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	<title>Dialoghi.net &#187; Dialogando</title>
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	<description>Azione Cattolica e impegno culturale</description>
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		<title>Lucignoli, pinocchi e omini di burro</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jul 2010 09:44:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<p style="text-align: center;"><strong>Dialogando – di Anselmo Grotti</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>****************</strong></p>
<h3>Lucignoli, pinocchi e omini di burro</h3>
<p><strong>25 luglio 2010</strong></p>
<p>Emergenza educativa, disoccupazione giovanile, crisi economica e calo della nostra competitività. Ci sarebbero altre voci connesse, ma già queste possono bastare.</p>
<p>È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Le statistiche sul numero di giovani che non studiano, non lavorano né cercano un impiego stanno a dimostrarlo.</p>
<p>Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.</p>
<p>L’Italia è stato il primo Paese a costruire sistemi di collegamento telefonico via satellite (Telespazio, Piana del Fucino). Il terzo Paese a inviare satelliti nello spazio (il San Marco, dopo Usa e Urss). Il primo Paese a produrre un calcolatore con interfaccia a segnali luminosi (Elea 9000, della Olivetti, design di Sottsass, 1959). Siamo stati all’avanguardia nella chimica, la fisica, l’ingegneria…</p>
<p>Negli ultimi trenta anni abbiamo perso una posizione dopo l’altra. Ci sono state “industrie” che hanno avuto successo, prodotto soldi e potere. Ma non benessere per il Paese. I soldi si sono fatti comprando telefilm americani e format vari, gestendo l’etere e l’immaginario delle persone, ubriacando di pubblicità la televisione. Si sono generate caste che vivono di favori reciproci per poter essere nel “giro”. E si è sviluppata la necessità di un “parco” di persone che non devono né studiare né lavorare per poter mantenersi nello stato di trance televisiva e consumare.</p>
<p>*************************************</p>
<p><strong>Scelte di vita</strong></p>
<p><strong>18 luglio 2010</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Daniela Tobagi, figli di Walter, il giornalista del “Corriere della Sera” ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi di sinistra “Brigata XXVIII marzo” ricorda  (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2010) i toni astiosi usati in quel periodo da una  allora giornalista di estrema sinistra. L’allora giornalista scriveva su “Il Manifesto” e accusava duramente Tobagi, per la sua precedente esperienza al quotidiano “Avvenire”, di essere come il Cardinal Richelieu un abile tessitore di alleanze tra Craxi e Montanelli.</p>
<p>Daniela Tobagi fa notare che questa persona era giornalista politicamente molto schierata su di un fronte estremo come “Il Manifesto”, mentre poi la si ritroverà in “Forza Italia”.</p>
<p>Ora, ciascuno è naturalmente libero di cambiare idea durante il suo percorso di vita. Ma ciascuno è anche libero di riflettere sulle modalità di questi cambiamenti, specialmente quando non sono limitati a pochi casi.</p>
<p>Il caso ricordato da Daniela Tobagi è tutt’altro che isolato, ma molto esemplare. Ecco una breve sintesi: negli anni Settanta quella che scriveva contro Tobagi era di sinistra estrema, di quelli che ritenevano  traditore il Pci di Berlinguer. successivamente entra nelle istituzioni facendosi eleggere con la lista Antiprobizionisti sulla droga. Nel 1992 è eletta alla Camera con Rifondazione Comunista. Nel 1993 è candidata sindaco di Milano con una lista civica appoggiata dai Radicali. Non raggiunge neppure il 3% e una improvvisa conversione sulla via di Damasco la porta nel 1994 a farsi eleggere con Forza Italia. Un percorso fatto da molti altri.</p>
<p>Tutto legittimo, per carità. Qualche dubbio rimane per non pochi personaggi: sia sulla solidità delle adesioni a gruppi estremisti che hanno anche flirtato con l’uso della violenza, sia sull’approdo a sponde bene accoglienti verso transfughi da variegate esperienze politiche, pronti a un candido lavaggio delle vesti e a divenire implacabili custodi del padrone di turno.</p>
<p>A confronto dà molto maggiore senso di serenità il fatto che Benedetta Tobagi abbia potuto fare, come molti altri studenti delle superiori, incontri con persone affidabili:</p>
<p>“<em>un buon insegnante può cambiarti la vita, e io ho incontrato un professore di filosofia che mi aiutato a dare forma ai miei pensieri che mi si agitavano dentro in maniera confusa fin dalla prima adolescenza. Ero affamata di padre e fu una vera fortuna trovare un maestro così… La complessità del mondo può essere spaventosa, ma l’esercizio del pensiero permette di tessere sottilissime reti d’oro da gettare sulla realtà per poterla abitare</em>”.</p>
<p>Tutto legittimo appunto, ma certamente  non tutto eguale. Scelte di vita.</p>
<p>*******************************</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La famiglia. Come</strong>?</p>
<p><strong>11 luglio 2010</strong></p>
<p>La scrittrice Flannery O’Connor ha detto che chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere.</p>
<p>“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de <em>Il progetto Lazarus</em>, di Aleksander Hemon.</p>
<p>Occorre valorizzare la convivialità e il dialogo tra generazioni. Tutti hanno da imparare da tutti. È bello offrire esempi e consigli, avere esperienze da scambiarsi, aprirsi, confidarsi, accogliersi nelle case. Troppi giovani vivono nel più piatto presente. Mancano di radici e progetti. Non conoscono neppure le storie dei loro nonni, dei bisnonni. Non ne conoscono neanche il nome. La conoscenza del passato è fondamentale per un’esistenza equilibrata” (don Mario Picchi, da una lettera a FC scritta pochi giorni prima della morte) FC 24 2010</p>
<p>Secondo Alessandro Manzoni, ne <em>I Promessi Sposi</em>, Renzo e Lucia sono due giovani ventenni. Lui ha un lavoro stabile ed entrambi sono pronti a convolare a nozze ed anche –sia pur senza averlo desiderato – in grado di affrontare complesse prove che la vita sta per mettere loro di fronte.</p>
<p>Nella versione musicale messa in scena allo Stadio Meazza di Milano e a settembre su Rai Uno Lucia è interpretata da Noemi Smorra, 27 anni, e da Graziano Galatone, 37 anni.</p>
<p>Sarà un segno dei tempi. È dunque vero che oggi si rimane “precari” molto più a lungo.</p>
<p>*********************************************</p>
<p><strong>La Costituzione</strong><strong> è un impaccio?</strong></p>
<p><strong>4 luglio 2010</strong></p>
<p>In un pianeta del nostro sistema solare vive un Presidente del Consiglio che ritiene di non avere a disposizione sufficienti poteri per governare, per colpa di una Costituzione che prevede (molto stranamente in effetti) che una disposizione di legge, una volta nata nella mente del Capo, debba poi attraversare una noiosa serie di passi parlamentari.</p>
<p>Alcuni storici sostengono, non sappiamo quanto a ragione, che in quello stesso Pianeta siano vissuti statisti che lo hanno governato con la stessa Costituzione, nonostante le maggioranze parlamentari molto più ridotte, il clima internazionale di scontro per la guerra fredda, un partito comunista molto forte, nostalgici della monarchia, terroristi di destra e di sinistra. Questi statisti, sostengono alcuni storici, avrebbero fatto riemergere quel Paese da una dittatura sciagurata, da una guerra mondiale disastrosa, da conflitti sociali molto forti, avviando la ricostruzione, un miracolo economico, l’avanguardia nella tecnologia, la scuola di massa.</p>
<p>La democrazia è nata come necessità da parte del potere di occuparsi di cosa pensano i cittadini Per qualcuno va interpretata come la necessità da parte del potere di occuparsi di cosa far pensare ai cittadini.</p>
<p>**********************************************</p>
<p><strong>I telegiornali e la realtà</strong></p>
<p><strong>27 giugno 2010</strong></p>
<p>Troppi TG nel nostro Paese si stanno occupando solo di meteo e di spiagge.</p>
<p>Ha scritto Maria Luisa Busi:</p>
<p>“<em>L’informazione del TG1 è diventata di parte… ignora il Paese, le donne della vita reale, privilegiando la propaganda alla verifica… Le donne devono aspettare mesi per avere una mammografia, se non possono pagarsela… fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nidi non c’è posto per i figlio;… i quarantenni precari a 800 euro al mese non possono comperare neanche un divano, figuriamo mettere al mondo un figlio… centinaia do aziende chiudono, ci sono imprenditori che si tolgono la vita perché falliti. Dov’e questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quest’Italia esiste, ma il TG1 delle 20 l’ha eliminata</em>”.</p>
<p>Contemporaneamente si è dimessa dal TG1. Ma il problema riguarda molti altri TG. Ci meritiamo tutti qualcosa di meglio.</p>
<p>****************************************************</p>
<p><strong>Il diritto all’informazione e alla privacy</strong></p>
<p><strong>20 giugno 2010</strong></p>
<p>La FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha scritto:</p>
<p>“<em>La FIEG</em><em> esprime la ferma protestab per l’approvazione del ddl intercettazioni da parte del Senato. Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa… Non è possibile né pensabile, se solo si conosce l’organizzazione di un giornale, che l’editore intervenga sui contenuti degli articoli o sulle fonti delle notizie. Poco o nulla contiene il ddl in funzione di prevenire la propalazione delle notizie riservate con strumenti oggettivi e validi per tutti. Gli editori denunciano all’opinione pubblica la gravità che tale intervento assume</em>”.</p>
<p>Da una intervista di Baggio a Radio Vaticana: <em>“Chi accetta un ruolo importante nella società, deve ‘rassegnarsi’, per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta” e “deve dare esempio di virtù civili e di trasparenza</em>”</p>
<p>I TG non possono diventare contenitori di gossip, notizie sul meteo, sport, incidenti stradali, opinioni della ‘ggente, cronaca nera e cronaca rosa. <strong>Una democrazia sana ha bisogno di una informazione libera, coraggiosa, indipendente e plurale</strong>. Il rispetto della legge e della privacy è sacrosanto, ma la privacy è cosa diversa dall’omertà e dalla censura. Che senso ha votare se non si è informati? E, a proposito di privacy, chi si occupa della privacy violata dal marketing telefonico, dalle indagini di mercato, dai sistemi di controllo della navigazione in internet? E, sempre a proposito di privacy, che si preoccupa della nostra privacy violata dalla marea di pettegolezzi su vip e vippini? <em>Noi non vogliamo sapere nulla della loro privacy. Non vengano (loro e le tv) a disturbare la nostra.</em></p>
</div>
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		<title>La famiglia. Come?</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/06/gli-strumenti-del-comunicare/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 16:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de Il progetto Lazarus, di Aleksander Hemon.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando" style="text-align: center;"><strong>Dialogando &#8211; di Anselmo Grotti</strong></div>
<div style="text-align: center;"><strong>****************</strong></div>
<div id="dialogando" style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;"><strong>La famiglia. Come</strong>?</p>
<p style="text-align: left;"><strong>11 luglio 2010</strong></p>
<p style="text-align: left;">La scrittrice Flannery O’Connor ha detto che chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere.</p>
<p style="text-align: left;">“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de <em>Il progetto Lazarus</em>, di Aleksander Hemon.</p>
<p style="text-align: left;">Occorre valorizzare la convivialità e il dialogo tra generazioni. Tutti hanno da imparare da tutti. È bello offrire esempi e consigli, avere esperienze da scambiarsi, aprirsi, confidarsi, accogliersi nelle case. Troppi giovani vivono nel più piatto presente. Mancano di radici e progetti. Non conoscono neppure le storie dei loro nonni, dei bisnonni. Non ne conoscono neanche il nome. La conoscenza del passato è fondamentale per un’esistenza equilibrata” (don Mario Picchi, da una lettera a FC scritta pochi giorni prima della morte) FC 24 2010</p>
<p style="text-align: left;">Secondo Alessandro Manzoni, ne <em>I Promessi Sposi</em>, Renzo e Lucia sono due giovani ventenni. Lui ha un lavoro stabile ed entrambi sono pronti a convolare a nozze ed anche –sia pur senza averlo desiderato – in grado di affrontare complesse prove che la vita sta per mettere loro di fronte.</p>
<p style="text-align: left;">Nella versione musicale messa in scena allo Stadio Meazza di Milano e a settembre su Rai Uno Lucia è interpretata da Noemi Smorra, 27 anni, e da Graziano Galatone, 37 anni.</p>
<p style="text-align: left;">Sarà un segno dei tempi. È dunque vero che oggi si rimane “precari” molto più a lungo.</p>
<p style="text-align: left;">*********************************************</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La Costituzione è un impaccio?</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>4 luglio 2010</strong></p>
<p style="text-align: left;">In un pianeta del nostro sistema solare vive un Presidente del Consiglio che ritiene di non avere a disposizione sufficienti poteri per governare, per colpa di una Costituzione che prevede (molto stranamente in effetti) che una disposizione di legge, una volta nata nella mente del Capo, debba poi attraversare una noiosa serie di passi parlamentari.</p>
<p style="text-align: left;">Alcuni storici sostengono, non sappiamo quanto a ragione, che in quello stesso Pianeta siano vissuti statisti che lo hanno governato con la stessa Costituzione, nonostante le maggioranze parlamentari molto più ridotte, il clima internazionale di scontro per la guerra fredda, un partito comunista molto forte, nostalgici della monarchia, terroristi di destra e di sinistra. Questi statisti, sostengono alcuni storici, avrebbero fatto riemergere quel Paese da una dittatura sciagurata, da una guerra mondiale disastrosa, da conflitti sociali molto forti, avviando la ricostruzione, un miracolo economico, l’avanguardia nella tecnologia, la scuola di massa.</p>
<p style="text-align: left;">La democrazia è nata come necessità da parte del potere di occuparsi di cosa pensano i cittadini Per qualcuno va interpretata come la necessità da parte del potere di occuparsi di cosa far pensare ai cittadini.</p>
</div>
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<div><strong>I telegiornali e la realtà</strong></div>
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<div><strong>27 giugno 2010</strong></p>
<div>Troppi TG nel nostro Paese si stanno occupando solo di meteo e di spiagge.</div>
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<div id="dialogando">Ha scritto Maria Luisa Busi:</p>
<p>“<em>L’informazione del TG1 è diventata di parte… ignora il Paese, le donne della vita reale, privilegiando la propaganda alla verifica… Le donne devono aspettare mesi per avere una mammografia, se non possono pagarsela… fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nidi non c’è posto per i figlio;… i quarantenni precari a 800 euro al mese non possono comperare neanche un divano, figuriamo mettere al mondo un figlio… centinaia do aziende chiudono, ci sono imprenditori che si tolgono la vita perché falliti. Dov’e questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quest’Italia esiste, ma il TG1 delle 20 l’ha eliminata</em>”.</p>
<p>Contemporaneamente si è dimessa dal TG1. Ma il problema riguarda molti altri TG. Ci meritiamo tutti qualcosa di meglio.</p>
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<div><strong>Il diritto all&#8217;informazione e alla privacy</strong></div>
<div id="dialogando">
<p><strong>20 giugno 2010</strong></p>
<p>La FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha scritto:</p>
<p>“<em>La FIEG esprime la ferma protestab per l’approvazione del ddl intercettazioni da parte del Senato. Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa… Non è possibile né pensabile, se solo si conosce l’organizzazione di un giornale, che l’editore intervenga sui contenuti degli articoli o sulle fonti delle notizie. Poco o nulla contiene il ddl in funzione di prevenire la propalazione delle notizie riservate con strumenti oggettivi e validi per tutti. Gli editori denunciano all’opinione pubblica la gravità che tale intervento assume</em>”.</p>
<p>Da una intervista di Baggio a Radio Vaticana: <em>“Chi accetta un ruolo importante nella società, deve ‘rassegnarsi’, per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta” e “deve dare esempio di virtù civili e di trasparenza</em>”</p>
<p>I TG non possono diventare contenitori di gossip, notizie sul meteo, sport, incidenti stradali, opinioni della ‘ggente, cronaca nera e cronaca rosa. <strong>Una democrazia sana ha bisogno di una informazione libera, coraggiosa, indipendente e plurale</strong>. Il rispetto della legge e della privacy è sacrosanto, ma la privacy è cosa diversa dall’omertà e dalla censura. Che senso ha votare se non si è informati? E, a proposito di privacy, chi si occupa della privacy violata dal marketing telefonico, dalle indagini di mercato, dai sistemi di controllo della navigazione in internet? E, sempre a proposito di privacy, che si preoccupa della nostra privacy violata dalla marea di pettegolezzi su vip e vippini? <em>Noi non vogliamo sapere nulla della loro privacy. Non vengano (loro e le tv) a disturbare la nostra.</em></p>
<p style="text-align: left;"><em><br />
</em></p>
</div>
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		<title>Atlanti del mondo</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/05/atlanti-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2010 08:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[Quale rappresentazione abbiamo del mondo? Quale "atlante"? ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<div id="_mcePaste">Solo nel 1998 gli astronomi hanno scoperto di aver trascurato <strong>quasi tre quarti </strong>dell’universo. Un secolo prima <strong>Haeckle </strong>poteva scrivere che gli enigni del mondo erano stato <em>svelati </em>dalla scienza.</div>
<div>Proprio la pervasività dell’energia oscura ne ha reso difficile la scoperta. Mentre la materia è distribuita in modo irregolare, l’energia oscura è “sparsa” in modo uniforme: tutta assieme equivale alla massa di un piccolo asteroide. I suoi effetti si percepiscono solo su lunghe distanze e su lunghi periodi di tempo. Se ci fosse più energia oscura di quella effettivamente presente l’universo sarebbe rimasto un insieme amorfo, mentre esso si è andato sviluppando costruendo strutture distribuite a ragnatela.</div>
<div>Ma quale rappresentazione abbiamo del mondo? Quale &#8220;atlante&#8221;?</div>
<div id="_mcePaste">Dal vocabolario: &#8220;Atlante: Raccolta sistematica di carte geografiche per consultazione e studio; si distinguono, a seconda del particolare carattere delle carte: atlante geografico, atlante storico, atlante linguistico</div>
<div id="_mcePaste">Per estensione, ogni raccolta di tavole figurate di grande formato (talvolta anche non figurate): a.anatomico, botanico, celeste.&#8221;</div>
<div id="_mcePaste">(Il nome deriva dal titolo dato alla raccolta di carte geografiche (1595) del cartografo fiammingo Mercatore, per la figura del gigante Atlante rappresentata sul frontespizio).</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Atlanti di mondi immaginar</strong>i (Perillo)</div>
<div id="_mcePaste">Tlon, Uqbar, Orbis Tertius Racconto di J.L.<strong>Borges </strong>in Finzioni. Una confraternita segreta ha lo scopo di inventare un pianeta, Tlon, attraverso la redazione di una grande enciclopedia in quaranta volumi, che ne tratta tutti gli aspetti: la geografia, la storia, la filosofia, la lingua. L’operazione è finanziata da un milionario americano, che &#8220;vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo&#8221;. L’enciclopedia dovrà poi essere riscritta nella lingua di Tlon. Quando l’enciclopedia viene ritrovata, il mondo artificiale incomincia a contaminare il mondo reale. &#8220;Il contatto con Tlon, l’assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo. Incantata dal suo rigore, l’umanità dimentica che si tratta di un rigore di scacchisti, non di angeli. E’ già penetrato nelle scuole l’idioma primitivo (congetturale) di Tlon; e l’insegnamento della storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia: già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo dell’altro, di cui nulla sapevamo con certezza… neppure se fosse falso. Sono state riformate la numismatica, la farmacologia e l’archeologia. Suppongo che la biologia e la matematica attendano anch’esse il proprio avatar… Una sparsa dinastia di solitari ha cambiato la faccia del mondo. I lavori continuano. Se le nostre previsioni non errano, tra un centinaio d’anni qualcuno scoprirà i cento volumi della seconda Encyclopaedia di Tlon. Allora spariranno dal pianeta l’inglese e il francese e il semplice spagnolo. Il mondo sarà Tlon. &#8220;</div>
<div id="_mcePaste">Il libro sul mondo di Tolkien</div>
<div id="_mcePaste">Il libro edito da Franco Maria Ricci su un mondo immaginario</div>
<div><strong>Atlanti di mondi reali</strong></div>
<div id="_mcePaste">L’atlante di: Il mondo Un continente Uno Stato  Una regione Una città Un palazzo Casa mia Un armadio Ma anche atlanti di: Il corpo umano Un’automobile Un aeroporto Atlanti di entità concettuali</div>
<div id="_mcePaste">Atlanti di: Una organizzazione Un sistema filosofico Il sapere umano Atlanti di mondi virtuali</div>
<div id="_mcePaste">Atlanti di: Il world wide web I miei archivi dentro il computer Knowledge portals</div>
<div id="_mcePaste"><em>Every map has an author, a subject, a theme</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Maps construct &#8211; not reproduce &#8211; the world</em></div>
</div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>È la fame l’arma di distruzione di massa</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/04/e-la-fame-l%e2%80%99arma-di-distruzione-di-massa/</link>
		<comments>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/04/e-la-fame-l%e2%80%99arma-di-distruzione-di-massa/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 16:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[È la fame l’arma di distruzione di massa .
Sono 113 gli stati che hanno firmato la proposta dell’Onu per una tassazione sui profitti delle multinazionali, del commercio delle armi e una lotteria internazionale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
È la fame l’arma di distruzione di massa .<br />
Sono 113 gli stati che hanno firmato la proposta dell’Onu per una tassazione sui profitti delle multinazionali, del commercio delle armi e una lotteria internazionale. Gli Usa di Bush non avevano firmato: secondo il loro precedente ministro Veneman la proposta era “antidemocratica”.<br />
La fame è la condizione comune ad almeno 800 milioni di persone. La sottoalimentazione per un miliardo e trecento milioni. L&#8217;attuale produzione alimentare è sufficiente a sfamare il doppio della popolazione mondiale. Il 50% dei cereali viene utilizzato come mangime per gli animali allevati nel nord del mondo, cereali che sarebbero sufficienti a sfamare 400 milioni di persone. Per avere una caloria di origine animale occorrono sette calorie vegetali. La Fao nel 1974 annunciò l&#8217;eliminazione della fame per il 1984. Nel 1996 si disse che nel 2015 i morti per fame sarebbero stati dimezzati. L&#8217;Africa rappresenta l&#8217;1,2% del prodotto mondiale lordo. Per questo non esiste nei nostri media.<br />
(Vedi Le Scienze 437).<br />
Dal 1996 il numero di chi soffre la fame è aumentato dell’otto per cento. L’obiettivo nel 2003 è stato spostato al 2030. La Fao ha speso l’87 per cento delle entrate ordinarie per stipendi al personale. L’Italia le versa 20 lnd di dollari annui, lo 0,017 per mille del PIL. Gli Usa pagano il 25% del bilancio Fao, 100 mln annui (ma la sola festa del 20 gennaio 2005  per Bush ne costò 40), la guerra in Iraq dall’aprile 2003 al 2004 è costata più di 150 miliardi, più di 1.500 anni di finanziamento alla Fao.</p>
<p>“Sradicare la miseria è un obiettivo ambizioso ma tutt’altro che utopistico. Ne conosciamo anche i costi. Per cominciare a garantire a tutti gli abitanti della terra cibo, acqua, assistenza sanitaria e un minimo di istruzione, occorrerebbero investimenti aggiuntivi per 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra minore di quella che gli europei spendono in sigarette; un decimo dei proventi garantiti dai traffici illegali di droga” (Annan nel 1999)
</p></div>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Lo sdoganamento del turpiloquio</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 09:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[L'argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole: Treccani. 
Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<div id="_mcePaste">Riporto una interessante ricostruzione dell&#8217;ingresso del turpiloquio nelle trasmissioni televisive. L&#8217;argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole. (si veda la pagina</div>
<div id="_mcePaste">http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/eloquio/ravesi.html</div>
<div id="_mcePaste">Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri</div>
<div id="_mcePaste">Dunque, la Treccani.</div>
<div id="_mcePaste">Durante una trasmissione televisiva, di fronte a un pubblico diviso in due fazioni e assiepato sui gradoni di uno studio che ricorda piuttosto un’arena gladiatoria, il giovane regista emergente Michele Apicella sta per affrontare in un serrato faccia a faccia il regista rivale, Gigio Cimino, autore di un musical sulle lotte del ’68. Il moderatore (straordinariamente somigliante a un giovane Giampiero Mughini), con un «siete pronti? mi raccomando mettiamocela tutta», invita i due ad alzarsi in piedi e a confrontarsi. Dopo un silenzio da mezzogiornodi fuoco (sguardi di sfida dritti negli occhi), il Cimino attacca con pacata sicumera un discorso apologetico sul proprio modo di fare cinema. Apicella lo interrompe aggredendolo verbalmente, ma poi s’interrompe, non ce la fa ad andare avanti, non è a suo agio. Prontamente, il suo uomo d’angolo (un assistente-consigliere seduto alle sue spalle, sorprendentemente simile a un giovane Tatti Sanguineti) si alza dallo sgabello, chiede un time-out e sussurra qualcosa nell’orecchio di Michele: «Non mi va», risponde Michele con insofferenza. «È l’unica arma che abbiamo!», replica il secondo. Persuaso che lo strumento argomentivo suggeritogli sia l’ultima risorsa possibile, Apicella procede rivolgendosi di nuovo al Cimino: «A stronzo, e ffamme ’na pippa, anvedi ’sto bburino ancora parli, ma se n’ t’areggi ’n piedi, sei alto ’n cazzo e du’ bbarattoli, co’ no sputo t’affoghi, ma vvaffanculo va’, anvedi che ssei, a bbrutto stronzo». A questo punto il conduttore sollecita la dirimente votazione del pubblico in studio: la vittoria di Apicella è schiacciante (senza stupore né troppo rammarico il moderatore commenta: «la volgarità, purtroppo, ha trionfato ancora una volta»).</div>
<div id="_mcePaste">Il romanesco tra stereotipi e parolacce</div>
<div id="_mcePaste">Molti, nell’episodio, avranno riconosciuto una scena del film <strong>Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti</strong>, regista che, fra le altre cose, ha il dono di saper descrivere, e in certi casi prefigurare, le metaforfosi intervenute nel costume degli italiani dagli anni Settanta in poi. A questa dote va aggiunta «una spiccata sensibilità metalinguistica che rende l’opera di Moretti ricca di riflessioni e prese di posizione in tema di comportamenti linguistici» (cfr. Picchiorri, p. 109, cui rimando per un’eccellente disamina linguistica dei film morettiani).</div>
<div><strong>Gli ingredienti linguistici del turpiloquio </strong>e del “romanaccio” buffonesco, greve e materiale, costituiscono la ricetta di base delle prime risse televisive. Telerissa è neologismo apparso nel 1981 (lo stesso anno di Sogni d’oro) con riferimento al programma di Gianfranco Funari Aboccaperta (e credo che l’arena televisiva parodiata da Moretti sia proprio questa), in cui due tribune contrapposte di ggente qualsiasi – che «parla come magna», a detta dello stesso Funari – si scontravano su un argomento qualsiasi (costume, politica, attualità, ecc.), aizzate da un anchormanperfettamente padrone del mezzo televisivo ed «efficace nell’uso della cadenza e dei modi del dialetto, cui diede la forza di grimaldello plebeistico per arrivare dritto al cuore del pubblico» (cfr. Novelli). In realtà, per trovare l’archetipo del talk-rissaoccorre retrocedere al 1980, quando Funari debuttò come conduttore sul piccolo schermo a Telemontecarlo con la trasmissione (rifiutata dalla Rai) Torti in faccia, poi ribattezzata Aboccaperta e infine, visto il successo, traslocata come tale su Raidue per volontà di Giovanni Minoli (dal 1984 fino al 1989). Fra alti e bassi, la carriera televisiva del nostro continua negli anni ’90, sempre dando «legittimità al senso comune dei ragionamenti da bar, alle trivialità di cui si nutre l’egoismo e l’individualismo atavico presente in tutti i men in the street» (cfr. Novelli). E di qui la deriva inarrestabile del funarismo (coniazione di Aldo Grasso: «Corriere della sera»,10 novembre 1991), che lo stesso Funari ha finito col deprecare: «Ormai non sanno più dire nemmeno le parolacce. Quando le dicevo io era diverso: se dicevo cazzo, si capiva che cazzo era» («La Repubblica», 5 gennaio 1999).</div>
<div id="_mcePaste">Dando un’occhiata alle date, si capisce che la grande svolta innovativa, quella con cui si dà il lasciapassare al turpiloquio teleschermico, <strong>avviene intorno agli anni Ottanta, quando si passa dalla paleotelevisione alla neotelevisione (coniazioni di Eco). </strong>Nell’epoca del monopolio di Stato (dal 1954 al 1976) l’attività televisiva era animata da una triplice vocazione: informare, divertire, istruire. Le scelte linguistiche favorivano quindi «il predominio d’un italiano medio, rispettoso (talora velleitariamente) della norma anche fonetica, nonché perbenista» (cfr. Raffaelli, p. 287). Erano tempi in cui agli addetti ai programmi si consigliava di dire mucca anziché vacca, cucinariaanziché culinaria (cfr. Migliorini, 1990, p. 17); in cui un ultraottantenne Cesare Zavattini provocò un piccolo terremoto tuonando cazzo! in diretta radiofonica, per rimarcare con forza un concetto cui teneva particolarmente (si trattava della rubrica Voi ed io, punto e a capo del 25 ottobre ’76). Naturalmente, anche in questa paleotelevisione, le strategie comunicative si andavano lentamente modificando. Specialmente dopo il ’70, infatti, «accanto all’italiano medio [...] cominciarono a presentarsi [...] fenomeni anche spiccati di matrice dialettale. Il parlato teleschermico andò così riducendo gradualmente – come da tempo aveva fatto il cinema – il proprio distacco dalla lingua viva [...]» (cfr. Raffaelli, p. 288), e nella lingua viva la parolaccia è moneta corrente. Ma la radicale metamorfosi avvenne col sistema radiotelevisivo misto, cioè con la dichiarazione di legittimità delle fonti private d’emittenza (1976) e il conseguente affermarsi nei network commerciali a copertura nazionale (Canale 5 esordì nel 1980), «e più tardi in un certo grado anche in quella pubblica, d’una programmazione condizionata dalla ricerca del consenso di massa e perciò tendente a privilegiare le scelte distensive, emarginando oppure spettacolarizzando anche i settori informativi e culturali» (cfr. Raffaelli, p. 289).</div>
<div id="_mcePaste">Da allora in poi la tv ha rinunciato alla sua originaria funzione pedagogica, a farsi strumento di promozione culturale, puntando piuttosto «a riflettere la realtà linguistica circostante; perso il suo potere di modello, ha conservato il potere amplificante di un grande ripetitore» (cfr. Antonelli, p. 117). Gli imperativi ora sono cambiati: «Primo divertire, poi informare, sempre meno istruire» (cfr. Beccaria, p. 103); ciò che resta di culturalmente stimolante è per lo più destinato agli insonni. Tale orgia dell’intrattenimento, va da sé, è da mettere «in relazione con la concorrenza legata agli investimenti pubblicitari, tanto maggiore quanto maggiore è l’audience del programma (documentata dal 1984 tramite i contestatissimi dati auditel)» (cfr. Antonelli, p. 115).</div>
<div id="_mcePaste">Poiché la tv “auditelizzata” non vende più programmi, ma contatti con il numero più alto possibile di potenziali acquirenti di un prodotto, è conveniente assecondare la presunta maggioranza, che – a quanto pare – avrebbe gusti prevalente voyeuristici ocircensi, eccitata com’è dalle battutacce da avanspettacolo, dal peto ammiccante, dal chiacchiericcio pneumatico, dalle confidenze intime, dal disagio esistenziale messo in piazza, dai lacrimoni in diretta, dagli sfoghi istintivi, dalle risse e da altri beceri spettacoli. L’ondata salottiera dei talk show (la prima di quelle “neotelevisive”: cfr. Menduni) è il fenomeno mediatico che – s’è detto – ha fatto saltare il tappo della repressione verbale in tv.</div>
<div id="_mcePaste">In questo contesto nasce il funarismo, con la sua volgarità casereccia e “stradarola”, scurrile e tuttavia bonaria, ma nasce anche lo sgarbismo, pratica del tutto differente – che peraltro non si giova di un potenziamento dialettofonico –, centrata sulla sinergia fra una trivialità coprolalica e sclerotica e un’arroganza lucida e premeditata. Lo sgarbismo, ovviamente antonomastico da Vittorio Sgarbi (sembra un nome d’arte, ma non lo è), funziona così: si dà della stronza a un’innocua professoressa col pallino della poesia, portandola quasi alle lacrime (nel 1987 al Maurizio Costanzo Show); si auspica in diretta la morte a un illustre critico d’arte («Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte»: sempre al Costanzo Show nel 1989); si getta un bicchiere d’acqua in faccia a un collega (Roberto D’Agostino) per poi essere presi a schiaffi da quest’ultimo (nel ’91 durante una puntata de L’istruttoria condotto da Giuliano Ferrara); ci si rivolge a uno scomodo giornalista (il documentato e impassibile Marco Travaglio) dandogli ripetutamente del pezzo di merda, ma non solo («sei un pezzo di merda, pezzo di merda puro»: durante la puntata del 1° maggio 2008 di Annozero, condotta da Michele Santoro). Ciò fatto si aspetta la reazione indignata della stampa, che immancabilmente arriva facendo la fortuna dell’offensivo stratega. Questa operazione consente facilmente, per esempio, di passare da un modesto stipendio da ricercatore universitario a quello ben più cospicuo del parlamentare, per giunta enormemente arrotondato dai gettoni di presenza per apparizioni televisive e serate varie.</div>
<div id="_mcePaste">Parole spinte, cioè parole-spinta</div>
<div id="_mcePaste">L’insulto, l’ingiuria, la parolaccia, sono ormai definitivamente passati dalla sfera del privato a quella del pubblico. Le parole spinte hanno assunto la funzione mediatica di «parole-spinta»: stando ai grandi comunicatori sono telegeniche e – oltre ad arricchire qualcuno, o quanto meno a trovargli un mestiere – producono udienza (cfr. Beccaria, p. 51). Qualche anno fa la società di indagini Eta Meta Research ha condotto un monitoraggio delle reti nazionali per individuare ogni quanti minuti, mediamente, viene pronunciata una parolaccia o un’espressione volgare in tv (cfr. «Corriere della sera» e «La Repubblica» del 2 novembre 2003). Risulta che, nelle trasmissioni televisive italiane, l’indecenza ricorre ogni 21 minuti, ore notturne e fasce protette comprese. Contestualmente si sono intervistati 130 esperti tra psicologi, linguisti e pubblicitari, chiedendo loro un’interpretazione del dato statistico. La maggior parte di essi ritiene che i programmi più pericolosi in fatto di volgarità siano quelli di intrattenimento legati all’attualità e al costume (ovviamente, direi). Preoccupa soprattutto la giuliva connivenza dello spettatore nell’accogliere le parolacce; una complicità – ricercata dai programmisti – che contribuisce non poco a sdoganare il linguaggio osceno e a favorirne la normale assunzione nel linguaggio comune, specie se i fiori d’eloquenza sbocciano da personaggi famosi che vengono presi a modello. Ma è soprattutto interessante che il 73% degli intervistati pensa che questo abuso di volgarità non sia tanto uno “specchio dei tempi” quanto una scelta ragionata dei responsabili dei programmi, fatta col deliberato obiettivo di alzare l’ascolto.</div>
<div id="_mcePaste">L’antilinguaggio dei reality show</div>
<div id="_mcePaste">Va da sé che i più colpiti dall’inflazione del turpiloquio siano soprattutto i bambini e gli adolescenti, per i quali la televisione – come rimarca Saro Trovato, presidente di Eta Meta Research – sembra essere una vera e propria «enciclopedia della volgarità» (da un’analoga e più recente ricerca della Eta Meta Research sulla violenza in tv emerge che le forme di violenza verbale – urla, litigi, minacce e insulti – sono presenti sul teleschermo con una frequenza di una ogni 5 minuti, e che, per la maggioranza degli esperti intervistati, i reality show siano i programmi più a rischio, seguiti a ruota dai talk show: cfr. «La Repubblica», 17 settembre 2004).</div>
<div id="_mcePaste">Il trionfo della tv spazzatura è stato sancito definitivamente dall’avvento dei reality, la terza ed esiziale ondate di neotelevisione (dopo il talk show e il contenitore-cornice tipo Domenica in: cfr. Menduni). In pratica, il Grande fratello («la trasmissione-elogio dell’antilinguaggio»: cfr. Beccaria, p. 102) e i cui cloni – L’isola dei famosi, La fattoria, ecc. –, col proposito di titillare la curiosità morbosa del telespettatore, fanno perno proprio sulla pubblicizzazione dell’intimità e sull’infrazione dell’interdetto, di ciò che davanti a tutti non si dovrebbe dire (o fare). Va detto che i discinti e disinibiti protagonisti del GF si trovano in una situazione che di per sé favorisce l’espressione di contenuti di tipo sessuale e scatologico: quella del gruppo costretto in ambienti chiusi (si pensi alle scolaresche e alle caserme). In una tale consorteria iniziatica «vige la legge per cui, chi non usi abbondantemente di quel linguaggio (e non tenga contemporaneamente un determinato contegno e non rispetti dati valori), non ne fa ancora parte di diritto e solo quando vi si conforma è veramente “uno dei loro”» (cfr. Galli de’ Paratesi, p. 46). Il loro turpiloquio adolescenziale – per quello che ha di spontaneo – si potrebbe considerare in parte un «gergo di tipo affettivo [...], non nato da esigenze pratiche criptolaliche, come quello che propriamente si definisce gergo, quanto piuttosto dal desiderio di saldare il gruppo con legami speciali» (ibid.). Tuttavia, va anche detto che «spesso la tv spaccia per reali modalità espressive che al parlato spontaneo fanno solo il verso», assolutizzando «unicamente la fascia dei registri e dei livelli più bassi» (cfr. Antonelli, p. 117). Ed è proprio il caso dei reality come il GF, figli di un’«esasperazione dell’iperrealismo televisivo» che ha piegato a scopi sensazionalistici lo «specchio delle lingue» del parlato teleschermico (cfr. Simone) facendone uno «specchio deformante» (cfr. Antonelli, p. 117).</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Il turpiloquio dei politici</strong> merita una trattazione a sé stante Per cui mi limito qui a considerare che non solo la televisione diffonde le intemperanze verbali degli onorevoli – circostanza che, peraltro, rischia di favorire una crescita di aggressività e di intolleranza nella società civile –, ma che ne ha profondamente informato il modo di comunicare, a tal punto che «si potrebbe parlare di reality show della politica» (cfr. Gualdo-Dell’Anna, p. 25). Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, «la mediatizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, hanno semplificato drasticamente il linguaggio», sicché dal politichese si è passati algentese (ibid.). Tra le forme della semplicità rientra appunto l’aggressività verbale: ormai, «apostrofare l’avversario con parolacce e insulti rientra nell’irriducibile diritto di critica e denuncia dei parlamentari eletti dal popolo; così ha stabilito, ai primi di febbraio 2004, una delibera della Camera» (Gualdo-Dell’Anna, p. 26). E pare che per il presidente del consiglio il diritto si estenda anche agli elettori, che egli ha piena facoltà di insultare qualora non siano intenzionati a votarlo, nella fattispecie (Vicenza, aprile 2006, convegno di Confcommercio) chiamandoli «coglioni» (sic! Berlusconi) dall’alto del suo pulpito; un po’ come Sid Vicious che dal palco sputava sul pubblico accorso ai suoi concerti.</div>
<div><strong>Testi citati</strong></div>
<div id="_mcePaste">Antonelli Giuseppe, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, il Mulino, 2007.</div>
<div id="_mcePaste">Arcangeli Massimo, Lingua e società nell’era globale, Roma, Meltemi, 2005.</div>
<div id="_mcePaste">Beccaria Gian Luigi, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, Milano, Garzanti, 2006.</div>
<div id="_mcePaste">Belli Giuseppe Gioachino, Sonetti, a cura di P. Gibellini, comm. di G. Vigolo, Milano, Mondadori, 1990.</div>
<div id="_mcePaste">Boggione Valter &#8211; Casalegno Giovanni, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, Longanesi &amp; C., 1996.</div>
<div id="_mcePaste">Cortelazzo Manlio &#8211; Zolli Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana [= DELI], 2a ed., Bologna, Zanichelli, 1999.</div>
<div id="_mcePaste">Eco Umberto, TV: la trasparenza perduta, in Id., Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, 1983, pp. 163-179.</div>
<div id="_mcePaste">Galli de’ Paratesi Nora, Semantica dell&#8217;eufemismo. L’eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall’italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli, 1964 (poi Le brutte parole: semantica dell&#8217;eufemismo Milano, Mondadori, 1969).</div>
<div id="_mcePaste">Grasso Aldo, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 2004.</div>
<div id="_mcePaste">Gualdo Riccardo &#8211; Dell’Anna Maria Vittoria, La faconda Repubblica, Lecce, Manni, 2004.</div>
<div id="_mcePaste">Longhi Silvia, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Editrice Antenore, 1983.</div>
<div id="_mcePaste">Menduni Enrico, I linguaggi della radio e della televisione. Teorie e tecniche, Roma-Bari, Laterza, 2002.</div>
<div id="_mcePaste">Migliorini Bruno, La lingua italiana del Novecento, Firenze 1990</div>
<div id="_mcePaste">Novelli Silverio, Funari, la parola(ccia) alla “ggente”, 2008, in www.treccani.it.</div>
<div id="_mcePaste">Picchiorri Emiliano, Le parole sono importanti. Appunti sulla lingua dei film di Nanni Moretti, in «Studi linguistici italiani», xxxiii, 2007, pp. 109-125.</div>
<div id="_mcePaste">Raffaelli Sergio, Il parlato cinematografico e televisivo, in Storia delle lingua italiana, ii. Scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 271-90, in partic. pp. 285-90.</div>
<div id="_mcePaste">Serianni Luca, L’immagine del romanesco negli ultimi due secoli, in ID., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, 2002, pp. 89-109.</div>
<div id="_mcePaste">Simone Raffaele, Specchio delle mie lingue, in «Italiano &amp; oltre», ii, 1987, pp. 53-59.</div>
<div id="_mcePaste">Trifone Pietro, Roma e il Lazio, in L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino, UTET, pp. 540–93.</div>
<div id="_mcePaste">*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998), ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Attualmente è in corso di stampa il suo articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni) per gli atti del convegno Iacopone poeta (Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005); sta preparando una relazione su La lingua del laudario Oliveriano per il Convegno internazionale La vita e l’opera di Iacopone da Todi (Todi, 3-7 dicembre 2006); sta curando la trascrizione del cod. Oliveriano 4 in vista dell’ed. critica del “Laudario” iacoponico a cura di Lino Leonardi.</div>
</div>
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		</item>
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		<title>Soffiare sul fuoco?</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 16:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[La presenza di un forte movimento migratorio in Italia è al tempo stesso una opportunità, un problema e un dato ineluttabile.
Il fatto che sia un problema non deve essere sottaciuto, a patto di dirlo per cercare di risolverlo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id=dialogando>
<div id="_mcePaste">La presenza di un forte movimento migratorio in Italia è al tempo stesso una opportunità, un problema e un dato ineluttabile.</div>
<div id="_mcePaste">Il fatto che sia un problema non deve essere sottaciuto, a patto di dirlo per cercare di risolverlo. Invece si ha l’impressione che chi grida con tanto fervore al pericolo di invasione non ha nessuna intenzione di contribuire, se non a risolverlo, almeno a ridurlo. Cerca il problema, gli fa comodo, lo amplifica. Amplifica le paure, cerca lo scontro, sa che la sua rendita di potere e consenso è legata alla crescita dell’allarme sociale. Se per incanto si potessero risolvere i problemi, che fine farebbero certi politici che vivono delle tensioni che essi provocano?</div>
<div id="_mcePaste">Perfino la Conferenza Episcopale Italiana è dovuta intervenire per ricordare che gli immigrati delinquono quanto gli italiani.</div>
<div id="_mcePaste">&#8220;Mi riferisco a tutta quella fantasia di sindaci e amministratori vari che prevedono solo sanzioni e non affrontano le  questioni sociali  con l&#8217;aumento dei servizi. La gente quest&#8217;anno ha applaudito con convinzione ogni tipo di sanzione che facesse sparire dalla nostra vista i poveri. Sembrava una questione di galateo. Invece è una sottile, a volte inconfessabile, violenza&#8221; (Monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiano, a FC 1-2010).</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>Tra pochi giorni, come periodicamente accade nella mia scuola e come accade in molte altre scuole, consegneremo un centinaio di attestati di conoscenza  della lingua e della cultura italiane ad altrettanti immigrati, di una sessantina di Paesi diversi. Gente che è venuta tra i banchi, pur in mezzo agli impegni di lavoro e di famiglia.  Non poche volte con titoli di studio mediamente superiori a quelli italiani.</div>
<div>La scuola ha disinnescato e sta disinnescando molte tensioni. Occorre permetterle di continuare a lavorare per l&#8217;integrazione &#8211; anche se questo toglie spazio alla paura e al consenso che su di essa si basa.</div>
<div></div>
</div>
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		</item>
		<item>
		<title>Dalla guerra alla pace</title>
		<link>http://www.dialoghi.net/index.php/2010/01/dalla-guerra-alla-pace/</link>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 10:49:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialogando]]></category>

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		<description><![CDATA[L'inizio dell'anno è dedicato alla pace. E non è una pia esortazione, ma un segno forte di quali siano le condizioni per una vita umana sulla terra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
L&#8217;inizio dell&#8217;anno è dedicato alla pace. E non è una pia esortazione, ma un segno forte di quali siano le condizioni per una vita umana sulla terra.<br />
Lo dice Benedetto XVI nel suo messaggio in occasione del primo gennaio.<br />
Le guerre iniziano strombazzando alti motivazioni e nobili scopi. Ma si impantanano in effetti perversi, in drammi diffusi, in odio che cresce, in sofferenze nascoste e che si trasmettono di generazione in generazione.<br />
Giovanni Paolo II rimase da solo a condannare la guerra in Irak. Sappiamo poi come sono andata le cose, e non è una grande soddisfazione poter dire che aveva ragione.</p>
<p>Mi è giunto pochi giorni prima di Natale il piccolo periodico delle Piccole Sorelle di Gesù, &#8220;Notizie delle fraternità&#8221; (Iesus Caritas). Ecco come termina l&#8217;articolo delle Piccole Sorelle in Irak (dove sono presenti dal 1955):<br />
&#8220;Il Paese è stato completamento distrutto, prima dalla guerra del Kuwait, poi dalle sanzioni economiche e in seguito da ciò che comporta la presenza dell&#8217;esercito americano. Questa situazione è più dolorosa di quella vissuta al tempo di Saddam, quando almeno c&#8217;era un buon livello di assistenza nelle scuole, nelle università e negli ospedali, dove tutti potevano usufruire delle cure.<br />
Ci si chiede come si può arrivare a una tale distruzione. Malgrado tutto, manteniamo la speranza nell&#8217;avvenire e che il Signore non dimenticherà il sio popolo&#8221; (&#8220;Notizie delle fraternità&#8221;, n. 34, 2009-2010, p. 11).</p>
<p>************</p>
<p>Ha detto bene il vescovo di Lugano monsignor Pier Giacomo Grampa, quando ha osservato che «la maggioranza di chi ha detto no ai minareti, non l’ha fatto per difendere l’identità cristiana, ma per blindare il proprio egoismo». Il &#8220;sì&#8221; in Svizzera, cioè il &#8220;no&#8221; ai minareti, ha vinto nei cantoni dove gli immigrati sono pochi. Ha perso a Basilea e a Zurigo, dove l’integrazione funziona.<br />
L’Osservatore Romano ha scritto che i &#8220;minareti&#8221; sono &#8220;come i crocifissi&#8221;, perché «la religione non può essere un fatto privato». Vietare la preghiera e i richiami a essa è una bestemmia contro Dio. Qualcuno ci prova, ogni tanto, anche col suono delle campane, per una questione di &#8220;ecologia&#8221; acustica. Eppure, dai minareti svizzeri nessun muezzin alza la voce. Sono simbolo di preghiera. E niente di più.</p>
<p>Qualche tempo fa andava di moda predicare l&#8217;ateismo. Ora sentiamo predicare con grande enfasi la necessità della &#8220;religione&#8221;, ma sono leciti molti dubbi in proposito.<br />
Nel 1933 anche Hitler propugnava una &#8220;religione&#8221;, certamente non quella cristiana:<br />
&#8220;Per il nostro popolo la religione è una quesione capitale. Tutto dipende dal fatto di sapere se essa resterà fedele alla tradizione giudaico-cristiana e alla morale servile della pietà, o se invece avrà una nuova fede, forte ed eroica, in se stessa e in un Dio inseparabile dal suo destino e dal suo sangue&#8221; (citato da Rauschining, Hitler mi ha detto, Roma, Edizioni delle Catacombe, 1944).
</p></div>
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		<title>Addestrati a consumare</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 15:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia è molto alto il numero di under 24 (compresi numerosi teenager) che non fanno nulla: non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano attivamente (e dunque non sono, tecnicamente, disoccupati) non partecipano ad alcun programma formativo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
<span style="WIDOWS: 2; TEXT-TRANSFORM: none; TEXT-INDENT: 0px; BORDER-COLLAPSE: separate; FONT: medium 'Times New Roman'; WHITE-SPACE: normal; ORPHANS: 2; LETTER-SPACING: normal; COLOR: #000000; WORD-SPACING: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0px"><span style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px; -webkit-border-horizontal-spacing: 2px; -webkit-border-vertical-spacing: 2px"></span><strong> </strong></span></p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">Scrive in questi giorni Il Corriere della Sera:</p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">&#8220;Qualche mese fa la Confederazione europea delle associazioni giovanili ha lanciato l’allarme: il credit crunch rischia di trasformarsi in uno youth crunch, ossia in una vera e propria morsa &#8220;stritola-giovani&#8221;. Gli ultimi dati Eurostat e Ocse sulle forze di lavoro segnalano che lo scenario si sta purtroppo avverando. Nel primo trimestre 2009 il numero di disoccupati Ue, al di sotto dei 24 anni, ha raggiunto i cinque milioni. In termini percentuali, la disoccupazione giovanile è non solo più del doppio rispetto a quella totale (18,3% di contro l’8,3%) ma sta crescendo molto più velocemente. Come sottolinea il rapporto Ocse sull’occupazione 2009, la crisi sta ricreando quel solco generazionale nell’accesso al lavoro che le economie europee avevano cominciato faticosamente a colmare a partire dal 2005.</p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">L’Italia si trova in condizioni particolarmente gravi. La disoccupazione fra gli under 24 ha superato il 25% negli ultimi mesi: 5 punti in più dell’anno scorso, mezzo milione di ragazze e ragazzi. Nella classifica europea siamo superati solo da Spagna e Lettonia. Conosciamo la principale causa del fenomeno: i giovani accedono al mercato del lavoro essenzialmente tramite contratti &#8220;a-tipici&#8221; e questi sono stati i primi ad essere falcidiati dalla crisi. Come ben spiega una recente ricerca di Berton, Richiardi e Sacchi (Flex-insecurity, Il Mulino) nel nostro Paese la flessibilità ha generato una &#8220;precarietà&#8221; di lavoro e di vita che si concentra fra le categorie socialmente e anagraficamente più deboli. Anche negli altri Paesi, molti giovani all’inizio devono arrangiarsi con dei &#8220;lavoretti&#8221;. Ma si tratta di una fase relativamente breve, tutelata da trasferimenti pubblici in caso di disoccupazione, e spesso accompagnata da percorsi di consolidamento formativo e addestramento professionale. Nel nostro Paese la transizione scuola-lavoro è molto più difficile e accidentata. Se non riescono a saltare il fossato che li separa dai segmenti buoni e &#8220;garantiti&#8221; del mercato occupazionale, i giovani italiani restano a lungo intrappolati nel limbo dell’insicurezza, con intervalli senza lavoro e senza reddito che ora tendono a diventare più lunghi e frequenti. Quando il contratto non viene rinnovato, l’unico ammortizzatore affidabile resta la famiglia.</p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">Oltre alla disoccupazione in senso stretto, la crisi rischia però di aggravare una sindrome ancora più preoccupante del nostro mondo giovanile: l’inattività &#8220;improduttiva&#8221;. In Italia è molto alto il numero di under 24 (compresi numerosi teenager) che non fanno nulla: non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano attivamente (e dunque non sono, tecnicamente, disoccupati) non partecipano ad alcun programma formativo. È vero che i giovani cosiddetti &#8220;Neet&#8221; (not in education, employment or training) sono in crescita in tutta Europa. Ma secondo le stime della Commissione europea, l’Italia è il Paese con la percentuale più alta: circa il 22% nel gruppo di età 20-24, un livello superato solo da Romania e Bulgaria. Da noi chi entra nella condizione di Neet tende inoltre a restarvi più a lungo (anche anni): per scoraggiamento, assenza di alternative, semplice inerzia. Quali prospettive si aprono ad un Paese che non offre opportunità, stimoli e incentivi ai propri giovani?</p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">Come siamo arrivati al punto che un italiano su cinque fra i 20 e i 24 anni si è ridotto a &#8220;non far nulla&#8221;, a non essere coinvolto e impegnato in quelle attività da cui dipende il percorso della vita adulta? E, soprattutto, come uscire da questa situazione? Fra i tanti dibattiti d’autunno, sarebbe auspicabile fare un po’ di spazio anche a queste domande. Si sostiene spesso che le caratteristiche del nostro sistema bancario e finanziario ci abbiano protetto dagli effetti più devastanti del credit crunch. Senza azioni concrete e ambiziose a favore dei giovani, siamo però destinati a registrare lo youth crunch più intenso d’Europa. Un primato disastroso: vorrebbe dire che abbiamo davvero &#8220;stritolato&#8221; una generazione di italiani e, con essa, le nostre prospettive di benessere e sviluppo per i prossimi decenni&#8221;.</p>
<p style="LINE-HEIGHT: 17px; FONT-FAMILY: 'Trebuchet MS', Helvetica, sans-serif; COLOR: #666666; FONT-SIZE: 12px" align="justify">Che cosa abbiamo fatto in questo Paese? Come abbiamo potuto distruggere la formazione, il desiderio di mobilità sociale tramite l&#8217;istruzione, l&#8217;impegno, la creatività e il lavoro vero?</p>
</div>
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		<title>Accade in Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 16:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dire che qualcuno è primus super pares ci porta a un livello di cultura giuridico-politica inferiore a quella di Lancillotto (che almeno sedeva a una tavola rotonda). Ah, l'oscuro Medioevo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="dialogando">
Dire che qualcuno è <em>primus super pares</em> ci porta a un livello di cultura giuridico-politica inferiore a quella di <strong>Lancillotto </strong>(che almeno sedeva a una tavola <em>rotonda</em>). Ah, l&#8217;oscuro Medioevo&#8230;</p>
<p>*****<br />
E poi <strong>Berlusconi </strong>conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà <em>ghe pensi mi»</em>. (13 ottobre)</p>
<p>*****<br />
<strong>Brunetta </strong>sullo scudo fiscale: &#8220;<em>la maggior parte di questi soldi non sono frutto di criminalità, ma semplicemente della spinta del voler pagare meno o per niente le tasse</em>&#8221; (il Messaggero). La lingua italiana, se rispettata nella sua logica, ha davvero una portata rivoluzionaria.<br />
La tassa sui capitali che rientrano con lo scudo è del 5%. Non lo Stato in generale li riscuoterà, ma direttamente la Presuidenza del Consiglio, che li userà come è stato detto con fine espressione &#8220;per i bisognosi&#8221;. Soldi pronti per le limosine e il consenso. Le banche, senza far nulla, incasseranno il resto.  Intanto le borse di studio per i ragazzi delle scuole (circa 250 euro forniti dagli enti locali o dagli istituti scolastici stessi, con grande sforzo visti i magri bilanci) sono soggette a ritenuta d&#8217;acconto del 23%. Meritocrazia.</p>
<p>******<br />
&#8220;<em>Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora piùà insidioso, un nemico che ci lusinga. Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre. Non ci confisca i beni, ma ci arricchisce per darci la morte. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e oniorandoci nel Palazzo. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore. Non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l&#8217;anima con il denaro</em>&#8220;. <strong>Ilario di Poitiers</strong>, IV secolo.</p>
<p>*****</p>
<p>Finezza d&#8217;altri tempi alla festa della Libertà di Benevento: Berlusconi dice «<em>La stampa estera sputtana il premier, democrazia e il nostro Paese»«Basta insulti e volgarità, sono stato eletto dal popolo</em>». (Corriere della Sera, 11 ottobre). Avete letto bene: dice &#8220;<strong>basta volgarità</strong>&#8220;.</p>
<p>****</p>
<p>Tra Legnano e Cerro Maggiore, dove il 29 maggio 1176 la <strong>Lega lombarda </strong>sconfisse il centralismo imperiale, oggi c&#8217;è un gigantesco cinema multisala, uno dei primi e dei più grandi del Nord Italia; e ovviamente danno «<strong>Barbarossa</strong>». Gran dispendio di scenografie e atmosfere molto solenni. Eppure il rapporto della Lega Nord con la cultura incontra qualche difficoltà. Anche quando si tratta di uomini di cultura che hanno da sempre e giustamente valorizzato le ricche tradizioni lombarde, venete e in generale del Nord. Si veda uil caso del poetra <strong>Andrea Zanzotto</strong>, un nome straordinario della cultura, 88 anni, di <strong>Pieve di Soligo</strong>, che ha utilizzato la bellissima lingua del suo paese. <strong>Ma che definisce &#8220;una peste&#8221; la Lega Nord</strong>. Ha detto Zanzotto: «<em>Questi veneti attuali, magari della Lega&#8230; anzi, è come una peste quella, perché vuol convincere ogni paese che è il meglio del meglio. Si pretenderebbe di rappresentare con la Lega una specie di aristocrazia. Ma quello che sta avvenendo ha poco a che fare con l’identità: l’identità cambia nel tempo, non è una cosa stabile e immutabile</em>». E più avanti, il poeta che così spesso ha usato la lingua madre per le sue liriche, si rammarica: «<em>Provo un senso di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non inventano neanche un buon dialetto. Io ho bisogno del mio vecchio paesaggio veneto, il Piave, il Grappa, il Montello, le Prealpi con le loro vette basse che formano una serie di emme e enne. Il paesaggio per me parla</em>». <strong>Il sindaco di Verona </strong>ha replicato: «<em>Se parliamo di politica ed elezioni, Zanzotto è uno dei 4 milioni di elettori veneti e il suo voto contro la Lega è uno di questi 4 milioni. Per fortuna, molti altri non la pensano come lui</em>». E <strong>Giancarlo Galan</strong>, governatore berlusconiano del Veneto: &#8220;<em>Usare quella parola, peste, per definire la Lega mi è sembrato del tutto fuori luogo. E se posso aggiungere una cosa, nel recente libro-intervista di Zanzotto &#8216;In questo progresso scorsoio&#8217; ho trovato giudizi sul Veneto assolutamente conservatori, figli di una nosta gia che ha un senso se di­venta poesia, ma se si declina in giudizio politico è semplicemente sbagliata</em>». Ha scritto <strong>Omilos</strong>, associazione culturale del Trevigiano: &#8220;<em>Si accusa Zanzotto di desiderare che i Veneti siano poveri, lo si accusa di essere slegato dal suo territorio, di essere un “aristocratico</em>”. <em>Accuse risibili per un poeta che è stato, è, la voce più alta sincera, acuta, intima della sua terra; per un poeta che il Veneto l’ha cantato in veneto, nel dialetto dei padri, della gente; per un poeta che alla gente, alla terra, ai fiori, alle erbe, ai sassi, alle zolle del Veneto ha votato la sua ispirazione. E’ vero però che Zanzotto è un “aristocratico”, nel senso etimologico della parola. Aristos, in greco, significa “ottimo, il migliore, il più idoneo” e il poeta di Pieve è senza dubbio una delle migliori voci poetiche che il mondo oggi possa far echeggiare sulla sua superficie contaminata, anche dalla superficialità e dall’incomprensione</em>.&#8221;<br />
****</p>
<p>Intanto &#8220;Barbarossa&#8221; continua ad essere visto. Magari qualcuno potrebbe rendersi conto che il film racconta l&#8217;eroica resistenza di un gruppo di uomini del Sud contro un potere politico accentratore che veniva dal Nord. Non so se è chiedere troppo, ma potrebbe addirittura ricordarsi di un passo di <strong>Thomas Mann </strong>nel quale si parla con simpatia di un liutaio di Bergamo definendolo come &#8220;<em>un bel giovane meridionale</em>&#8220;.</p>
<p>*******</p>
<p>Bossi ama il &#8220;Va&#8217; pensiero&#8221;. E fa proprio bene. Molto più discutibile l&#8217;idea di farne il nuovo inno nazionale italiano. Sarebbe bene conoscere un po&#8217; di storia lombarda. La &#8220;prima&#8221; del Nabucco al Teatro alla Scala ci fu nel 1842.<br />
<strong>Giuseppe Verdi </strong>dedicò la sua bellissima opera a una arciduchessa austriaca. Molto tempo dopo lo si caricò di valori patriottici &#8211; come avvenne a molti altri cori di <strong>Bellini </strong>e <strong>Rossini</strong>. Nel 1847 Verdi incontrò <strong>Mazzini </strong>a Londra. Composero assieme un inno nazionale: <em>Suona la tromba</em>, 1848, con versi di <strong>Goffredo Mameli</strong>. Mazzini preferì poi alla musica di Verdi quella di<strong> Michele Novaro</strong>. Infine. Verdi era &#8220;padano&#8221; doc, ma assolutamente favoprevole alla unità d&#8217;Italia: fu anche deputato al primo Parlamento nazionale nel 1860.
</div>
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		<title>Accade in Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 16:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>a.grotti</dc:creator>
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E poi Berlusconi conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà ghe pensi mi». (13 ottobre)
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Brunetta sullo scudo fiscale: &#8220;la maggior [...]]]></description>
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E poi Berlusconi conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà <em>ghe pensi mi»</em>. (13 ottobre)</p>
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Brunetta sullo scudo fiscale: &#8220;la maggior parte di questi soldi non sono frutto di criminalità, ma semplicemente della spinta del voler pagare meno o per niente le tasse&#8221; (dichiarazione riportata da vari giornali, tra cui la Repubblica e il Messaggero). La lingua italiana, se rispettata nella sua logica, ha davvero una portata rivoluzionaria.<br />
La tassa sui capitali che rientrano con lo scudo è del 5%. Non lo Stato in generale li riscuoterà, ma direttamente la Presuidenza del Consiglio, che li userà come è stato detto con fine espressione &#8220;per i bisognosi&#8221;. Soldi pronti per le limosine e il consenso. Le banche, sena far nulla, incasseranno il resto.</p>
<p>******<br />
&#8220;<em>Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora piùà insidioso, un nemico che ci lusinga. Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre. Non ci confisca i beni, ma ci arricchisce per darci la morte. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e oniorandoci nel Palazzo. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore. Non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l&#8217;anima con il denaro</em>&#8220;. Ilario di Poitiers, IV secolo.</p>
<p>*****</p>
<p>Finezza d&#8217;altri tempi alla festa della Libertà di Benevento: Berlusconi dice «La stampa estera sputtana il premier, democrazia e il nostro Paese»«Basta insulti e volgarità, sono stato eletto dal popolo». (Corriere della Sera, 11 ottobre). Avete letto bene: dice &#8220;basta volgarità&#8221;.</p>
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<p>****</p>
<p>Tra Legnano e Cerro Maggiore, dove il 29 maggio 1176 la Lega lombarda sconfisse il centralismo imperiale, oggi c&#8217;è un gigantesco cinema multisala, uno dei primi e dei più grandi del Nord Italia; e ovviamente danno «Barbarossa». Gran dispendio di scenografie e atmosfere molto solenni. Eppure il rapporto della Lega Nord con la cultura incontra qualche difficoltà. Anche quando si tratta di uomini di cultura che hanno da sempre e giustamente valorizzato le ricche tradizioni lombarde, venete e in generale del Nord. Si veda uil caso del poetra Andrea Zanzotto, un nome straordinario della cultura, 88 anni, di Pieve di Soligo, che ha utilizzato la bellissima lingua del suo paese. Ma che definisce &#8220;una peste&#8221; la Lega Nord. Ha detto Zanzotto: «Questi veneti attuali, magari della Lega&#8230; anzi, è come una peste quella, perché vuol convincere ogni paese che è il meglio del meglio. Si pretenderebbe di rappresentare con la Lega una specie di aristocrazia. Ma quello che sta avvenendo ha poco a che fare con l’identità: l’identità cambia nel tempo, non è una cosa stabile e immutabile». E più avanti, il poeta che così spesso ha usato la lingua madre per le sue liriche, si rammarica: «Provo un senso di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non inventano neanche un buon dialetto. Io ho bisogno del mio vecchio paesaggio veneto, il Piave, il Grappa, il Montello, le Prealpi con le loro vette basse che formano una serie di emme e enne. Il paesaggio per me parla». Il sinda co di Verona ha replicato: «Se parliamo di politica ed elezioni, Zanzotto è uno dei 4 milioni di elettori veneti e il suo voto contro la Lega è uno di questi 4 milioni. Per fortuna, molti altri non la pensano come lui». E Giancarlo Galan, governatore berlusconiano del Veneto: &#8220;Usare quella parola, peste, per definire la Lega mi è sembrato del tutto fuori luogo. E se posso aggiungere una cosa, nel recente libro-intervista di Zanzotto &#8216;In questo progresso scorsoio&#8217; ho trovato giudizi sul Veneto assolutamente conservatori, figli di una nosta gia che ha un senso se di­venta poesia, ma se si declina in giudizio politico è semplicemente sbagliata». Ha scritto Omilos, assopciazione culturale del Trevigiano: &#8220;Si accusa Zanzotto di desiderare che i Veneti siano poveri, lo si accusa di essere slegato dal suo territorio, di essere un “aristocratico”. Accuse risibili per un poeta che è stato, è, la voce più alta sincera, acuta, intima della sua terra; per</p>
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