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La felicità è eversiva

Venerdì 2 Gennaio 2009

In un decisivo passaggio del coraggioso film di D’Alatri Casomai, il sacerdote che celebra in modo assai singolare il matrimonio dei protagonisti esprime una verità fulminante così riassumibile: “La felicità è eversiva”.

Ma quale felicità ed eversiva di cosa? Nel film la felicità di coppia e di famiglia è insidiata da molti fattori: la mancanza di un ambiente umano (famiglie di origine, amici) adeguato, i ritmi di lavoro, una legislazione che paradossalmente invita a dividersi piuttosto che a restare uniti (graduatorie per i servizi sociali, tassazione…). Il sacerdote individua un livello più profondo: la felicità nelle relazioni umane è sotto tiro perché non “rende” economicamente. Il mercato certamente se ne avvantaggia: “due case, due lavatrici, due dentifrici”, oltre alla galassia di persone che in modo più o meno diretto beneficiano dello scontro tra i due. E, soprattutto, una constatazione davvero di fondo: chi è infelice acquista, cerca negli oggetti e nella moltiplicazione delle esperienze una forma di compensazione, una strada per uscire o alleviare la propria sofferenza. Chi è felice invece è meno interessante per il marketing: essere in ricca e profonda relazione con il partner, con i figli, con gli amici, riempie la vita e rende meno compulsiva la ricerca di “oggetti” sostitutivi.

L’economia è la scienza che serve a soddisfare i bisogni degli esseri umani. Ma la nostra economia dominata dalle oligarchie produce senza freno nuovi bisogni. Attenzione: di per sé la nascita di nuovi bisogni non è negativa, ma indice di sviluppo. Già Platone nella “Repubblica” criticava una città che si accontentasse di soddisfare i semplici bisogni della vita quotidiana. La struttura sociale che si limita ai bisogni di cibo e riparo  non è una città di uomini, ma di “porci”. La città umana ha bisogno di artisti, scienziati, letterati… sa esprimere bisogni sempre più raffinati e complessi. Sono bisogni che indicano un ampliamento delle capacità umane, una intensificazione del rapporto con il mondo e con gli altri, una maggiore qualità e felicità dell’esistere.

Il nostro turbocapitalismo invece non allarga la sfera dell’umanità, ma ci obbliga a diventare giganteschi, instancabili e voraci tubi digerenti. Non rifletteremo mai abbastanza sulla volgarità e sull’offesa della definizione di “consumatori” che viene usata (e da noi accettata) con tanta indifferenza. Il nuovo bisogno non è espressione di nuova maturità, di relazioni più felici. Come un massiccio bombardamento prepara l’attacco di terra, così la produzione di infelicità di massa prepara il terreno alla vendita di ogni tipo di impiastro medicamentoso e miracoloso. Con forti analogie tra economia e politica. In politica infatti generare paura nella gente crea consenso e fa ottenere voti.
Prendiamo un esempio: il nostro canone di bellezza. È notizia recente che è stato realizzato (Piccardi e Guns) un software per “misurare” la bellezza femminile. Le immagini delle donne più belle hanno costituito un canone di riferimento. Tradotto in punti e in bit dal software, quel canone viene poi applicato ai volti sottoposti al programma, che in pratica misura quanto un volto è “lontano” da quel genere di bellezza. Tra i riferimenti, nomi come Catherine Zeta-Jones, Kate Moss e Claudia Schiffer. Un panel di una cinquantina di volontari di età e origini diverse, che hanno valutato ogni volto in una scala da 1 a 10. In base alle votazioni sono state tratte delle “medie” e da lì è stata realizzata la scala con cui il software “classifica” i volti che vengono sottoposti alla prova di bellezza. Non è in assoluto una novità: anche gli artisti dell’antica Grecia rappresentavano un “ideale” di bellezza piuttosto che raffigurare in modo realistico le modelle. la differenza nel nostro caso è rappresentata dal fine: non la ricerca di un “archetipo” platonico di bellezza ma, più semplicemente, il marketing. Se devo “vendere” qualcosa, devo prima convincere i potenziali acquirenti di averne bisogno. Infatti il software di Piccardi e Guns è pensato per l’industria cosmetica, la chirurgia estetica, la produzione videoludica o multimediale. Un programma del genere potrebbe creare problemi sull’autostima se utilizzato senza supervisione. Pensiamo cosa può succedere se in mano ad adolescenti, più influenzabili degli adulti dinanzi a questo genere di cose. Ma di fatto già accade: se vediamo sempre immagini “perfette” (magari perchè ritoccate), che cosa ci potrà soddisfare di quanto è “reale”? per vendere bisogna prima convincere che noi siamo brutti, le cose che ci circondano sono vecchie e fuori moda, il nostro modo di passare il tempo inappropriato, le relazioni sociali inadeguate. Bisogna spandere infelicità a piene mani.

Riflessioni simili valgono anche per la scuola. A scuola si imparano certo competenze spendibili nel mercato del lavoro. Ma si impara anche ad apprezzare beni che non sono nel mercato. Davanti a un cielo stellato posso parlare della filosofia antica, dei miti greci, della rivoluzione scientifica, delle leggi dell’astronomia, delle teorie sulla nascita dell’universo. Oppure posso discutere se ci sia o no inquinamento luminoso, o delle poesie che fanno riferimento al cielo, oppure della pittura o del cinema. Insomma posso trovare in questa esperienza un significato, ricco per me e in grado di farmi relazionare con altri. Invece, se non sono in grado di provare almeno qualcuna di queste esperienze, sarò tentato di delegarle, cercandone un surrogato già pronto all’uso, senza lo sforzo di interpretazione personale: in fondo basta pagare. “Pagare” ci dà il diritto a una presunta “felicità” pronta per l’uso. Una parte non piccola delle difficoltà della scuola consiste proprio nel dover fare i conti con questi cortocircuiti. Perché perdere tempo con cose che non sono spendibili? Dimenticando, tra l’altro, che se ogni bene  è paragonabile a una torta a qualcuno toccherà una fetta piccolissima oppure nulla. Mentre se esistono altri tipi di “beni”, la condivisione può allargarsi all’infinito. Una poesia di Leopardi o un teorema di matematica non sono meno “belli” perché li leggono mille persone invece che dieci, né un’amicizia è meno forte perché condivisa tra più persone.
Ma sì, cerchiamo anche noi di avere il coraggio di dirlo: tra le altre cose, la scuola può addirittura contribuire a insegnarci ad essere più felici  (nonché eversivi del marketing esasperato e della cattiva politica)…
Anselmo Grotti

Un “problema” o la “conseguenza” di un problema?

Lunedì 1 Dicembre 2008
È dicembre. Tempo di regali, di Natale, di fine anno. Tempo di attesa e di compimento. Tempo di intimità e di apertura al Trascendente.
Ma anche tempo in cui la cronaca ci parla di intolleranza, paura fomentata ad arte, di ronde.
Vale la pena allora leggere alcuni passi dell’intervista che Asma Al Assad, 33 anni, moglie del presidente della Siria, ha rilasciato poco tempo a “Famiglia Cristiana” (n. 44 2008).

Per voi in Europa l’immigrazione è un problema. Per noi l’immigrazione è la conseguenza del problema. La gente lascia i nostri Paesi e viene da voi, perché noi abbiamo la povertà. Questo poi crea problemi a voi. Siccome siamo poveri, trasferiamo il nostro problema a voi. Ecco allora che lavorare insieme diventa prioritario. Oggi abbiamo in Siria 1,5 milioni di iracheni, oltre 500 mila rifugiati palestinesi e nelle sei settimane dell’estate 2006 circa 700 mila libanesi hanno attraversato la frontiera rifugiandosi in Siria. È come se in Italia fossero arrivati 5,8 milioni di profughi in pochi mesi. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo aperto le nostre scuole. Al momento sono 30 mila i bambini iracheni che studiano nelle scuole siriane e speriamo con l’anno prossimo di arrivare a 50 mila. Perché lo facciamo? Perché se ai bambini si dà la possibilità di studiare, noi abbiamo sostenuto una generazione, e non importa che siano iracheni. Sono i nostri vicini. In Medio Oriente si guarda al vicino, si ha relazione con lui. Un vicino in difficoltà, crea difficoltà anche a noi. Abbiamo aperto a loro anche i nostri ospedali. Molti venivano da zone di conflitto, avevano bisogno di terapie fisiche, psicologiche. Da noi l’assistenza sanitaria è gratuita. Ma la cosa più importante è che abbiamo aperto i nostri cuori, i nostri occhi, le nostre orecchie. Non si dimentichi che la Siria non è un Paese ricco e questa ondata ha avuto un grande impatto sulle nostre infrastrutture. Ma cosa avremmo potuto fare d’altro? Non c’erano alternative».

«Dobbiamo ridefinire chi è ricco e chi è povero. Se lo guardiamo dal punto di vista materiale è semplice. Ma se usiamo altri criteri, quali il senso morale, i valori, il senso di umanità, il quadro cambia. Ciò che io desidero è che questi aspetti possano essere uniti. Si tratta di mobilitare tutte le risorse che abbiamo per la prosperità e il benessere di tutti. Talvolta ci sono persone benestanti che cercano di acquistare la felicità, ma la felicità viene dal cuore. Se comprendiamo che lo sviluppo diseguale è una sfida globale, ci siamo già avvicinati alla soluzione. La povertà non colpisce solo le nazioni povere, ci sono poveri negli Stati Uniti, nelle economie più avanzate. Se siamo d’accordo che la povertà comunque ci può condizionare, dovremmo già essere indotti a fare qualcosa. La povertà è alla base dell’analfabetismo, il che impedisce di interagire con il resto del mondo. La povertà conduce al terrorismo, all’estremismo. Si tratta di sfide che riguardano tutti».

Colpire la scuola

Domenica 2 Novembre 2008
Colpire la scuola

Dunque. Ragioniamo. In Italia due terzi della popolazione, tra i 16 e i 65 anni, presenta una “insufficiente competenza alfabetica funzionale”. Detto in altre parole, la grande maggioranza dei nostri connazionali non sa dunque “leggere”, nel senso di seguire un ragionamento, anche molto modesto, attraverso la lettura. Siamo 17 volte peggio della media europea.
È un dato assieme inquietante e illuminante.
È inquietante perché mina alla base tutti i diritti civili, economici, politici. Il dato fa riferimento infatti alle fasce di età che più dovrebbero avere sviluppato adeguate competenze di lettura consapevole. Si escludono infatti tutti coloro che, non avendo ancora 16 anni, non hanno concluso l’obbligo formativo. Si escludono anche gli ultra 65enni, non perché non siano importanti ma perché sono stati bambini in un periodo in cui l’obbligo scolastico era molto limitato. In teoria tra 16 e 65 anni dovremmo avere le competenze più alte. I più anziani di questo gruppo hanno cominciato le elementari attorno al 1950, i più giovani sono i primi ad aver sperimentato l’obbligo scolastico esteso al biennio delle superiori. A partire dal 1963 tutti dovrebbero avere almeno la licenza media, quindi a partire dai nati nel 1952. Quindi tra chi oggi ha tra 53 e 65 anni c’è almeno la licenza elementare, e tra 20 e 52 anni almeno la licenza media; i più giovani hanno “assaggiato” la scuola superiore: questi i dati “minimi”, poiché alcuni hanno comunque proseguito gli studi.

Con tutto ciò, non sappiamo leggere. La scuola è stata quasi sempre marginalizzata, dotata di poche risorse, anche con qualche responsabilità di chi ci lavora (e su questo magari torneremo con franchezza). Ma per adesso concentriamoci sul dato più importante: non saper leggere rischia di svuotare ogni diritto. Se non siamo informati in maniera adeguata, se non sappiamo seguire un ragionamento, dove si esprime la nostra libertà? Come possiamo scegliere non solo un partito da votare, ma anche un prodotto da acquistare, un servizio cui accedere, un modo di vita da preferire? Se un giornalista come Giorgo Bocca lamenta il fatto che il vero editore dei giornali adesso è la pubblicità, come fare a trovare articoli che possano danneggiare l’editore del giornale? Ancor peggio: come fare a seguire il ragionamento scritto, che comporta una certa complessità e un minimo di argomentazione? Se maghi e ciarlatani prosperano un motivo ci sarà. Se le offerte di servizi sono talmente intricate da essere incomprensibili, se giocano sull’effetto civetta di una promozione ad hoc, se paghiamo tariffe molto superiori alla media europea senza protestare un motivo ci sarà. Non abbiamo le competenze minime per decifrare e scegliere. In questi giorni l’Antitrust ha comminato cinque multe, per un totale di 1.160.000 euro, a Neomobile, Telecom Italia, Vodafone, Wind e H3g per pratiche commerciali scorrette. Venivano venduti abbonamenti settimanali di contenuti multimediali senza specificarne i costi. Oltre 41% dei minori ha servizi non richiesti. Prima dell’Antitrust, che arriva quando arriva e come può, dovrebbe essere la nostra scelta consapevole a non farci cadere in simili trappole.

Ci dicono che dobbiamo risparmiare, per questo occorre tagliare i fondi della scuola e dell’università. Può darsi che ci siano sprechi. Ma già Aristotele ammoniva che non basta usare una buona ragione per avere ragione. Nessuno sa dire esattamente quanto stiamo spendendo per la barzelletta della “italianità” di Alitalia (se i sindacati e certi politici avessero accettato la vendita ad Air France…), o per foraggiare le banche che hanno fatto operazioni “disinvolte”… È curioso rilevare come alcuni imprenditori che hanno osannato e beatificato le miracolose virtù del libero mercato, condannando tutto ciò che sa di statale e di pubblico adesso esigano a gran voce l’intervento della “mamma” Stato per uscire (a spese nostre) dai guai in cui si sono messi.

Per Dario Antiseri “colpire la scuola e l’università significa colpire il cuore pulsante di una nazione”. Ha scritto amaramente un universitario: “Prima del Suv e della seconda auto, prima del terzo cellulare, delle vacanze esotiche, del calcio in tv, dismettiamo il superfluo: una buona fetta di chi scrive libri e di chi li legge, di chi lavora sulle idee e di chi ci si forma sopra”. Meno scuola, meno libri (il nostro presidente del consiglio si vanta spesso di non leggere romanzi da decenni), meno discussioni che sono solo perdite di tempo. Meglio concentrarsi su “La talpa”, “L’isola dei famosi”, “Paperissima”; meglio fare le ronde per proteggersi dai bambini rom (notoriamente più pericolosi dei crack Parmalat e delle banche che falliscono), meglio fomentare la paura e cercare lo scontro.
L’Europa, intanto, è sempre più lontana…

Clima italiano

Venerdì 3 Ottobre 2008
C’è qualcosa di inquietante nel clima sociale e culturale del nostro Paese. Nelle trasmissioni televisive molti politici citano indagini internazionali che mettono in evidenza quanto sia alto l’allarme dei nostri concittadini verso gli immigrati, la piccola criminalità di strada. Ma si parla meno dei dati statistici, che vedono questo stesso Paese, pur nei suoi mille problemi, agli ultimi posti per omicidi e crimini “visibili”. I furti d’auto sono calati di 20.000 unità tra il 2006 e il 2007. abbiamo ridotto i dieci reati più comuni del 40% rispetto al 1988.
Dati Ue sulla criminalità in 18 Paesi europei (posizione dell’Italia)
Media dei dieci reati più comuni: 12 su 18
Borseggi: 14 su 18
Rapine: 18 su 18
Violenze sessuali: 13 su 18
Furti con scasso: 5 su 18
Aggressioni: 18 su 18
Razzismo: 18 su 18

Percezione sul rischio dei reati (posizione dell’Italia)
Convinzione che entro un anno ci ruberanno in casa: 2 su 18
Convinzione che le strade sono pericolose di notte: 3 su 18.

L’enorme differenza tra realtà e percezione fa davvero impressione. Una navigata signora della politica italiano in tv citava lo stesso studio per dimostrare come anche a livello internazionale fosse ben presente la gravità della situazione italiana, ma dimenticava facendo forse finta che citava non i dati dei reati ma quello del timore percepito dai cittadini.

Si cerca – e spesso si ottiene – il consenso soffiando sulla paura e promettendo ciò che si sa benissimo essere impossibile. Offrire soluzioni semplici a problemi complessi è una ricetta infallibile per il successo nei sondaggi. Le persone non hanno bisogno di riflettere, di documentarsi, di confrontarsi, di faticare: la risposta sembra ovvia, è lì, già pronta. Chiaramente il problema nel frattempo non si risolve, anzi si aggrava. Ma anche questo è un obiettivo deliberatamente cercato: se per malaugurata idea si riuscisse a risolvere un problema, si perderebbe la ragion d’essere d’esistenza di coloro che si offrono di prendersene cura.

È quanto sta avvenendo ad esempio con il problema degli immigrati. Un problema mondiale, complicatissimo, spia di un malessere profondo dell’economia internazionale. Per molti la soluzione è semplice: rispedirli a casa. Sanno benissimo che è un’ipotesi priva di senso, ma accarezza le nostre orecchie distratte e i nostri cervelli intorpiditi. Intanto si fa crescere la paura, la diffidenza. Si moltiplicano gli atti di razzismo (e guai a chiamarli con questo nome), la violenza evocata a poco a poco rischia di divenire reale, conclamata, cavalcata. Tre famiglie rom, cittadini italiani, sono stati picchiati dalle forze dell’ordine. È in corso una inchiesta. Un sindaco è indagato per istigazione all’odio razziale durante una manifestazione antiislamica di un partito di governo. Bande di ragazzini si accaniscono contro un asiatico. I giornali attribuiscono a una guerra tra clan l’assassinio di lavoratori clandestini. Non basta essere italiani, se si è neri di pelle, per sfuggire alle botte e al massacro.

Non si dica che chiudiamo gli occhi sugli oggettivi problemi di convivenza con persone di culture diverse, senza lavoro o con lavori precari, possibili punti di contatto con la malavita. Non sottovalutiamo il rischio. Ma si comprenda che i rimedi facili e populistici aggravano il rischio, fomentano la spirale di violenza, creano nuovi problemi che si aggiungono a quelli esistenti.

Dedicarsi a quello che un capo del governo ha definito allegra “anarchia dei valori” non è senza conseguenza. Un deficit di riflessione culturale ci toglie gli strumenti per comprendere la realtà. L’Italia soffre per qualche situazione che non riusciamo bene a cogliere, ma che ci inquieta per due motivi: per il fatto che questa situazione esista e per il fatto che non sia colta nella sua gravità.

Parliamo tanto di sicurezza. Ma cosa intendiamo con questo termine?
Siamo il Paese che ha alcuni tra i numeri più alti di omicidi e violenze in famiglia. Gli omicidi in famiglia sono superiori a quelli di mafia e incidenti sul lavoro.
L’informazione tende a divenire soprattutto intrattenimento, gossip, leggerezza. È certamente più leggero - e meno rischioso – occuparsi di pettegolezzi che fare una inchiesta approfondita. Anche noi lettori siamo impigriti. I provvedimenti spesso sono legati all’immagine: un po’ di militari in giro per la città ci rassicurano. In fondo potremmo anche assumere delle comparse. Anzi: magari un attore che fa la parte di un politico appare più convincente di uno statista autentico. Scriveva Platone che di fronte a un pubblico di bambini un pasticcere è più convincente a parlare di cibo. di un dietista
Intanto i provvedimenti per stanare il riciclo di denaro sporco sono cancellati. Il ministro dell’economia dichiara che quasi tutto l’8 per mille dato dagli Italiani allo Stato verrà usato per compensare il taglio dell’Ici. Lo stesso governo aveva utilizzato il fondo per la previdenza dei piloti Alitalia, le iniziative dell’ex sindaco di Catania e medico personale del capo di governo. Chi garantisce la sicurezza dell’istruzione, della sanità, della previdenza sociale, del diritto allo studio, alla formazione, al lavoro? O quella dei risparmiatori, degli investitori, degli imprenditori che pagano le tasse e non usano il lavoro in nero, delle famiglie – specialmente se hanno figli?

Soggetti o consumatori della comunicazione?

Lunedì 1 Settembre 2008
La qualità della convivenza sociale non è un dato acquisito per sempre. La democrazia, le sue regole, i suo valori, i suoi diritti e i suoi doveri sono realtà dinamiche, che hanno bisogno in maniera incessante di essere rivisitate, ricomprese, riconquistate.

Il diritto di voto è una conquista importante, ma diviene ben poca cosa senza una informazione adeguata che ci metta in condizione di scegliere. La scelta deve essere vera, e non apparente. Nelle società complesse come le nostre occidentali forme “aperte” di autoritarismo sembrano impossibili, ma non mancano aspetti inquietanti e più sottili. Abbiamo delegato alla “mano invisibile” del mercato la fiducia che i meccanismi di controlli intrinseci nel gioco economico siano in grado di stabilire regole di condotta e di relativa equità. Ma la realtà è più complessa e più difficile.

Prendiamo un esempio, se volete un paradosso o una provocazione. Ma non poi così distante dalla realtà.
A che cosa servono le compagnie telefoniche? Cos’è che vendono? Su quale principio logico si fondano i loro guadagni?
La risposta sembra ovvia: ci offrono un servizio. Come le aziende del gas, o quelle dell’acqua. Ci sono delle reti, queste reti trasportano dei beni (gas, acqua, informazioni) e noi paghiamo per questo servizio. Ma nel caso dei telefoni il bene trasportato ha una caratteristica molto particolare: non tanto perché sia “immateriale” (l’informazione), quanto perché è “prodotto” dallo stesso utente (ad es. da me che parlo con mio cugino). Dunque, che cosa pago?

Certamente l’infrastruttura. È ovvio che una rete di comunicazioni ha bisogno di una struttura fisica, che ha un costo. Ha bisogno di personale a vario livello che la progetti, la realizzi, ne faccia manutenzione e la aggiorni. Questo personale va giustamente pagato. Ha bisogno di un software che la monitorizzi e la faccia funzionare in modo ottimale. E anche questo ha un costo.
Punto.
Non c’è altro.
Il che, in percentuale, è pochissimo. Se dividiamo i costi – inclusi i legittimi guadagni – tra tutti gli utenti, il costo è davvero irrisorio. E allora – ancora una volta – che cosa paghiamo così caro? Che cosa produce profitti elevatissimi in un settore che non a caso può permettersi di investire somme ingenti non tanto in pubblicità “diretta”, ma in forma di promozione di una “atmosfera”, di uno stile di vita, di un modo di essere? Che può permettersi di stipendiare uno stuolo così vasto di comprimari e ballerine di seconda fila, una variegata e colorata corte di giullari?

Fondamentalmente due cose.
La prima è più evidente, quasi banale: tenere artificiosamente alto il costo di un semplice servizio di “trasporto” dell’informazione prodotta dagli utenti (e che per le compagnie non ha invece nessun costo). In Italia paghiamo un sms 5 volte più che in Danimarca. Ogni anno spendiamo in sms circa 2,5 miliardi di euro.
La seconda è più subdola: mettere in secondo piano l’uso della rete telefonica come luogo di scambio di informazione tra soggetti, a favore di un modello dove un “centro” eroga “servizi” (che nel linguaggio tecnico si dicono “a valore aggiunto”). “Aggiunto”, naturalmente, per le compagnie. Sono “servizi” - quando va bene - copie costose di servizi reperibili altrove gratuitamente; quando va meno bene sono “servizi” inutili o addirittura dannosi. Oroscopi, previsioni del tempo, risultati delle partite di calcio, loghi, suonerie, “servizi” erotici, mms preconfezionati… la fantasia dei “produttori” non ha limite. Per loro la rete come canale di comunicazione tra utenti è vuota e povera, e la loro missione è riempirla – a pagamento – di bei lustrini colorati.
Se riuscissimo ad essere più consapevoli faremmo a meno di questi inutili “servizi”, mentre apprezzeremmo ancor più l’incremento di relazioni umane rese possibile anche dalla tecnologia. Potremmo valorizzare la nostra capacità di pensare, di scambiarci opinioni ed affetti, in un contesto meno di marketing e più umano.
Ma questo non è compito che si possa affidare alle leggi del libero mercato (tanto meno a quelle della pianificazioni). È un atto di libertà, di consapevolezza, possibile nella formazione reciproca e nel lento sviluppo delle facoltà più propriamente umane.

Anselmo Grotti
Sito Web:

Paesaggi mentali condivisi

www.unisi.it/grotti
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

Paolo, santo della globalizzazione

Domenica 3 Agosto 2008
Siamo nel bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo.
È l’occasione per delle riflessioni non di maniera, non semplicemente “devote”. Chi abbiamo in mente parlando di lui? Paolo astioso “secondo fondatore” del cristianesimo, anzi “traditore” del messaggio del Gesù mite?
Oppure antesignano della inculturazione del cristianesimo nelle varie culture, lui che appartiene a tre e non è succube di nessuna? Da rileggere in tempo di globalizzazione e di localismo esasperato, oltre che di strumentalizzazione politica. Paolo che può dire “sono cittadino romano”, che rivendica con orgoglio le sue radici giudaiche, che ha il coraggio e la libertà di abbandonare la circoncisione, che cita scrittori greci.

Ha detto Benedetto XV: la Chiesa “non si identifica mai con una nazione, con una sola cultura o con un solo Stato”; “riunisce l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni del mondo, rende presente la pace di Dio e la forza riconciliatrice del suo amore” (apertura dell’anno paolino assieme a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli.

Viviamo tempi chiamati della globalizzazione. Si muovono attraverso il pianeta enormi flussi finanziari, volumi grandissimi di merci, quantità infinite di informazioni, nonché spostamenti migratori quali mai nella storia abbiamo conosciuto. Tutto questo provoca opportunità e pericoli, speranze e tensioni. Una pessima (e solo apparente) soluzione ai legittimi timori è la rivendicazione di una identità escludente, spesso portata a strumentalizzare la religione per farne uno dei puntelli del modo di vivere: l’occidente è cristiano, mentre “gli altri” (gli immigrati, i terroristi, i nemici…) sono musulmani… Dal 2001 questa tendenza si è rafforzata dappertutto. Anche nel nostro Paese, dove possiamo contemplare fervidi difensori della fede “cristiana” convinti che essa sia identificabile con i riti di qualche valle locale.

Ha scritto recentemente Rémi Brague (docente di filosofia a Parigi e Monaco, autore del libro Il futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, 1998):

[chi è Gesù per noi?] “…il dolce sognatore di Renan o il non violento di Tolstoj – o un rivoluzionario, oppure un filosofo profondo – ma anche un semplice, quasi un idiota; o ancora un ariano dagli occhi azzurri, isolato in mezzo a semiti dal naso adunco – ma anche un predicatore popolare che non avrebbe portato nulla di nuovo nell’ebraismo dell’epoca e sarebbe stato tradito da san Paolo. Queste immagini hanno tutte un punto in comune: assomigliano tutte a chi le propone, tanto da confondersi con esso. Non tanto con la sua realtà, spesso un po’ penosa, quanto con ciò che sognava di essere” (“Voi chi dite che io sia? Sondaggio su Gesù”, in “Vita e Pensiero”3/2008).

Dobbiamo ricordarlo bene: ogni utilizzo umano della fede ne fa una superstizione, e non è lecito a nessuno trasformare Gesù e il cristianesimo in uno strumento di parte. Significa farne un idolo:

Sventurato colui che si fa da sé un’idea di Cristo. Perché? Perché persino di Cristo si può fare un idolo. Quasi tutto può diventare un idolo: un oggetto di legno o di metallo, certo; ma anche una forza naturale come la sessualità, un simbolo sociale come il denario, un’idea come il progresso. Basta che qualcosa mi rimandi l’immagine del mio desiderio. L’idolo riceve la sua natura di idolo dallo sguardo idolatrino, e tale sguardo può dirigersi su qualunque cosa e chiunque, compreso Gesù” (Ivi).

Lo ha ricordato, da un punto di vista storico, anche Franco Cardini nella serie di trasmissioni “Il Turco a Vienna” (a proposito, vale la pena di ricordare il benemerito impegno della Rai nel podcasting, ci torneremo: www.radio.rai.it) . C’è un ritorno di interesse verso gli episodi storici che hanno visto contrapposti cristiani e musulmani, identificati sic et simpliciter con Occidente e Oriente. Cardini fa notare come la cristianità che a Vienna combatte contro il Turco sia fatta da stati europei cristiani che hanno fatto infinite guerre tra loro, e che anche i “Turchi” sono attraversati da mille differenze.
La storia è complessa, e non si presta alle semplificazioni, alle strumentalizzazioni e ai pasticci affrettati.

Ma c’è anche un motivo religioso che si oppone a queste strumentalizzazioni.

Un cristiano vissuto in Palestina nel IV secolo scriveva:

« Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio. » (Doroteo di Gaza, Istruzioni VI)

« Il rapporto della chiesa con le altre religioni è dettato da un duplice rispetto: Rispetto per l’uomo nella sua ricerca di risposte alle domande più profonde della vita e rispetto per l’azione dello Spirito nell’uomo. (…) Ogni autentica preghiera è suscitata dallo Spirito santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo » (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio.)

Come cristiani, non possiamo dimenticare che al cuore della nostra fede c’è Gesù Cristo, che ci lega in modo del tutto unico a Dio. (Vedi 1 Timoteo 2, 5.) Ma, lungi da impedirci un vero dialogo, questo assoluto ci impegna, perché se Gesù è unico, lo è per la sua umiltà.

Anselmo Grotti

Sito Web: Paesaggi mentali condivisi

www.unisi.it/grotti
Università di Siena, Facoltà di Filosofia

Prove tecniche di razzismo

Sabato 5 Luglio 2008
Quello che impressiona è la scarsità di reazioni. Uno Stato europeo – anzi, fondatore del “miracolo” politico dell’Unione Europea -, uno Stato con una tradizione culturale e giuridica importante, propone nel XXI secolo una schedatura su base etnica.

Facciamo fatica a pensarlo. Ma facciamo ancora più fatica a comprendere il perché della reazione assonnata, indifferente, se non complice. Non è questione di parte: si può essere di destra o di sinistra, di centro o apolitici, ma non si può non rendersi conto e non applicare un principio di elementare civiltà giuridica.

Propongo due riflessioni in proposito, cercando di evidenziare due errori di ragionamento molto comuni.

Il primo errore confonde il motivo per cui qualcuno è sanzionabile.
Si possono prendere provvedimenti verso chi commette reati. Anzi, compito primario dello Stato è garantire la sicurezza. Rinunciamo, nella convivenza civile, all’uso privato della forza per delegarla a un sistema di sicurezza pubblica democraticamente organizzato e controllato. Il monopolio della forza da parte dello Stato da una parte è garanzia verso i deboli (in quanto protegge dal sopruso del più forte) e dall’altra principio di equità della pena (che deve distinguersi dalla vendetta).

Può anche accadere che di fatto la maggior parte dei membri di un certo gruppo abbiano compiuto un determinato reato e siano per questo motivo giustamente sanzionati. In ogni caso vale il principio che si è sanzionati non per l’appartenenza a un gruppo, ma per aver commesso un reato. Anche se tutti i Rom fossero, per esempio, sanzionati per aver rubato, resterebbe forte il principio che sono sanzionati in quanto ladri e non in quanto Rom.

Il secondo errore consiste nel fidarsi di conoscenze “ovvie”, talmente diffuse che nessuno si preoccupa di verificare.
La Fondazione Migrantes ha commissionato al dipartimento di Psicologia e antropologia culturale dell’Università di Verona una ricerca sugli stereotipi legati ai Rom. Vengono analizzati i presunti casi di sottrazione di minore (un’accusa tipica verso i Rom) dal 1986 al 2007. Non esiste un solo caso accertato di rapimento su 30 denunce e 11 iniziative dirette dell’autorità giudiziaria. Rom e Sinti sono assieme 150.000 persone in Italia, di cui 70.000 cittadini italiani. Sono lo 0,3% della popolazione del nostro Paese, la media Ue è del 2%).

Detto questo il rispetto della legge vale anche per Rom e Sinti, come per gli autoctoni, gli stranieri, gli studenti, le casalinghe e le alte cariche dello Stato. Non vorremmo che a fare la differenza fosse lo status sociale e il reddito – visto che nessuno sembra preoccuparsi dell’appartenenza all’etnia Rom quando ci si chiama ad esempio Ibrhaimovic, che guadagna 4,5 milioni di euro l’anno all’Inter.

Forse questa esperienza ci aiuta a comprendere meglio la passività con cui vennero accettate – ma non da tutti – le leggi razziali del 1938. E, ancor prima, i tanti pregiudizi che si sviluppano nella storia. Si veda ad esempio il recente libro di Francesco Germinario Argomenti per lo sterminio (Bollati Boringhieri 2008) in cui si narra come si sviluppò in modo oscuro e poco appariscente il pregiudizio antisemita nella pubblicistica francese da metà Ottocento in poi.

“Famiglia Cristiana” (26) ha narrato la storia di Goffredo Bezzecchi, Rom cittadino italiano, schedato dai fascisti nel 1942 quando aveva 13 anni. E schedato una seconda volta a 69 anni da agenti della polizia e da carabinieri il 6 giugno 2008 alle 5.20 di mattina, assieme agli altri 34 abitanti di un campo nomadi comunale vicino a Milano. Tutti cittadini italiani, tutti con lavoro regolare, tutti con figli che frequentano regolarmente le scuole.

Quasi tutte le voci critiche sono venute dal mondo cattolico. Anche qualche intellettuale ebreo, come Moni Ovadia, si è espresso. Vorremmo che ci fossero più voci. Come ha detto a suo tempo il pastore luterano Niemoller al tempo del Terzo Reich: “Prima vennero per i comunisti, non dissi nulla perché non ero comunista; dopo vennero per i socialdemocratici, non dissi nulla perché non lo ero; poi vennero per i sindacalisti, non dissi nulla perché non ero sindacalista; dopo vennero per gli ebrei, non dissi nulla perché non ero ebreo; quindi vennero a prendere me, e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

Anselmo Grotti
Sito Web: Paesaggi mentali condivisi
Università di Siena, Facoltà di Filosofia
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Rubrica “ReciprocaMente

Il dilagare del “percepito”

Lunedì 2 Giugno 2008
È molto frequente l’uso del termine “percepito”, in contesti anche molto diversi tra loro. Il termine allude a una differenza tra il “dato” e la sua rappresentazione mentale.
Si parla ad esempio di “temperatura” o “umidità” percepite, nel senso che i valori misurati con gli strumenti non corrispondono con le “sensazioni” di calore o umidità che gli esseri umani avvertono (tra l’altro con differenze tra persona e persona).
In questi giorni tuttavia l’uso più frequente dell’aggettivo “percepito” è associato al sostantivo “sicurezza”. Si parla molto di “sicurezza (o insicurezza) percepita”, e su questo tema secondo alcuni si sono anche giocate le sorti delle ultime elezioni. In ogni caso è una espressione molto presente nei giornali, nelle trasmissioni televisive, nei discorsi dei politici e delle persone comuni.

Si dice che l’insicurezza sia molto aumentata, che siamo di fronte a una ennesima “emergenza”, che l’arrivo di romeni, rom, extracomunitari (termini che a volte vengono ritenuti sinonimi con buona pace del vocabolario italiano) rende pericolose le nostre città e le nostre strade, e così via.
Si chiedono misure forti, l’intervento dell’esercito, espulsioni di massa, nuove figure di reato come quella di “immigrazione clandestina”, e così via.

“Percepito” corrisponde a “reale”?
Dipende.
Nel caso della temperatura il riferimento a quella percepita non è fuori luogo. Se sono uno scienziato, se per qualche motivo mi occupo del comportamento fisico dei materiali, mi interesserà in primo luogo la temperatura riportata dagli strumenti. Ma se sono una persona comune è più interessante proprio la mia sensazione soggettiva di caldo o di freddo (ad esempio per sapere quali vestiti mettere), piuttosto che il dato “oggettivo” dello strumento.

Ma nel caso della vita sociale, economica, politica?
La criminalità legata ai fenomeni immigratori è un dato di fatto, di cui occorre tenere il debito conto. La tranquillità di poter uscire di casa deve essere garantita a tutti: ai bambini, alle donne, agli anziani, ai pedoni, a chi lavora con i computer e a chi lavora nei cantieri, a chi è di un colore oppure di un altro.
Ma in base a quali indicatori riteniamo che l’insicurezza stia aumentando, diminuendo, trasferendosi in un settore piuttosto che in un altro?
Il tasso di omicidi a Roma è calato negli ultimi anni, eppure i romani hanno preferito chi insisteva sull’emergenza sicurezza.
La sicurezza nei luoghi di lavoro è meno importante? Ogni giorno ci sono alcuni morti nei cantieri e nelle fabbriche: qualcuno ha proposto delle ronde di cittadini per sorvegliare questi ambienti? La sicurezza vale anche per i campi rom, che non devono essere oggetto di generiche spedizioni punitive, come è successo. I comportamenti pericolosi al volante determinano morti e feriti. Definire reato non un fatto criminoso specifico, ma l’immigrazione clandestina in quanto affida un numero enorme di persone all’area del sommerso, alle organizzazioni malavitose. Toglie gli strumenti per avvicinare queste persone all’area della legalità, del controllo, dell’integrazione. Naturalmente dire che d’ora in poi l’immigrato clandestino è un reo rassicura il sentimento comune e superficiale. “E’ un crimine, quindi non sarà più commesso – o se sarà commesso verrà punito”. Rassicura, ma non fa percepire la realtà. È un po’ più esigente svolgere il ragionamento corretto: poiché è già considerato un reo, non avrà altra strada che affidarsi a chi opera al di fuori delle leggi dello Stato. La sicurezza diminuisce invece di aumentare. Ma la percezione della sicurezza aumenta. E ciò che fornisce voti ai politici non è la sicurezza effettiva, ma la sicurezza percepita…

È un problema antico, ma che si fa forte nelle moderne democrazie. Siamo chiamati a scegliere, e proprio per questo avremmo bisogno della necessaria informazione. La differenza tra realtà e percezione è ineliminabile (nessuno potrà mai dire in politica che la sua posizione “è” la realtà e non una sua percezione). Quello che però fa la differenza è la grandezza dello scarto tra le due. Il sistema politico repubblicano non è la rappresentazione perfettamente fedele del Paese, ma il suo scarto è nettamente minore di quanto lo fosse il sistema politico fascista.

Una volta De Gasperi ebbe a dire che mentre il politico pensa alle prossime elezioni lo statista pensa alle prossime generazioni. Nel nostro caso il ragionamento è analogo. Prese atto della ineliminabile presenza di realtà e percezione, si possono fare due scelte: o si lavora per un avvicinamento della percezione alla realtà, oppure si sfrutta cinicamente la percezione, isolando un cavallo di battaglia e ignorando la complessità del reale.

Scriveva Platone che di fronte a un pubblico di bambini il pasticcere sarà molto più convincente del medico nel dire che cosa è bene mangiare. Di fronte a un pubblico di incompetenti il sofista sembrerà più competente di chi è veramente competente. Se non ci prendiamo l’impegno di informarci, di ragionare, di verificare un attore che svolge il ruolo di presidente sarà più convincente di un presidente vero. I maghi delle campagne elettorali americane cominciarono a far imparare qualche trucco da attori ai candidati alla presidenza. Poi si sono chiamati direttamente gli attori a fare i presidenti. Degli Usa, della California oppure – magari come moglie – della Francia. Anche in Italia ne sappiamo qualcosa: capi di governo, ministri…

A Giolitti veniva rimproverato di essere noioso e grigio, mentre gli interventisti erano il futuro e il vate D’Annunzio era “immaginifico”. Giolitti voleva la trattativa con l’Austria per ottenere le terre “irredente”, D’Annunzio proponeva di uccidere il noioso Giolitti a furor di popolo e cominciare così l’eroica guerra. Sappiamo come è andata a finire. Si potrebbe riflettere sul valore del “patriottismo percepito”. In questi giorni sentiamo che si vorrebbero mutare le regole d’ingaggio dei nostri soldati in missione all’estero, con maggiore disponibilità allo scontro armato. Sembra dimenticato il fatto che da quando c’è in Libano la missione italiana non c’è stato più un morto, e di nuovo siamo pronti a scegliere D’Annunzio piuttosto che Giolitti.

Ci sono intere aree del Paese in mano alla criminalità organizzata. Ma mentre si propongono le ronde contro gli extracomunitari, si fa capire che in fondo con la mafia bisogna convivere. La violenza contro i minori e le donne è un crimine orrendo. Ma si dimentica che la maggior parte delle violenze avvengono in casa, tra persone che si conoscono. La prostituzione per le strade è una piaga del Paese. Ma anche quella “che salva la faccia” lo è. Se ci sono, come dicono gli studi, 600.000 prostitute in Italia ci sono anche 9 milioni di clienti abituali. Tolti i bambini e un po’ di anziani, è un bel numero di maschi. Sono tutti extracomunitari?

Anche i riti magici davano la sensazione “percepita” di guarire le malattie, far prosperare i campi, far vincere le guerre. Siamo un Paese in cui prosperano i maghi, i medium, gli impostori di ogni sorta. Un Paese che legge pochissimo ma che compra i libri che insegnano a vincere al totocalcio (e nessuno di quelli che li compra si chiede perché – avendo scoperto il segreto di queste vincite – uno dovrebbe accontentarsi dei diritti d’autore invece che utilizzare in prima persona il metodo…).

La nostra responsabilità è di essere pigri, di non cercare di informarci e di ragionare. Quella di molti politici è la decisione cinica di cavalcare l’onda del “percepito” invece di lavorare per ridurre lo scarto tra percezione e realtà. Scelte politiche di breve respiro possono dare larghi consensi per un po’ di tempo, ma preparano tempi difficili ed esasperano i problemi. Per l’integrazione ad esempio fa molto di più la scuola, con tutte le sue difficoltà, che la ronda di sceriffi improvvisati e inaffidabili. Che sia la politica a soffiare sul fuoco delle tensioni appare francamente intollerabile.

Anselmo Grotti

Fede e società politica

Sabato 3 Maggio 2008
Ci si interroga sul rapporto che mette assieme fede e ragione, filosofia e religione, politica e teologia. Non è mai stato un rapporto facile, ma è la realtà che è complessa, anche se molti sono tentati di seguire le soluzioni semplici anche per i problemi complessi (ce ne sono molte in effetti di soluzioni così, da una parte e dell’altra. Peccato che oltre ad essere (o sembrare) semplici siano in genere sbagliate).

Una concezione vede possibile la conciliazione tra filosofia e religione, così come ad esempio sostiene Averroè, il pensatore arabo nato in Andalusia nel 1126, che fu anche medico, matematico e maestro della legge islamica. La filosofia nella sua visione è amica della religione, anzi “sua sorella di latte”. È interessante notare come nel Concilio Vaticano I 1869-70 si è ripreso quasi la stessa espressione. Ragione e fede sono due sorelle, due fonti dell’unica verità che è in Dio. Lo dice con grande freschezza il padre gesuita Samir Khalil Samir, direttore del Centro di Documentazione e di ricerche arabo-cristiane di Beirut, profondo conoscitore del mondo islamico. Se manca l’istruzione, ci si affida a dei mediatori, a delle guide che decidono per gli altri.

L’Occidente ha vissuto una lunga stagione di conflitto, che ha portato anche a chiarificazioni reciproche e a indubbi guadagni in termini di laicità della politica e di autonomia della religione. Ma non in tutti i settori e non in tutti i luoghi tali guadagni sono consolidati e visibili. Lo si è visto con chiarezza nel recente viaggio di Benedetto XVI negli Usa.
Il presidente americano si è rivolto al papa parlando degli Usa come di una “nazione pienamente moderna, ma guidata da verità antiche ed eterne”. La vita umana “è tutta sacra”.
Intanto il numero dei soldati americani morti in Iraq è ormai il doppio di quello delle Torri Gemelle, mentre nessuno sa esattamente il numero dei morti civili. E i soldati che comunque tornano per la maggior parte, anche se non feriti nel fisico, lo sono nell’anima – spesso con turbe psichiche gravissime.

Negli stessi giorni della visita del papa, la Corte Suprema (nove giudici, cinque dei quali cattolici) dichiarava di nuovo legale la pena di morte tramite iniezione letale, mentre i sondaggi dichiaravano che la maggioranza degli americani considera positivo mandare a scuola i ragazzi armati.

Due diverse storie dall’Africa

Domenica 6 Aprile 2008
La prima storia ricorda un anniversario, una vicenda di morte.
7 aprile 1994: sui cieli d’Africa esplode l’aereo che riportava a casa il presidente del Ruanda, dopo una pacificazione costata quattro anni di lavoro. Pochi minuti e comincia la carneficina. Tutto era stato preparato anche con l’aiuto della voce martellante di una radio che incita all’odio e alla vendetta. In tre mesi si arriva quasi a un milioni di assassinati: tutsi in larghissima parte, ma anche non pochi hutu moderati e che si erano rifiutati di partecipare o anche solo di assistere al genocidio. Un milione di uccisi è moltissimo: lo è ancor più in un Paese di soli otto milioni di abitanti.

Il 4 luglio 1994 la strage cessa, ma inizia l’esodo verso infiniti campi profughi di quasi tre milioni di persone. Due milioni sono gli sfollati nel Paese: praticamente non c’è ruandese che non sia personalmente segnato dalla vicenda. Anche la chiesa ruandese non è stata immune dalla follia omicida e fratricida; allo stesso tempo, non sono mancati gesti di solidarietà tra sconosciuti di tribù diverse, e neppure matrimoni misti. Le “piccole sorelle” di Charlse di Foucauld sono rimaste anche nei mesi più terribili.
Si veda anche il film Hotel Rwuanda, che racconta in modo abbastanza fedele gli eventi. Ha scritto sul film Tullio Kezich ne “Il Corriere della Sera”: “Chissà perché gli orrori staliniani, l’Olocausto, gli infoibamenti o la strage di 937 mila Tutsi in Ruanda sono sempre stati consumati nel silenzio dei governi e nella distrazione della gente comune? Usa e alleati hanno promosso la crociata ancora in corso per distruggere in Iraq le ipotetiche e introvabili armi segrete, ma nel 1994 nessuno si mosse quando in un piccolo paese africano gli Hutu presero a sterminare la gente a colpi di machete“.

La seconda storia riguarda una vicenda di vita, e anche delle domande “eversive” che pone.
Tanzania del sud. In un villaggio immerso nella foresta tropicale nasce e si sviluppa al ritmo delle stagioni l’alternativa al petrolio e al nucleare. È curata da una comunità di suore vincenziane.
Nel Paese l’energia elettrica è una scommessa: frequenti e lunghi black-out che tormentano un insieme fragile di fili (non esiste una rete elettrica nazionale) anche per otto ore di seguito.
Le suore si sono consultate con un vivaista e hanno messo a coltura una pianta, la Jatropha curcas, capace di produrre 1.900 litri di olio, utilizzabili come biocarburante. È una resa quattro volte superiore a quella della soia, dieci volte maggiori di quella del mais. La pianta vive per quaranta anni, e può sopportare una siccità di due anni consecutivi. Bruciando, produce la stessa quantità di anidride carbonica che aveva assorbito durante la crescita, quindi l’emissione totale è zero.
Peccato che non richieda costose progettazioni, non consenta accentramento e controllo della produzione, non crei una casta di superesperti e monopolisti, non sia possibile oggetto di attentati terroristici, non crei concentrazione di addetti e relativo potere di gestire le assunzioni, non implichi gigantesche reti di distribuzioni, oleodotti, gasdotti, sorveglianza armata, guerre ed eserciti, comandanti in capo, esportazione di democrazia, santoni teocratici e kamikaze. Come dicono le suore “la coltiviamo in giardino”. Tutto qui.

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Anselmo Grotti
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  • anno VIII, n. 3, settembre 2008

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