Uniti, contro le mafie
Che l’antimafia divida non è la prima volta che accade. Basti rispolverare alcune delle pagine più dense della letteratura giuridica e storica non solo italiana, o ripercorrere alcune delle immagini più delicate della cronaca del nostro paese, per rinvenirne di antichi e spesso mai sedati conflitti. Politica, magistratura, giornalismo di inchiesta. E ancora Chiesa, scuola, università, società civile organizzata: troppo spesso sono in conflitto su questi temi. Eppure sono (e siamo) tutti interpellati nella lotta al crimine organizzato.
Tuttavia proviamo a fare un passo indietro. A sgombrare il campo dalle polemiche contingenti e a riflettere, per una volta, con calma. Alcuni nomi potranno aiutarci in questa operazione. Quelli di politici, come Pio la Torre o Angelo Vassallo; di magistrati, come Paolo Borsellino o Rosario Livatino; di giornalisti, come Giancarlo Siani o Peppino Impastato; di preti, come don Pino Puglisi o don Peppino Diana; e di tantissimi altri. Uomini diversi. Diversi gli incarichi. Diverse le responsabilità cui erano preposti. Eppure tutti, ma proprio tutti, irriducibili amanti della verità. Riflettere intorno a questa, che potrebbe divenire un’interminabile elencazione di uomini perbene, può condurci a comprendere il senso di una causa che unisce. La natura di un impegno che vola alto sopra ogni interesse di parte, per consegnare alla giustizia di questo paese una “goccia di splendore, di umanità, di verità”.
Questo è il tentativo di dimostrare che lo Stato ci unisce. Senza alcuna retorica o generalizzazione. Ma davvero oltre i colori di una parte. La testimonianza del lavoro quotidiano di quanti, spesso in silenzio, conducono la propria “buona battaglia” al servizio dello Stato, dovrebbe destarci dal torpore delle polemiche più recenti per invitarci a riflettere, insieme, intorno a ciò che ci unisce. Intorno a ciò che ci vede impegnati al servizio della legalità, della pace, della giustizia.Ciascuno nei propri percorsi. Ciascuno nei propri ambiti di impegno. Ciascuno facendo il proprio dovere. Uniti per il bene, contro il male delle mafie.
In questo senso l’arresto del boss della camorra casalese Antonio Iovine è una straordinaria vittoria dello Stato. Delle forze dell’ordine e dei magistrati che ne hanno guidato le indagini e assicurato la cattura. Di quelle istituzioni politiche che ne hanno sostenuto concretamente le operazioni. Di quanti, scrittori e giornalisti coraggiosi, ne hanno denunciato l’esistenza e sensibilizzato l’attenzione nazionale e internazionale. Di quanti, tra cittadini comuni, ne hanno favorito l’individuazione, collaborando con le istituzioni, rompendo i muri del silenzio, della paura, dell’omertà. Ma perché lo Stato continui ad unirci sotto l’unico nome della legalità e della convivenza civile è necessario che ciascuno, a cominciare da quanti ricoprono i più alti incarichi di responsabilità, si adoperi nella denuncia ferma di quelle frange, di quei pezzi, di quei nomi che ancora inquinano le istituzioni dal di dentro, mortificando il cuore dello Stato repubblicano e l’immagine della nostra nazione. Non si tratta di gettare discredito su questa o quella parte. Ma, al contrario, si tratta di rompere gli schemi, oramai stanchi, di certi linguaggi politicamente corretti, per restituire al paese la determinazione di un impegno autentico, trasversale. Che incoraggia chi denuncia. Che isola chi delinque. Che si unisce al grido di giustizia che vive tra le gente.
E allora nessuno si consideri esente dal dovere e dal potere di fare fino in fondo la propria parte per contribuire a colmare quella “fame e sete di giustizia” che si alimenta intorno a noi. E che questa vicenda ci insegni, tra l’altro, che un arresto eccellente non è un tema che può dividere. Ma bensì un risultato da condividere e valorizzare come monito a camminare uniti con ancora maggiore determinazione lungo le strade della giustizia.