Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l’acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Una decisione controcorrente? A ben guardare no. Anzi: la municipalità parigina si rivela in linea con una tendenza globale, fa notare l’agenzia Ips, che riprende dati raccolti da un osservatorio specializzato: il Water remunicipalisation tracker («Segnalatore della ri-municipalizzazione dell’acqua »), divisione dell’Osservatorio sull’Europa delle corporations (Ceo) e dell’Istituto transnazionale di Amsterdam, ha compilato una lunga lista di città grandi e piccole, dall’Africa all’America latina alla Francia stessa, che hanno deciso negli ultimi anni di tornare alla gestione pubblica dell’acqua e servizi correlati (acquedotti e fognature).
(dal sito acquabenecomune.org, 25/11/2008)
Quindi nel mondo si ritorna a municipalizzare le aziende idriche. E in Italia? Trattandosi di acqua, come potevamo non andare contro-corrente?
Erano agguerriti i sindaci e gli assessori riuniti a Roma il 21 novembre nella sala della Pace della Provincia per dar vita alla costituzione del Coordinamento nazionale degli enti locali per l’acqua pubblica.
Rappresentano centinaia di migliaia di cittadini che da Castellammare di Stabia ad Aprilia, città dove si è dato appuntamento il Secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua (22-23 novembre), dall’agrigentino all’area dell’astigiano, formano comitati civici e aprono vertenze sul territorio per contrastare il passo all’incedere della privatizzazione del servizio idrico. Così il conflitto sull’acqua in Italia comincia a mostrare proporzioni rilevanti ed implicazioni inedite.
L’oggetto della contestazione e della mobilitazione straordinaria è un articolo, il 23bis, inserito come modifica apportata in sede di conversione al decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, e approvato dalla Camera il 5 agosto scorso (legge 133/2008).
La norma in questione se da un lato ribadisce il regime di proprietà pubblica delle reti, dall’altro conferma la possibilità di affidamento a soggetti privati della gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, nel cui quadro è fatto rientrare il servizio idrico, introducendo l’obbligo del ricorso in via ordinaria alla procedura di evidenza pubblica. D’altro canto, si prescrive che le concessioni rilasciate non mediante gara cessino entro il 31 dicembre del 2010. Viene infine ad essere sottoposta a condizioni restrittive, anche se fatta salva, la possibilità di affidamenti diretti a favore di società in house, cioè a capitale totalmente pubblico.
In sostanza, nel nuovo contesto normativo predisposto dal governo diventa più difficile contenere e limitare il processo di privatizzazione in corso che ha preso le mosse a partire dalla legge Galli del 1994. (…)
Tre Regioni, Piemonte, Liguria e Emilia Romagna hanno impugnato per incostituzionalità l’art. 23 bis. Nei prossimi mesi è atteso lo svolgimento del referendum promosso da ben 144 comuni della Lombardia per l’abrogazione di alcuni articoli della legge regionale 18/2006 grazie a cui si è stabilita la consegna ai privati dell’erogazione dell’acqua.
Nella zona di Latina, gli abitanti contro le superbollette imposte da Acqualatina, controllata per il 49% dalla multinazionale francese Veolia, moltiplicano i loro sforzi per evitare gli esosi aumenti e denunciare l’illegittimo distacco dei contatori. Nello stesso tempo, in Sicilia, i sindaci della provincia di Agrigento si coalizzano per rescindere il contratto con la Girgenti Acque Spa, responsabile di gravi disservizi, e fanno fronte comune con le associazioni di base onde impedire che la società privata imposta dal commissario ad acta della Regione s’impossessi dell’acquedotto.
Il baricentro di questa radicata protesta consiste nella proclamazione del principio che l’acqua è un bene comune nonché diritto inalienabile e inviolabile di ogni persona. (…)
Sotto l’egida del profitto, come dimostrano gli studi di Water remunicipalisation tracker, le tariffe vengono gonfiate, cresce inefficienza e obsolescenza dei servizi. A rimetterci è l’utenza, soprattutto la parte della popolazione con minor reddito.
Nel 2007 le famiglie italiane, secondo un dossier dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, hanno speso in media circa 230 euro in più, mentre l’Istat, nel rapporto sullo stato degli acquedotti 2008, segnala un regresso nella capacità di distribuzione della rete idrica confrontata con i livelli del 1999.
(dal sito lastampa.it, 25/11/2008)