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La scuola e la metafora della “redazione”

giovedì 5 gennaio 2012

Il compito della scuola nel tempo non cambia: mettere in grado le nuove generazioni di essere autonome, di “entrare” nel mondo condividendo il paesaggio mentale del gruppo di appartenenza ma anche dell’umanità.

Sono le modalità con cui si esplica questo compito che cambiano in continuazione. Potremo più facilmente sintetizzare l’argomento utilizzando delle metafore, che come sempre sono in grado di dire molto lasciando all’interlocutore il compito di svolgerle pienamente.

In un passato lontano la metafora predominante era quella della “bottega artigiana”. Nella bottega lo “studente” semplicemente vive e opera accanto al maestro, imparando da lui per “contatto” e sviluppando le sue competenze nel confronto immediato con il lavoro. Successivamente è divenuta predominante la figura della trasmissione universitaria: il sapere viene suddiviso in discipline, sistematizzato, presentato secondo ordine e metodo da maestro ad allievo.

Oggi abbiamo bisogno di nuove metafore; credo che una, molto interessante, sia quella della “redazione”. Che cosa è una redazione? È un ambiente dove ciascuno ha un “compito” da svolgere. Nessuno è lì semplicemente per assistere: ciascuno ha un suo proprio ruolo specifico, a ciascuno è richiesto un certo margine di inventiva e di capacità di autonomia (informarsi sui contenuti, elaborare un proprio stile, riconoscere i propri punti di forza), che deve allo stesso tempo convivere con delle regole ben precise. Si devono fare i conti con un format: quante battute scrivere, quante e quali immagini utilizzare, il pubblico cui ci si rivolge, i tempi di consegna, l’efficacia della comunicazione ecc. Nessuna cosa è più formativa e alla fine più “libera” che la capacità di esprimere la propria creatività tenendo conto dei vincoli imposti dal contesto.

Le tecnologie della comunicazione e l’attitudine immersiva delle nuove generazioni possono essere terreno fertile per sviluppare queste competenze. Ciascuna scuola, magari in collaborazione e in rete con altre scuole e altre realtà a vario titolo culturali e formative, potrebbe organizzare una “attività editoriale” a carattere multimediale: testi di vario genere, audio, video, streaming, podcast, modelli sincroni e asincroni ecc. La scuola della riforma pone molto l’accento sulla didattica di laboratorio e sulle competenze. A meno di non limitarci a ripetere parole come slogan, va presa in considerazione l’idea che la didattica laboratoriale riguarda tutte le discipline, non solo quelle che utilizzano provette o macchinari. Le competenze poi non sono una generica dichiarazione burocratica ma l’effettiva capacità di utilizzare le conoscenze in situazioni “reali”. Come fa un tema (letto solo dal proprio insegnante) a costruire delle competenze? Le competenze si costruiscono quando il prodotto è reale. È destinato cioè ad essere fruito da un gruppo più vasto di persone.

Il capitale umano rappresenta una risorsa che abbiamo sin troppo trascurato nel nostro Paese. Ne fa le spese la scuola, che presenta ritardi e diseguaglianze molto forti ma che presenta anche punte di eccellenza[1].

Siamo un Paese nel quale la mobilità sociale è molto bassa. La situazione familiare (titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori) predetermina in molti casi il destino dei figli: dal rendimento scolastico alla probabilità di abbandonare gli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro. Dovrebbe essere compito della scuola e in generale della Repubblica (come dice la Costituzione) «rimuovere gli ostacoli» al miglioramento culturale e sociale, dando davvero spazio a un’autentica concezione di libertà (non predeterminata dalle condizioni di partenza). Daniele Checchi[2] mette bene in evidenza come esistano due priorità fondamentali: combattere la povertà nell’infanzia, che genera esclusione, e incoraggiare i giovani nel periodo della formazione. O è meglio avere generazioni passive, poco acculturate, manipolabili?

Anselmo Grotti

Su questo tema, dello stesso autore, vedi:

Comun I Care, Prendersi cura al tempo della rivoluzione digitale, Ave, Roma 2011, 8 €


[1] P. Cipollone – P. Sestito, Il capitale umano, Il Mulino, Bologna 2010.

[2] D. Checchi, Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Il Mulino, Bologna 2010.

Una svolta antropologica

sabato 19 novembre 2011
Una svolta antropologica

Anselmo Grotti

In questi giorni si presenta al Paese un nuovo governo. Non sappiamo quanto potrà durare, non sappiamo se prenderà le decisioni giuste per cominciare ad uscire dall’abisso della crisi economica, morale, politica nel quale siamo precipitati.

Ci auguriamo che sia il segno di una svolta possibile per questo Paese troppo martoriato. Una svolta antropologica prima ancora che politica. Davvero l’aria si era fatta irrespirabile, e deve essere motivo di attenta riflessione come sia stato possibile che si sia giunti a questo livello.

Adesso che vediamo volti di persone che conoscono quello di cui parlano, che sono misurate nelle espressioni, che conducono una vita normale possiamo forse percepire con maggiore nettezza il contrasto con il circo che ha dato spettacolo sino a pochi giorni fa. Un presidente del consiglio che si esprime in modo grigio, magari noioso, fa il suo dovere. Se cerchiamo la battuta di spirito, la barzelletta e l’ammiccamento è meglio rivolgersi ad altri luoghi che non il Parlamento o il Governo. Speriamo di aver chiuso con Ministri della Repubblica che usano più il dito medio del congiuntivo, più l’aggressione verbale da tecniche di persuasione che il ragionamento. Abbiamo visto delle donne vere in posti di enorme responsabilità, non delle Barbie adoranti; uomini con una credibilità internazionale, non adulatori e servidorame vario.

Quanto ci è costato l’ultimo anno di non governo propiziato dalla conversione sulla di via Damasco di un personaggio come Scilipoti? Come è stato possibile vederlo legittimato nella maggioranza del precedente presidente del consiglio? Eppure in tanti avevano segnalato ormai da molti anni l’inaffidabilità di un personaggio che ha modificato costantemente le regole, anche quelle del linguaggio e della semantica, a proprio favore. Che non ha saputo immaginare per se stesso altro che un super varietà televisivo all’ennesima potenza? Le regole formali della democrazia non sono sufficienti a vaccinare un Paese dalle ubriacatura populiste, volgari, superficiali;occorre un tessuto etico, culturale, un’attenzione al bene comune. Questo è clamorosamente mancato in Italia. C’è stata una spirale perversa tra la manipolazione mediatica e la complicità dei manipolati. Comportamenti che in Europa e in gran parte del mondo erano giudicati prima ridicoli, poi incredibili e poi insopportabili, da noi sono stati tollerati – se non (più spesso di quanto vorremmo pensare) ammirati.

Vorremmo un po’ di pulizia, di silenzio, di sobrietà. Non è una questione politica: la politica è una dimensione importante, nella quale è legittima la presenza di diverse opzioni. Ma l’ostinata difesa del proprio personale interesse ha travolto la politica, degenerandola in difesa della casta e aprendo la via a diversi tipi di esiti: dalla rivolta morale all’insofferenza qualunquista.

Abbiamo perso una guerra, abbiamo perso pezzi di sovranità nazionale. Come altre volte in passato, occorre ricostruire dalle macerie. Macerie che hanno coinvolto anche molte parti politiche. Le macerie riguardano la precedente maggioranza, che pur avendo il più alto numero di parlamentari rispetto alle opposizioni dell’intera storia repubblicana, si è impantanata in un immobilismo che ha enormemente danneggiato il Paese – pur di non perdere altri pezzi e pur di acquisire da altri partiti la peggior rappresentanza di personaggi impresentabili. Oppure ha giocato in maniera irresponsabile con la coesione nazionale, con lo spirito di appartenenza, con il senso di umanità verso le fasce deboli e gli immigrati.

Ma le macerie non risparmiano neppure la precedente opposizione. Settarismi, divisioni continue, desiderio di primeggiare, di cogliere vantaggi per la propria parte anche a prezzo di danni enormi per il bene comune, residui ideologici, hanno tolto forza ai rappresentanti migliori dei civil servant a favore di progetti personali e di strategie di corto respiro.

Anche i cattolici, in parte non indifferente, hanno troppo tollerato e troppo acconsentito. Adesso il vento è forse cambiato, l’aria si va un po’ purificando, come aveva auspicato il card. Bagnasco. Ci auguriamo che sia l’inizio di un cammino coerente, condiviso.

Chiesa e comunicazione

domenica 16 ottobre 2011
Si fa sempre più viva la consapevolezza del ruolo decisivo rappresentato dalla rivoluzione digitale e dalla comunicazione diffusa. La Cei (Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020) ha scritto che i media digitali sono veri e propri ambienti non solo tecnici ma anche sociali, un insieme di apparati simbolici in cui i flussi comunicativi agiscono «sul mondo vitale», così da giungere a «dare forma alla realtà stessa»[1].

Sottolineo la parola ambienti: infatti è riduttivo parlare di “mezzi” di comunicazione, anche se molti continuano a farlo (ad es. con l’espressione strumenti di comunicazione di massa). Usare invece la metafora dell’“ambiente” ci permette un approccio molto più efficace, e ci suggerisce un punto di partenza più corretto[2].

Da un punto di vista sociologico la veloce evoluzione degli “ambienti ecologici” generati dalla comunicazione pone non poche difficoltà. In pochi decenni abbiamo affrontato le trasformazioni del cinema, della radio, della tv. In pochi anni dobbiamo affrontare quelle della telefonia e di internet. Si affacciano problemi legati alla diversità generazionale, culturale, perfino antropologica. La politica, la scuola, l’economia devono fare i conti con questa nuova realtà.

E la Chiesa? Non si può negare che per molti aspetti la stessa Chiesa sia messa in difficoltà,  a più livelli: in relazione non solo all’organizzazione della comunità ecclesiale, ma anche all’espressione della fede e alla comprensibilità del suo annuncio. Le forme tradizionali di aggregazione, legate alla fisicità di un luogo e alla prossimità spaziale, sembrano non essere più comprensibili nei nuovi contesti del postmoderno e della “società liquida”. Al tempo dei “legami corti” appare difficile trovare un vocabolario e una grammatica adatti a comunicare l’esperienza di fede, a «rendere ragione della speranza che è in voi[3]».

Di fronte a rapidissimi mutamenti di scenario sembra che si debba scegliere tra lo sforzo di ricostruire il contesto precedente oppure accettare la sfida della rivoluzione digitale. La tradizione da cui proveniamo ha una nobilissima ragion d’essere, ma è molto probabile che il modo migliore per non banalizzarla sia la fedeltà creativa ad essa, non la ricostruzione di un ambiente che non c’è più.

Potremmo anche scoprire inaspettati legami tra l’antico e il nuovo, con l’antico ancora in grado di parlarci e il nuovo tutt’altro che orfano.


[1] Educare alla vita buona del Vangelo, n. 51: «La comunicazione nella cultura digitale».

[2] Molto belle le espressioni che il gesuita p. A. Spadaro svolge nel suo blog: «La Rete non è un mezzo da usare per far qualcosa, ma è un contesto abitativo, un luogo di esperienza. Formare a vivere dentro un ambiente significa apprenderne i linguaggi e i contesti specifici, non al modo dell’apprendimento di una grammatica astratta, ma nella modalità della vita concreta». (http://www.cyberteologia.it/).

[3] 1Pt 3,15.

L’asimmetria e la vita

venerdì 16 settembre 2011
Se per Amleto la scelta era ambigua, non lo è per la Bibbia. Dio non è “imparziale”, ha scandalosamente scelto di mettersi da una parte, di essere “di parte”, quella dell’esserci.

Il DNA è asimmetrico. La struttura della molecola del DNA ha la forma di una scala che si attorciglia solo in senso levo-giro, non esistono in natura molecole destro-gire. Primo Levi ha scritto  L’asimmetria e la vita, una raccolta di scritti saggistici comparsi su giornali e riviste fra il 1955 e l’anno della sua scomparsa, il 1987. Ci sono testi dedicati ad Auschwitz, all’ebraismo, recensioni di libri, saggi curiosi di argomento scientifico, letterario, linguistico.
Primo Levi insiste molto sulla dissimmetria. La vitalità di tutto nasce da una discrepanza, da una dissimmetria.
L’asimmetria e la vita è lo scritto-cardine, ripreso dopo quarant’anni, il tema della sua tesi di laurea; da chimico frequentatore della fisica nucleare e dell’astrofisica s’interroga sull’origine della vita, sulla misteriosa circostanza che “l’asimmetria destra-sinistra è intrinseca alla vita; coincide con la vita; è presente, immancabile, in tutti gli organismi, dai virus ai licheni alla quercia al pesce all’uomo“.
La vita è dunque asimmetrica. Levi era stato il testimone delle mostruosità generate dalla ragione elevata ad assoluto e simmetrico principio di un’organizzazione politica mobilitata allo sterminio biologico. L’asimmetria (o l’impurità, o il “granello di senapa“) è in rapporto con la confusione, l’irregolarità, l’imperfezione della vita. Allo stesso tempo l’asimmetria è in rapporto con la  vitalità: il potenziale energetico di tutto quanto non si lascia mettere completamente a fuoco, che non si lascia appiattire a una dimensione.
Nella Tregua, attraverso Mordo Nahum il Greco, Levi ci racconta che dal rinnovato Caos primigenio del dopo-lager si generavano “esemplari umani scaleni, difettivi, abnormi”.
Anche il mondo fisico si genera per asimmetrie: piccole differenze nel processo di morte stellare provocano ampie variazioni nel grado di asimmetria.
La nube interstellare è in equilibrio dinamico tra energia cinetica del gas e forza di gravità. Se l’equilibrio si spezza abbiamo il collasso e la nascita di una stella, con la formazione degli elementi pesanti. L’Antimateria è’ un materiale composto di antiparticelle. Le particelle comuni nel nostro universo, come l’elettrone e il protone, definiscono la materia e le loro antiparticelle l’antimateria.  I fisici ritengono che nell’universo sia presente solo una piccolissima percentuale di antimateria. Tuttavia, a livello microscopico, le interazioni delle antiparticelle fra loro sono quasi del tutto identiche a quelle tra le corrispondenti particelle.  L’origine dell’asimmetria tra particelle e antiparticelle nell’universo costituisce un problema complesso non ancora pienamente compreso. È accaduto a un certo momento un fatto di enorme importanza: una violazione della simmetria.
Tra 0 e 10-43 sec nell’universo regnavano le simmetrie.
Tra 10-43 e 10-35 sec si spezza la simmetria materia/antimateria.
I quark superano gli antiquark di una piccola percentuale (1 su di 1 miliardo).
Le particelle si annichilirono reciprocamente a un centesimo di secondo dal big bang.
A 3 minuti dal big bang rimane un piccolo nucleo di materia (il nostro universo).

Viviamo in un universo asimmetrico. Solo nel 1998 gli astronomi hanno scoperto di aver trascurato quasi tre quarti dell’universo.  Un secolo prima Haeckel riteneva di poter scrivere che gli enigmi del mondo erano stato svelati dalla scienza (Gli enigmi del mondo 1899).

Proprio la pervasività dell’energia oscura ne ha reso difficile la scoperta. Mentre la materia è distribuita in modo irregolare, l’energia oscura è “sparsa” in modo uniforme: tutta assieme equivale alla massa di un piccolo asteroide. I suoi effetti si percepiscono solo su lunghe distanze e su lunghi periodi di tempo. Se ci fosse più energia oscura di quella effettivamente presente l’universo sarebbe rimasto un insieme amorfo, mentre esso si è andato sviluppando costruendo strutture distribuite a ragnatela. Non viviamo in un universo simmetrico, ma asimmetrico. Se non ci fossero state piccole irregolarità, l’universo sarebbe rimasto una pappetta  primordiale, un insieme indistinto.

Una curiosità: la perfetta simmetria nel nostro Pianeta esiste. Per la precisione alla latitudine 79 gradi e 50 primi, nord e sud, Groenlandia e Antartide, equinozio d’estate e d’inverno: per un millisecondo gravità e accelerazione dovuta alla rivoluzione e rivoluzione terrestre si annullano a vicenda.

In altri ambiti la simmetria è impossibile. L’evoluzione di un sistema caotico deterministico è prevedibile, ma occorre conoscere le condizioni iniziali del sistema in modo preciso, vale a dire con infiniti numeri dopo la virgola, una cosa di fatto irrealizzabile.

È meglio essere o non essere? Perché gli asini “reali”, al contrario di quello di Buridano, non muoiono di fame sospesi in perfetta simmetria tra due mucchi eguali di fieno? Perché essi rompono spontaneamente la simmetria e a un certo punto “scelgono” senza un particolare motivo uno dei due mucchi? In ultima analisi, e scusate se è poco, perché l’Essere piuttosto che il Nulla?

Ha detto il teologo Birmelé, in un intervento alla XXXVII Sessione del Segretariato attività ecumeniche: «La grazia guarda e sceglie; è parziale, vive di un partito preso. Dio non è imparziale: ha preso partito per gli esseri umani». E Ronchi lo sguardo di Dio non è imparziale, fa delle preferenze, distingue tra vittima e carnefice, inizia dalle periferie della storia”.

Ha scritto Agostino: «Avendo un Figlio unigenito, Dio l’ha fatto figlio dell’uomo, e così viceversa ha reso il figlio dell’uomo figlio di Dio. Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia» (Disc. 185).

Chi abita le nostre menti

martedì 19 luglio 2011
Secondo un’indagine promossa nel 2011 dal Forum delle associazioni Familiari (vedi Il Sole 24 Ore Scuola 13 (2011), il tempo medio giornaliero, espresso in minuti, di utilizzo dei vari strumenti di comunicazione è il seguente, nella fascia tra 7 e 18 anni
Radio, cinema fumetti, libri: 50
Tv: 97
Podcast, Cellulare, Web, Videogiochi, ecc.: 271
Nella fascia 15-18 anni è ancora più accentuata la prevalenza dei nuovi media digitali:
Radio, cinema fumetti, libri: 56
Tv: 99
Podcast, Cellulare, Web, Videogiochi, ecc.: 455

Il che significa che uno studente del triennio delle superiori guarda la tv per un’ora e mezza al giorno e sta sui media digitali quasi 8 ore. Dato per scontato che alcuni media si sovrappongono, resta il fatto che la punta massima di utilizzo di tutti i vari mezzi è per i diciassettenni che passano in questi ambienti quasi 12 ore al giorno, cioè sostanzialmente l’intera giornata da svegli.

Tra le tante possibili considerazioni ne propongo due.

La prima riguarda la pervasività dell’ambiente comunicativo mediato dalla tecnologia, un elemento ormai irrinunciabile dei nostro paesaggi mentali. Dovrebbe far riflettere il fatto che la partita decisiva per il controllo del consenso in Italia si è manifestata attraverso l’acquisizione dell’oligopolio televisivo negli anni Ottanta (quando un presidente del consiglio come Craxi tornava precipitosamente dall’estero per bloccare le ordinanze della magistratura sul divieto di trasmissione tv) a quello della galassia editoriale con il lodo Mondadori il quale, a distanza di venti anni, fa notoriamente ancora parlare di sé. È importante stabilire regole di democrazia nell’ambiente fisico (abitazioni, strade, ospedali…), ma non meno importante è prendersi cura della democrazia nei nostri paesaggi mentali (editoria, tv, internet, cinema, ecc.). dovrebbe essere assodato che non basta possedere un terreno (o i soldi per acquistarlo) per poterci costruire a proprio piacimento o svolgervi attività in contrasto con la legge e il bene comune. Allo stesso modo avere la disponibilità economica o politica non dà il diritto di manipolare i media per costruire e mantenere il consenso, o vendere in modo indiscriminato i propri “prodotti”.

Anche all’estero vediamo quanto sia attuale questa problematica: Murdoch chiude “News of the World” dopo una carriere plurisecolare, travolto dagli scandali delle intercettazioni illegali e anche dalla maggior convenienza di altri media.

La seconda considerazione riguarda il ruolo della scuola. Se un ragazzo che frequenta la quarta superiore dichiara di usare i media per 11,5 ore al giorno c’è da chiedersi non solo quando studia, ma anche cosa fa quando è fisicamente a scuola. Nonostante qualche sforzo generoso e una certa retorica ministeriale, si ha l’impressione che lo scarto tra l’impostazione delle nostre scuole e il mondo mentale degli studenti sia diventando sempre più grande.

Nel luglio 2011 il governo della Corea del Sud ha deciso (come riporta tra gli altri Technology Review del MIT di Boston) la digitalizzazione completa di tutti i libri di testo e altro materiale didattico dal 2015. una decisione che riguarda tutti gli ordini di scuole: dalle elementari all’università. Gli studenti useranno solo tablet, smartphone o notebook. Non sappiamo se sarà una scelta giusta, esistono certamente pro e contro. Tuttavia è una scelta, in grado di mettere in moto un cambiamento o meglio di rispondere a un cambiamento già in atto. Certamente non basta fornire tutti gli studenti di un medium digitale (sarà molto contenta Samsung), ma neppure basta rifugiarsi nella difesa generica del libro cartaceo, condannandolo alla insignificanza. C’è un grosso lavoro da fare per permettere il passaggio da una civiltà all’altra.

Distesi in fondo al mare

domenica 19 giugno 2011
Dialogando – di Anselmo Grotti

19 giugno  2011

Echi di solidarietà e un chiarimento verso qualcuno poco informato

Immaginiamo l’ultimo giorno di scuola in un liceo. Aria di festa, di scherzi, di attesa dell’estate imminente. A volte iniziative simpatiche e goliardiche, a volte un po’ meno, con qualche eccesso.

Immaginiamo che un liceo decida di utilizzare i minuti dell’intervallo dell’ultimo giorno di scuola per una iniziativa completamente diversa: rispondere alla lettera- appello del Presidente della Repubblica per abbattere il muto dell’indifferenza di fronte alle tragedie dei morti in mare. Una tragedia non è meno tale per il fatto di diventare routine.

È successo al Liceo scientifico “Francesco Redi” di Arezzo, dove sono stati gli studenti a proporre al preside di manifestare la loro adesione alle parole di Napolitano attraverso un gesto semplice ed efficace: distendersi a terra, con degli striscioni, all’ingresso della scuola.

E’ stato un momento particolarmente commovente e intenso, nella sua semplicità. Incoraggia nella fiducia verso i giovani che sanno unire le competenze nello studio con la partecipazione civile alla vita associata. Siamo lieti che ci sia stata una serie di commenti molto positivi sia nella stampa locale che in quella nazionale (Tg Rai, Ansa, ecc.).

Hanno mostrato che per chi sa guardare davvero bene, quando si studia un libro, dietro alle parole non si vede la carta, ma piuttosto un cristallo che permette di scorgere la realtà.

Un po’ di amarezza è venuta da alcune dichiarazioni di due esponenti politici locali, che evidentemente non sono stati ben informati sui fatti.

In modo surrerale hanno accusato gli studenti del Liceo Scientifico “Redi” di Arezzo di aver fatto uno “show demagogico”  assieme al loro preside, nonché di non occuparsi di istruzione.

Gli studenti hanno inteso semplicemente rispondere all’appello del Presidente della Repubblica (reperibile sul sito ufficiale del Quirinale) sulla necessità di “scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza”.

L’evento, nato su proposta degli studenti e apprezzato dal preside e dai docenti, non ha nessun riferimento politico, per cui non si capisce bene perché tali esponenti si sentano in dovere di difendere il Governo che nessuno ha chiamato in causa.

Gli studenti hanno letto ad alta voce  l’articolo di Claudio Magris comparso sul “Corriere della Sera” e la risposta del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rimanendo poi in silenzio alcuni minuti. Il tutto durante l’intervallo, con piena libertà di aderire o non aderire.

Per chi conosce quei testi, sa che si fa riferimento a problematiche etiche  Magris parlava di Tolstoj e di Anna Karenina.  Il Presidente della Repubblica ha parlato di educazione ad avvertire il dolore altrui, superando la tentazione di essere assuefatti: “Magris ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile “cronaca consueta”. Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza?”.

Il Liceo “Redi” ospita studenti di tutti i credi politici e religiosi (e non religiosi), in serena convivenza di studio. Sono stati onorati i nostri caduti quando purtroppo si sono verificati eventi tragici. Vorrei rassicurare anche che i nostri allievi studiano, e molto: anche in  questo a.s. si sono classificati nei primissimi posti nazionali e internazionali  in matematica, fisica, biologia, filosofia, italiano, educazione fisica e così via; abbiamo studenti che trascorrono o hanno trascorso un anno di studio all’estero. Ci si può facilmente documentare sul sito del liceo www.liceorediarezzo.it

Chiediamo solo un po’ di rispetto, il buon senso di informarsi bene prima di fare dichiarazioni, la capacità di convivere nella stessa società civile e nella stessa Repubblica piuttosto che lo scontro e la strumentalizzazione.

Non trovo rispettosa l’ironia di chi propone ai ragazzi di andare a stendersi sulla spiaggia (vedi il comunicato riportato in fondo al presente testo)  piuttosto che esprimere la loro “cum-passione” (sapendo utilizzare anche il latino).  Dovremmo rallegrarci di queste sensibilità, prenderci cura delle persone che esprimono interesse al mondo, piuttosto che prenderli in giro.

Anselmo Grotti

Vedi la rassegna stampa, le foto e i servizio video della Rai e delle tv locali

Riporto due commenti rirpesi dal sito del Liceo “Redi”:

Opporsi ad un genocidio dovrebbe essere un dovere di tutti.

L’apatia e l’indifferenza generale istituzionalizzano questo crimine e ci rendono corresponsabili.

Quando un’azione, seppur piccola, rompe il silenzio…… diventa un “simbolo”

Quando il segnale di “resistenza arriva da un Liceo…….diventa “speranza.

GRAZIE RAGAZZI DEL REDI!!

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Sono Paolo della Comunità di Sant’Egidio e scrivo da Roma. Ho letto con piacere l’iniziativa degli studenti della scuola per ricordare i tanti immigrati morti in mare in questi ultimi anni. Nell’incredibile silenzio che circonda questa tragedia il gesto semplice ma molto chiaro è significativo di come la coscienza non va in vacanza anche se l’anno scolastico è finito. Oggi a Roma nella basilica di Santa Maria in Trastevere faremo una preghiera in ricordo degli immigrati morti nel tentativo di raggiungere l’Europa: l’abbiamo chiamata “Morire di speranza”.

Sarebbe bello poter incontrarci e mettere insieme le energie per fare insieme qualcosa in più per tanti immigrati.

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L’articolo di Claudio Magris e la risposta del Presidente della Repubblica (“Corriere della Sera”)

L’INTERVENTO

L’assuefazione per quei morti

L’abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi
accresce la distanza tra chi soffre e noi

Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola.

Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.
Questa assuefazione che conduce all’indifferenza è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno.

Diversamente da altri casi, in cui l’indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall’identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall’inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine.

Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l’efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l’ordine del mondo né il cuore. L’assuefazione – alla droga, alla guerra, alla violenza – è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere – si dice in un romanzo di Bernanos – ed è questa la cosa più orribile».

Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.

Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l’umanità astratta e l’astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia – schernita come fredda e ideologica – è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

Claudio Magris
04 giugno 2011(ultima modifica: 05 giugno 2011)©

Roma, 06/06/2011

Caro Magris,

lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti (“pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe”: lei ha voluto sottolineare nell’articolo sul Corriere di sabato) l’assuefazione alle tragedie dei “profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile” che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce.

Non si è trattato – lo sappiamo – di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile “cronaca consueta”. Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza?

A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata. Se è vero, come lei dice, che la democrazia è tale in quanto sappia “mettersi nella pelle degli altri, pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare”, occorre allora scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza, occorre reagire con forza – moralmente e politicamente – all’indifferenza: oggi, e in concreto, rispetto all’odissea dei profughi africani in Libia, o di quella parte di essi che cerca di raggiungere le coste siciliane come porta della ricca – e accogliente? – Europa.

La comunità internazionale, e innanzitutto l’Unione Europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio di folle disperate di uomini, donne, bambini. E’ un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contrastati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l’Italia e l’Europa. Ma è un crimine che si chiama “tratta” e “traffico” di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino al livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000.

Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che “viaggi della speranza”) e aprirsi – regolandola – all’accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia.

La ringrazio, caro Magris, per la sua sollecitazione: che ho sentito come rivolta anche a me, come rivolta, di certo, a tutti gli italiani.

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Villa e Mattesini (Pdl): “Originali proteste studentesche, solo show demagogici” (Ufficio Stampa Regione Toscana)

“La scuola è finita e c’ è voglia di far festa. Ma purtroppo, ogni tanto, le iniziative festaiole sfociano in demagogia, come oggi ad Arezzo” è il commento di Tommaso Villa, Consigliere regionale PdL e coordinatore regionale della Giovane Italia, e di Alessio Mattesini, Consigliere comunale PdL ad Arezzo e coordinatore della Giovane Italia Arezzo.
“Ci si distende per terra per un presunta indifferenza nei confronti dei migranti morti a Lampedusa. Ormai è una gara a chi si inventa la protesta più originale – proseguono Villa e Mattesini – Non c’è nessuna indifferenza. Il Governo ha sempre dimostrato attenzione al tema dell’immigrazione, senza fare distinguo. Piuttosto, chi oggi si distende in terra per ricordare i migranti morti, mi auguro che lo faccia anche quando ci lasciano dei nostri militari durante le missioni di pace all’estero. Non esistono morti di serie A e di serie B. Ci chiediamo che tipo di scala di valori viene insegnato nelle aule. Sarebbe utile che i presidi delle scuole superiori si occupassero più di istruzione che di sostenere iniziative demagogiche come quella di stamani degli studenti del Liceo scientifico Redi. Se questi ragazzi hanno proprio voglia di stendersi in terra – ironizzano gli esponenti del PdL – ci auguriamo che lo facciano d’ora in poi in spiaggia, dato l’inizio dell’estate. Sarebbe molto più ragionevole e opportuno”.

Sapore e Sapere

domenica 22 maggio 2011
Dialogando – di Anselmo Grotti

22 maggio  2011

Chi è il sapiente? Non è – almeno in prima battuta -  colui che “sa” le cose, ma colui per il quale le cose “sanno”: hanno cioè sapore.

Davanti a qualsiasi cosa (un libro, un bosco, un’opera d’arte, un macchinario) devo essere in grado di conoscere di che cosa si tratta per potervi ritrovare dei significati. La realtà che ci circonda va letta, interpretata, accolta con cura perché possa diventare significativa.

Il cibo ha bisogno di essere cotto, o almeno predisposto in determinate modalità, per essere più appetitoso, per avere maggior “sapore”. Anche il nostro rapporto con la realtà e con la vita ha la stessa necessità.

Sapore e Sapere: più imparentati di quanto si possa credere.

Tutti gli esseri umani di tutte le civiltà hanno avuto bisogno – evidentemente – di mangiare. Ma ciascuno lo ha fatto in maniera specifica, cercando in questo gesto anche tutta una serie di significati: la convivialità, l’amicizia, la condivisione… Ma anche la formazione, che comincia già nel comprendere ciò che fa l’adulto. Gli esseri umani danno molta importanza a questa condivisione di sapori e saperi. I bambini mangiano un cibo quando lo vedono fare a un adulto. Per una scimmia invece questo processo mentale non è immediato. La scimmia non presta attenzione al fatto che gli adulti evitano un certo cibo. Le madri animali non intervengono quasi mai per impedire ai piccoli di mangiare un cibo tossico.

Il cibo è strettamente legato al contesto, sino a identificare “quel” cibo con “il” cibo. Nella lingua vietnamita, giapponese, laotiana e siamese per dire “mangiare” si dice “mangiare riso”. In Omero il termine “uomini” è spesso sostituito dalla locuzione “quelli che mangiano il pane”.

Conoscere quali ingredienti usa una determinata tradizione culinaria e come li cucina significa già conoscere molto di quella cultura. Anche delle culture antiche, il cui studio ci permette di scoprirci fratelli in umanità e in grado di progettare una “convivialità delle differenze” anche con le tante culture contemporanee.

Parlare di cibo non può non richiamarci anche al cibo che manca, oppure che c’è ma non è equamente distribuito. È la fame l’arma di distruzione di massa più radicale.

Sono 113 gli stati che hanno firmato la proposta dell’Onu per una tassazione sui profitti delle multinazionali, del commercio delle armi e una lotteria internazionale. La fame è la condizione comune ad almeno 800 milioni di persone. La sottoalimentazione per un miliardo e trecento milioni. L’attuale produzione alimentare è sufficiente a sfamare il doppio della popolazione mondiale. Il 50% dei cereali viene utilizzato come mangime per gli animali allevati nel nord del mondo, cereali che sarebbero sufficienti a sfamare 400 milioni di persone. Per avere una caloria di origine animale occorrono sette calorie vegetali.

Sradicare la miseria è un obiettivo ambizioso ma tutt’altro che utopistico. Ne conosciamo anche i costi. Per cominciare a garantire a tutti gli abitanti della terra cibo, acqua, assistenza sanitaria e un minimo di istruzione, occorrerebbero investimenti aggiuntivi per 40 miliardi di dollari l’anno. Una cifra minore di quella che gli europei spendono in sigarette; un decimo dei proventi garantiti dai traffici illegali di droga” , ha detto il Segretario Generale dell’Onu Annan nel 1999.

Sicurezza. Quale?

domenica 8 maggio 2011
Dialogando – di Anselmo Grotti

8 maggio  2011

Gli spot di  “Sicurezza sul lavoro: la pretende chi si vuole bene” sono costati 9 milioni di euro. Non sappiamo quanto siano costati gli spot dell’’ambiguo “Forum nucleare italiano”.

Essen, Germania. È stato da poco inaugurato il nuovo e avveniristico campus di ThyssenKrupp. Il comunicato dell’azienda parla di nove edifici tra loro comunicanti in una cornice di verde con l’armonia di colline e un grande parco. Le immagini colpiscono, senza dubbio. Una piscina è collocata ai piedi del quartier generale, con schermatura solare in acciaio inox motorizzato. Sono stati spesi più di 80 milioni di euro, ed è certo importante che sia raggiunta luminosità. Spazi aperti e assieme privacy. Ma non vorremmo dimenticare i morti drammaticamente coinvolti negli incidenti di lavoro, non dovuti a fatalità ma a desiderio di risparmiare sulla sicurezza. Quella vera.

Prendersi cura della comunicazione

lunedì 11 aprile 2011
Dialogando – di Anselmo Grotti

12 aprile 2011

Prendersi cura della comunicazione

Questa volta mi permetto di condividere con voi l’uscita del mio ultimo libro: “ComunICare. Prendersi cura al tempo della rivoluzione digitale” (Editrice Ave, Roma 2011, pp. 174, 8 euro).

Copertina "Comunicare"

Vedi anche http://agrotticomunicare.blogspot.com/

Viviamo in un mondo saturo di parole, di immagini, di informazione. Un mondo nel quale i circuiti elettronici sono sempre accesi, gli strumenti della comunicazione sono sempre più piccoli, pervasivi, ormai una estensione del nostro corpo, dei nostri organi di senso, della nostra mente. Da diversi decenni sugli schermi delle nostre tv non compare più la scritta “fine delle trasmissioni”, nessuna pausa interrompe il fluire elettronico dei monitor. Siamo immersi in una galassia mediatica nella quale più mezzi di comunicazione sono presenti nello stesso istante a sollecitare la nostra attenzione.

Tutto questo basta a renderlo anche un mondo ricco di comunicazione? Siamo protagonisti, testimoni o vittime del moltiplicarsi di strumenti, occasioni, luoghi del comunicare? Dobbiamo aspettarci un cambiamento radicale nei modi di conoscere e strutturare il mondo, le relazioni con gli altri, noi stessi e il nostro destino?

Queste e altre domande si affacciano da qualche anno nella mente di tutti noi: figli e padri, giovani e di età matura, studenti e insegnanti, credenti e non credenti. Forse lo fanno in maniera diversa: ci sono i “nativi digitali” per i quali l’immersione nella osmosi comunicativa è un dato di fatto e la perenne connessione alla rete un dato fisiologico. Per essi il lento apprendistato concettuale, la sistematica lettura dei testi, l’ascolto ininterrotto di una argomentazione e di una dimostrazione sono non solo lontani ma spesso incomprensibili. Accanto a loro, come in un altro mondo, ci sono le generazioni più mature che al massimo sono “immigrati digitali”. A queste persone sembra che il filo della memoria si spezzi, che il patrimonio culturale elaborato in secoli si perda, che il mondo si stia banalizzando. Ma è proprio così?

Probabilmente ci è toccato di vivere in una fase straordinaria della nostra storia comune e alle generazioni attuali è affidato un compito decisivo: costituire un ponte, un passaggio, una interfaccia tra differenti modalità di percepire il mondo, sviluppare strategie conoscitive, elaborare etiche della convivenza e della relazione. Per far questo occorre essere consapevoli di ciò che abbiamo dato per ovvio nel passato, anche recente: il significato e le caratteristiche della comunicazione scritta, dell’accesso limitato all’informazione, della iniziazione progressiva al sapere. Occorre essere allo stesso tempo consapevoli della continuità e della frattura che coesistono tra il vecchio continente della cultura scritta e quello nuovo della comunicazione digitale, in particolare di quello che è stato chiamato il “settimo continente”, lo spazio della rete.

Per metterci in condizioni di poter sviluppare questa consapevolezza occorre riflettere sull’importanza della comunicazione nella costituzione stessa della persona umana. Dobbiamo intraprendere un viaggio, per molti aspetti affascinante, che ci porti a scoprire l’enorme ricchezza racchiusa in quello che spesso giudichiamo ovvio e degno di poca attenzione, nonché le potenzialità di quel “nuovo” che a volte ci intimorisce. Scoprendo magari di essere chiamati a una interpretazione etica, politica e religiosa di qualcosa che pensavamo soltanto tecnologico.

La comunicazione rappresenta la struttura profonda della persona umana. Secondo la Bibbia è il linguaggio a connaturare in maniera specifica l’essere umano. Il soffio divino (Genesi 2,7) rende l’uomo «un essere vivente»; nel servizio religioso della sinagoga si rende questa espressione così: lo rese «uno spirito parlante». Questa struttura profonda dell’essere umano è immagine dell’archetipo divino (il Logos, il Verbo, la Parola), per cui diviene chiaro che l’immagine di Dio è l’uomo vivente. Il modello primo della comunicazione è il modello trinitario: tre Persone distinte ma della stessa Sostanza. In altri termini: la comunicazione è tale se mantiene le diversità (evitando la confusione indistinta della omologazione) e garantisce la capacità di entrare in contatto. Dal punto di vista antropologico questa verità profonda si sviluppa nell’evitare due errori contrapposti. Il primo è quello di immaginare la possibilità della comunicazione umana come standardizzazione e prevalenza di un solo modello culturale: ci parliamo e siamo in grado di vivere assieme perché assumiamo tutti lo stesso format: parliamo tutti inglese (o magari cinese mandarino…), facciamo tutti le stesse cose, ci riferiamo tutti alla stessa economia, alla stessa politica, alla stessa cultura… Il secondo errore è speculare e altrettanto grave: pensare che difendere la propria autonomia sia credere alla propria autosufficienza, che l’orgoglio per la propria identità comporti la negazione delle identità altrui, che non la comunicazione ma la lotta per la sopraffazione (o al massimo la semplice e fredda tolleranza del diverso, la divisione del mondo fisico e di quello mentale in cittadelle fortificate) siano il destino dell’umanità.

Gli studiosi del comportamento umano chiamano joint attention task la capacità di interagire con altri al fine di cooperare per un obiettivo comune. Questo è anche il motore dell’apprendimento: tutte le ricerche – e l’esperienza di qualsiasi educatore – mostrano come sia indispensabile la collaborazione di chi apprende, il suo desiderio, la sua attenzione. Già il bambino chiede «Cosa è questa cosa?» e si attende una risposta dall’adulto. Senza la disponibilità del bambino al dialogo tutto il sapere dell’adulto sarebbe insufficiente a generare conoscenza. Come è stato notato anche da studiosi contemporanei Tommaso d’Aquino nella Summa teologica riconosceva la capacità dello Spirito Santo di metterci in un rapporto di joint attention task con Dio. Un Dio che è trinitario, quindi intrinsecamente comunicazione, un Dio che è persona, al quale ci si possa rivolgere con il tu. Aristotele, che pure descrive un Dio buono, potente ed eterno, non usa il tu della comunicazione, come farà invece Agostino scrivendo alla seconda persona singolare l’intero libro delle Confessioni. Anche da un punto di vista più strettamente sociologico si fa strada la percezione che attraverso il modello trinitario proposto dal cristianesimo sia possibile mettere insieme laicità e multiculturalità, identità e integrazione.

Sommario del libro:

“Comun I care”
Crescere e vivere nella infosfera
Due aspetti della comunicazione
Condividere con altri la mente 11
Colonizzare la mente di altri
La rappresentazione del mondo tra atto di conoscenza e forma di alienazione

Comunicazione e sfida educativa
Come si fa esperienza del mondo?
La vita ritoccata con Photoshop
Espressività o narcisismo?
Narciso e lo specchio
Gestire l’alterità e il conflitto
Le comunità dei pari
Prendersi cura attraverso la comunicazione
L’attesa
Casa di Socrate
Ci nutriamo di infosfera
Vietare o educare?
Ambiente e persona
Chi controlla la infosfera?
Tra Net e Inter-Net: una scelta di fondo (culturale e tecnologica)
La cura per un uso consapevole dei media
L’invasione della pubblicità
La cura per vivere con consapevolezza nella società della comunicazione
La responsabilità di prendersi cura
Il digitale terrestre e i suoi limiti

La comunicazione autentica, possibile solo tra soggetti liberi
Curare la crescita di un ambiente condiviso
Per comunicare anche solo in due occorre essere almeno in tre
Condividere un luogo per condividere la mente
Prendersi cura della narrazione: dalla famiglia alla polis
Famiglia come luogo di narrazione
La famiglia e il ruolo sociale dell’educazione
La polis come luogo dell’informazione veritiera
La polis e la nuova configurazione del territorio
Prendersi cura a scuola e nell’associazionismo
Ampliare le possibilità della formazione
L’uso sbagliato della rete
Da raccoglitori a cacciatori: curare la costruzione del sè
Prendersi cura della democrazia
Una grande opportunità: produrre e non solo consumare
Consumare servizi “a valore aggiunto”
Prosumer, l’illusione di essere soggetti attivi
Democrazia e informazione
Conclusioni
«Parlare in continuazione non significa comunicare»
Piccolo Glossario

Assuefatti. A tutto?

domenica 13 marzo 2011

Dialogando – di Anselmo Grotti

13 marzo 2011

Assuefatti. A tutto?

Entrando in una stanza illuminata con luce colorata percepiamo l’ambiente come colorato allo stesso modo. Tuttavia, dopo un po’ di tempo, ci abituiamo e non distinguiamo più il colore dominante. Adoperando per le prime volte un celebre dentifricio sentiamo molto nettamente un sapore salato che a molti non piace. Tuttavia, dopo un po’ di tempo, ne siamo assuefatti e non ci dà più fastidio. Se non puliamo regolarmente la casa e non arieggiamo gli ambienti, si forma un antipatico odore di stantio. Che è tale per chi ci viene a trovare da un altro ambiente. Noi che ci abitiamo tutti i giorni non ci facciamo caso.

La nostra casa da troppo tempo non cambia aria, non apre le finestre, non viene tenuta adeguatamente pulita. Ci andiamo assuefacendo praticamente a tutto. Verrà un tempo in cui sarà difficile comprendere come ciò sia stato possibile. In cui sarà difficile spiegare come non si sia corsi ad aprire le persiane e spalancare le porte.

Il Paese appare prigioniero di un incantesimo malvagio: chi governa ritiene di non dover rispondere a nessuno e chi è all’opposizione vive della rendita di posizione nella propria setta.

La magistratura deve fare il suo percorso, ma la politica intesa come bene comune non può affidarsi alla via giudiziaria. Nei paesi occidentali gli uomini politici rendono conto dei loro comportamenti ben prima delle sentenze, e anche in queste ultime settimane si sono dimessi per questioni molto meno rilevanti di quelle cui assistiamo in Italia.

Quante dosi di corrosione può reggere un sistema democratico prima di entrare in dissoluzione? La civile convivenza democratica non è un regalo gratuito caduto dal cielo, ma il frutto di un lungo, paziente e diffuso lavoro. L’Italia ha vissuto e vinto la terribile sfida del terrorismo nero e rosso alla Repubblica costituzionale. È preoccupante che l’attacco, la derisione, l’umiliazione alla Repubblica giungano oggi da rappresentanti di altissimo livello dello Stato.

Abbiamo sentito davvero di tutto in questi anni, è triste anche solo farne un elenco sommario. Ministri e segretari di importanti partiti esortare a mettere nel cesso il Tricolore. Capi di governo che giustificano l’evasione fiscale, attaccano la scuola pubblica, la Costituzione, la magistratura, il Presidente della Repubblica (ricordate: “si sa da che parte sta quello lì”). Preannunciano popoli interi pronti a insorgere e a prendere le armi. Parlamentari che dicono che “con la mafia si deve convivere”.

Accoglienze trionfali e indegni baciamano a violenti dittatori. Non c’era bisogno di arrivare a vedere i bombardamenti di Gheddafi il suo popolo per comprendere che le pur necessarie relazioni internazionali non implicavano affatto il miserevole atto di sottomissione del nostro Paese. Gheddafi aveva cacciato gli italiani nel 1969, sparato missili su Lampedusa, abbattuto un aereo di linea, insultato l’Italia in molte occasioni. Mig libici hanno svolto misteriose missioni nel nostro Paese, forse c’entrano con la strage di Ustica, sicuramente si sono schiantati nel nostro suolo.

Era surreale vedere due personaggi tronfi in piedi sulla jeep convinti di essere così tanto amati dalla gente (“tutto il mondo mi ama”, ha detto una settimana fa Gheddafi) e così immortali (non solo politicamente, a giudicare dallo spreco di tecnologie per capelli). L’Arma dei Carabinieri umiliata in uno spettacolo da circo per compiacere il dittatore ospite. E naturalmente il baciamano.

Una politica estera disastrosa. Il Presidente del Consiglio non gli ha telefonato per non disturbare (casomai Gheddafi, distratto dallo squillo del telefono, avesse perso la concentrazione per ordinare i bombardamenti sui civili).

Siamo assuefatti. Le immagini scorrono sugli schermi, eppure non è un film.

Il capo del governo è anche paladino dei valori. La scuola pubblica non inculca (…) i valori delle famiglie. Nessuno fa presente che i “valori” inculcati dalle reti mediaset non hanno molto rispettato quelli delle famiglie…

Siamo assuefatti perché siamo immersi in una marmellata mediatica? O siamo davvero fatti così?

Quando manca l’ossigeno si cerca aria, ma se si lascia passare troppo tempo la ricerca e l’azione lasciano il posto a un torpore progressivo, a un quieto lasciarsi andare.

Le finestre non saranno aperte da chi ha condiviso la responsabilità di questo lugubre incantesimo che attanaglia il Paese.

C’è invece tanta gente che fa onestamente il proprio lavoro, che non vive di rendita da una parte o dall’altra della barricata, attenta al bene comune. Questa gente non è assuefatta a tutto. 150 anni di storia nazionale e 65 di Repubblica si meritano qualcosa di meglio. Non scenari fastosi, narcisismi imbarazzanti, pietose simulazioni giovanilistiche di vecchi incapaci di accettare l’età, parole arroganti e tronfie.

Un po’ d’aria, di aria pulita.

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