Prendersi cura della comunicazione
12 aprile 2011
Prendersi cura della comunicazione
Questa volta mi permetto di condividere con voi l’uscita del mio ultimo libro: “ComunICare. Prendersi cura al tempo della rivoluzione digitale” (Editrice Ave, Roma 2011, pp. 174, 8 euro).
Vedi anche http://agrotticomunicare.blogspot.com/
Viviamo in un mondo saturo di parole, di immagini, di informazione. Un mondo nel quale i circuiti elettronici sono sempre accesi, gli strumenti della comunicazione sono sempre più piccoli, pervasivi, ormai una estensione del nostro corpo, dei nostri organi di senso, della nostra mente. Da diversi decenni sugli schermi delle nostre tv non compare più la scritta “fine delle trasmissioni”, nessuna pausa interrompe il fluire elettronico dei monitor. Siamo immersi in una galassia mediatica nella quale più mezzi di comunicazione sono presenti nello stesso istante a sollecitare la nostra attenzione.
Tutto questo basta a renderlo anche un mondo ricco di comunicazione? Siamo protagonisti, testimoni o vittime del moltiplicarsi di strumenti, occasioni, luoghi del comunicare? Dobbiamo aspettarci un cambiamento radicale nei modi di conoscere e strutturare il mondo, le relazioni con gli altri, noi stessi e il nostro destino?
Queste e altre domande si affacciano da qualche anno nella mente di tutti noi: figli e padri, giovani e di età matura, studenti e insegnanti, credenti e non credenti. Forse lo fanno in maniera diversa: ci sono i “nativi digitali” per i quali l’immersione nella osmosi comunicativa è un dato di fatto e la perenne connessione alla rete un dato fisiologico. Per essi il lento apprendistato concettuale, la sistematica lettura dei testi, l’ascolto ininterrotto di una argomentazione e di una dimostrazione sono non solo lontani ma spesso incomprensibili. Accanto a loro, come in un altro mondo, ci sono le generazioni più mature che al massimo sono “immigrati digitali”. A queste persone sembra che il filo della memoria si spezzi, che il patrimonio culturale elaborato in secoli si perda, che il mondo si stia banalizzando. Ma è proprio così?
Probabilmente ci è toccato di vivere in una fase straordinaria della nostra storia comune e alle generazioni attuali è affidato un compito decisivo: costituire un ponte, un passaggio, una interfaccia tra differenti modalità di percepire il mondo, sviluppare strategie conoscitive, elaborare etiche della convivenza e della relazione. Per far questo occorre essere consapevoli di ciò che abbiamo dato per ovvio nel passato, anche recente: il significato e le caratteristiche della comunicazione scritta, dell’accesso limitato all’informazione, della iniziazione progressiva al sapere. Occorre essere allo stesso tempo consapevoli della continuità e della frattura che coesistono tra il vecchio continente della cultura scritta e quello nuovo della comunicazione digitale, in particolare di quello che è stato chiamato il “settimo continente”, lo spazio della rete.
Per metterci in condizioni di poter sviluppare questa consapevolezza occorre riflettere sull’importanza della comunicazione nella costituzione stessa della persona umana. Dobbiamo intraprendere un viaggio, per molti aspetti affascinante, che ci porti a scoprire l’enorme ricchezza racchiusa in quello che spesso giudichiamo ovvio e degno di poca attenzione, nonché le potenzialità di quel “nuovo” che a volte ci intimorisce. Scoprendo magari di essere chiamati a una interpretazione etica, politica e religiosa di qualcosa che pensavamo soltanto tecnologico.
La comunicazione rappresenta la struttura profonda della persona umana. Secondo la Bibbia è il linguaggio a connaturare in maniera specifica l’essere umano. Il soffio divino (Genesi 2,7) rende l’uomo «un essere vivente»; nel servizio religioso della sinagoga si rende questa espressione così: lo rese «uno spirito parlante». Questa struttura profonda dell’essere umano è immagine dell’archetipo divino (il Logos, il Verbo, la Parola), per cui diviene chiaro che l’immagine di Dio è l’uomo vivente. Il modello primo della comunicazione è il modello trinitario: tre Persone distinte ma della stessa Sostanza. In altri termini: la comunicazione è tale se mantiene le diversità (evitando la confusione indistinta della omologazione) e garantisce la capacità di entrare in contatto. Dal punto di vista antropologico questa verità profonda si sviluppa nell’evitare due errori contrapposti. Il primo è quello di immaginare la possibilità della comunicazione umana come standardizzazione e prevalenza di un solo modello culturale: ci parliamo e siamo in grado di vivere assieme perché assumiamo tutti lo stesso format: parliamo tutti inglese (o magari cinese mandarino…), facciamo tutti le stesse cose, ci riferiamo tutti alla stessa economia, alla stessa politica, alla stessa cultura… Il secondo errore è speculare e altrettanto grave: pensare che difendere la propria autonomia sia credere alla propria autosufficienza, che l’orgoglio per la propria identità comporti la negazione delle identità altrui, che non la comunicazione ma la lotta per la sopraffazione (o al massimo la semplice e fredda tolleranza del diverso, la divisione del mondo fisico e di quello mentale in cittadelle fortificate) siano il destino dell’umanità.
Gli studiosi del comportamento umano chiamano joint attention task la capacità di interagire con altri al fine di cooperare per un obiettivo comune. Questo è anche il motore dell’apprendimento: tutte le ricerche – e l’esperienza di qualsiasi educatore – mostrano come sia indispensabile la collaborazione di chi apprende, il suo desiderio, la sua attenzione. Già il bambino chiede «Cosa è questa cosa?» e si attende una risposta dall’adulto. Senza la disponibilità del bambino al dialogo tutto il sapere dell’adulto sarebbe insufficiente a generare conoscenza. Come è stato notato anche da studiosi contemporanei Tommaso d’Aquino nella Summa teologica riconosceva la capacità dello Spirito Santo di metterci in un rapporto di joint attention task con Dio. Un Dio che è trinitario, quindi intrinsecamente comunicazione, un Dio che è persona, al quale ci si possa rivolgere con il tu. Aristotele, che pure descrive un Dio buono, potente ed eterno, non usa il tu della comunicazione, come farà invece Agostino scrivendo alla seconda persona singolare l’intero libro delle Confessioni. Anche da un punto di vista più strettamente sociologico si fa strada la percezione che attraverso il modello trinitario proposto dal cristianesimo sia possibile mettere insieme laicità e multiculturalità, identità e integrazione.
Sommario del libro:
“Comun I care”
Crescere e vivere nella infosfera
Due aspetti della comunicazione
Condividere con altri la mente 11
Colonizzare la mente di altri
La rappresentazione del mondo tra atto di conoscenza e forma di alienazione
Comunicazione e sfida educativa
Come si fa esperienza del mondo?
La vita ritoccata con Photoshop
Espressività o narcisismo?
Narciso e lo specchio
Gestire l’alterità e il conflitto
Le comunità dei pari
Prendersi cura attraverso la comunicazione
L’attesa
Casa di Socrate
Ci nutriamo di infosfera
Vietare o educare?
Ambiente e persona
Chi controlla la infosfera?
Tra Net e Inter-Net: una scelta di fondo (culturale e tecnologica)
La cura per un uso consapevole dei media
L’invasione della pubblicità
La cura per vivere con consapevolezza nella società della comunicazione
La responsabilità di prendersi cura
Il digitale terrestre e i suoi limiti
La comunicazione autentica, possibile solo tra soggetti liberi
Curare la crescita di un ambiente condiviso
Per comunicare anche solo in due occorre essere almeno in tre
Condividere un luogo per condividere la mente
Prendersi cura della narrazione: dalla famiglia alla polis
Famiglia come luogo di narrazione
La famiglia e il ruolo sociale dell’educazione
La polis come luogo dell’informazione veritiera
La polis e la nuova configurazione del territorio
Prendersi cura a scuola e nell’associazionismo
Ampliare le possibilità della formazione
L’uso sbagliato della rete
Da raccoglitori a cacciatori: curare la costruzione del sè
Prendersi cura della democrazia
Una grande opportunità: produrre e non solo consumare
Consumare servizi “a valore aggiunto”
Prosumer, l’illusione di essere soggetti attivi
Democrazia e informazione
Conclusioni
«Parlare in continuazione non significa comunicare»
Piccolo Glossario
