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Luce del mondo

di Fabio Zavattaro

C’è una frase, nella quarta di copertina del libro intervista di Papa Benedetto con il giornalista tedesco Peter Seewald, Luce del mondo, da cui mi piace iniziare: «non siamo un centro di produzione, non siamo un’impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella fede. Il nostro compito non è creare un prodotto o avere successo nelle vendite. Il nostro compito è vivere esemplarmente la fede, annunciarla». C’è tutto Ratzinger, e la sua idea di Chiesa, in questa espressione, il Papa che sa distinguere il peccato dal peccatore, che sa accogliere nel dialogo laici e credenti di altre fedi; soprattutto il Papa che si affida totalmente a Dio, come nel giorno della sua elezione quando si rivolse al Signore, racconta, con queste parole: «Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre! Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi».
C’è il Ratzinger privato che ama la musica, che festeggia onomastici e compleanni insieme alla famiglia pontificia, che guarda il notiziario alla tv, e qualche film. Il Papa che ricorda le parole di Giovanni Paolo II quando, avvicinandosi il suo 75mo compleanno, il limite di età in cui i cardinali e i vescovi rassegnano le dimissioni, gli disse: non è nemmeno necessario che lei scriva la lettera, perché io la voglio con me sino alla fine. E così è stato fino a quella sera, vigilia della morte di Wojtyla, quando, tornando da Subiaco, dove era stato a tenere una conferenza sull’Europa, Ratzinger sale nell’appartamento del Papa: «ci siamo lasciati stringendoci le mani con affetto, nella consapevolezza che sarebbe stato il nostro ultimo incontro».
E c’è, nel libro intervista, il Ratzinger pubblico, il Papa che affronta i gradi temi, i problemi e le questioni spinose. Come la questione dell’infallibilità del Papa. Risponde: «in determinate circostanze e a determinate condizioni, il Papa può prendere decisioni vincolanti grazie alle quali diviene chiaro cosa è la fede della Chiesa e cosa non è. Ma non produce di continuo infallibilità il Papa: normalmente il vescovo di Roma si comporta come qualsiasi altro vescovo che professa la propria fede, la annuncia ed è fedele alla Chiesa». Come dire, anche un Papa può sbagliare. E lo dice chiaramente quando affronta il tema del dialogo con l’Islam e il suo discorso all’università di Ratisbona, nel 2006: «avevo concepito quel discorso come una lezione strettamente accademica, senza rendermi conto che il discorso di un Papa non viene considerato dal punto di vista accademico, ma da quello politico. Da una prospettiva politica non si considerò il discorso prestando attenzione ai particolari; fu invece estrapolato un passo e dato ad esso un significato politico, che in realtà non aveva». Da quell’episodio sono nati passi positivi nel dialogo ed è risultato chiaro che l’Islam nel dibattito pubblico «deve chiarire due questioni: quelle del suo rapporto con la violenza e con la ragione».
C’è poi il caso del vescovo lefebvriano negazionista Williamson, cui tolse la scomunica nel gennaio del 2009. Il Papa confessa che se fosse stato a conoscenza delle sue affermazioni, non avrebbe firmato la revoca, «si sarebbe innanzitutto dovuto separare il caso Williamson dagli altri, ma purtroppo – ammette il Papa – nessuno di noi ha guardato su internet e preso coscienza di chi si trattava». «Purtroppo non lo avevamo previsto», ed è «un episodio particolarmente doloroso», ma ha anche messo in evidenza come ci sia «un’animosità pronta a esplodere, che attende solo che queste cose accadano per poi colpire con precisione».
Tra i tanti temi affrontati, torna la questione del profilattico e del suo utilizzo per arginare la diffusione dell’Aids, in primo piano nel viaggio che ha portato il Papa in Cameroun. Un tema che, in seguito a un’anticipazione di stampa, tanto ha fatto discutere soprattutto per una diversità di formulazione tra la stesura in tedesco e la traduzione in italiano – padre Federico Lombardi ha successivamente precisato che non si tratta di discutere su prostituto o prostituta, ma la riflessione deve incentrarsi sul fatto che l’utilizzo del profilattico sia un primo atto di responsabilità, un primo passo sulla strada verso una sessualità più umana. Papa Ratzinger afferma che bisogna fare molto di più e che non si risolve il problema Aids con l’uso del profilattico: concentrarsi solo su questo significa «banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l’espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé».
Altro tema difficile, l’omosessualità; il Papa afferma che è «una grande prova» di fronte alla quale una persona può trovarsi, «così come una persona può dovere sopportare altre prove». Ma «non per questo diviene moralmente giusta». Ancora, la pedofilia: «purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento».
Poi di «sfida particolarmente urgente» a proposito della situazione di un sacerdote che vive con una donna. Dice il Papa: «si deve esaminare se esista una vera volontà matrimoniale e se i due possano contrarre un  buon matrimonio. Se così fosse, dovranno imboccare quella strada. Se invece si trattasse di una caduta della volontà morale, senza un autentico legame interiore, sarà necessario trovare vie di risanamento per lui e per lei». Il problema di fondo, afferma ancora il Papa, è la sincerità: «tutto quello che è menzogna e occultamento, non deve essere».
Leggendo questo libro ritroviamo pagina dopo pagina l’umile lavoratore nella vigna del Signore, il Papa che invita a guardare all’essenziale e a rinunciare al superfluo; che ricorda come la vera conversione – sono le parole della celebrazione al Concistoro per la nomina di 24 nuovi cardinali – si realizza pienamente quando l’uomo «rinuncia a voler salvare Gesù e accetta di essere salvato da lui. Rinuncia a voler salvare Gesù dalla croce e accetta di essere salvato dalla sua croce». Il suo è un ministero ecclesiale che è «sempre risposta ad una chiamata», mai «frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione». Nella Chiesa, ricordava, «tutti sono invitati, tutti sono raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è anche la nostra sicurezza».

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