Nuovi abbonamenti alla rivista Dialoghi a soli 9,00 euro!

Impegno e coerenza

di Franco Miano

C’è un paese reale cha fa fatica a tirare avanti, che vede sempre più venire meno la possibilità di avere un piccolo risparmio. Un paese che la crisi ha toccato in profondità costringendolo a fare sacrifici, rinunce. E poi c’è la politica, sempre più distante, lontana, presa com’è da polemiche che sono più il frutto di intrighi di palazzo che altro. Sempre più distante dalla gente, sempre più preoccupata di difendere piccoli privilegi o di nascondere colpe ed errori. Una politica che non incide veramente nella vita del paese, che non sa guardare più in là del proprio orticello: vi è una “caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte”. Parole che sono risuonate nella prolusione del Cardinal Bagnasco all’assemblea dei vescovi italiani svolta ad Assisi.

Da un lato vi è la preoccupazione che venga meno la fiducia nella classe politica – la gente “fatalmente si ritira in se stessa”, ha ammonito il presidente della Cei – e, dall’altro, che non sia vissuta come impegno irrinunciabile quella unità dei cattolici in politica sui temi, sui valori morali di fondo. Unità che non è costitutiva di una parte precisa, ma è un’unità valoriale, alla base della quale ci sono appunto i valori che riguardano la vita nella sua integrità, quali la famiglia, la libertà religiosa e educativa. Questi, a loro volta, fanno crescere, alimentano, garantiscono tutti quegli altri valori che costituiscono i valori sociali, come il lavoro, la casa, la salute, l’inclusione sociale.

Tornano alla mente altre parole pronunciate dal cardinale Bagnasco, e cioè la necessità di un intreccio profondo tra ideali personali, valori oggettivi e la vita vissuta, perché, ha sostenuto, “non è più tempo di galleggiare”. Il rischio è “che il Paese si divida non tanto per questa o quella iniziativa di partito, quando per i trend profondi che attraversano l’Italia e che, ancorandone una parte all’Europa, potrebbero lasciare indietro l’altra parte”.

L’invito che Papa Benedetto XVI ha rivolto a Cagliari, a Palermo, e che i vescovi italiani hanno fatto proprio, di una nuova stagione di cristiani impegnati in politica, parte da queste considerazioni e si alimenta di una tensione che guarda al bene comune. La politica non può non interessare i cattolici, che devono tornare a ragionare delle questioni politiche senza spaventarsi dei problemi seri che oggi, non troppo diversamente da ieri, sono sul tappeto. Ci sono situazioni che non possono più attendere: famiglie in difficoltà, adulti estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia, l’attenzione al mezzogiorno che non è solo lotta alla criminalità, emergenza rifiuti e ponte sullo Stretto. Situazioni che chiedono alla politica interventi chiari, decisi, capaci di privilegiare riforme, che siano davvero efficaci e rispondano a quella tensione verso il bene comune che dovrebbe animare sempre l’impegno di chi è chiamato alla responsabilità di gestire la cosa pubblica. La politica, ricordava Papa Paolo VI è la più alta forma di carità e per questo va tenuta in grande considerazione la proposta che il cardinale Angelo Bagnasco ha fatto ad Assisi di “convocare ad uno stesso tavolo governo, forze politiche, sindacati e parti sociali e, rispettando ciascuno il proprio ruolo ma lasciando da parte ciò che divide, approntare un piano emergenziale sull’occupazione”.

Come cattolici siamo interessati alla vita della società, pronti a dare il nostro contributo, perché le nostre preoccupazioni sono le preoccupazioni per la gente, per i problemi concreti familiari, personali; per la mancanza di lavoro, per le difficoltà che i giovani incontrano nel costituire una famiglia, nella ricerca di una prima occupazione. Ha ragione, dunque, il presidente della Conferenza episcopale italiana: “Siamo, e come, interessati alla vita della società; in essa ci si coinvolge con stile congruo, ma a determinarci non solo l’istinto di far da padroni né le logiche di mera contrapposizione”. Bisogna, dunque, reagire al conformismo, ha affermato nella sua prolusione di lunedì scorso: “Se (…) i credenti conoscono solo le parole del mondo, e non dispongono all’occorrenza di parole diverse e coerenti, verranno omologati alla cultura dominante o creduta tale, e finiranno per essere anche culturalmente irrilevanti”. La mitezza, ha ricordato, “non è scambiabile con la mimetizzazione, l’opportunismo, la facile dimissione dal compito”; per questo ha esortato a salvare “l’autonomia della coscienza credente rispetto alle pressioni pubblicitarie, ai ragionamenti di corto respiro, ai qualunquismi variamente mascherati, alle lusinghe”.

E mi piace infine evidenziare la sottolineatura che il cardinale Bagnasco ha voluto fare di cattolici scomodi, non per convenienza personale, “non per posa o per pregiudizio, quanto per sofferta, umile, serena coerenza”.

La chiave è tutta in questa parola: coerenza. I cattolici devono tornare ad incidere nella vita del paese come hanno inciso negli anni in cui l’Italia, uscita dalla guerra, si è data una Costituzione democratica che ancora oggi, al di là di demagogiche volontà di cambiamento, è un punto di riferimento per la vita della nazione italiana. Ci sono cattolici che hanno testimoniato una coerenza tra fede e politica, cattolici quali don Sturzo, De Gasperi, Aldo Moro, Vittorio Bachelet. Proprio il loro esempio ci dice che i cattolici non possono restare alla porta; e noi per primi dobbiamo trovare la forza e strade nuove per tornare ad essere incisivi: la crisi, e non solo quella economica, la si vince tutti insieme. Dobbiamo porci una domanda di fondo: cosa stiamo facendo per mantenere e ricostruire il patrimonio spirituale e morale indispensabile anche all’uomo di oggi. E dobbiamo anche chiederci cosa vogliamo fare per inserire nell’ordinarietà dei nostri cammini formativi e nella vita dell’associazione esperienze di formazione socio-politica (scuole, laboratori, corsi…) chiamate a dare vita ad una nuova stagione di cristiani impegnati in politica, ma anche a costruire una realtà capace di alimentare sempre più e sempre meglio il vissuto sociale della nostra comunità.
Dobbiamo certamente porci nella direzione di un “di più” di tensione spirituale, senza la quale ogni esperienza di servizio, e dunque anche di servizio politico, diventa attivismo sterile e non forma dell’amore.
Con queste motivazioni di fondo ci apprestiamo a vivere domani, 13 novembre, il convegno “Chiamati a servire il bene di tutti”, che costituirà un significativo momento di confronto con gli amministratori locali e le persone impegnate in politica a livello territoriale, che provengono dalle fila dell’Ac.

Leggi i precedenti articoli della rubrica: Fatto del giorno