Azione Cattolica Italiana – Istituto Vittorio Bachelet
Convegno "L’educazione al bene comune nel sistema formativo italiano" (Roma, 9-10 febbraio 2007)
La scuola è un bene comune? – Tavola rotonda
Intervento di Sergio Zoppi
Mi muovo sulla scia delle relazioni e dei discorsi che, da ieri pomeriggio a stamani, si sono succeduti in questo denso convegno e farò esplicito riferimento all’ultimo intervento, quello di Nisia Pacelli.
Comincio col dare una risposta alla domanda: “La scuola è un bene comune?”. A mio parere, non lo è nel Mezzogiorno su cui concentro l’attenzione. Un Mezzogiorno che ha 6 milioni di giovani tra 0 e 24 anni, il 43 per cento circa della popolazione italiana in tale fascia d’età. Sono gli stessi territori nei quali si riscontra ancora oggi un maggior tasso di natalità.
In queste settimane abbiamo più volte aperto la televisione o la radio, e ci siamo trovati di fronte a calamità, infortuni, fatti di sangue dolorosi. Abbiamo visto e ascoltato non poche interviste a giovani – lo si sarà notato con disappunto – che avevano difficoltà a esprimersi; lo facevano in chiusi dialetti, con povertà di linguaggio e incerta capacità a costruire una frase che avesse un senso compiuto. Naturalmente anche in questi angoscianti episodi non sono mancate le eccezioni che a volte, nella loro drammatica potenza evocativa, ci hanno turbato e avvinto.
Una parte non trascurabile di giovani non sa dunque esprimersi, non riesce a parlare correttamente; chi ha rapporti con studenti universitari del Mezzogiorno o provenienti dagli stessi territori sa che a volte non c’è, da parte loro, la capacità di dare senso compiuto a una frase comune; capita pure di sentire usare una parola da chi crede di averne utilizzata un’altra.
A suggello di questa mia affermazione di una scuola non ancora bene comune, vorrei dare qualche dato. Mi muovo lungo una linea empirica, cercando, in pochi minuti, di dar conto, sia pure in modo parziale e frammentario, di una realtà che, malgrado gli innegabili progressi compiuti nella scuola, anche nell’ultimo decennio sul versante quantitativo, resta al sud un’emergenza. Se va evidenziato che nelle scuole superiori del Mezzogiorno (mi riferisco ai dati 2004-2005) il tasso di scolarizzazione è passato dal 64 per cento degli anni novanta a ben il 92 del 2005, colmando il divario con il centro nord, la spina nel fianco sono gli abbandoni. Secondo i dati del MIUR nel primo anno scolastico si ritirano 7,5 studenti su 100 nel Mezzogiorno continentale e 1 su 10 nelle isole, contro e 5 e i 4 su 100 nel nord e nel centro.
Per quanto poi attiene all’evasione totale, specialmente nelle periferie urbane e, in particolare nei quartieri degradati della città maggiori, i dati sono limitati perché fanno riferimento a microaree che mostrano quanta sia ancora vasta e profonda la frattura tra giovani e scuola. Quando un “maestro di strada” a Napoli ha condotto la sua battaglia elettorale amministrativa, qualche mese fa, basandosi largamente su questi temi, ha potuto documentare che in interi quartieri o sotto quartieri della città, troppi giovani non avevano avuto un significativo incontro con la scuola.
Un secondo dato positivo, mi fa piacere porlo in rilievo, mostra come sia cresciuto il tasso d’iscrizione all’università. In 15 anni è salito dal 25 al 40 per cento: siamo sui livelli del centro nord, 34 e 39,8 per cento. In valori assoluti, i laureati nel Mezzogiorno sono passati da 28.000 degli anni novanta ai 98.000 del 2005.
Purtroppo alto è il numero dei fuori corso, un fenomeno crescente che riguarda il 45 per cento degli studenti meridionali e il 35 di quelli centro-settentrionali. Circa il 92 per cento dei laureati del Mezzogiorno conclude i propri studi fuori corso (contro il 78 del centro nord) e nei territori meridionali quasi il 50 per cento dei giovani lo è da 4 anni e più. La conseguenza è il grave ritardo con cui quei giovani fanno il loro ingresso sul mercato del lavoro. Valuteremo presto gli effetti del 3 più 2, sperando che la nuova formula porti alla drastica riduzione di queste percentuali.
Un altro dato merita attenzione: la quota di coloro che possiedono un diploma è del 40,1 per cento (nel centro nord del 46,6) rispetto al 65 del Regno Unito e della Francia, al 74 dell’Ungheria, all’84 della Germania, all’87 degli Stati Uniti.
Il divario è ancora più ampio per coloro che hanno conseguito il titolo di istruzione universitaria tra 25 e 64 anni: il 9,4 per cento al sud, il 10,9 al centro nord, il 28,2 nel Regno Unito, il 25,2 in Spagna, il 24 in Germania, tra il 23 e il 24 in Francia, tra il 37 e il 38 in Giappone e negli U.S.A.
Molto bassa è poi la quota di laureati in materie scientifiche e in ingegneria: 21 per cento al sud, appena leggermente superiore, il 23, nel centro nord, contro il 28 per cento del Regno Unito, il 31 della Germania, il 29 della Francia e il 24 della Spagna.
Ma come poc’anzi è stato ricordato, le debolezze non si fermano qui. Da un’indagine, del 2000-2003, P.I.S.A. (Programme for International Student Assessment), condotta dall’OCSE, sulle competenze acquisite a scuola dai quindicenni, risulta che il sud è nettamente sotto la media europea per quanto attiene alla capacità di lettura, alla preparazione in matematica e nelle scienze, all’abilità a risolvere i problemi. L’Italia anche qui evidenzia punteggi nettamente inferiori a Giappone, Regno Unito, Finlandia, Paesi Bassi ma anche alla sempre più vicina Corea. Il nostro dato nazionale è la sintesi di profonde differenziazioni a livello territoriale. Infatti mentre il centro nord è in linea con la media OCSE, il Mezzogiorno presenta ritardi che oscillano tra i quasi 50 punti e i 70 (per convenzione, il punteggio medio è posto uguale a 500), che spiega quasi per intero il differenziale complessivo dell’Italia rispetto alla media OCSE.
Situazioni insoddisfacenti si riscontrano poi per gli edifici scolastici, i laboratori e le palestre. Al riguardo, parlano le rilevazioni ancora utilizzabili della SVIMEZ e dell’ANIMI (Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia). Queste indagini evidenziano inoltre una situazione meridionale fortemente deficitaria per quanto attiene alla copertura degli immobili, agli impianti elettrici, idraulici e fognari, al riscaldamento, ai pavimenti. Alcune province mostrano situazioni estreme: Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Siracusa.
E’ chiaro che gli obiettivi di Lisbona sono lontani dal raggiungimento per quanto riguarda il nostro Paese – e il Mezzogiorno in particolare – soprattutto quando si fa riferimento alla quota di persone coinvolte in attività di istruzione e di formazione sul totale della popolazione nazionale con età compresa tra i 25 e i 64 anni: rispetto a un obiettivo del 12,5 per cento del 2010, gli ultimi dati disponibili collocano la quota al 6,3 per cento.
Naturalmente meritano attenzione i finanziamenti alla scuola, che risultano consistenti per quanto attiene all’istruzione primaria e secondaria. Occorrerebbe indagare analiticamente per verificare la produttività della spesa. Va anche aggiunto che l’Italia investe meno della media dei paesi OCSE e dei più importanti paese europei nell’istruzione terziaria, comprese le attività di ricerca e sviluppo. Nel Mezzogiorno questa situazione si aggrava.
L’impegno finanziario italiano sembra privilegiare l’istruzione primaria e secondaria – con tutti quei vuoti e quei limiti che ho cercato di individuare nel Mezzogiorno – e non quella terziaria, con una visione del sistema d’istruzione che non tiene del tutto conto delle accresciute aspirazioni dei giovani e del fatto – com’è nei paesi più sviluppati – che l’istruzione universitaria è diventata il cardine sul quale si muove il rinnovamento dei sistemi produttivi.
Che al sud la scuola abbia ancora dei vuoti non colmati, lo si può riscontrare anche attraverso il mondo del lavoro. Secondo i dati ISTAT del 2004, a tre anni dal conseguimento del diploma, nei territori meridionali gli occupati risultato il 38,9 per cento, contro il 56 del nord e il 49,1 del centro.
Per quanto attiene ai laureati, a tre anni dal conseguimento del titolo di studio, lavorano 59 giovani su 100 al sud contro gli 82 del centro nord. Inoltre la metà dei laureati nei settori politico-sociale, linguistico e letterario svolge una professione per la quale non sarebbe richiesta la laurea. Per calarsi nel mondo giovanile e comprendere qualcosa dei comportamenti di coloro che ne fanno parte, basti dire, sempre secondo la stessa indagine ISTAT, che il 38 per cento dei giovani è insoddisfatto per il trattamento economico ricevuto e il 35 per la possibilità di carriera. Pesanti i dati riferiti alle donne: risultano disoccupate il 28,5 per cento di coloro che possiedono il titolo di studio della licenza media, il 17,6 delle diplomate e il 12,8 delle laureate.
I giovani del Mezzogiorno hanno così nuovamente cominciato a emigrare al nord, anche perché negli ultimi anni – sono rilevazioni della SVIMEZ – tre giovani su quattro hanno visto peggiorare la loro posizione professionale nel Mezzogiorno. Non è un caso che il 20 per cento dei giovani meridionali si iscrivano a università del centro nord.
Sono 824.000 i ragazzi del sud che nel 2005 non studiavano né cercavano lavoro, il 20 per cento del totale dei maschi e il 25 per cento delle femmine della popolazione in quella fascia d’età. L’inattività rispetto sia allo studio sia al lavoro si configura come un fenomeno meridionale (nel centro nord è solo l’8 per cento della popolazione tra i 15 e i 29 anni). Viene quindi in evidenza l’incapacità del sistema produttivo locale ad assorbire giovani a un livello d’istruzione relativamente elevato.
Ieri e stamani, nel corso del convegno, si è giustamente posto l’accento sulla scuola come fattore di democrazia e di crescita, sulla scuola dell’autonomia, sulla scuola dell’autogoverno, sulla scuola ponte tra famiglia e lavoro, su una scuola chiamata a rafforzare quel legame sociale che dovrebbe facilitare l’integrazione multiculturale e multietnica.
Ma come non constatare che la scuola del Mezzogiorno non attrae i giovani del centro nord e tanto meno gli stranieri che non sia figli di immigrati? Nelle regioni meridionali, malgrado i limiti del sistema industriale, non mancano le centinaia e centinaia d’imprese manifatturiere d’eccellenza che producono e vendono, esportando in tutto il mondo con successo. Possiamo dire, al di là di poche, lodevoli eccezioni, che vi siano nel Mezzogiorno scuole e università d’eccellenza?
Nei convegni e nei dibattiti sul Mezzogiorno mi viene spesso posta una domanda: quando finirà la più che centenaria questione meridionale? Molti italiani sono infatti infastiditi per i sacrifici che, negli ultimi sessant’anni, sono stati compiuti dalla parte produttiva del Paese a vantaggio del sud. Perché rilevanti sono stati i trasferimenti finanziari destinati al riscatto del Mezzogiorno, contributi, non può essere taciuto, che hanno cambiato il volto del Mezzogiorno sotto il profilo economico e, in particolare, infrastrutturale. Amo rispondere che quando un professionista di Vigevano o un artigiano di Mestre diranno al proprio figlio “voglio investire su di te e mi accollerò il sacrificio di mandarti a specializzare a Napoli o a Palermo o a Bari o a Cosenza, allora la questione meridionale sarà risolta senza ombra di dubbio. La nuova legge finanziaria vuol segnare un cambiamento di rotta. Auguriamoci che sia così.
Che fare a questo punto? Sappiamo che le risorse sono scarse, mentre la scuola va considerata una priorità nazionale. Chiederei alle forze politiche, sociali, culturali ed economiche di valutare la possibilità di dar vita a un progetto decennale, partendo dalla constatazione che la torta del prodotto interno loro (PIL) è quella che è: se si tagli una fetta più larga da una parte, occorre ridurre l’altra, salvo che non vi sia un incremento del reddito, ovvero l’allargamento della torta che, come sappiamo, avviene da noi a livelli inadeguati da anni.
I dipendenti pubblici sono circa tre milioni e mezzo in Italia. Non disponiamo di indagini empiriche, analitiche sulla loro produttività. In breve, non si sa esattamente quanto producono e come producono. Sappiamo con certezza che molti, a partire dalla scuola, lavorano con dedizione e intensità. Ma tre milioni e mezzo è un dato particolarmente rilevante.
Se, mobilitando competenze private e pubbliche, presenti in Italia, si desse luogo a una indagine di tipo aziendale, andando a rilevare – stanza per stanza, ufficio per ufficio -, come farebbe una grande impresa manifatturiera o di servizi che volesse ristrutturarsi per meglio competere, probabilmente emergerebbero dei vuoti significativi di professionalità, anche se non particolarmente rilevanti in termini assoluti. Infatti sono insufficienti alcune professionalità all’interno delle pubbliche amministrazioni: penso soprattutto a quelle economiche, territoriali e ambientali, organizzative, statistiche, informatiche e infermieristiche. Alcune migliaia di giovani preparati darebbero ossigeno alle nostre amministrazioni pubbliche, centrali e locali. Al tempo stesso, molto probabilmente, emergerebbero larghe possibilità di ridistribuzione e anche di riduzione di personale. Sulla base dei risultati di queste analisi, si riuscirebbe, non soltanto a far lavorare meglio e con maggior soddisfazione il personale, ricorrendo ad appropriate tecnologie in un quadro organizzativo nuovo, ma anche a ridurre in dieci anni almeno l’8 per cento di quei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici. Le disponibilità finanziarie che si libererebbero dovrebbero, oltre a garantire l’impiego dei nuovi specialisti, essere interamente destinate a investimenti nell’istruzione e nella ricerca, con una significativa attenzione al Mezzogiorno; naturalmente sperimentando orari flessibili e forme premianti d’incentivazione, soprattutto nei quartieri disagiati.
Ecco dunque una modulazione territoriale di una governance amministrativa pubblica in grado di sostenere l’innovazione perché le pubbliche amministrazioni sono chiamate a facilitare la competitività di tutto il Paese. Quindi un progetto civile “da” e “per” il Mezzogiorno: per sconfiggere mafia, camorra, oligarchie, incivili gruppi di potere; al fine di attivare una sequenza nuova: “sviluppo economico, progresso sociale, avanzamento culturale”, garanzie per avere una classe dirigente non subalterna economicamente, scientificamente, tecnologicamente, così da poter contare su un Mezzogiorno pienamente inserito da protagonista nella comune vicenda nazionale ed europea.