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“Nomi propri”

di Anselmo Grotti

7 novembre 2010

“Nomi propri”

Il più famoso dei nomi ebrei di Dio è il tetragramma: quattro consonanti che all’origine hanno il difficile e paradossale compito di “dire” Dio contemporaneamente riconoscendone l’assoluta trascendenza. Ciò che fa essere tale l’uomo, secondo la Bibbia, non è tanto l’anima, posseduta anche dagli animali, quanto piuttosto il linguaggio. In Genesi 2,7 si legge che l’alito divino rese l’uomo “un essere vivente”: ma la traduzione usata nel servizio religioso della sinagoga è invece “uno spirito parlante”.

Nei primi secoli dopo Cristo la cabbala ebraica parla di 32 “prodigiosi sentieri della Sophia”, costituiti dai 10 numeri primordiali (le Sefiroth) e dalle 22 lettere dell’alfabeto, che poi sono le consonanti. I numeri dal 5 al 10 corrispondono alle sei direzioni dello spazio, che Dio ha misurato con le tre permutazioni delle consonanti J H W: ripetendo la H abbiamo il tetragramma, i quattro sigilli apposti alla creazione e che la proteggono dal disfacimento. È grazie a questa convinzione che – come si è detto sopra – gli ebrei escono dal tempo ciclico dell’alternanza caos/cosmos: nessun caos potrà più distruggere il cosmos. Secondo l’analogia tra microcosmo e macrocosmo inoltre queste lettere sono affidate ai cinque organi del linguaggio articolato: gola, palato, lingua, denti, labbra. Complessi calcoli inoltre fanno ottenere dalle 22 consonanti  231 combinazioni, vere e proprie “porte” da cui esce il creato.

L’alfabeto è l’origine della lingua e dell’essere. Secondo un mistico del XIII secolo, l’intera Torà è costituita da un lunghissimo elenco di “nomi propri”, venendo ad essere così più una invocazione che una comunicazione. Il profondo rapporto tra parola e cosa è indicato anche dal termine ebraico dawar, in grado di rendere entrambe le realtà: l’espressione linguistica ma anche la cosa rappresentata. Dio non è solo il parlante infinito, ma anche lo scrivente archetipico. Il linguaggio dei mistici è fatto di nomi propri, senza grammatica. Ma il linguaggio umano, riflesso di quello divino, ha nella grammatica un luogo rivelatore: Schlegel diceva che i filosofi dovrebbero essere dei grammatici.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Dialogando

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