Trascendenza del linguaggio
di Anselmo Grotti
14 dicembre 2010
La prescrizione rabbinica vuole che la Torà sia scritta con le sole consonanti. La cabbala ne fa derivare la presenza di una serie infinita di strati di senso nel testo: essi sono come nascosti in una sorta di virtualità che li rende singolarmente esplorabili ma complessivamente inaccessibili. Nei “milioni di mondi “ dove gli esseri creati percepiscono la rivelazione di Dio, la Torà si presenta in una infinita “pienezza di sensi”. Se nella scrittura fossero presenti anche le vocali, questa ricchezza sarebbe andata perduta. Al contrario essa è l’interpretabile per eccellenza, secondo un’idea di infinita ermeneutica del testo.
In principio anche la lingua umana aveva un carattere sacro. La tracotanza degli uomini che a Babele decisero di “farsi un nome” provoca la confusione delle lingue, derivata dalla pretesa di appropriazione magica del linguaggio. Persa la memoria della lingua originaria, sono nate le lingue profane, con il loro aspetto convenzionale e, per così dire, “demotico”. Tuttavia, nel linguaggio rimane pur sempre, anche quando è profano, traccia del divino – purché il linguaggio non sia solo manipolazione di valori convenzionali e formalizzati, ma esprima anche un contenuto irriducibile alla formulazione a all’utilizzo pratico. Altrimenti si cade nella magia, nella teurgia, nell’utilizzo per propri scopi di una realtà sacra. Per questo secondo gli ebrei il Nome di Dio è il Nome essenziale, principio di ogni lingua. Un Nome che non si riferisce a nessuna attività, non ha, nel senso corrente ed utilitaristico, alcun significato: un appello – o un’invocazione.
Precedenti interventi sul tema del linguaggio:
- Linguaggio e notizie , 10 ottobre 2010
- Politica e parolacce, 20 settembre 2010
- “Vedere” e “ascoltare”. Linguaggio e comunicazione, 24 ottobre 2010
- Nomi propri. 7 novembre 2010
Un appello per la difesa dell’affido, 14 novembre 2010 – ADERISCI ANCHE TU!