Dialogando – di Anselmo Grotti
19 giugno 2011
Echi di solidarietà e un chiarimento verso qualcuno poco informato
Immaginiamo l’ultimo giorno di scuola in un liceo. Aria di festa, di scherzi, di attesa dell’estate imminente. A volte iniziative simpatiche e goliardiche, a volte un po’ meno, con qualche eccesso.
Immaginiamo che un liceo decida di utilizzare i minuti dell’intervallo dell’ultimo giorno di scuola per una iniziativa completamente diversa: rispondere alla lettera- appello del Presidente della Repubblica per abbattere il muto dell’indifferenza di fronte alle tragedie dei morti in mare. Una tragedia non è meno tale per il fatto di diventare routine.
È successo al Liceo scientifico “Francesco Redi” di Arezzo, dove sono stati gli studenti a proporre al preside di manifestare la loro adesione alle parole di Napolitano attraverso un gesto semplice ed efficace: distendersi a terra, con degli striscioni, all’ingresso della scuola.
E’ stato un momento particolarmente commovente e intenso, nella sua semplicità. Incoraggia nella fiducia verso i giovani che sanno unire le competenze nello studio con la partecipazione civile alla vita associata. Siamo lieti che ci sia stata una serie di commenti molto positivi sia nella stampa locale che in quella nazionale (Tg Rai, Ansa, ecc.).
Hanno mostrato che per chi sa guardare davvero bene, quando si studia un libro, dietro alle parole non si vede la carta, ma piuttosto un cristallo che permette di scorgere la realtà.
Un po’ di amarezza è venuta da alcune dichiarazioni di due esponenti politici locali, che evidentemente non sono stati ben informati sui fatti.
In modo surrerale hanno accusato gli studenti del Liceo Scientifico “Redi” di Arezzo di aver fatto uno “show demagogico” assieme al loro preside, nonché di non occuparsi di istruzione.
Gli studenti hanno inteso semplicemente rispondere all’appello del Presidente della Repubblica (reperibile sul sito ufficiale del Quirinale) sulla necessità di “scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza”.
L’evento, nato su proposta degli studenti e apprezzato dal preside e dai docenti, non ha nessun riferimento politico, per cui non si capisce bene perché tali esponenti si sentano in dovere di difendere il Governo che nessuno ha chiamato in causa.
Gli studenti hanno letto ad alta voce l’articolo di Claudio Magris comparso sul “Corriere della Sera” e la risposta del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rimanendo poi in silenzio alcuni minuti. Il tutto durante l’intervallo, con piena libertà di aderire o non aderire.
Per chi conosce quei testi, sa che si fa riferimento a problematiche etiche Magris parlava di Tolstoj e di Anna Karenina. Il Presidente della Repubblica ha parlato di educazione ad avvertire il dolore altrui, superando la tentazione di essere assuefatti: “Magris ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile “cronaca consueta”. Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza?”.
Il Liceo “Redi” ospita studenti di tutti i credi politici e religiosi (e non religiosi), in serena convivenza di studio. Sono stati onorati i nostri caduti quando purtroppo si sono verificati eventi tragici. Vorrei rassicurare anche che i nostri allievi studiano, e molto: anche in questo a.s. si sono classificati nei primissimi posti nazionali e internazionali in matematica, fisica, biologia, filosofia, italiano, educazione fisica e così via; abbiamo studenti che trascorrono o hanno trascorso un anno di studio all’estero. Ci si può facilmente documentare sul sito del liceo www.liceorediarezzo.it
Chiediamo solo un po’ di rispetto, il buon senso di informarsi bene prima di fare dichiarazioni, la capacità di convivere nella stessa società civile e nella stessa Repubblica piuttosto che lo scontro e la strumentalizzazione.
Non trovo rispettosa l’ironia di chi propone ai ragazzi di andare a stendersi sulla spiaggia (vedi il comunicato riportato in fondo al presente testo) piuttosto che esprimere la loro “cum-passione” (sapendo utilizzare anche il latino). Dovremmo rallegrarci di queste sensibilità, prenderci cura delle persone che esprimono interesse al mondo, piuttosto che prenderli in giro.
Anselmo Grotti
Vedi la rassegna stampa, le foto e i servizio video della Rai e delle tv locali
Riporto due commenti rirpesi dal sito del Liceo “Redi”:
Opporsi ad un genocidio dovrebbe essere un dovere di tutti.
L’apatia e l’indifferenza generale istituzionalizzano questo crimine e ci rendono corresponsabili.
Quando un’azione, seppur piccola, rompe il silenzio…… diventa un “simbolo”
Quando il segnale di “resistenza arriva da un Liceo…….diventa “speranza.
GRAZIE RAGAZZI DEL REDI!!
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Sono Paolo della Comunità di Sant’Egidio e scrivo da Roma. Ho letto con piacere l’iniziativa degli studenti della scuola per ricordare i tanti immigrati morti in mare in questi ultimi anni. Nell’incredibile silenzio che circonda questa tragedia il gesto semplice ma molto chiaro è significativo di come la coscienza non va in vacanza anche se l’anno scolastico è finito. Oggi a Roma nella basilica di Santa Maria in Trastevere faremo una preghiera in ricordo degli immigrati morti nel tentativo di raggiungere l’Europa: l’abbiamo chiamata “Morire di speranza”.
Sarebbe bello poter incontrarci e mettere insieme le energie per fare insieme qualcosa in più per tanti immigrati.
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L’articolo di Claudio Magris e la risposta del Presidente della Repubblica (“Corriere della Sera”)
L’INTERVENTO
L’assuefazione per quei morti
L’abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi
accresce la distanza tra chi soffre e noi
Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola.
Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.
Questa assuefazione che conduce all’indifferenza è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno.
Diversamente da altri casi, in cui l’indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall’identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall’inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine.
Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l’efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l’ordine del mondo né il cuore. L’assuefazione – alla droga, alla guerra, alla violenza – è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere – si dice in un romanzo di Bernanos – ed è questa la cosa più orribile».
Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.
Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l’umanità astratta e l’astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia – schernita come fredda e ideologica – è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.
Claudio Magris
04 giugno 2011(ultima modifica: 05 giugno 2011)©
Roma, 06/06/2011
Caro Magris,
lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti (“pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe”: lei ha voluto sottolineare nell’articolo sul Corriere di sabato) l’assuefazione alle tragedie dei “profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile” che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce.
Non si è trattato – lo sappiamo – di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile “cronaca consueta”. Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza?
A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata. Se è vero, come lei dice, che la democrazia è tale in quanto sappia “mettersi nella pelle degli altri, pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare”, occorre allora scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza, occorre reagire con forza – moralmente e politicamente – all’indifferenza: oggi, e in concreto, rispetto all’odissea dei profughi africani in Libia, o di quella parte di essi che cerca di raggiungere le coste siciliane come porta della ricca – e accogliente? – Europa.
La comunità internazionale, e innanzitutto l’Unione Europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio di folle disperate di uomini, donne, bambini. E’ un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contrastati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l’Italia e l’Europa. Ma è un crimine che si chiama “tratta” e “traffico” di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino al livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000.
Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che “viaggi della speranza”) e aprirsi – regolandola – all’accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia.
La ringrazio, caro Magris, per la sua sollecitazione: che ho sentito come rivolta anche a me, come rivolta, di certo, a tutti gli italiani.
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Villa e Mattesini (Pdl): “Originali proteste studentesche, solo show demagogici” (Ufficio Stampa Regione Toscana)
“La scuola è finita e c’ è voglia di far festa. Ma purtroppo, ogni tanto, le iniziative festaiole sfociano in demagogia, come oggi ad Arezzo” è il commento di Tommaso Villa, Consigliere regionale PdL e coordinatore regionale della Giovane Italia, e di Alessio Mattesini, Consigliere comunale PdL ad Arezzo e coordinatore della Giovane Italia Arezzo.
“Ci si distende per terra per un presunta indifferenza nei confronti dei migranti morti a Lampedusa. Ormai è una gara a chi si inventa la protesta più originale – proseguono Villa e Mattesini – Non c’è nessuna indifferenza. Il Governo ha sempre dimostrato attenzione al tema dell’immigrazione, senza fare distinguo. Piuttosto, chi oggi si distende in terra per ricordare i migranti morti, mi auguro che lo faccia anche quando ci lasciano dei nostri militari durante le missioni di pace all’estero. Non esistono morti di serie A e di serie B. Ci chiediamo che tipo di scala di valori viene insegnato nelle aule. Sarebbe utile che i presidi delle scuole superiori si occupassero più di istruzione che di sostenere iniziative demagogiche come quella di stamani degli studenti del Liceo scientifico Redi. Se questi ragazzi hanno proprio voglia di stendersi in terra – ironizzano gli esponenti del PdL – ci auguriamo che lo facciano d’ora in poi in spiaggia, dato l’inizio dell’estate. Sarebbe molto più ragionevole e opportuno”.