finanze sono il futuro del mondo, loro che avremo sempre con noi ci permettono di gioire dello sposo, il Signore Gesù, che non ci abbandona. Loro ci donano la pace, se li aiutiamo a vivere, a sperare, a difendere la loro dignità che viene calpestata. La pace ci viene dai poveri, dal nostro impegno per loro. Non possono essere preda di nessuno perché per il mondo non contano niente, hanno solo la saggezza della fiducia in Dio che manca a tutti noi che ci crediamo autosufficienti.

Continua anche quest’anno l’anno della santità, che Papa Benedetto ha proposto a tutta l’Azione Cattolica, è un anno di cammino spedito nel servire l’uomo, nell’aiutarlo a incontrare Dio. Ai ragazzi dell’ACR il Papa a Natale ha detto: «Un ragazzo dell’ACR è uno che, quando va da Gesù, ama portare con sé anche qualche amico, perché glielo vuol far conoscere; non pensa solo a sé, ma ha il cuore grande e attento agli altri». È il cuore che auguriamo a tutti i cristiani e a tutta l’Azione Cattolica.

Natale. Il dovere di sperare

Mercoledì 24 Dicembre 2008

di Franco Miano

Mentre contempliamo il bambino Gesù, sconcertante segno dell’amore di Dio per noi, non possiamo non pensare alle ferite del mondo. Sul Natale 2008 si staglia, in particolare, l’ombra dell’ulteriore impoverimento delle aree più misere del mondo, l’attanagliante crisi economica, e, per stare alla nostra Italia, i pesanti riverberi della crisi su tante famiglie, la “questione morale” che interroga il sistema politico, le difficoltà di un dibattito adeguato alla portata delle questioni relative alla vita e alla morte.

Sentiamo forte, in questo frangente storico, la difficoltà di sperare. Eppure siamo consapevoli che ne abbiamo il dovere.

Abbiamo il dovere di sperare perché la speranza è l’unica forza in grado di alimentare un agire positivo. Abbiamo il dovere di sperare perché la speranza è la sola forza che restituisce all’uomo la capacità di immaginare scenari migliori. Di fronte alle ferite del mondo non possiamo non sperare: è in gioco la qualità stessa della convivenza umana.

Che il nostro Natale sia allora il punto di avvio di tanti ordinari esercizi di speranza. Questo vuol dire per l’Ac rafforzare l’impegno costante per la formazione delle coscienze, il contributo alla costruzione di un diverso e più profondo senso della comunità e del Paese, e, ora più che mai, una tensione forte per la formazione di “una nuova generazione di laici impegnati in grado di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica” (cfr discorso di Benedetto XVI a Cagliari).

Guardando al nostro Paese avvertiamo con forza l’urgenza di voltare pagina, promuovendo una nuova mentalità e nuovi stili di vita. La “questione morale”, ovvero quell’intreccio tra politica, affari e malavita che erode la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, oggi particolarmente evidente per lo sviluppo di diverse inchieste giudiziarie, è in realtà questione ben più ampia, è la questione di tradimento del bene comune. Non possiamo più stare a guardare, né continuare a lamentarci: dobbiamo riattivare i canali della partecipazione e del controllo politico dal basso, facendo leva su quel senso di giustizia che ogni uomo e donna, adulto, giovane e ragazzo, porta naturalmente con sé.

L’Azione Cattolica ad ogni livello deve assumere consapevolezza che la formazione al bene comune è profezia, forma esigente ed essenziale di annuncio del Vangelo per gli uomini e le donne di questo nostro tempo, annuncio di speranza.

In questi mesi in cui ho avuto modo di visitare tante delle nostre associazioni diocesane ho incontrato spesso nei volti dei responsabili, soci e simpatizzanti di Ac, nel loro servizio generoso a favore dei fratelli, quei motivi di speranza che alimentano la mia vita personale, familiare, professionale, associativa.

Auguro a ciascuno di voi un Natale in cui guardando il vostro prossimo, possiate scoprire nel suo volto i segni della presenza di Dio nella nostra storia.

Auguri!

Per una visione integrale dell’uomo

Venerdì 19 Dicembre 2008

di Antonio Mastantuono

Riaffermare con forza - alla luce degli sviluppi della scienze mediche riguardo alla conoscenza della vita umana negli stadi iniziali della sua esistenza - il valore della vita, dal concepimento fino al suo termine naturale, è il leit motiv della recente Istruzione Dignitatis personae. Su alcune questioni di bioetica della Congregazione della Dottrina della fede.

Suo scopo, infatti, è quello di aiutare - alla luce della ragione e della fede - ad elaborare «una visione integrale dell’uomo e della sua vocazione capace di accogliere tutto ciò che di buono emerge dalle opere degli uomini e dalle varie tradizioni culturali e religiose…», che escluda qualsiasi criterio di discriminazione «quanto alla dignità, sviluppo biologico, psichico, culturale o allo stato di salute ».

Il documento vaticano viene pubblicato in un momento di passaggio culturale caratterizzato dalla mutazione dei concetti fondamentali circa la persona - soprattutto nei momenti iniziali del suo concepimento - in cui non è possibile prescindere da un impegno comune di credenti e non credenti sul fonte della bioetica.

Il “grido” che si è levato da alcuni ambienti anche scientifici contro il documento, tacciandolo di inaccettabile invasione di campo, è forse determinato proprio dalla non condivisione del concetto di persona e delle conseguenze etiche che da esso derivano. È, infatti, centrale e innovativa, rispetto ai precedenti pronunciamenti, l’affermazione che: «L’embrione umano ha fin dall’inizio la dignità propria della persona», ricordando come, ventuno anni fa, nel precedente documento Donum vitae, non sia stata affrontata la questione dello statuto dell’embrione sotto il profilo filosofico. Quella dottrina è completata in questo documento che sottolinea come «la realtà dell’essere umano per tutto il corso della sua vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede piena qualificazione antropologica ed etica…».

Da tale affermazione derivano alcune indicazioni che riprendiamo brevemente.

Nel campo della procreazione assistita «sono lecite tutte le tecniche che rispettano il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano»; «l’unità del matrimonio (…) comporta il reciproco rispetto del diritto dei coniugi a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro»; e ancora: i «valori specificamente umani della sessualità, (…) esigono che la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra gli sposi». Tale affermazione rappresenta un’apertura rispetto alla precedente dichiarazione che definiva di fatto illecite tutte le tecniche di procreazione assistita. Oggi sono disponibili nuove tecniche che «si configurano come un aiuto all’atto coniugale e alla sua fecondità», nelle quali, cioè, «l’intervento medico è rispettoso della dignità delle persone», in quanto «mira ad aiutare l’atto coniugale sia per facilitarne il compimento sia per consentirgli di raggiungere il suo fine, una volta che sia normalmente compiuto».

Resta, invece, moralmente illecita la fecondazione in vitro e l’eliminazione volontaria degli embrioni che essa comporta.

Dallo statuto di persona riconosciuto all’embrione umano deriva che «l’utilizzo di cellule staminali embrionali, o cellule differenziate da esse derivate, eventualmente fornite da altri ricercatori  sopprimendo embrioni  o reperibili in commercio, pone seri problemi dal punto di vista della cooperazione al male e dello scandalo», mentre lo stesso documento ricorda che «numerosi studi tendono ad accreditare alle cellule staminali adulte dei risultati più positivi se confrontati con quelle embrionali». La sperimentazione sugli embrioni «costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave».

La clonazione è, infine, immorale sia per ottenere un bambino clonato, sia se ha scopo terapeutico o di ricerca. Nel primo caso poiché si vuol dare origine ad un essere umano «senza connessione con l’atto di reciproca donazione tra due coniugi e, più radicalmente, senza alcun legame con la sessualità» sottoponendo il nascituro ad una sorta di «schiavitù biologica da cui difficilmente potrebbe affrancarsi»; nel secondo caso perché è «gravemente immorale sacrificare una vita umana per una finalità terapeutica».

Il volto giovane della crisi

Martedì 16 Dicembre 2008

di Cristiano Nervegna

Sono rimasto molto colpito da quanto sta accadendo in Grecia in seguito all’uccisione di Alexix Grigoropoulos, perché tale protesta è consecutiva ai ben noti fatti italiani relativi alla riforma della scuola e facilmente ricollegabile ai precedenti francesi del 2006. In quell’occasione il motivo scatenante era stato il contratto di primo impiego (Cpe) del Governo diretto da Dominique Villepin. Un movimento sociale preceduto dalle proteste dei giovani immigrati, dopo che due ragazzi erano stati uccisi dalla polizia, nelle periferie della ricca e tollerante Francia. Credo utile cercare di indagare il significato profondo che sostiene queste proteste giovanili.

È venuto meno quell’orizzonte che stava a fondamento delle nostre società e che si manifestava nella speranza-attesa di un futuro migliore. I giovani si vedono tagliati fuori da un’esistenza ricca di significato, dall’accesso ai consumi propagandati dalla televisione e dalla piena cittadinanza che il lavoro offrirebbe loro. I più poveri sono esclusi dalla scuola, dalle aziende, persino dall’industria del tempo libero. E lo slogan comune potrebbe essere sintetizzato nell’espressione proposta dai fatti francesi: “Il futuro è questa notte!”.

È un sentire, questo della mancanza di futuro, che va oltre i dati reali che evidenziano, comunque, un quotidiano fatto di progressive insicurezze. Ecco allora che il futuro d’un giovane greco, italiano o francese non riesce a superare una notte di protesta. Nessuna speranza ulteriore sembra concessa. La stessa idea di futuro reca spesso un segno di negatività, la promessa è diventata minaccia.

I processi di cambiamento sono sempre più subiti che agiti, o addirittura vissuti come pericolo da chi non ha controllo e manca degli strumenti per riformulare i significati della propria esistenza. Il disinteresse degli adulti per questa situazione è lampante. Nessuno è disposto a farsi carico delle difficoltà, aumentano le rigidità, diminuisce il coinvolgimento nelle decisioni. In aumento vertiginoso le “prediche” e i vari moralismi. Le soluzioni individuali sostituiscono il bene comune. Tutto il contrario di quello che servirebbe.

Il lavoro, poi, appare sempre più come una componente essenziale di queste lacerazioni: per le componenti dell’offerta di lavoro più forti e qualificate, l’impiego flessibile rappresenta un canale selettivo d’inserimento, nonché, a volte, persino uno strumento d’autonomia e d’espressione delle proprie preferenze; ma per altri, più deboli, diventa, al contrario, un destino in eludibile e penalizzante. In particolare, nelle città del Sud, il lavoro atipico sembra essere diventato la modalità esclusiva per la creazione di nuovi posti di lavoro, andando progressivamente a sostituire i rapporti d’impiego standard.

La complessa valenza del fenomeno suggerisce la possibilità che il venir meno delle garanzie basilari generi nuove situazioni di vulnerabilità sociale, toccando anche altre sfere esistenziali, con il conseguente appesantirsi della condizione del soggetto e dell’ambiente circostante. E quando la crisi diventa anche economica si rischia di perdere il controllo.

Come uscire da questa situazione? Il rischio che ci si chiuda nelle nostre comunità scambiando, magari, gli slogan emergenziali con le soluzioni, è alto. Sento dire, alla fine di noiosissimi convegni: “Vi diamo tre parole”, e me la rido anche perché mi viene in mente una canzone di qualche estate fa.

Sappiamo (ammettiamo), invece, di aver commesso molti errori. Ammettiamo che troppe volte siamo arrivati tardi, abbiamo studiato e capito poco. Che abbiamo smesso di credere nel bene comune che viene dal Vangelo. Che ci interessava soltanto quello che toccava noi o, al massimo, la nostra famiglia. Che abbiamo fatto della Dottrina sociale della Chiesa non una prassi da vivere ma, al massimo, un insegnamento. Chiusa nelle salette parrocchiali o nelle aule prestigiose.

Il benessere dei giovani, diciamolo forte, è un bene pubblico. Dobbiamo ridurre le distorsioni generazionali e le diseconomie di un sistema di welfare che trasferisce ricchezza quasi esclusivamente alle generazioni anziane, senza investire in futuro. Servizi per l’infanzia, politiche abitative, dell’istruzione e del lavoro, sono investimenti in capitale umano e quindi benessere generato per la società di domani. La misura di questo benessere è l’indicatore principale che il Paese può tornare a guardare al suo futuro.

Combattere la povertà, costruire la pace

Venerdì 12 Dicembre 2008
Presentato il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2009. I poveri non sono il fardello del mondo, ma coloro da mettere al primo posto governando in senso solidale la globalizzazione. Sfatato l’alibi del boom demografico, la via indicata è quella del disarmo e di commerci davvero liberi perché equi. Nei due contributi che pubblichiamo, l’Ac dice ancora una volta il suo sì alla sfida lanciata da Papa Ratzinger.

I poveri non possono aspettare

di Gigi Borgiani

Combattere la povertà, costruire la pace”: è questo il titolo, ma sono anche le invitanti parole conclusive del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2009, presentato ieri dal card. Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. L’invito del Papa è rivolto «ad ogni discepolo di Cristo e ad ogni persona di buona volontà chiamata ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è possibile per venire in loro soccorso». Un messaggio poco “analitico”, ma decisamente propositivo, direi fortemente missionario.

Il tema della globalizzazione fa da sfondo; Benedetto XVI fa riferimento allo sviluppo demografico, alla corsa agli armamenti, alla questione dell’Aids, alla povertà dei bambini, prime vittime di ogni situazione di ingiustizia, alla recente crisi finanziaria, alla crisi alimentare. Di fronte a questi risvolti negativi, non si deve dar colpa alla globalizzazione quanto “governarla”, ovvero contribuire alla diffusione di una solidarietà globale fondata su un “codice etico comune”, capace di tener conto delle esigenze dei poveri. Una globalizzazione alimentata «da uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano». Questo significa «mettere i poveri al primo posto» e richiede come attori sia le istituzioni «sia la società civile che assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile».

Il Papa domanda: «Non avverte forse ciascuno di noi nell’intimo della coscienza l’appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale?». E ci suggerisce anche la risposta: «Fedele all’invito del suo Signore, “date loro voi stessi da mangiare”, la comunità cristiana non mancherà di assicurare all’intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare gli stili di vita, i modelli di produzione di consumo, le strutture di potere che oggi reggono la società».

Domanda e risposta interpellano decisamente anche “ogni discepolo” dell’Azione Cattolica, che fedele alla sua vocazione e missione assume tra i suoi compiti anche quello di educare alla pace e di costruire la pace. Sia quella materiale sia quella legata, come ricorda ancora il benedetto XVI a quei «diffusi fenomeni della società odierna quali l’emarginazione, la povertà relazionale, morale e spirituale».

La strada per governare «con oculata saggezza» la globalizzazione, per fare in modo che non ci si limiti ad aiuti di tipo assistenzialistico, per non illudersi che sia sufficiente una ridistribuzione delle ricchezze («in un’economia moderna il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro», scrive il Santo Padre), trova sentiero certo nella Dottrina sociale della Chiesa che «da sempre si è interessata dei poveri». I numerosi riferimenti al Magistero dei suoi predecessori consentono a Benedetto XVI di sottolineare come la questione sociale si sia allargata e richieda «un approfondimento qualitativo sull’uomo e sui bisogni della famiglia umana». E per andare in profondità sui nuovi aspetti della questione sociale, il Papa sollecita a «chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l’azione verso la costruzione della pace», a partire dai principi della Dsc.

Su questa linea, l’associazione - per dare concretezza ad uno degli obiettivi indicati dall’Assemblea nazionale  continua ad alimentare l’attenzione alla questione del bene comune e a sviluppare percorsi educativi idonei affinché «ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi» (così scriveva Leone XIII nella Rerum novarum) di fronte al dramma della povertà e perché il nuovo anno possa segnare un passo significativo verso la lotta alla povertà.

Come recitava lo slogan della campagna per gli Obiettivi di sviluppo del Millennio: “I poveri non possono aspettare!”.

La casa dorata e il deserto

di Dino Pirri

In occasione della 42a Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il prossimo 1° gennaio, Papa Benedetto XVI ci invita a riflettere sul rapporto tra la lotta alla povertà e la ricerca sincera della pace, riprendendo e sviluppando le parole di Giovanni Paolo II, per la giornata del 1993.

Con il suo messaggio dal titolo “Combattere la povertà, costruire la pace“, il Santo Padre, gettando uno sguardo sul complesso fenomeno della globalizzazione, vuole ribadire la necessità della costruzione della pace, che trovi come presupposto la giustizia, la solidarietà e la corresponsabilità globale.

Nel documento pontificio vengono affrontate alcune drammatiche questioni nodali delle povertà odierne, quali lo sviluppo demografico, la diffusione delle malattie pandemiche (specie l’Aids), la condizione dei bambini, la corsa agli armamenti e la crisi alimentare. E dalla sua lettura emerge l’urgenza di uscire dalle logiche miopi, egoistiche e ideologiche, per abbracciare una «globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana».

Il Papa afferma che la globalizzazione, dalle potenzialità ambivalenti, deve essere governata da «una forte solidarietà globale tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all’interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un “codice etico comune”, le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr. Rm 2,14-15)». E continua: «La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un’autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse».

Raccogliendo l’insegnamento e la sollecitazione del Santo Padre, l’Azione Cattolica dei Ragazzi, in collaborazione con Altromercato, ha deciso di entrare nel mondo del commercio equo e solidale, proponendo l’acquisto di una simpatica borsa in juta e di altri generi alimentari, prodotti nel Sud del mondo, affinché, nei gruppi, si possa avviare una riflessione sull’importanza di una spesa giusta e aperta ad una logica di mercato sostenibile e non alienante.

Attraverso questa iniziativa di carità, promossa proprio nel mese della pace, con lo slogan “La pace conviene“, si cercherà innanzitutto di aiutare i fanciulli e i ragazzi ad orientare i propri desideri e le scelte, secondo criteri di libertà rispetto all’effimero e all’inutile, verso un’attenzione all’essenziale e al sostenibile; in secondo luogo, sarà presentata la possibilità di una economia fondata sul dialogo, sulla trasparenza e sul rispetto della persona, attraverso una ricerca di maggiore equità tra Nord e Sud del mondo; infine, unendo le forze e i cuori, si darà anche sostegno economico ad alcuni progetti di sviluppo in Paraguay e Bangladesh.

Benedetto XVI conclude il suo messaggio con un’immagine forte quanto eloquente: «Nell’attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado».

Il prossimo 20 dicembre, i fanciulli e i ragazzi dell’ACR, ricevuti in udienza dal Santo Padre, per i consueti auguri natalizi, si sentiranno interpellati, come discepoli di Cristo, ad «allargare il cuore verso le necessità dei più poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso», facendo risuonare, nelle loro famiglie e tra i coetanei, la parola del Papa: «Combattere la povertà è costruire la pace».

La persona come bussola

Mercoledì 10 Dicembre 2008

In occasione del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Azione Cattolica chiede un gesto concreto: la sottoscrizione dell’appello Umofc al Governo italiano affinché ratifichi la Convenzione sulla Tratta degli esseri umani.
Tocca a tutti noi la costruzione di una nuova cittadinanza universale. A partire dalla persona.

di Roberto Cisotta

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò il 10 dicembre 1948 la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Sono passati 60 anni. Tentare di tracciare un bilancio, e quindi di riassumere in un giudizio sintetico una lunga storia, è davvero molto difficile. Si possono però ripercorrere alcuni sentieri e si possono rievocare alcune ragioni storiche. Queste operazioni aiutano di certo a comprendere anche il presente, la sua complessità e le difficoltà che si incontrano nel provare a muovere nuovi passi. Proviamo a cimentarci, in poche righe, in questo ambizioso tentativo, lasciando ad ognuno di proseguire a riflettere, informarsi, cercare…

Cosa si può dire allora della Dichiarazione universale? Innanzitutto si può ricordare che il mondo che la partorì era un mondo coperto dalle macerie ancora fumanti provocate dal più grande conflitto armato che la storia abbia sinora conosciuto. I vincitori della Seconda guerra mondiale, e soprattutto tra loro le Potenze anglosassoni, promossero la nascita della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), che avrebbe dovuto garantire la pace e la sicurezza internazionali (non tutti gli Stati allora esistenti furono subito ammessi). Il primo dato è questo: la Dichiarazione è figlia dello spirito di ricostruzione degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, dell’afflato internazionalistico che pervadeva i programmi (e qualche volta la retorica e la propaganda) dei movimenti politici dell’epoca nei diversi Stati.

Secondo dato: dal punto di vista giuridico, la Dichiarazione non è vincolante. È un documento di carattere programmatico. Nondimeno - come tutti i simboli - il suo ruolo nel corso degli anni non è certo stato trascurabile, benché difficilmente misurabile. Con sicurezza è possibile dire che a partire dal giorno della sua adozione si è sviluppato con forza crescente un movimento, su scala globale, volto alla messa in opera di forme di tutela concrete per i diritti in essa contenuti. Sono stati costruiti ad esempio sistemi regionali di protezione, il più importante ed efficace dei quali è quello europeo, che si fonda sulla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950. Sistemi più o meno simili sono stati istituiti nel Continente americano e in quello africano.

L’esigenza di un sistema di tutela davvero efficace si è sentito presso le stesse Nazioni Unite. Molte Convenzioni sono state adottate e ne è stata proposta l’adesione a tutti gli Stati. Tra le più importanti vi sono i due Patti del 1966: il primo sui diritti civili e politici e il secondo sui diritti economici, sociali e culturali. L’Organizzazione si è anche dotata nel corso degli anni di diversi organi deputati al controllo del rispetto dei diritti dell’uomo (in un caso previsti proprio dai Patti citati). Ma il modo in cui furono concepiti i due Patti ci porta a mettere in luce un terzo dato: i diritti umani non sono pensati, riconosciuti e tutelati nello stesso modo da tutti. In un mondo allora diviso in due, il Patto sui diritti civili e politici era la carta delle libertà del mondo liberale-capitalista, fondato su una visione individualista. Il Patto sui diritti economici, sociali e culturali era invece frutto della visione dei Paesi del blocco orientale: ogni diritto, pur del singolo, era da riferirsi alla sfera sociale-comunitaria. La contrapposizione è durata per più di qualche tempo: a volte essa è stata forzata appositamente per fini politici e, pur senza poter mai sparire, si può considerare superata alla luce del principio dell’universalità dei diritti dell’uomo: ogni uomo deve godere di tutti i diritti fondamentali, di ogni matrice. Ma le differenze nella concezione dei diritti fondamentali non sono finite. Anzi, in un mondo sempre più frammentato, tendono forse ad accentuarsi. Basti pensare al dibattito sul diritto alla vita.

Inoltre, la presenza di un certo diritto nel catalogo di quei diritti fondamentali riconosciuti e protetti da un determinato ordinamento e l’estensione della tutela di questo diritto, sono questioni che possono essere viste in modo assai diverso. C’è chi riconosce nell’uomo il centro di tutti i diritti fondamentali, così come è possibile enuclearli al di là del tempo e dello spazio. Altri, forse più pragmaticamente, si concentrano sui diritti fondamentali così come essi emergono in un dato contesto sociale, storicamente determinato. Seguendo questa idea, che pure ha i suoi meriti e vantaggi, diventa difficile valutare (o astrarre da) le attese di singoli e gruppi più o meno organizzati in quel contesto sociale. Allora, dire diritti umani significa necessariamente dire anche equilibrio tra più diritti, significa dire valori, filosofie e culture. E la contaminazione tra i tanti sistemi di riferimento, sempre da auspicare, talvolta si presenta estremamente difficile da condurre e gestire (gli esempi sono innumerevoli: dal dialogo politico tra fazioni contrapposte, al dialogo tra confessioni religiose).

Quarto dato. Tradizionali tutori delle libertà del singolo - ma anche tradizionali violatori di queste - sono da sempre gli Stati. Oggi accanto a questi si presentano delle nuove entità, sulla scena nazionale e internazionale: le Organizzazioni Non Governative (ONG). Forse, potremmo dire, la cosiddetta società civile, che si dà forme articolate ed organizzate per raccogliere dati, formare singoli e gruppi, organizzare aiuti d’emergenza e strutture stabili di sostegno in aree depresse e bisognose, e tanto altro. Un contributo variegato, ma certamente prezioso, tanto dal punto di vista concreto, della risposta a bisogni immediati, quanto da quello di pensiero e di riflessione.

Quinto ed ultimo dato. Un altro esito (…o un’aberrazione?) a cui il proposito (sincero?) di proteggere i diritti umani ha condotto alcuni è l’utilizzo della forza. Come fatto fin qui, più che limitarsi al linguaggio didascalico e descrittivo, non si può far altro che porre una questione, un problema: si possono/si devono difendere i diritti umani, magari in caso di violazioni gravi e su larga scala, con l’uso della forza armata?

Questi non sono che alcuni tratti, presentati in modo rapido e forse grossolano. Le celebrazioni per i 60 anni della Dichiarazione sono un’occasione per guardare al senso dell’umano proprio del nostro tempo: un senso problematico, carico di grandi speranze e del tentativo di dare soluzioni nuove e davvero efficaci agli antichi problemi che vive ogni società umana. Ma anche un senso molto difficile da incarnare in pratiche quotidiane e in orientamenti politici condivisi, anche all’interno degli stessi paesi democratici.

Link utili:

www.perlapace.it

www.un.org

Nostra indispensabile bussola

Martedì 9 Dicembre 2008
la Presidenza Nazionale

Ieri, in occasione della festività di Maria Immacolata, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato un paterno saluto a tutti i soci dell’Azione Cattolica Italiana, che l’8 dicembre hanno vissuto nelle loro diocesi e parrocchie la “festa dell’adesione”. Ringraziamo con affetto filiale il Papa: essere nel cuore di Benedetto XVI è per noi motivo di grande gioia, e ci incoraggia a sentirci sempre più responsabili, da laici credenti, nella Chiesa e nel mondo.

Il Papa ci ha affidato alla “materna protezione di Maria Santissima”, e ci ha augurato di poter “esprimere al meglio il servizio ecclesiale e specialmente l’impegno educativo, per il quale l’Azione Cattolica può contare su una lunga e consolidata tradizione”. Già lo scorso 4 maggio, in piazza San Pietro, in occasione dei festeggiamenti per i 140 anni dell’associazione, il Santo Padre ci ha chiesto di spenderci sempre più intensamente, con tutta la Chiesa, per fare fronte all’attuale emergenza educativa. Come Maria diciamo senza riserve “si”, e ci proponiamo di accompagnare con fedeltà e cura gli uomini e le donne che incontriamo. Già il prossimo incontro delle presidenze diocesane, previsto per maggio 2009, affronterà la tematica dell’educazione alla luce delle grandi domande che provengono da questo tempo e da questo mondo. Anche gli assistenti ecclesiastici diocesani si incontreranno a gennaio per riflettere sulla dimensione educativa del loro servizio.

Nel cammino dell’associazione, l’amorevole e sapiente guida di Benedetto XVI è e sarà bussola indispensabile. Per questo motivo, il programma triennale dell’Ac assume pienamente il mandato della santità, che proprio Benedetto XVI ci ha lasciato in dono nell’incontro nazionale del 4 maggio.

8 dicembre, l’Ac in festa

Sabato 6 Dicembre 2008

di Marco Iasevoli

Che cosa rappresenta l’8 dicembre per l’Azione Cattolica? Che cos’è la “festa dell’adesione” che si celebra nello stesso giorno della festa di Maria Immacolata? Proviamo a rispondere ripercorrendo le parole che Paolo VI rivolse ai laici di Ac l’8 dicembre 1968: parole che sono un dono ancora attualissimo.

Tre erano i pensieri che “occupavano lo spirito” di Paolo VI l’8 dicembre 1968: “la celebrazione della festa di Maria Immacolata, la commemorazione del centenario dell’Azione Cattolica in Italia, e la ricorrenza del terzo anno dalla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Per il pontefice le gerarchie erano chiarissime: “La Madonna, la Madonna Immacolata, domina dall’alto la scena… Maria ci fa vedere come la bellezza e la bontà, l’avvenenza e la virtù, sono in lei riunite con armonia unica, in lei mai punto turbata… tutto è nuovo, tutto è santo in questa creatura, la cui perfezione sembra allontanarla senza confronto da noi, e la cui missione invece avvicina a noi come sorella, come madre, come speranza a tutti accessibile…ella sostiene i nostri passi, ella ci insegna, con la realtà del suo esempio, che anche noi, mediante l’aiuto del Signore, abbiamo la capacità d’essere cristiani veri e santi; ella ci conforta a osare, a sperare; non solo ne abbiamo il dovere, ne abbiamo la possibilità. Il nostro idealismo cristiano acquista una forza realizzatrice nella misura che il fascino del culto mariano ci attira all’imitazione e alla grazia di Cristo”.

Poi Paolo VI si rivolse ai laici di AC: “L’Azione Cattolica è un’attività, è un organismo di Laici. Salute a voi, Laici cattolici, che nella Chiesa di Dio assumete un posto di particolare evidenza, e una funzione di particolare efficienza! Dotati e coscienti della personalità soprannaturale propria dei fedeli componenti il Popolo di Dio, a voi non è bastato essere insigniti dell’incomparabile e comune dignità cristiana e della inestimabile fortuna d’appartenere alla Chiesa cattolica; voi avete voluto essere membra vive ed operanti…voi avete sentito l’obbligo di affermare innanzi tutto il vostro carattere di credenti, avete cercato di rendervi conto dei bisogni interni della comunità ecclesiale, avete avvertito le penose condizioni religiose, morali e sociali della società circostante, e vi siete chiesti se spettava anche a voi fare qualche cosa per la causa di Cristo e per l’edificazione non mai terminata della Chiesa; e allora con una risposta, che nasceva dentro come un imperioso dovere, come una rivelatrice vocazione, avete detto: sì; un cattolico non può essere inerte, insensibile, passivo e codardo; e avete fatto dell’azione, dell’azione cattolica una vostra divisa. Laici eravate, e laici siete rimasti… Libertà di offerta, ma serietà d’impegno. Non è stata e non è l’Azione Cattolica un effimero entusiasmo, un’impresa di dilettanti: è stata ed è tuttora un dono vero, un sacrificio serio, un servizio permanente… L’Azione Cattolica ha fatto del rapporto di collaborazione qualificata con i Pastori della Chiesa la sua nota distintiva, la sua ragion d’essere. Non vanto, non prestigio, non vantaggio; ma servizio. Non servitù, ma corresponsabilità. Non clericalismo, ma apostolato. Non invadenza, ma obbedienza. Non burocrazia, ma carità; carità vissuta nella forma ecclesiale più alta, più autentica, più disinteressata, più efficace, e ancora: più meritoria”.

Da qui al Concilio il passo è breve: “Vivrà, sopravvivrà l’Azione Cattolica? Ha essa un avvenire davanti?… Come potrebbe un Laicato cattolico, cosciente della promozione attribuitagli dal recente Concilio, considerarsi esonerato dal suo qualificato impegno di apostolato, quando una più esplicita pienezza dei suoi titoli ecclesiali è per lui codificata nei documenti del Concilio medesimo? Potrà la Chiesa in Italia rimanere priva d’un Laicato organizzato a complemento ed a servizio della sua missione apostolica? Chi meglio di voi potrà aiutare ogni altra buona iniziativa intesa a diffondere e a difendere i principii cristiani?”.

Lunedì 8 dicembre 2008 il “si” di migliaia di persone aderenti all’Azione Cattolica avrà ancora le stesse note fondamentali: gratuità di servizio nel nome del Signore, radici salde nel cuore della Chiesa, fedeltà alle relazioni che ci sono state offerte in dono, cura della persona, a partire dai più piccoli e dai poveri, corresponsabilità ecclesiale e civile, organizzazione democratica. Buona adesione a tutti!

Doha. Speravamo di più

Giovedì 4 Dicembre 2008

di Piero Bovio

Le grandi aspettative per una Conferenza che doveva assumere decisioni concrete per il destino di miliardi di poveri, accresciute dalle urgenze dettate dagli effetti drammatici che le crisi economica, climatica e alimentare hanno sui Paesi in via di sviluppo, si scontrano con i contenuti di una Dichiarazione finale che a mala pena conferma gli impegni della precedente Conferenza di Monterrey del 2002, senza considerare il drammatico aggravarsi della situazione di oggi.

Il testo partorito a conclusione dell’assise dedicata alla “Finanza per lo sviluppo” assomiglia più ad un aggiornamento sullo stato della situazione dello sviluppo a livello mondiale, piuttosto che una dichiarazione di governi e di decisori politici consapevoli dell’urgenza e dell’assoluta necessità di assumere correttivi e soluzioni significative per proiettare nel prossimo futuro uno scenario di maggior fiducia e benessere condiviso.

Gli Stati Uniti (amministrazione Bush) hanno bloccato ogni progresso su alcune questioni chiave come gli aiuti ai Paesi dei Sud (ad oggi, stiamo parlando di 3 centesimi di dollaro al giorno per ciascuno dei 3 miliardi di poveri. Se ne sono promessi 7 entro il 2015) e i cambiamenti climatici; i governi dell’Unione Europea, sebbene più progressisti, hanno rifiutato di porre mano a problemi come la cancellazione del debito, la riforma del sistema fiscale internazionale comprese le cosiddette tasse di scopo, il commercio internazionale; alcuni Paesi in via di sviluppo non hanno voluto che si affrontasse l’enorme questione dei paradisi fiscali e dell’evasione fiscale attraverso i quali oltre 800 miliardi di dollari vengono drenati illecitamente, in particolare ad opera delle multinazionali operanti in quei Paesi, sottraendo enormi risorse ai già magri bilanci pubblici locali.

Ora, le speranze si concentrano sull’implementazione della decisione assunta nella Dichiarazione finale, su proposta dei rappresentanti delle Ong, di convocare una Conferenza di alto livello nel prossimo 2009 sulle questioni connesse alla crisi finanziaria ed economica e il suo impatto sullo sviluppo. Tale Conferenza dovrà essere organizzata dal Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e definita nelle sue modalità entro il prossimo mese di marzo.

I dati della povertà e della fame, i risultati deludenti nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, e soprattutto le prospettive che sembrano delinearsi come ancora più preoccupanti per il prossimo futuro delle persone più povere e vulnerabili richiedono una leadership forte e determinata per affrontare la situazione globale. Invece a Doha si è delineato un consenso di basso profilo che ha come unico risultato quello di aver sancito l’incapacità dei leader mondiali del Nord e dei Sud del mondo a raddrizzare lo stato delle cose.

Vale la pensa segnalare, infine, la significativa assenza dei vertici di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale che furono tra i promotori della Conferenza di Monterrey e il ripiegamento di Paesi come Brasile, India, Sud Africa sui propri interessi nazionali e l’oggettivo loro accomodamento alle logiche e alle regole dei più forti, passo, questo, verso ulteriormente emarginazione dei Paesi più poveri dai benefici della globalizzazione e della crescita economica.

L’Azione Cattolica è consapevole che il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, a cui aderisce, è tra le poche possibilità di garantire una convivenza pacifica e dare futuro e prosperità a tutti, poveri e ricchi, Nord e Sud, piccoli Paesi e Grandi della Terra. Come comunità cristiana e comunità civile dobbiamo pretendere dalle istituzioni impegni precisi sul fronte della giustizia sociale, anche al di fuori dei confini italiani. Come associazione, teniamo alta l’attenzione attraverso la promozione di iniziative locali e nazionali, come la “Settimana della Carità” che abbiamo da poco celebrato, un’occasione non isolata sulla strada della promozione di una cultura della solidarietà e nell’adozione di stili di vita sostenibili.

Sito della conferenza

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    Dialoghi, la rivista: cover Dialoghi
  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

    Un mondo da condividere

    Il mondo: una “risorsa” da custodire e da “usare” come bene comune.