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Il caso (caos?) rifiuti in Campania

di Giuseppe Irace

Raccontare in poche battute la “storia” dei rifiuti in Campania è impresa ardua. Volutamente uso il termine “storia” e non “emergenza”: vi sembra che si possa usare il termine “emergenza” per una vicenda iniziata il 24 febbraio 1992 con la legge 225?
Allora provo a raccontare un po’ di fatti e di numeri, forse in ordine sparso, dando a ciascuno la possibilità di farsi la sua opinione.
Primo, l’attuale periodo di crisi non riguarda i cosiddetti rifiuti “speciali” prodotti da attività industriali, con il loro carico di pericolosità e con i problemi legati a traffici illeciti, rotte nord-sud, buche nelle campagne con ogni sorta di inquinanti ed ecomafie (anche se il problema si interseca laddove le discariche sono state riempite da questi e le popolazioni sono esasperate). Riguarda esclusivamente i volgari sacchetti dei rifiuti che ciascuno di noi produce a casa propria, quelli che in gergo tecnico si chiamano “rifiuti urbani e assimilati”.
Veniamo ai primi numeri:
Produzione giornaliera pro capite di rifiuti urbani: 1.46 kg
Produzione annua pro capite di rifiuti: 533 kg
Abitanti Regione Campania: 5.800.000
Produzione rifiuti urbani tot.: 2.800.000 t/anno
Questi è il totale di rifiuti da trattare in un anno in Campania!
Facendo un’analisi della composizione qualitativa di questi rifiuti, volutamente semplificata, vediamo che circa un terzo è materiale secco riciclabile (carta, vetro, plastica, alluminio, ferro, legno,…). Un terzo è il cosiddetto umido (scarti di cibo e scarti di verde) recuperabile come compost, ammendante o addirittura anche metano. Infine, un altro terzo è materiale da smaltire non recuperabile.
Un corretto ciclo dei rifiuti prevede che il materiale secco si ricicli in moderni impianti industriali, l’umido si recuperi in impianti di compostaggio o in impianti anaerobici (quelli che produco anche il gas) infine l’ultimo terzo vada in termovalorizzatori per il recupero energetico e le ceneri di scarto di questi vada in discarica.
La Campania è ricca di impianti di riciclaggio della frazione secca, ma in più di 18 anni di cosiddetta emergenza non ha realizzato nessun impianto di trattamento della frazione umida e ha aperto il solo impianto di termovalorizzazione di Acerra che però funziona ad un terzo delle sue potenzialità (200.000 t/anno su 600.000 t/anno) e pertanto manda in discarica 1.500.000 t/anno.
In Italia le leggi sui rifiuti prevedono che lo Stato si occupi di normare e programmare, le Regioni di pianificare, i Comuni riuniti in Ambiti Territoriali Ottimali di spazzare, raccogliere, trasportare, recuperare e smaltire, le Province di controllare.
In Campania lo Stato nazionale, visto lo stato di emergenza, ha gestito la gran parte del ciclo in maniera unitaria dando a dei Commissari dei poteri straordinari. Nel ruolo di Commissario negli anni si sono alternati i Presidenti della Regione (Rastrelli, Losco e Bassolino), i prefetti Catenacci e Pansa e il Capo della protezione civile Bertolaso, tutti però rispondevano direttamente al Governo nazionale.
Un altro dato che è importante far conoscere è che in Campania non si è geneticamente incapaci di differenziare i rifiuti. I cittadini semmai non sempre sono in grado di scegliere amministratori capaci (ma questa è un’altra emergenza!!!), infatti in Campania quasi la metà dei Comuni fa un’ottima raccolta differenziata a livello delle migliori esperienze del nord e anche volendo restringere il campo alla sola provincia di Napoli, che sicuramente costituisce il nodo più problematico, su 91 comuni più della metà supera il 30% di raccolta differenziata e di questi 25 superano il 50% con punte che raggiungono quasi il 70% , sobbarcandosi costi enormi perché, non essendoci impianti per l’umido, questo va trasportato ad impianti fuori Regione. E se comuni contermini – Monte di Procida (65%) e Bacoli (15%) o Grumo Nevano (60%) e Melito (5%) e potrei fare tanti altri esempi – hanno prestazioni completamente differenti certo non possiamo dire che è colpa dei cromosomi dei cittadini. Poi c’è il gravissimo problema della città di Napoli dove non si è mai riusciti ad organizzare una raccolta dei rifiuti che abbia raggiunto il 20% di differenziazione.
Quello che non manca è il personale grazie ad una gestione clientelare dell’emergenza infatti, mentre la media nazionale degli addetti al ciclo dei rifiuti è di circa 1 addetto ogni 1000 abitanti, in Campania è di 1 ogni 500 e a Napoli di 1 ogni 300, se non si fermano tra poco arriveremo all’affidamento familiare dello spazzino!
In merito alle competenze, diversamente a quanto avviene nel resto d’Italia, una Legge Regionale nel 2008 (votata da entrambi gli schieramenti), frettolosa, inadeguata a risolvere il problema e che anzi ne ha inasprito la gravità, affida i compiti di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti non ai Comuni ma alle Province. Questa legge ha sollevato moti dubbi di costituzionalità ed alcuni ricorsi alla Corte costituzionale, tra cui quello delle Province e quello del Ministro per gli affari Regionali, Fitto. Ma, colpo di scena, il Governo nazionale con D. L. 195 del 30.12.2009: Cessazione dello Stato di Emergenza adotta questa cosiddetta “provincializzazione” con legge nazionale. E nel decretare che l’emergenza rifiuti in Campania è finita (a dire il vero Berlusconi questa fine l’ha annunciata diverse volte!) ha anche individuato 8 nuove discariche dove poter conferire i rifiuti, nel mentre si fosse provveduto a realizzare gli impianti. Il risultato è che alcuni di questi siti sono ormai pressoché saturi altri non si sono mai aperti per le proteste dei cittadini (e con il Decreto alla firma del Presidente della Repubblica in queste ore pare che non si apriranno mai e sembrerebbe anche che non si individuano siti alternativi).
Alla fine della fiera, spazio in discarica non ce ne più, nessuno parla di realizzare impianti per trattare la frazione umida, così da risolvere un terzo dei problemi, ci si bisticcia su chi deve realizzare il termovalorizzatore a Salerno se il Presidente della Regione o il Presidente della Provincia (vedi il cosiddetto caso Carfagna), le province non sono pronte a gestire il ciclo, dei cattivi amministratori locali potrebbero risolvere almeno il 60% del problema con una corretta raccolta differenziata e non lo fanno, i rifiuti forse dovranno essere esportati con costi enormi a carico dei cittadini campani e i cumuli di rifiuti crescono giorno dopo giorno.
Forse è vero una malattia genetica c’è, e i cittadini napoletani devono con urgenza iniziare a cercarne la cura, anche se i benefici si dovessero avere tra decenni: riappropriarsi della cosa pubblica, occuparsi di politica, vivere una cittadinanza attiva, non votare i maniera clientelare o per appartenenza fideistica ad uno schieramento, chiedere conto agli amministratori del loro operato e tutto questo prima che sia troppo tardi, prima che la speranza cessi definitivamente di abitare in questi luoghi prima che l’unica soluzione sia andar via. Nel frattempo, a trentanni dal terremoto del 1980, il grido di allora “fate presto” deve diventare “facciamo presto” è l’ora, finalmente, di raccogliere l’invito ai napoletani di Giovanni Paolo II: in questo territorio bisogna “organizzare la speranza”.

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