Ripartire dai poveri
Venerdì 24 Ottobre 2008di Antonio Mastantuono
Mentre tutti gli organi di informazione sono intenti a raccontarci le oscillazioni delle borse e le decisioni prese dai governi occidentali per evitare i tracolli finanziari, un “Rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale” in Italia ci invita a guardare con attenzione non tanto ai palazzi della finanza e della politica ma per le nostre strade e nelle nostre case. Da mesi si sentiva ripetere che molte famiglie in Italia non arrivano alla fine del mese, che la pensione sociale non riesce neppure a consentire una vita al limite della vivibilità, eppure, immersi nei problemi delle grandi banche, si è continuato a far finta di nulla….
Il Rapporto curato dalla Caritas Italiana e dalla Fondazione Zancan, e pubblicato dal Mulino con il titolo Ripartire dai poveri, invece, mette in luce con forza che povero è, ancora oggi, il 15% della popolazione italiana, costretto a sopravvivere con meno di metà del reddito medio del Paese, ossia con meno di 500-600 euro al mese. Accanto ai poveri, poi, ci sono i “quasi poveri”, ossia persone che sono al di sopra della soglia della povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese: con riferimento all’”Europa dei quindici” l’Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio di povertà.
L’Italia non è il posto dell’uguaglianza e nemmeno quello delle opportunità. Più di altri Paesi europei, essa presenta grandi differenze fra chi vive in un discreto benessere, chi tutti i giorni lotta per non oltrepassare la soglia della povertà e chi dentro la povertà ci sta da tempo e non intravede nulla di nuovo per il futuro.
Il desiderio e l’ambizione di fare il salto sociale, di passare da una condizione all’altra, è più difficile da realizzare da noi che altrove. L’Italia appare come un Paese vulnerabile, con tante, troppe fragilità: un’imbarazzante divergenza tra Nord e Sud che invece di diminuire aumenta, una tragica carenza di innovazione, ma anche elevate disuguaglianze sociali ed economiche. Il reddito non è distribuito in modo equo, si concentra ai vertici ed è diluito alla base.
In questo variegato mondo, due fasce di popolazione sembrano essere in maggiori difficoltà: le persone non autosufficienti e le famiglie con figli.
Nel nostro Paese risulta povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli, e il 48,9% di queste famiglie vive nel Mezzogiorno (al 2006, ultimi dati disponibili). Si tratta di percentuali molto elevate: avere più figli, in Italia, comporta un maggior rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità, ma soprattutto per i figli, costretti ad una crescita con minori opportunità. Eppure in altri Stati non è così. Effettuando un confronto con la Norvegia, ad esempio, si evidenzia come in quel Paese non solo vi sia un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma, in fatto di figli, la relazione sia esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno (a meno di averne più di tre), più basso è il tasso di povertà.
Per quanto riguarda poi la povertà degli anziani soli e/o non autosufficienti, si registra un aumento nelle regioni del Nord, in controtendenza rispetto al resto del Paese: dal 2005 al 2006, l’incidenza della povertà relativa (percentuale dei poveri sul totale dei residenti) in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2 (ultimi dati disponibili).
Ma il Rapporto non si ferma solo all’analisi, consapevole che la questione povertà non può essere affrontata con colpi di genio e ad effetto ma solo con un piano nazionale strutturato e permanente. Non bastano azioni settoriali e interventi palliativi. Di solito si opera in questo modo quando non c’è speranza di risolvere il problema e si cerca, per quanto possibile, di alleviarne le conseguenze, di ridurre il disagio. Si tratta, invece, di prendere in mano il problema complessivamente, evitando di farne un fatto marginale e settoriale. Dare alla questione povertà una rilevanza strutturale significa guardare oltre il breve periodo, operare facendo leva su soluzioni di sistema, assumere fino in fondo le dimensioni che lo caratterizzano.
Di qui due proposte di azione: il passaggio da trasferimenti monetari ai servizi e la gestione decentrata della spesa sociale.
La prima proposta nasce dalla constatazione che le risorse non sono finite. Le relativamente poche risorse (rispetto ad altri Paesi) che dedichiamo alla spesa per assistenza sociale possono dare un contributo significativo, se orientate e qualificate.
La seconda proposta nasce dalla transizione, in qualche modo storica, che vede il nostro Paese da anni interrogarsi sul proprio assetto istituzionale e costruire nel tempo condizioni federaliste per una più sostanziale condivisione di solidarietà, da parte delle istituzioni, a tutti i livelli, centrale e locale.
Ogni volta che si tiene tra le mani un rapporto si corre il rischio di perdersi tra le percentuali, le tabelle, i numeri… Ma è sufficiente dare ad ogni numero un volto e allora tutto cambia: i numeri diventano il volto del barbone che dorme sotto casa, del papà di famiglia che con vergogna viene a chiedere aiuto per pagare una bolletta perché da solo non ci riesce; del pensionato che contratta con il fruttivendolo un po’ di verdura… e vien voglia di chiedersi: perché? Cosa fare come comunità cristiana? Come laici credenti?
Il Rapporto lancia una sfida. Non nuova: ricordiamo il “ripartire dagli ultimi” del 1981…
In tempi come questi, lasciarsi interrogare e interrogare seriamente la politica è, forse, il primo compito affidato a noi credenti, perché ormai: “I poveri sono anonimi, faticosi e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. In tivù non esistono. La politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti…” (p. A. Valletti). Ma il Nazareno che ispira la nostra vita non ci ha forse detto: «Beati quelli che hanno fame e sette di giustizia…» (Mt 5,6)?











