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Lo sdoganamento del turpiloquio

mercoledì 3 marzo 2010
Riporto una interessante ricostruzione dell’ingresso del turpiloquio nelle trasmissioni televisive. L’argomento è poco piacevole ma la fonte molto autorevole. (si veda la pagina
http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/eloquio/ravesi.html
Non è indifferente la modalità con la quale ci esprimiamo. La volgarità dei comportamenti che emergono in questi mesi si intreccia con la volgarità, la violenza e la tremenda banalizzazione che cogliamo nel linguaggio di molti opinionisti, politici, ministri
Dunque, la Treccani.
Durante una trasmissione televisiva, di fronte a un pubblico diviso in due fazioni e assiepato sui gradoni di uno studio che ricorda piuttosto un’arena gladiatoria, il giovane regista emergente Michele Apicella sta per affrontare in un serrato faccia a faccia il regista rivale, Gigio Cimino, autore di un musical sulle lotte del ’68. Il moderatore (straordinariamente somigliante a un giovane Giampiero Mughini), con un «siete pronti? mi raccomando mettiamocela tutta», invita i due ad alzarsi in piedi e a confrontarsi. Dopo un silenzio da mezzogiornodi fuoco (sguardi di sfida dritti negli occhi), il Cimino attacca con pacata sicumera un discorso apologetico sul proprio modo di fare cinema. Apicella lo interrompe aggredendolo verbalmente, ma poi s’interrompe, non ce la fa ad andare avanti, non è a suo agio. Prontamente, il suo uomo d’angolo (un assistente-consigliere seduto alle sue spalle, sorprendentemente simile a un giovane Tatti Sanguineti) si alza dallo sgabello, chiede un time-out e sussurra qualcosa nell’orecchio di Michele: «Non mi va», risponde Michele con insofferenza. «È l’unica arma che abbiamo!», replica il secondo. Persuaso che lo strumento argomentivo suggeritogli sia l’ultima risorsa possibile, Apicella procede rivolgendosi di nuovo al Cimino: «A stronzo, e ffamme ’na pippa, anvedi ’sto bburino ancora parli, ma se n’ t’areggi ’n piedi, sei alto ’n cazzo e du’ bbarattoli, co’ no sputo t’affoghi, ma vvaffanculo va’, anvedi che ssei, a bbrutto stronzo». A questo punto il conduttore sollecita la dirimente votazione del pubblico in studio: la vittoria di Apicella è schiacciante (senza stupore né troppo rammarico il moderatore commenta: «la volgarità, purtroppo, ha trionfato ancora una volta»).
Il romanesco tra stereotipi e parolacce
Molti, nell’episodio, avranno riconosciuto una scena del film Sogni d’oro (1981) di Nanni Moretti, regista che, fra le altre cose, ha il dono di saper descrivere, e in certi casi prefigurare, le metaforfosi intervenute nel costume degli italiani dagli anni Settanta in poi. A questa dote va aggiunta «una spiccata sensibilità metalinguistica che rende l’opera di Moretti ricca di riflessioni e prese di posizione in tema di comportamenti linguistici» (cfr. Picchiorri, p. 109, cui rimando per un’eccellente disamina linguistica dei film morettiani).
Gli ingredienti linguistici del turpiloquio e del “romanaccio” buffonesco, greve e materiale, costituiscono la ricetta di base delle prime risse televisive. Telerissa è neologismo apparso nel 1981 (lo stesso anno di Sogni d’oro) con riferimento al programma di Gianfranco Funari Aboccaperta (e credo che l’arena televisiva parodiata da Moretti sia proprio questa), in cui due tribune contrapposte di ggente qualsiasi – che «parla come magna», a detta dello stesso Funari – si scontravano su un argomento qualsiasi (costume, politica, attualità, ecc.), aizzate da un anchormanperfettamente padrone del mezzo televisivo ed «efficace nell’uso della cadenza e dei modi del dialetto, cui diede la forza di grimaldello plebeistico per arrivare dritto al cuore del pubblico» (cfr. Novelli). In realtà, per trovare l’archetipo del talk-rissaoccorre retrocedere al 1980, quando Funari debuttò come conduttore sul piccolo schermo a Telemontecarlo con la trasmissione (rifiutata dalla Rai) Torti in faccia, poi ribattezzata Aboccaperta e infine, visto il successo, traslocata come tale su Raidue per volontà di Giovanni Minoli (dal 1984 fino al 1989). Fra alti e bassi, la carriera televisiva del nostro continua negli anni ’90, sempre dando «legittimità al senso comune dei ragionamenti da bar, alle trivialità di cui si nutre l’egoismo e l’individualismo atavico presente in tutti i men in the street» (cfr. Novelli). E di qui la deriva inarrestabile del funarismo (coniazione di Aldo Grasso: «Corriere della sera»,10 novembre 1991), che lo stesso Funari ha finito col deprecare: «Ormai non sanno più dire nemmeno le parolacce. Quando le dicevo io era diverso: se dicevo cazzo, si capiva che cazzo era» («La Repubblica», 5 gennaio 1999).
Dando un’occhiata alle date, si capisce che la grande svolta innovativa, quella con cui si dà il lasciapassare al turpiloquio teleschermico, avviene intorno agli anni Ottanta, quando si passa dalla paleotelevisione alla neotelevisione (coniazioni di Eco). Nell’epoca del monopolio di Stato (dal 1954 al 1976) l’attività televisiva era animata da una triplice vocazione: informare, divertire, istruire. Le scelte linguistiche favorivano quindi «il predominio d’un italiano medio, rispettoso (talora velleitariamente) della norma anche fonetica, nonché perbenista» (cfr. Raffaelli, p. 287). Erano tempi in cui agli addetti ai programmi si consigliava di dire mucca anziché vacca, cucinariaanziché culinaria (cfr. Migliorini, 1990, p. 17); in cui un ultraottantenne Cesare Zavattini provocò un piccolo terremoto tuonando cazzo! in diretta radiofonica, per rimarcare con forza un concetto cui teneva particolarmente (si trattava della rubrica Voi ed io, punto e a capo del 25 ottobre ’76). Naturalmente, anche in questa paleotelevisione, le strategie comunicative si andavano lentamente modificando. Specialmente dopo il ’70, infatti, «accanto all’italiano medio [...] cominciarono a presentarsi [...] fenomeni anche spiccati di matrice dialettale. Il parlato teleschermico andò così riducendo gradualmente – come da tempo aveva fatto il cinema – il proprio distacco dalla lingua viva [...]» (cfr. Raffaelli, p. 288), e nella lingua viva la parolaccia è moneta corrente. Ma la radicale metamorfosi avvenne col sistema radiotelevisivo misto, cioè con la dichiarazione di legittimità delle fonti private d’emittenza (1976) e il conseguente affermarsi nei network commerciali a copertura nazionale (Canale 5 esordì nel 1980), «e più tardi in un certo grado anche in quella pubblica, d’una programmazione condizionata dalla ricerca del consenso di massa e perciò tendente a privilegiare le scelte distensive, emarginando oppure spettacolarizzando anche i settori informativi e culturali» (cfr. Raffaelli, p. 289).
Da allora in poi la tv ha rinunciato alla sua originaria funzione pedagogica, a farsi strumento di promozione culturale, puntando piuttosto «a riflettere la realtà linguistica circostante; perso il suo potere di modello, ha conservato il potere amplificante di un grande ripetitore» (cfr. Antonelli, p. 117). Gli imperativi ora sono cambiati: «Primo divertire, poi informare, sempre meno istruire» (cfr. Beccaria, p. 103); ciò che resta di culturalmente stimolante è per lo più destinato agli insonni. Tale orgia dell’intrattenimento, va da sé, è da mettere «in relazione con la concorrenza legata agli investimenti pubblicitari, tanto maggiore quanto maggiore è l’audience del programma (documentata dal 1984 tramite i contestatissimi dati auditel)» (cfr. Antonelli, p. 115).
Poiché la tv “auditelizzata” non vende più programmi, ma contatti con il numero più alto possibile di potenziali acquirenti di un prodotto, è conveniente assecondare la presunta maggioranza, che – a quanto pare – avrebbe gusti prevalente voyeuristici ocircensi, eccitata com’è dalle battutacce da avanspettacolo, dal peto ammiccante, dal chiacchiericcio pneumatico, dalle confidenze intime, dal disagio esistenziale messo in piazza, dai lacrimoni in diretta, dagli sfoghi istintivi, dalle risse e da altri beceri spettacoli. L’ondata salottiera dei talk show (la prima di quelle “neotelevisive”: cfr. Menduni) è il fenomeno mediatico che – s’è detto – ha fatto saltare il tappo della repressione verbale in tv.
In questo contesto nasce il funarismo, con la sua volgarità casereccia e “stradarola”, scurrile e tuttavia bonaria, ma nasce anche lo sgarbismo, pratica del tutto differente – che peraltro non si giova di un potenziamento dialettofonico –, centrata sulla sinergia fra una trivialità coprolalica e sclerotica e un’arroganza lucida e premeditata. Lo sgarbismo, ovviamente antonomastico da Vittorio Sgarbi (sembra un nome d’arte, ma non lo è), funziona così: si dà della stronza a un’innocua professoressa col pallino della poesia, portandola quasi alle lacrime (nel 1987 al Maurizio Costanzo Show); si auspica in diretta la morte a un illustre critico d’arte («Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte»: sempre al Costanzo Show nel 1989); si getta un bicchiere d’acqua in faccia a un collega (Roberto D’Agostino) per poi essere presi a schiaffi da quest’ultimo (nel ’91 durante una puntata de L’istruttoria condotto da Giuliano Ferrara); ci si rivolge a uno scomodo giornalista (il documentato e impassibile Marco Travaglio) dandogli ripetutamente del pezzo di merda, ma non solo («sei un pezzo di merda, pezzo di merda puro»: durante la puntata del 1° maggio 2008 di Annozero, condotta da Michele Santoro). Ciò fatto si aspetta la reazione indignata della stampa, che immancabilmente arriva facendo la fortuna dell’offensivo stratega. Questa operazione consente facilmente, per esempio, di passare da un modesto stipendio da ricercatore universitario a quello ben più cospicuo del parlamentare, per giunta enormemente arrotondato dai gettoni di presenza per apparizioni televisive e serate varie.
Parole spinte, cioè parole-spinta
L’insulto, l’ingiuria, la parolaccia, sono ormai definitivamente passati dalla sfera del privato a quella del pubblico. Le parole spinte hanno assunto la funzione mediatica di «parole-spinta»: stando ai grandi comunicatori sono telegeniche e – oltre ad arricchire qualcuno, o quanto meno a trovargli un mestiere – producono udienza (cfr. Beccaria, p. 51). Qualche anno fa la società di indagini Eta Meta Research ha condotto un monitoraggio delle reti nazionali per individuare ogni quanti minuti, mediamente, viene pronunciata una parolaccia o un’espressione volgare in tv (cfr. «Corriere della sera» e «La Repubblica» del 2 novembre 2003). Risulta che, nelle trasmissioni televisive italiane, l’indecenza ricorre ogni 21 minuti, ore notturne e fasce protette comprese. Contestualmente si sono intervistati 130 esperti tra psicologi, linguisti e pubblicitari, chiedendo loro un’interpretazione del dato statistico. La maggior parte di essi ritiene che i programmi più pericolosi in fatto di volgarità siano quelli di intrattenimento legati all’attualità e al costume (ovviamente, direi). Preoccupa soprattutto la giuliva connivenza dello spettatore nell’accogliere le parolacce; una complicità – ricercata dai programmisti – che contribuisce non poco a sdoganare il linguaggio osceno e a favorirne la normale assunzione nel linguaggio comune, specie se i fiori d’eloquenza sbocciano da personaggi famosi che vengono presi a modello. Ma è soprattutto interessante che il 73% degli intervistati pensa che questo abuso di volgarità non sia tanto uno “specchio dei tempi” quanto una scelta ragionata dei responsabili dei programmi, fatta col deliberato obiettivo di alzare l’ascolto.
L’antilinguaggio dei reality show
Va da sé che i più colpiti dall’inflazione del turpiloquio siano soprattutto i bambini e gli adolescenti, per i quali la televisione – come rimarca Saro Trovato, presidente di Eta Meta Research – sembra essere una vera e propria «enciclopedia della volgarità» (da un’analoga e più recente ricerca della Eta Meta Research sulla violenza in tv emerge che le forme di violenza verbale – urla, litigi, minacce e insulti – sono presenti sul teleschermo con una frequenza di una ogni 5 minuti, e che, per la maggioranza degli esperti intervistati, i reality show siano i programmi più a rischio, seguiti a ruota dai talk show: cfr. «La Repubblica», 17 settembre 2004).
Il trionfo della tv spazzatura è stato sancito definitivamente dall’avvento dei reality, la terza ed esiziale ondate di neotelevisione (dopo il talk show e il contenitore-cornice tipo Domenica in: cfr. Menduni). In pratica, il Grande fratello («la trasmissione-elogio dell’antilinguaggio»: cfr. Beccaria, p. 102) e i cui cloni – L’isola dei famosi, La fattoria, ecc. –, col proposito di titillare la curiosità morbosa del telespettatore, fanno perno proprio sulla pubblicizzazione dell’intimità e sull’infrazione dell’interdetto, di ciò che davanti a tutti non si dovrebbe dire (o fare). Va detto che i discinti e disinibiti protagonisti del GF si trovano in una situazione che di per sé favorisce l’espressione di contenuti di tipo sessuale e scatologico: quella del gruppo costretto in ambienti chiusi (si pensi alle scolaresche e alle caserme). In una tale consorteria iniziatica «vige la legge per cui, chi non usi abbondantemente di quel linguaggio (e non tenga contemporaneamente un determinato contegno e non rispetti dati valori), non ne fa ancora parte di diritto e solo quando vi si conforma è veramente “uno dei loro”» (cfr. Galli de’ Paratesi, p. 46). Il loro turpiloquio adolescenziale – per quello che ha di spontaneo – si potrebbe considerare in parte un «gergo di tipo affettivo [...], non nato da esigenze pratiche criptolaliche, come quello che propriamente si definisce gergo, quanto piuttosto dal desiderio di saldare il gruppo con legami speciali» (ibid.). Tuttavia, va anche detto che «spesso la tv spaccia per reali modalità espressive che al parlato spontaneo fanno solo il verso», assolutizzando «unicamente la fascia dei registri e dei livelli più bassi» (cfr. Antonelli, p. 117). Ed è proprio il caso dei reality come il GF, figli di un’«esasperazione dell’iperrealismo televisivo» che ha piegato a scopi sensazionalistici lo «specchio delle lingue» del parlato teleschermico (cfr. Simone) facendone uno «specchio deformante» (cfr. Antonelli, p. 117).
Il turpiloquio dei politici merita una trattazione a sé stante Per cui mi limito qui a considerare che non solo la televisione diffonde le intemperanze verbali degli onorevoli – circostanza che, peraltro, rischia di favorire una crescita di aggressività e di intolleranza nella società civile –, ma che ne ha profondamente informato il modo di comunicare, a tal punto che «si potrebbe parlare di reality show della politica» (cfr. Gualdo-Dell’Anna, p. 25). Durante la cosiddetta Seconda Repubblica, «la mediatizzazione e la spettacolarizzazione dello scontro, hanno semplificato drasticamente il linguaggio», sicché dal politichese si è passati algentese (ibid.). Tra le forme della semplicità rientra appunto l’aggressività verbale: ormai, «apostrofare l’avversario con parolacce e insulti rientra nell’irriducibile diritto di critica e denuncia dei parlamentari eletti dal popolo; così ha stabilito, ai primi di febbraio 2004, una delibera della Camera» (Gualdo-Dell’Anna, p. 26). E pare che per il presidente del consiglio il diritto si estenda anche agli elettori, che egli ha piena facoltà di insultare qualora non siano intenzionati a votarlo, nella fattispecie (Vicenza, aprile 2006, convegno di Confcommercio) chiamandoli «coglioni» (sic! Berlusconi) dall’alto del suo pulpito; un po’ come Sid Vicious che dal palco sputava sul pubblico accorso ai suoi concerti.
Testi citati
Antonelli Giuseppe, L’italiano nella società della comunicazione, Bologna, il Mulino, 2007.
Arcangeli Massimo, Lingua e società nell’era globale, Roma, Meltemi, 2005.
Beccaria Gian Luigi, Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, Milano, Garzanti, 2006.
Belli Giuseppe Gioachino, Sonetti, a cura di P. Gibellini, comm. di G. Vigolo, Milano, Mondadori, 1990.
Boggione Valter – Casalegno Giovanni, Dizionario storico del lessico erotico italiano, Milano, Longanesi & C., 1996.
Cortelazzo Manlio – Zolli Paolo, Dizionario etimologico della lingua italiana [= DELI], 2a ed., Bologna, Zanichelli, 1999.
Eco Umberto, TV: la trasparenza perduta, in Id., Sette anni di desiderio, Milano, Bompiani, 1983, pp. 163-179.
Galli de’ Paratesi Nora, Semantica dell’eufemismo. L’eufemismo e la repressione verbale con esempi tratti dall’italiano contemporaneo, Torino, Giappichelli, 1964 (poi Le brutte parole: semantica dell’eufemismo Milano, Mondadori, 1969).
Grasso Aldo, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 2004.
Gualdo Riccardo – Dell’Anna Maria Vittoria, La faconda Repubblica, Lecce, Manni, 2004.
Longhi Silvia, Lusus. Il capitolo burlesco nel Cinquecento, Padova, Editrice Antenore, 1983.
Menduni Enrico, I linguaggi della radio e della televisione. Teorie e tecniche, Roma-Bari, Laterza, 2002.
Migliorini Bruno, La lingua italiana del Novecento, Firenze 1990
Novelli Silverio, Funari, la parola(ccia) alla “ggente”, 2008, in www.treccani.it.
Picchiorri Emiliano, Le parole sono importanti. Appunti sulla lingua dei film di Nanni Moretti, in «Studi linguistici italiani», xxxiii, 2007, pp. 109-125.
Raffaelli Sergio, Il parlato cinematografico e televisivo, in Storia delle lingua italiana, ii. Scritto e parlato, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 1994, pp. 271-90, in partic. pp. 285-90.
Serianni Luca, L’immagine del romanesco negli ultimi due secoli, in ID., Viaggiatori, musicisti, poeti. Saggi di storia della lingua italiana, Milano, Garzanti, 2002, pp. 89-109.
Simone Raffaele, Specchio delle mie lingue, in «Italiano & oltre», ii, 1987, pp. 53-59.
Trifone Pietro, Roma e il Lazio, in L’italiano nelle regioni. Lingua nazionale e identità regionali, a cura di F. Bruni, Torino, UTET, pp. 540–93.
*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998), ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Attualmente è in corso di stampa il suo articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni) per gli atti del convegno Iacopone poeta (Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005); sta preparando una relazione su La lingua del laudario Oliveriano per il Convegno internazionale La vita e l’opera di Iacopone da Todi (Todi, 3-7 dicembre 2006); sta curando la trascrizione del cod. Oliveriano 4 in vista dell’ed. critica del “Laudario” iacoponico a cura di Lino Leonardi.

Soffiare sul fuoco?

lunedì 1 febbraio 2010
La presenza di un forte movimento migratorio in Italia è al tempo stesso una opportunità, un problema e un dato ineluttabile.
Il fatto che sia un problema non deve essere sottaciuto, a patto di dirlo per cercare di risolverlo. Invece si ha l’impressione che chi grida con tanto fervore al pericolo di invasione non ha nessuna intenzione di contribuire, se non a risolverlo, almeno a ridurlo. Cerca il problema, gli fa comodo, lo amplifica. Amplifica le paure, cerca lo scontro, sa che la sua rendita di potere e consenso è legata alla crescita dell’allarme sociale. Se per incanto si potessero risolvere i problemi, che fine farebbero certi politici che vivono delle tensioni che essi provocano?
Perfino la Conferenza Episcopale Italiana è dovuta intervenire per ricordare che gli immigrati delinquono quanto gli italiani.
“Mi riferisco a tutta quella fantasia di sindaci e amministratori vari che prevedono solo sanzioni e non affrontano le  questioni sociali  con l’aumento dei servizi. La gente quest’anno ha applaudito con convinzione ogni tipo di sanzione che facesse sparire dalla nostra vista i poveri. Sembrava una questione di galateo. Invece è una sottile, a volte inconfessabile, violenza” (Monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiano, a FC 1-2010).
Tra pochi giorni, come periodicamente accade nella mia scuola e come accade in molte altre scuole, consegneremo un centinaio di attestati di conoscenza  della lingua e della cultura italiane ad altrettanti immigrati, di una sessantina di Paesi diversi. Gente che è venuta tra i banchi, pur in mezzo agli impegni di lavoro e di famiglia.  Non poche volte con titoli di studio mediamente superiori a quelli italiani.
La scuola ha disinnescato e sta disinnescando molte tensioni. Occorre permetterle di continuare a lavorare per l’integrazione – anche se questo toglie spazio alla paura e al consenso che su di essa si basa.

Dalla guerra alla pace

sabato 2 gennaio 2010
L’inizio dell’anno è dedicato alla pace. E non è una pia esortazione, ma un segno forte di quali siano le condizioni per una vita umana sulla terra.
Lo dice Benedetto XVI nel suo messaggio in occasione del primo gennaio.
Le guerre iniziano strombazzando alti motivazioni e nobili scopi. Ma si impantanano in effetti perversi, in drammi diffusi, in odio che cresce, in sofferenze nascoste e che si trasmettono di generazione in generazione.
Giovanni Paolo II rimase da solo a condannare la guerra in Irak. Sappiamo poi come sono andata le cose, e non è una grande soddisfazione poter dire che aveva ragione.

Mi è giunto pochi giorni prima di Natale il piccolo periodico delle Piccole Sorelle di Gesù, “Notizie delle fraternità” (Iesus Caritas). Ecco come termina l’articolo delle Piccole Sorelle in Irak (dove sono presenti dal 1955):
“Il Paese è stato completamento distrutto, prima dalla guerra del Kuwait, poi dalle sanzioni economiche e in seguito da ciò che comporta la presenza dell’esercito americano. Questa situazione è più dolorosa di quella vissuta al tempo di Saddam, quando almeno c’era un buon livello di assistenza nelle scuole, nelle università e negli ospedali, dove tutti potevano usufruire delle cure.
Ci si chiede come si può arrivare a una tale distruzione. Malgrado tutto, manteniamo la speranza nell’avvenire e che il Signore non dimenticherà il sio popolo” (“Notizie delle fraternità”, n. 34, 2009-2010, p. 11).

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Ha detto bene il vescovo di Lugano monsignor Pier Giacomo Grampa, quando ha osservato che «la maggioranza di chi ha detto no ai minareti, non l’ha fatto per difendere l’identità cristiana, ma per blindare il proprio egoismo». Il “sì” in Svizzera, cioè il “no” ai minareti, ha vinto nei cantoni dove gli immigrati sono pochi. Ha perso a Basilea e a Zurigo, dove l’integrazione funziona.
L’Osservatore Romano ha scritto che i “minareti” sono “come i crocifissi”, perché «la religione non può essere un fatto privato». Vietare la preghiera e i richiami a essa è una bestemmia contro Dio. Qualcuno ci prova, ogni tanto, anche col suono delle campane, per una questione di “ecologia” acustica. Eppure, dai minareti svizzeri nessun muezzin alza la voce. Sono simbolo di preghiera. E niente di più.

Qualche tempo fa andava di moda predicare l’ateismo. Ora sentiamo predicare con grande enfasi la necessità della “religione”, ma sono leciti molti dubbi in proposito.
Nel 1933 anche Hitler propugnava una “religione”, certamente non quella cristiana:
“Per il nostro popolo la religione è una quesione capitale. Tutto dipende dal fatto di sapere se essa resterà fedele alla tradizione giudaico-cristiana e alla morale servile della pietà, o se invece avrà una nuova fede, forte ed eroica, in se stessa e in un Dio inseparabile dal suo destino e dal suo sangue” (citato da Rauschining, Hitler mi ha detto, Roma, Edizioni delle Catacombe, 1944).

Addestrati a consumare

mercoledì 2 dicembre 2009
 

Scrive in questi giorni Il Corriere della Sera:

“Qualche mese fa la Confederazione europea delle associazioni giovanili ha lanciato l’allarme: il credit crunch rischia di trasformarsi in uno youth crunch, ossia in una vera e propria morsa “stritola-giovani”. Gli ultimi dati Eurostat e Ocse sulle forze di lavoro segnalano che lo scenario si sta purtroppo avverando. Nel primo trimestre 2009 il numero di disoccupati Ue, al di sotto dei 24 anni, ha raggiunto i cinque milioni. In termini percentuali, la disoccupazione giovanile è non solo più del doppio rispetto a quella totale (18,3% di contro l’8,3%) ma sta crescendo molto più velocemente. Come sottolinea il rapporto Ocse sull’occupazione 2009, la crisi sta ricreando quel solco generazionale nell’accesso al lavoro che le economie europee avevano cominciato faticosamente a colmare a partire dal 2005.

L’Italia si trova in condizioni particolarmente gravi. La disoccupazione fra gli under 24 ha superato il 25% negli ultimi mesi: 5 punti in più dell’anno scorso, mezzo milione di ragazze e ragazzi. Nella classifica europea siamo superati solo da Spagna e Lettonia. Conosciamo la principale causa del fenomeno: i giovani accedono al mercato del lavoro essenzialmente tramite contratti “a-tipici” e questi sono stati i primi ad essere falcidiati dalla crisi. Come ben spiega una recente ricerca di Berton, Richiardi e Sacchi (Flex-insecurity, Il Mulino) nel nostro Paese la flessibilità ha generato una “precarietà” di lavoro e di vita che si concentra fra le categorie socialmente e anagraficamente più deboli. Anche negli altri Paesi, molti giovani all’inizio devono arrangiarsi con dei “lavoretti”. Ma si tratta di una fase relativamente breve, tutelata da trasferimenti pubblici in caso di disoccupazione, e spesso accompagnata da percorsi di consolidamento formativo e addestramento professionale. Nel nostro Paese la transizione scuola-lavoro è molto più difficile e accidentata. Se non riescono a saltare il fossato che li separa dai segmenti buoni e “garantiti” del mercato occupazionale, i giovani italiani restano a lungo intrappolati nel limbo dell’insicurezza, con intervalli senza lavoro e senza reddito che ora tendono a diventare più lunghi e frequenti. Quando il contratto non viene rinnovato, l’unico ammortizzatore affidabile resta la famiglia.

Oltre alla disoccupazione in senso stretto, la crisi rischia però di aggravare una sindrome ancora più preoccupante del nostro mondo giovanile: l’inattività “improduttiva”. In Italia è molto alto il numero di under 24 (compresi numerosi teenager) che non fanno nulla: non studiano, non hanno un lavoro e non lo cercano attivamente (e dunque non sono, tecnicamente, disoccupati) non partecipano ad alcun programma formativo. È vero che i giovani cosiddetti “Neet” (not in education, employment or training) sono in crescita in tutta Europa. Ma secondo le stime della Commissione europea, l’Italia è il Paese con la percentuale più alta: circa il 22% nel gruppo di età 20-24, un livello superato solo da Romania e Bulgaria. Da noi chi entra nella condizione di Neet tende inoltre a restarvi più a lungo (anche anni): per scoraggiamento, assenza di alternative, semplice inerzia. Quali prospettive si aprono ad un Paese che non offre opportunità, stimoli e incentivi ai propri giovani?

Come siamo arrivati al punto che un italiano su cinque fra i 20 e i 24 anni si è ridotto a “non far nulla”, a non essere coinvolto e impegnato in quelle attività da cui dipende il percorso della vita adulta? E, soprattutto, come uscire da questa situazione? Fra i tanti dibattiti d’autunno, sarebbe auspicabile fare un po’ di spazio anche a queste domande. Si sostiene spesso che le caratteristiche del nostro sistema bancario e finanziario ci abbiano protetto dagli effetti più devastanti del credit crunch. Senza azioni concrete e ambiziose a favore dei giovani, siamo però destinati a registrare lo youth crunch più intenso d’Europa. Un primato disastroso: vorrebbe dire che abbiamo davvero “stritolato” una generazione di italiani e, con essa, le nostre prospettive di benessere e sviluppo per i prossimi decenni”.

Che cosa abbiamo fatto in questo Paese? Come abbiamo potuto distruggere la formazione, il desiderio di mobilità sociale tramite l’istruzione, l’impegno, la creatività e il lavoro vero?

Accade in Italia

domenica 1 novembre 2009
Dire che qualcuno è primus super pares ci porta a un livello di cultura giuridico-politica inferiore a quella di Lancillotto (che almeno sedeva a una tavola rotonda). Ah, l’oscuro Medioevo…

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E poi Berlusconi conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà ghe pensi mi». (13 ottobre)

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Brunetta sullo scudo fiscale: “la maggior parte di questi soldi non sono frutto di criminalità, ma semplicemente della spinta del voler pagare meno o per niente le tasse” (il Messaggero). La lingua italiana, se rispettata nella sua logica, ha davvero una portata rivoluzionaria.
La tassa sui capitali che rientrano con lo scudo è del 5%. Non lo Stato in generale li riscuoterà, ma direttamente la Presuidenza del Consiglio, che li userà come è stato detto con fine espressione “per i bisognosi”. Soldi pronti per le limosine e il consenso. Le banche, senza far nulla, incasseranno il resto.  Intanto le borse di studio per i ragazzi delle scuole (circa 250 euro forniti dagli enti locali o dagli istituti scolastici stessi, con grande sforzo visti i magri bilanci) sono soggette a ritenuta d’acconto del 23%. Meritocrazia.

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Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora piùà insidioso, un nemico che ci lusinga. Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre. Non ci confisca i beni, ma ci arricchisce per darci la morte. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e oniorandoci nel Palazzo. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore. Non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro“. Ilario di Poitiers, IV secolo.

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Finezza d’altri tempi alla festa della Libertà di Benevento: Berlusconi dice «La stampa estera sputtana il premier, democrazia e il nostro Paese»«Basta insulti e volgarità, sono stato eletto dal popolo». (Corriere della Sera, 11 ottobre). Avete letto bene: dice “basta volgarità“.

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Tra Legnano e Cerro Maggiore, dove il 29 maggio 1176 la Lega lombarda sconfisse il centralismo imperiale, oggi c’è un gigantesco cinema multisala, uno dei primi e dei più grandi del Nord Italia; e ovviamente danno «Barbarossa». Gran dispendio di scenografie e atmosfere molto solenni. Eppure il rapporto della Lega Nord con la cultura incontra qualche difficoltà. Anche quando si tratta di uomini di cultura che hanno da sempre e giustamente valorizzato le ricche tradizioni lombarde, venete e in generale del Nord. Si veda uil caso del poetra Andrea Zanzotto, un nome straordinario della cultura, 88 anni, di Pieve di Soligo, che ha utilizzato la bellissima lingua del suo paese. Ma che definisce “una peste” la Lega Nord. Ha detto Zanzotto: «Questi veneti attuali, magari della Lega… anzi, è come una peste quella, perché vuol convincere ogni paese che è il meglio del meglio. Si pretenderebbe di rappresentare con la Lega una specie di aristocrazia. Ma quello che sta avvenendo ha poco a che fare con l’identità: l’identità cambia nel tempo, non è una cosa stabile e immutabile». E più avanti, il poeta che così spesso ha usato la lingua madre per le sue liriche, si rammarica: «Provo un senso di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non inventano neanche un buon dialetto. Io ho bisogno del mio vecchio paesaggio veneto, il Piave, il Grappa, il Montello, le Prealpi con le loro vette basse che formano una serie di emme e enne. Il paesaggio per me parla». Il sindaco di Verona ha replicato: «Se parliamo di politica ed elezioni, Zanzotto è uno dei 4 milioni di elettori veneti e il suo voto contro la Lega è uno di questi 4 milioni. Per fortuna, molti altri non la pensano come lui». E Giancarlo Galan, governatore berlusconiano del Veneto: “Usare quella parola, peste, per definire la Lega mi è sembrato del tutto fuori luogo. E se posso aggiungere una cosa, nel recente libro-intervista di Zanzotto ‘In questo progresso scorsoio’ ho trovato giudizi sul Veneto assolutamente conservatori, figli di una nosta gia che ha un senso se di­venta poesia, ma se si declina in giudizio politico è semplicemente sbagliata». Ha scritto Omilos, associazione culturale del Trevigiano: “Si accusa Zanzotto di desiderare che i Veneti siano poveri, lo si accusa di essere slegato dal suo territorio, di essere un “aristocratico”. Accuse risibili per un poeta che è stato, è, la voce più alta sincera, acuta, intima della sua terra; per un poeta che il Veneto l’ha cantato in veneto, nel dialetto dei padri, della gente; per un poeta che alla gente, alla terra, ai fiori, alle erbe, ai sassi, alle zolle del Veneto ha votato la sua ispirazione. E’ vero però che Zanzotto è un “aristocratico”, nel senso etimologico della parola. Aristos, in greco, significa “ottimo, il migliore, il più idoneo” e il poeta di Pieve è senza dubbio una delle migliori voci poetiche che il mondo oggi possa far echeggiare sulla sua superficie contaminata, anche dalla superficialità e dall’incomprensione.”
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Intanto “Barbarossa” continua ad essere visto. Magari qualcuno potrebbe rendersi conto che il film racconta l’eroica resistenza di un gruppo di uomini del Sud contro un potere politico accentratore che veniva dal Nord. Non so se è chiedere troppo, ma potrebbe addirittura ricordarsi di un passo di Thomas Mann nel quale si parla con simpatia di un liutaio di Bergamo definendolo come “un bel giovane meridionale“.

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Bossi ama il “Va’ pensiero”. E fa proprio bene. Molto più discutibile l’idea di farne il nuovo inno nazionale italiano. Sarebbe bene conoscere un po’ di storia lombarda. La “prima” del Nabucco al Teatro alla Scala ci fu nel 1842.
Giuseppe Verdi dedicò la sua bellissima opera a una arciduchessa austriaca. Molto tempo dopo lo si caricò di valori patriottici – come avvenne a molti altri cori di Bellini e Rossini. Nel 1847 Verdi incontrò Mazzini a Londra. Composero assieme un inno nazionale: Suona la tromba, 1848, con versi di Goffredo Mameli. Mazzini preferì poi alla musica di Verdi quella di Michele Novaro. Infine. Verdi era “padano” doc, ma assolutamente favoprevole alla unità d’Italia: fu anche deputato al primo Parlamento nazionale nel 1860.

Accade in Italia

domenica 1 novembre 2009

Dire che qualcuno è primus super pares ci porta a un livello di cultura giuridico-politica inferiore a quella di Lancillotto (che almeno sedeva a una tavola rotonda). Ah, l’oscuro Medioevo…

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E poi Berlusconi conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà ghe pensi mi». (13 ottobre)

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Brunetta sullo scudo fiscale: “la maggior parte di questi soldi non sono frutto di criminalità, ma semplicemente della spinta del voler pagare meno o per niente le tasse” (dichiarazione riportata da vari giornali, tra cui la Repubblica e il Messaggero). La lingua italiana, se rispettata nella sua logica, ha davvero una portata rivoluzionaria.
La tassa sui capitali che rientrano con lo scudo è del 5%. Non lo Stato in generale li riscuoterà, ma direttamente la Presuidenza del Consiglio, che li userà come è stato detto con fine espressione “per i bisognosi”. Soldi pronti per le limosine e il consenso. Le banche, sena far nulla, incasseranno il resto.

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Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora piùà insidioso, un nemico che ci lusinga. Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre. Non ci confisca i beni, ma ci arricchisce per darci la morte. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e oniorandoci nel Palazzo. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore. Non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro“. Ilario di Poitiers, IV secolo.

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Finezza d’altri tempi alla festa della Libertà di Benevento: Berlusconi dice «La stampa estera sputtana il premier, democrazia e il nostro Paese»«Basta insulti e volgarità, sono stato eletto dal popolo». (Corriere della Sera, 11 ottobre). Avete letto bene: dice “basta volgarità”.

 

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Tra Legnano e Cerro Maggiore, dove il 29 maggio 1176 la Lega lombarda sconfisse il centralismo imperiale, oggi c’è un gigantesco cinema multisala, uno dei primi e dei più grandi del Nord Italia; e ovviamente danno «Barbarossa». Gran dispendio di scenografie e atmosfere molto solenni. Eppure il rapporto della Lega Nord con la cultura incontra qualche difficoltà. Anche quando si tratta di uomini di cultura che hanno da sempre e giustamente valorizzato le ricche tradizioni lombarde, venete e in generale del Nord. Si veda uil caso del poetra Andrea Zanzotto, un nome straordinario della cultura, 88 anni, di Pieve di Soligo, che ha utilizzato la bellissima lingua del suo paese. Ma che definisce “una peste” la Lega Nord. Ha detto Zanzotto: «Questi veneti attuali, magari della Lega… anzi, è come una peste quella, perché vuol convincere ogni paese che è il meglio del meglio. Si pretenderebbe di rappresentare con la Lega una specie di aristocrazia. Ma quello che sta avvenendo ha poco a che fare con l’identità: l’identità cambia nel tempo, non è una cosa stabile e immutabile». E più avanti, il poeta che così spesso ha usato la lingua madre per le sue liriche, si rammarica: «Provo un senso di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non inventano neanche un buon dialetto. Io ho bisogno del mio vecchio paesaggio veneto, il Piave, il Grappa, il Montello, le Prealpi con le loro vette basse che formano una serie di emme e enne. Il paesaggio per me parla». Il sinda co di Verona ha replicato: «Se parliamo di politica ed elezioni, Zanzotto è uno dei 4 milioni di elettori veneti e il suo voto contro la Lega è uno di questi 4 milioni. Per fortuna, molti altri non la pensano come lui». E Giancarlo Galan, governatore berlusconiano del Veneto: “Usare quella parola, peste, per definire la Lega mi è sembrato del tutto fuori luogo. E se posso aggiungere una cosa, nel recente libro-intervista di Zanzotto ‘In questo progresso scorsoio’ ho trovato giudizi sul Veneto assolutamente conservatori, figli di una nosta gia che ha un senso se di­venta poesia, ma se si declina in giudizio politico è semplicemente sbagliata». Ha scritto Omilos, assopciazione culturale del Trevigiano: “Si accusa Zanzotto di desiderare che i Veneti siano poveri, lo si accusa di essere slegato dal suo territorio, di essere un “aristocratico”. Accuse risibili per un poeta che è stato, è, la voce più alta sincera, acuta, intima della sua terra; per

domenica 1 novembre 2009

Dire che qualcuno è primus super pares ci porta a un livello di cultura giuridico-politica inferiore a quella di Lancillotto (che almeno sedeva a una tavola rotonda). Ah, l’oscuro Medioevo…

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E poi Berlusconi conclude il suo intervento: «Voi imprenditori pensate al benessere, per democrazia e libertà ghe pensi mi». (13 ottobre)

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Brunetta sullo scudo fiscale: “la maggior parte di questi soldi non sono frutto di criminalità, ma semplicemente della spinta del voler pagare meno o per niente le tasse” (dichiarazione riportata da vari giornali, tra cui la Repubblica e il Messaggero). La lingua italiana, se rispettata nella sua logica, ha davvero una portata rivoluzionaria.
La tassa sui capitali che rientrano con lo scudo è del 5%. Non lo Stato in generale li riscuoterà, ma direttamente la Presuidenza del Consiglio, che li userà come è stato detto con fine espressione “per i bisognosi”. Soldi pronti per le limosine e il consenso. Le banche, sena far nulla, incasseranno il resto.

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Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora piùà insidioso, un nemico che ci lusinga. Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre. Non ci confisca i beni, ma ci arricchisce per darci la morte. Non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e oniorandoci nel Palazzo. Non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore. Non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro“. Ilario di Poitiers, IV secolo.

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Finezza d’altri tempi alla festa della Libertà di Benevento: Berlusconi dice «La stampa estera sputtana il premier, democrazia e il nostro Paese»«Basta insulti e volgarità, sono stato eletto dal popolo». (Corriere della Sera, 11 ottobre). Avete letto bene: dice “basta volgarità”.

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Tra Legnano e Cerro Maggiore, dove il 29 maggio 1176 la Lega lombarda sconfisse il centralismo imperiale, oggi c’è un gigantesco cinema multisala, uno dei primi e dei più grandi del Nord Italia; e ovviamente danno «Barbarossa». Gran dispendio di scenografie e atmosfere molto solenni. Eppure il rapporto della Lega Nord con la cultura incontra qualche difficoltà. Anche quando si tratta di uomini di cultura che hanno da sempre e giustamente valorizzato le ricche tradizioni lombarde, venete e in generale del Nord. Si veda uil caso del poetra Andrea Zanzotto, un nome straordinario della cultura, 88 anni, di Pieve di Soligo, che ha utilizzato la bellissima lingua del suo paese. Ma che definisce “una peste” la Lega Nord. Ha detto Zanzotto: «Questi veneti attuali, magari della Lega… anzi, è come una peste quella, perché vuol convincere ogni paese che è il meglio del meglio. Si pretenderebbe di rappresentare con la Lega una specie di aristocrazia. Ma quello che sta avvenendo ha poco a che fare con l’identità: l’identità cambia nel tempo, non è una cosa stabile e immutabile». E più avanti, il poeta che così spesso ha usato la lingua madre per le sue liriche, si rammarica: «Provo un senso di fastidio, perché manipolano il dialetto come vogliono, non inventano neanche un buon dialetto. Io ho bisogno del mio vecchio paesaggio veneto, il Piave, il Grappa, il Montello, le Prealpi con le loro vette basse che formano una serie di emme e enne. Il paesaggio per me parla». Il sinda co di Verona ha replicato: «Se parliamo di politica ed elezioni, Zanzotto è uno dei 4 milioni di elettori veneti e il suo voto contro la Lega è uno di questi 4 milioni. Per fortuna, molti altri non la pensano come lui». E Giancarlo Galan, governatore berlusconiano del Veneto: “Usare quella parola, peste, per definire la Lega mi è sembrato del tutto fuori luogo. E se posso aggiungere una cosa, nel recente libro-intervista di Zanzotto ‘In questo progresso scorsoio’ ho trovato giudizi sul Veneto assolutamente conservatori, figli di una nosta gia che ha un senso se di­venta poesia, ma se si declina in giudizio politico è semplicemente sbagliata». Ha scritto Omilos, assopciazione culturale del Trevigiano: “Si accusa Zanzotto di desiderare che i Veneti siano poveri, lo si accusa di essere slegato dal suo territorio, di essere un “aristocratico”. Accuse risibili per un poeta che è stato, è, la voce più alta sincera, acuta, intima della sua terra; per un poeta che il Veneto l’ha cantato in veneto, nel dialetto dei padri, della gente; per un poeta che alla gente, alla terra, ai fiori, alle erbe, ai sassi, alle zolle del Veneto ha votato la sua ispirazione. E’ vero però che Zanzotto è un “aristocratico”, nel senso etimologico della parola. Aristos, in greco, significa “ottimo, il migliore, il più idoneo” e il poeta di Pieve

Lo Stato di diritto

mercoledì 7 ottobre 2009
In ogni stato democratico si può legittimamente essere di sinistra, di centro, di destra condividendo alcuni valori di fondo, le regole del confronto politico, il rispetto per le istituzioni e il diritto. Sono tutte realtà che durano molto più a lungo della carriera di un singolo politico, della vicenda di un partito, della sorte di una ideologia. Abbiamo vissuto anomalie evidenti nella vita politica italiana. Niccolò Ghedini ha detto: “La legge è uguale per tutti ma non sempre lo è la sua applicazione» . «Con le modifiche apportate alla legge elettorale – ha aggiunto Pecorella -, il presidente del Consiglio non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, ossia non è più ‘primus inter pares’, ma deve essere considerato ‘primus super pares»’. “Primus super pares?”… Siamo lontrani mille miglia dallo Stato di diritto. La Consulta ha bocciato il lodo Alfano. Ne va preso atto. Preoccupa un ministrro che evoca il richiamo “al popolo”. Aveva detto: “Il lodo non sarà bocciato. Non si può sfidare l’ira dei popoli”. Invece, semplicemente, in uno Stato di diritto le sentenze si rispettano. C’è qualcosa di profondamente malsano in questa ipertrofia dell’ego, in questa presunzione di onnipotenza. Se togliamo alle frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio il pronome “io”, tali frasi si riducono del cinquanta per cento. In quale Paese l’affermazione di un presidente “pro tempore” di essere “il migliore politico italiano degli ultini 150 anni” non suscita imbarazzo, senso del ridicolo, ridimensionamento? In quale Paese? In Italia. Con poche lodevoli eccezioni: Claudio Magris ha definito “buffa” la frase, e sia benedetta la compostezza di questo signore mitteleuropeo, certamente non iscrivibile nel partito degli arrabbiati e degli scomposti. Così ha scritto il 17 settembre sul “Corriere”: Quella buffa autoesaltazione del nostro presidente del Consiglio — che di fatto è un’involontaria autocaricatura e potrebbe essere la battuta di un comico che cerca di metterlo malignamente in ridicolo — è imbarazzante, al di là di ogni orientamento politico di centrodestra o centrosinistra, per tutti e specialmente per i suoi sostenitori.
De Gasperi, che era un ben più grande uomo politico, non si paragonava certo a Bismarck o a Napoleone; anche per questo era un grande e aveva tutti i titoli per governare un Paese, il che richiede molte e diverse qualità fra cui l’equilibrio e soprattutto il senso della realtà, dei rapporti di grandezza e di forza, delle oggettive misure di se stessi e delle cose. Ciò vale in ogni campo ed è particolarmente necessario in politica.
Ma può darsi che quell’impennata sia dovuta alla frequentazione di compagnie discutibili; Berlusconi è reduce da un cordiale incontro col Colonnello Gheddafi, e la Libia, che il prossimo 23 settembre assumerà la presidenza dell’Assemblea generale dell’Onu, si appresta, come è stato annunciato, a chiedere ufficialmente la dissoluzione della Svizzera tra la Francia, la Germania e l’Italia…”. Eppure Magris ha torto: quella che potrebbe essere la battuta di un comico che mette in ridicolo un politico in Italia non ha questo effetto. Lo avrebbe nella Mitteleuropa, o in qualsiasi stato democratico.
Siamo uno strano Paese. Per lo Stato italiano Tanzi è tuttora degno del titolo di Cavaliere del Lavoro: l’onorificenza non gli è stata revocata. Un Cavaliere del Lavoro è un uomo, dice la legge 194 del 1986, che tra l’altro deve «aver tenuto una specchiata condotta civile e sociale» e «non aver svolto né in Italia né al l’estero attività economiche lesive dell’economia nazionale». Come Tanzi, evidentemente. Dunque mentre Bernard Madoff in otto mesi è passato dalle stelle al le celle, il nostro «campione» nazionale dopo sei anni è ancora Cavaliere del Lavoro.
Viene intaccato il suolo profondo del vivere civile. Lo scudo fiscale è un premio ai furbi, una ulteriore umiliazione per chi giorno dopo giorno faticosamente lavora, dignitosamente sostie la famiglia e i figli, silenzionsamete paga i tributi. Ma ancora più inquietanti sono le motivazioni: da questa operazione si potranno trarre molti denari, servirà – dice il Presidente “ad aiutare i bisognosi”. Un sacco di errori in una battuta. Pensiamo intanto a quel termine orrendo (“bisognosi”). Rimanda a uno stato paternalistico, che benevolmente di tanto in tanto si degna di gettare un pezzo di pane al povero lazzaro. Il tintinnare delle chiavi delle nuova casa, lungamente fatte agitare davanti al bambino a beneficio delle telecamere, ne è un ulteriore esempio. Nel compleanno (scusate, “genetliaco”) del potente di turno si festeggia la liberalità, la capacità di fare miracoli, l’onniscienza del Presidente. Quello che era un diritto del cittadino si è trasformato nel regalo del feudatario al vassallo. E poi un concetto più giuridico. Lo Stato non incamera denaro, sia pure a fin di bene, da operazioni illecite. La fiducia nelle istituzioni, il bene comune, l’imparzialità della legge rappresentano valori troppo alti per essere svenduti. “Da un male può nascere un bene”, ha detto Egli. No, da un male nasce un altro male. Se anche lo Stato impegnato a combattere un evasore fiscale spendesse in questa operazione la stessa cifra che potrebbe recuperare – e anche di più – dovrebbe farlo lo stesso. Un privato rinuncia a perseguire il debitore se spende più di quanto otterrebbe. Lo Stato non deve farlo: la tutela della legge, la sua imparzialità e la fiducia dei cittadini sono un valore più grande. Il problema dell’Italia non è quello di essere guidato da un governo di destra. Questo è normale. In Germania ha vinto la Merkel, in Francia Sarkozy, in Gran Bretagna i laburisti sono allo sbando. In Grecia invece hanno vinto i socialisti. Ciascuno può rallegrarsi di questo o di quel governo, ma da nessuna parte sono messe in discussioni le basi dello Stato. Ma il problema dell’Italia è il prevalere di una incultura politica che smantella le basi stesse del vivere civile, il concetto di stato di diritto. Una coalizione di governo ha ricevuto il mandato di governare. Lo faccia, ne ha pieno diritto. Ma non si dica che il voto popolare (su liste bloccate) dia una sinecura totale, cancelli ogni necessario rispetto delle leggi.
In Italia Egli ha un consenso molto forte, stando ai sondaggi ma evidentemente anche ai voti delle elezioni. C’è però un fatto su cui riflettere, una ulteriore anomalia. C’è una forte differenza tra il consenso che Egli raccoglie in Italia e quello che raccoglie all’estero. Da un punto di vista tecnico questa anomalia è tipica dei regimi non o non del tutto democratici. Il capo della Corea del Nord gode di un largo consenso nel paese. Molto meno all’estero. La coppia dei fratelli Castro a Cuba godono di un largo consenso a Cuba. Meno all’estero. Gheddafi in Libia è certamente il miglior politico degli ultimi 150 anni. All’estero, dalle Nazioni Unite alla Svizzera, si ha un’idea leggermente diversa. Anche il presidente dell’Iran è più popolare nei regimi musulmani fondamentalisti che nei paesi occidentali. Non sono molti i giornali che se la sentono di attaccare Putin in Russia. All’estero sono di più.

******** “Nel coro di giuste critiche, a cui si sono associati anche alcuni familiare del presidente, manca una voce: quella dei cattolici (e laici) impegnati in politica a fianco del presidente del consiglio. Nessuno chiede loro di abbandonare lo schieramento del Cavaliere, ma soltanto di far sentire la loro voce. Non è pensabile che otrganizzatori del Family Day o accompagnatori del oresidente al Meeting di Rimini tra giovani cattolici, o membri del Governo che si occupano di politiche familiari non abbaimo nulla da dire. E le numerose e rispettabili signore: ministre, parlamentari ecc. non sentono l’obbligo di contestare una concezione della donna come abbellimento di feste notturne?” (Giulio Fabbri, Docente di Storia della Chiesa, Pisa, su FC 39/2009).

***********”Leggere è il cibo della mente” recita la filastrocca voluta da Palazzo Chigi (…). Il premier ha però chiarito cosa: “Vi invito a non leggere i giornali. Io non lo faccio da tempo e ne traggo grande giovamento”.

************”In questa tragedia l’abusivismo edilizio non c’entra nulla” (Buzzanca, sindaco di Messina. Da non confondere con il più celebre Lando, – che era attore più serio).

Anselmo Grotti

Deficit di democrazia

venerdì 28 agosto 2009
Esiste un problema di democrazia oggi in Italia? Certamente no se si guarda a regimi dittatoriali come la Corea del Nord, la Bulgaria comunista o il Sudafrica dell’apartheid. I giornalisti che fanno il loro mestiere non rischiano la pelle come nella Cina turbocapitalcomunista o nella Russia di Putin.

Tuttavia è legittimo essere fortemente preoccupati per quanto negli ultimi quindici anni sta avvenendo. La democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte: vive di una continua cura, della formazione di una classe dirigente all’altezza del compito, di una opinione pubblica informata e sufficientemente colta, del rispetto delle regole del gioco, di organi di informazione liberi e non soggetti a poteri economici e politici, di una magistratura indipendente, di una attenzione al bene comune.

Assistiamo da anni a uno stillicidio continuo di attacchi ai fondamenti stessi della democrazia, e quello che è più grave sembra che ci siamo assuefatti, non percepiamo più lo scandalo, il rischio, lo sdegno. È una situazione pesante, che coinvolge la maggioranza, l’opposizione, ma anche l’opinione pubblica in generale.

Esiste una coalizione politica che ha avuto la maggioranza dei voti e che quindi legittimamente governa. Appare singolare però che un potere che mai nessun governo democratico ha mai avuto nella nostra storia repubblicana abbia fatto così poco per il Paese. Sembra che la normale dialettica parlamentare, gli obblighi previsti dalla Costituzione, le norme di garanzia siano di impaccio, diano fastidio. Non solo il Parlamento è esautorato del suo compito attraverso continui voti di fiducia, ma la maggior parte degli stessi ministri svolge un ruolo subordinato rispetto al premier e ad alcune superstar. Annunci, gesti spettacolari, ma poca attenzione per le famiglie, per i ceti deboli, per la cultura e la scuola, per l’economia vera e non quella che genera intrattenimento. Sulla crisi siamo passati dal dire che non c’era a dire che era già passata. Ma per molti italiani la vita è molto diversa. Si annunciano in continuazione leggi che poi devono essere corrette, con continui ordini e contrordini. Leggi spesso scritte male, come quella elettorale, sulle ronde o sul reato di clandestinità. Ma leggi anche “minori” che risentono di incompetenza tecnica: la legge sul pensionamento dei dipendenti pubblici è stata cambiata sempre dal Governo tre volte in due mesi, ed era stata inserita nella legge di  “proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali” (sic!). Si tratta della Legge 3 agosto 2009, che ha convertito con modificazioni il decreto-legge 1° luglio 2009, n.78 (“provvedimenti anticrisi,”). L’articolo 17 contiene i seguenti 2 commi che riguardano specificatamente il pensionamento coatto: “35-novies. Il comma 11 dell’articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni, e’ sostituito dal seguente […]”.
La democrazia è fatta anche di una buona sintassi.

Preoccupa l’attacco costante alla libertà di stampa, e la funzione sempre più di “soubrettes” affidata ai giornalisti. Se guardiamo certi Tg non vediamo altro che notizie sul fatto che fa caldo, fa freddo, piove, non piove, come va il prezzo dei gelati, il parere del passante per via, la cronaca nera e i tetti di Cogne (o equivalente). Oppure tutte le notizie pruriginose sui vip, notizie che tutti accettano ma che improvvisamente diventano gossip esecrabile solo quando emergono aspetti molto imbarazzanti riguardanti il premier. Posto che la vita privata e la coscienza sono questioni che non si giudicano in pubblico, si rimane sconcertati che si possa allo stesso tempo richiamarsi a De Gasperi e condurre una vita da Sardanapalo.
Trovo molto condivisibili le parole di Maria Rosa Logozzo su NetOne (la rete internazionale di professionisti, studenti e operatori dei media, nata in Italia nel giugno 2000, dopo il congresso ‘Comunicazione e unità – i media nella prospettiva del mondo unito’ promosso da New Humanity , il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich). Le si trovano al link:
http://www.net-one.org/index.php/archivio/articoli/informazione/620-il-servizio-pubblico-del-giornalismo.html : “Vi invito a riascoltare a mente fredda le parole che il Presidente del Consiglio italiano nella conferenza stampa del 7 agosto ha rivolto ai giornalisti del TG3.
Pur tenendo conto delle pressioni forti, crescenti ed esasperanti a cui i media “della sinistra” – per usare un suo termine – lo stanno sottoponendo in questi ultimi mesi, pur considerando che ci possano essere eccessi ingiusti in questo tiro al bersaglio mediatico su di lui, non gli si può lasciar passare una visione dell’informazione errata.  «Non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare che la Rai sia l’unica tv pubblica del mondo che con i soldi di tutti attacca il Governo» così ha affermato. Occorre ricordargli che tra i compiti che una sana informazione giornalistica deve svolgere c’è la cosidetta funzione di “watchdog”, cioè l’attenzione vigile sull’operato dei politici e dei poteri in genere, a difesa degli interessi del cittadino. Dunque i soldi dei cittadini all’informazione pubblica sono proprio per controllare come si esercita il Governo, non per coprirne le magagne”.

Aveva scritto Italo Calvino: “ (…) il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole”. Come usa le parole un giornalista come Feltri?  Ad esempio su Veronica Lario: “Sarà una donna stravagante, forse eccentrica; sicuramente è pericolosa per Berlusconi, capo del più grande partito italiano, impegnato nella campagna elettorale europea, e presidente del Consiglio. Un uomo cioè chiamato a responsabilità da cui non può essere distratto dai capricci rumorosi della moglie”. (30 aprile2009)
http://www.libero-news.it/articles/view/540414 , con foto di Lario a seno nudo. “C’è una conversazione di sconcertante banalità in cui il Cavaliere chiede un favore (togliergli dai piedi una attricetta importuna e molestatrice) all’amico Saccà, direttore di un comparto televisivo Rai. Quante volte è capitato  a chiunque di noi dell’ambiente di ricevere o sollecitare un piacerino con la sottintesa promessa di ricambiare?”  (27 giugno). Si noti che il “piacerino” viene santificato a prassi normale: anche questo è una minaccia alla democrazia. Il 22 agosto torna a fare direttore di “Libero” e  modestamente così scrive: “Non sarei capace di essere diverso da come sono, insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico. Questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Colui cui “manca la stoffa del cortigiano” nel 1997 era divenuto direttore del “Giornale” dopo che era stato estromesso un grande giornalista come Montanelli (uomo di destra, simpatico o no, ma capace di parlare senza padroni). Sempre il 22 agosto scrive: “Un  Paese ancora oppresso dal conformismo di sinistra (dominatore assoluto in oltre due terzi della stampa nazionale).Un tempo la sinistra canterina aveva uno slogan: fate l’amore e non la guerra. Ha cambiato idea: basta libertà sessuale, basta prediche in favore dei gay, del divorzio, dell’aborto, delle coppie aperte. Gli ex comunisti sono passati al moralismo (senza etica, aggiunge qualcuno), alla condanna di ogni licenziosità. Pur di attaccare il centrodestra e il suo leader i compagni fanno comunella con don Sciortino, manipolano l’Avvenire (organo dei vescovi), applaudono alle ramanzine dei parroci contro le escort”. Fare “comunella con don Sciortino” e manipolare “l’organo dei vescovi” (sic!). Insomma, i noti “atei devoti” si manifestano certamente atei ma molto meno devoti. Oggi la storia continua: che “il Giornale” di Feltri abbia aperto a piena pagina il 28 agosto contro il direttore dell’Avvenire non è grave solo per i lettori dell’Avvenire, ma per tutti gli italiani, di centro, di sinistra e di destra.

Purtroppo ha scritto un ex presidente della Repubblica come Cossiga:
«Certo, questi immigrati sono dei poveracci spinti dalla fame, dalle guerre. Ma vengono volontariamente e muoiono per disgrazia, non perché vengano uccisi. Noi non abbiamo ucciso nessuno, sia chiaro». “Non abbiamo ucciso nessuno”…
Quando le «singole prese di posizione» riguardano però vicende che riguardano la vita privata del premier…
«… allora si è già passato il segno. Altro che “festini e libertinaggio”: sarebbe bastata una dichiarazione sull’etica, riferita alla situazione generale, come s’è sempre fatto. Tutto il resto storpia. Mi chiedo se il segretario della Cei, don Crociata, oserebbe mai far scrivere o condurre omelie altrettanto ispirate sulla vita privata del presidente Sarkozy e della sua Carlà Brunì… ». Giusto, una bella “dichiarazione generale sull’etica, come si è sempre fatto”. Un prete pacioso, che sta bene a tavola, che dice di sì alle frasi che tutti condividono… un gran Lombardo come Manzoni ne aveva già parlato.
Ma che significato può avere l’insistenza su certi temi da parte della Chiesa? Sostiene ancora Cossiga: «Trovo persino qualche giustificazione al reverendo don Sciortino, direttore del settimanale Famiglia cristiana, che più propriamente dovrebbe oggi chiamarsi “Famiglia allargata”, vista l’apertura a ogni evoluzione del costume. Ma nessuna giustificazione o spiegazione riesco a dare agli scritti del non-reverendo Boffo che, posto inopportunamente alla direzione del giornale pur sempre organo ufficiale della Cei, dovrebbe astenersi da questi continui attacchi, dovuti in parte alle sue note preferenze politiche, ammantate da scelte religiose».
È lecito che il magistero morale della Chiesa si traduca in ammonimenti?
«La Chiesa ha non il diritto, ma il dovere di esprimere giudizi in materia di morale. Ma gli ammonimenti debbono essere fatti in caritate e in modo che il giudizio non appaia mai come istigazione a combattere qualcuno, eventualmente anche sul piano politico. Ormai invece sembra che l’unica preoccupazione di certi ambienti sia quella di esprimersi sui festini a Villa Certosa o a Palazzo Grazioli. Ma se la Chiesa ritiene incrinato per motivi etico-cultural-religiosi il vincolo che la lega allo Stato italiano, attraverso il regime concordatario e i suo corposi allegati finanziari, non esiti a proporre l’abrogazione del Concordato. In Parlamento la maggioranza sarebbe larghissima, e voterei anch’io a favore». (Cossiga su Il Giornale 24.8). Un ex presidente (e vorremmo poter rispettare chi ha rivestito una carica così impegnativo) che qualche mese fa dava consigli ci auguriamo non richiesti su come creare una opinione pubblica contraria alla contestazione studentesca: mettere in atto delle provocazioni, fomentare disordini, far sì che ne venisse fuori qualche morto, così da giustificare l’uso della violenza grazie alla paura diffusa nell’opinione pubblica.

È per fortuna durata pochi giorni (comunque troppi) l’avventura di “Rimbalza il clandestino”, il gioco che era apparso qualche giorno fa sulla pagina Facebook della Lega Nord. http://apps.facebook.com/rimbalzaclandestino/
Obiettivo del videogame era di diventare un “vero leghista” respingendo con il mouse i barconi di clandestini che si avvicinavano alle coste italiane. Il team di Facebook, anche in seguito alle molte proteste degli utenti, ha deciso di bloccare l’applicazione.
Ulteriori polemiche erano state suscitate dal fatto che la pagina del movimento sul social network è curata, insieme ad altri, da Renzo Bossi, figlio del celebre leader del Carroccio Umberto, fresco di diploma di maturità al quarto tentativo.

Che dire di Calderoli, Ministro della Banalizzazione, portatore di T-Shirt provocatorie, che accusa la Chiesa di essere la causa dei morti in mare? “Per lui “solo un messaggio chiaro» può fermare i viaggi «della disperazione, che, purtroppo, hanno portato a morire, nelle acque del canale di Sicilia, tanti, partiti anche sulla base dei messaggi dell’opposizione o di monsignor Vegliò. Il quale ha replicato alle dure parole del ministro Roberto Calderoli che nei giorni scorsi aveva detto: le posizioni del prelato «non sono quelle del Vaticano e della Cei, da cui, anzi, spesso, lo stesso Vegliò è stato smentito».
Monsignor Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i migranti, ha smentito entrambe le affermazioni: «Con tutto il rispetto possibile e per amore di verità, vorrei asserire – si legge in una sua nota – che come capo dicastero ho il grande onore di fare dichiarazioni a nome della Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Santa Sede; mai sono stato contraddetto dalla Conferenza episcopale italiana».

Il presidente dei deputati della Lega, Roberto Cota, ha attaccato l’arcivescovo Marchetto, che in un saggio sulla rivista giuridica online statunitense Jurist ha definito il reato di immigrazione clandestina «il peccato originale della legislazione sulle migrazioni». Parole, secondo Cota, «espressione di un pregiudizio politico» che «non hanno nulla di religioso. Chi parla così sono i soliti che qualcuno definisce cattocomunisti. Marchetto si sta esercitando nell’invenzione di comandamenti senza averne l’autorità». Il capogruppo leghista al Comune di Milano, Matteo Salvini, che su Vegliò ha sentenziato: «Ofelè fa el tò mestè», ovvero pasticciere fa il tuo mestiere. «I monsignori fanno i monsignori – ha aggiunto – e si preoccupano delle chiese mezze vuote, i ministri fanno i ministri». Come si vede, il problema è anche culturale. Un recente  editoriale dell’«Eco di Bergamo», l’unico quotidiano diretto per 51 anni da un prete, monsignor Andrea Spada, «La Lega ci lasci almeno la pietà. Il cristiano rispetta l’autorità, ma la carità è per lui una delle poche cose non negoziabili». Il Nord, che legittimamente ha da avanzare richieste e riconoscimenti, si merita molto di più e di meglio che questi rappresentanti.

L’opposizione a sua volta ha molte responsabilità. Gli italiani per due volte avevano votato per il centrosinistra, ma è stato proprio il centrosinistra a implodere per le lotte di potere interne, l’incapacità di vedere il bene comune, l’ideologismo di molti suoi esponenti. Gli italiani ricordano i mesi persi a parlare di Dico piuttosto che di sostegno alle famiglie. O Bertinotti che proclama orgoglioso di aver “vinto” perché nel 2001 aveva aumentato più o meno dello 0,9% i consensi – che importa se la sua coalizione aveva perso. Da anni siamo afflitti da un antiberlusconismo insulso, in un gioco delle parti dove un estremismo di fatto puntella e giustifica l’estremismo opposto. Molti dirigenti hanno acquisito la stessa mentalità, sono pronti a mettersi da una parte o dall’altra a seconda delle convenienze. I casi sono davvero tanti, i nomi una lista lunga che progressivamente si dimentica.

Il gioco delle responsabilità però ci coinvolge tutti. Anche gli italiani “comuni” hanno le loro responsabilità. Abbiamo accettato in silenzio che non contasse la preparazione o il merito, ma la conoscenza della persona giusta, il bell’aspetto, la scorciatoia. Non ci siamo ribellati a un premier che risponde a una giovane ricercatrice che non trova contratto in Italia “si cerchi un marito ricco”. La nostra scuola soffre per i tagli, ma noi accettiamo che l’enorme giro di affari attorno al calcio conviva con i bilanci delle società in rosso, il bluff delle quotazioni in Borsa, lo scandalo della violenza attorno agli stadi, misure di sicurezza pagate dai cittadini.
Siamo rimasti indifferenti a “calciopoli”, Moggi gira pagato e riverito, abbiamo accettato di pagare biglietti, abbonamenti, tv e quant’altro per partite truccate.

Esprimiamo solidarietà a “Repubblica” per la querela ricevuta oggi. Non perché siamo sempre d’accordo con quanto scrive, che in certi casi è interessante e in altre fazioso. Ma in uno stato democratico il capo di un governo (di destra, di centro, di sinistra) non querela i giornali. Non è accaduto negli Usa, né con i due Bush né con Clinton (e tutti sono spesso stati oggetto di attacchi pesanti).
Segnaliamo un atteggiamento pretenzioso di Vito Mancuso, che spesso utilizza il luogo comune di una Chiesa asservita al potere. Ha scritto il mattino del 28 agosto: “All’homo politicus interessa solo la sua riserva di caccia, l’elettorato, e sa bene che la vera indulgenza al riguardo non la si ottiene confessandosi e comunicandosi e facendo tutte le altre pratiche devote prescritte da papa Celestino otto secoli fa, ma semplicemente apparendo in tv accanto al potente porporato sorridente e benevolente. E’ questa l’indulgenza che il capo del governo, abilissimo homo politicus, cerca, ed è questa l’indulgenza che il segretario di Stato Vaticano gli concederà, con buona pace della testa di san Giovanni Battista, di Celestino V e della sua Perdonanza. Non posso concludere però senza chiedermi se questo spensierato teatro di potenti che si legittimano a vicenda non abbia qualcosa a che fare con quel nichilismo a proposito del quale Benedetto XVI ha avuto di recente parole di pesantissima condanna. Il fatto che la gerarchia della Chiesa cattolica teoreticamente condanni il nichilismo e poi praticamente lo alimenti, si può spiegare solo con una sete infinita di potere, la quale non giace nelle coscienze dei singoli prelati ma è intrinsecamente connaturata alla struttura di cui essi sono al servizio. La cosa è tanto più drammatica perché forse mai come ora gli uomini sentono il bisogno di apprendere l’arte del perdono e della riconciliazione”

Il 28 agosto alle ore 14.00 è stato decisamente smentito: “Salta la cena prevista questa sera all’Aquila, organizzata dall’arcivescovo mons. Giuseppe Molinari, a cui avrebbero dovuto partecipare il premier Silvio Berlusconi e il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone. Lo ha annunciato la Sala stampa vaticana” (“Avvenire”).

Anselmo Grotti
28 agosto 2009

qDeficit di democrazia
Esiste un problema di democrazia oggi in Italia? Certamente no se si guarda a regimi dittatoriali come la Corea del Nord, la Bulgaria comunista o il Sudafrica dell’apartheid. I giornalisti che fanno il loro mestiere non rischiano la pelle come nella Cina turbocapitalcomunista o nella Russia di Putin.
Tuttavia è legittimo essere fortemente preoccupati per quanto negli ultimi quindici anni sta avvenendo. La democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte: vive di una continua cura, della formazione di una classe dirigente all’altezza del compito, di una opinione pubblica informata e sufficientemente colta, del rispetto delle regole del gioco, di organi di informazione liberi e non soggetti a poteri economici e politici, di una magistratura indipendente, di una attenzione al bene comune.
Assistiamo da anni a uno stillicidio continuo di attacchi ai fondamenti stessi della democrazia, e quello che è più grave sembra che ci siamo assuefatti, non percepiamo più lo scandalo, il rischio, lo sdegno. È una situazione pesante, che coinvolge la maggioranza, l’opposizione, ma anche l’opinione pubblica in generale.
Esiste una coalizione politica che ha avuto la maggioranza dei voti e che quindi legittimamente governa. Appare singolare però che un potere che mai nessun governo democratico ha mai avuto nella nostra storia repubblicana abbia fatto così poco per il Paese. Sembra che la normale dialettica parlamentare, gli obblighi previsti dalla Costituzione, le norme di garanzia siano di impaccio, diano fastidio. Non solo il Parlamento è esautorato del suo compito attraverso continui voti di fiducia, ma la maggior parte degli stessi ministri svolge un ruolo subordinato rispetto al premier e ad alcune superstar. Annunci, gesti spettacolari, ma poca attenzione per le famiglie, per i ceti deboli, per la cultura e la scuola, per l’economia vera e non quella che genera intrattenimento. Sulla crisi siamo passati dal dire che non c’era a dire che era già passata. Ma per molti italiani la vita è molto diversa. Si annunciano in continuazione leggi che poi devono essere corrette, con continui ordini e contrordini. Leggi spesso scritte male, come quella elettorale, sulle ronde o sul reato di clandestinità. Ma leggi anche “minori” che risentono di incompetenza tecnica: la legge sul pensionamento dei dipendenti pubblici è stata cambiata sempre dal Governo tre volte in due mesi, ed era stata inserita nella legge di  “proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali” (sic!). Si tratta della Legge 3 agosto 2009, che ha convertito con modificazioni il decreto-legge 1° luglio 2009, n.78 (“provvedimenti anticrisi,”). L’articolo 17 contiene i seguenti 2 commi che riguardano specificatamente il pensionamento coatto: “35-novies. Il comma 11 dell’articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni, e’ sostituito dal seguente […]”.
La democrazia è fatta anche di una buona sintassi.
Preoccupa l’attacco costante alla libertà di stampa, e la funzione sempre più di “soubrettes” affidata ai giornalisti. Se guardiamo certi Tg non vediamo altro che notizie sul fatto che fa caldo, fa freddo, piove, non piove, come va il prezzo dei gelati, il parere del passante per via, la cronaca nera e i tetti di Cogne (o equivalente). Oppure tutte le notizie pruriginose sui vip, notizie che tutti accettano ma che improvvisamente diventano gossip esecrabile solo quando emergono aspetti molto imbarazzanti riguardanti il premier. Posto che la vita privata e la coscienza sono questioni che non si

Anche la memoria è clandestina

sabato 1 agosto 2009
Riporto un chiaro intervento di Gian Antonio Stella a proposito della, diciamo, “variabilità” di opinioni del nostro premier sul problema degli sbarchi. Manchiamo molto, non solo in questa occasione e in riferimento a questo personaggio, di memoria non dico storica, ma anche solo di cronaca. Siamo come ipnotizzati dal bombardamento mediatico dell’immediato presente, facciamo fatica a ricucire i fatti, a sviluppare ragionamenti, a giungere a una consapevolezza di giudizio e a una, sia pure sempre relativa, libertà di pensiero. Ci ricordiamo che abbiamo appena rispedito, tra il giubilo di molti, dei disgraziati al loro destino? E che cosa diceva nel 1997 chi ora governa?

“Dov’è la cipolla, piagnina?» Erano i primi di aprile del ’97 e il leghista Daniele Roscia, sfottendo Silvio Berlusconi per le lacrime versate sugli albanesi morti sulla nave speronata da una corvetta della Marina italia na, non poteva immaginare che un giorno il Cavaliere avrebbe blindato con la fiducia un decreto come quello di ieri fortissimamente voluto dalla Lega.
Rileggere quanto disse allora il leader azzurro, deciso a sot tolineare i contrasti dentro il governo Prodi che per arginare gli sbarchi in Puglia aveva vara to il pattugliamento delle coste andando incontro alla spaven tosa tragedia della «Kater I Rades » affondata con una mano vra sbagliata dalla «Sibilla», è fonte di sorprese. Per comincia re, secondo l’Ansa, il leader az zurro accorso a Brindisi a in contrare i sopravvissuti, ricor dò che «l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugia ti aveva espresso deplorazione su questa misura del blocco na vale: ora dopo quello che è suc cesso, dobbiamo riscattare la nostra immagine e dobbiamo fare tutto ciò che le nostre possibilità ci consentono, non so lo con il nostro esercito per proteggere gli aiuti, ma dobbiamo essere tutti noi generosi». Quindi, offerta ospitalità per sonale a una dozzina di profughi, espresse «le sue riserve sul pattugliamento» e smentì assolutamente a Repubblica che Romano Prodi l’avesse preavvertito: «Non sono stato informato né di blocchi né di pattuglia menti. Prodi mi aveva informato dell’intervento finalmente possibile in Albania, dicendomi che era stato trovato un accordo con i paesi di cui mi ha fatto i nomi — Portogallo, Francia, Grecia ed altri — per una missione di pace. Su questo, io ho detto ‘Sono pienamente d’accordo’. Tra l’altro ho studiato diritto della navigazione, a suo tempo: so che nessuno può fermare navi civili in acque non territoriali, non è previsto assolutamente un diritto di questo genere da parte di nessuno Stato. Se avessi sentito parlare di blocco navale, avrei subito drizzato le antenne».
Di più, aggiunse all’Ansa: «Credo che l’Italia non possa accettare di dare al mondo l’immagine di chi butta a mare qualcuno che fugge da un Paese vicino, temendo per la sua vita, cercando salvezza e scampo in un paese che ritiene amico. Il nostro dovere è quello di dare temporaneo accoglimento a chi si trova in queste condizioni ». E chiuse: «Dobbiamo lavare questa macchia, che sarà pure venuta dalla sfortuna, ma che è venuta da una decisione che non si doveva prendere».
Il giorno dopo, mentre a sinistra si sbranavano sul tema dell’accoglienza e tentavano di arginare l’indignazione sventolando un sondaggio secondo cui, come avrebbe scritto Filippo Ceccarelli, appena un quarto degli intervistati giudicava il pianto berlusconiano «sincero », il Cavaliere spiegava a Raffaella Silipo, de La Stampa d’essere schifato dalle reazioni: «Vogliono strumentalizzare il mio gesto e trasformare una grande tragedia in una piccola e sciagurata polemica politica. D’altronde è inevitabile, quando si guarda con occhi sporchi a cose chiare e pulite». A farlo precipitare in Puglia, spiegò, era stata l’indifferenza degli altri: «Vede, io li ho visti, i superstiti del naufragio. Erano disperati. E nessuno era lì con loro, nessuno gli ha detto niente, capito? Si parla di settanta morti, venti bambini, una tragedia paragonabile a Ustica, e questi qui, dal presidente della Repubblica al presidente del Consiglio al ministro della Difesa, restano a casa loro? È drammat co ». Dodici anni dopo, riesami nati gli studi di «diritto della navigazione» a proposito dei pattugliamenti navali, ha cambiato parere: «Fuori dai confini vale il nostro diritto, previsto dai trattati internazionali, di respingerli ». E il voto di ieri, marcato dal trionfo della Lega Nord, sigilla la conclusione di un percorso di progressivo avvicinamento ai temi cari al Carroccio. Daremo a Silvio la tessera perché si è ‘pontidizzato’», gongolava giorni fa Roberto Calderoli. Padano ad honorem. Una onorificenza che gli sarebbe stata difficile da guadagnare quel giorno in cui, nella intervista citata a La Stampa dopo la tragedia della nave albanese, confidò pensieri che in bocca altrui gli suonerebbero, diciamo così, «buonisti» e «cattocomunisti »: «Siamo stati chiusi nell’egoismo, non possiamo permettere che succeda più nel nostro Paese. Non possiamo chiudere le porte, 58 milioni di italiani che stanno bene non possono respingere povere persone che vengono qui per cercare un po’ di libertà. Domandiamoci se la tragedia non è anche dovuta, almeno in parte a quel coro di ”’gettateli a mare, sono tutti delinquenti” sentito nei giorni scorsi».

Un monito antirazzista, ironizzerà qualcuno, arrivato dodici anni prima di quello di Giorgio Napolitano…”.

Il Fatto del Giorno | L'editoriale | L'intervista | Dialogando | L'aria che tira | Sul Sentiero d'Isaia
    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 4 - 2009
  • anno IX, n. 4, dicembre 2009

    Vocazione: ritorno al futuro?

    Dono, chiamata, esercizio di libertà, atto di responsabilità: la vocazione è un appello che collega trascendenza e storia.

    Libri: Vittorio Bachelet - Testimone della speranza
  • L. Diliberto, G. Panozzo (a cura di)

    Vittorio Bachelet - Testimone della speranza (Ave, 2010)

    Un libro e un DVD per ricordare Vittorio Bachelet a trent'anni dal suo "martirio laico". Un testo ricco di fotografie e un documentario con testimonianze inedite.