23 Novembre 1980 ore 19,34
Una domenica come le altre ma con un caldo insolito per il mese di novembre dalle nostre parti. La mattina in chiesa per la celebrazione, il pomeriggio riunione dei giovani di AC, come si era soliti fare, e poi una passeggiata in piazza con gli amici del gruppo prima di tornare a casa. In cielo una luna piena, rosso fuoco, di quelle che è difficile dimenticare e un vento che sembrava sradicare gli alberi, poi, all’improvviso un forte boato, la terra si apre sotto i piedi ed è buio fitto. Di corsa tra le urla e l’oscurità della sera, la polvere e le prime pietre cadute, si cerca la strada di casa, senza sapere che la casa non c’è più.
Si rimane attoniti, forse si ha paura di fare i conti con la realtà, ma la verità è lì, la vedi: la tua casa un cumulo di macerie tra le altre. Vorresti piangere, scappare via per trovare un posto sicuro, per evitare altri pericoli, ma ti accorgi che sotto le pietre c’è qualcuno, tanti, che gridano aiuto. C’è disorientamento, si cerca di capire intorno cosa sia successo, si cercano informazioni di persone che in quel momento non sono lì, e scopri che poco lontano da te non ci sono solo case cadute o edifici in ginocchio ma anche bambini, giovani, anziani che non rivedrai mai più. Cominci a scavare, si continuano a pronunciare nomi, togli qualche pietra e riconosci ciò che ti appartiene, i tuoi ricordi sono cancellati per sempre, gli affetti più cari scomparsi, in alcuni casi famiglie intere distrutte. Le voci, le urla le grida di aiuto: Un minuto e 20 secondi interminabili che hanno segnato per sempre la tua vita e la storia di interi paesi dell’Irpinia e della Basilicata.
Agli occhi dei primi soccorritori una scena agghiacciante: sull’asfalto sedevano i tetti delle case, palazzi inghiottiti per sempre, interi paesi rasi al suolo, l’ospedale di Sant’Angelo ridotto in polvere, tante le chiese rimaste chiuse per anni; altre demolite nel tempo. Le ferite e i segni di quella scossa, a distanza ormai di 30 anni non sono stati dimenticati, anzi il ricordo è più che mai vivo e né il tempo, né la storia potrà mai cancellare.
Passa qualche giorno, cominciano a cadere anche i primi fiocchi di neve (quell’anno cade la neve anche a bassa quota) che coprono di bianco le pietre e i corpi inermi. Il disagio è maggiore, le strade sono impercorribili, i soccorsi più difficili, ma senza sosta si continua a scavare per ore, per giorni, con la speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Non c’è acqua né cibo, il freddo è pungente e non ci sono coperte, manca anche il necessario almeno per coprirsi. Tutto sembra finito, i progetti, i sogni infranti, i sacrifici di una vita ridotti in polvere. Le tue sicurezze non ci sono più. La tua vita è cambiata per sempre. Ti guardi intorno e vedi solo rovine, case distrutte; persone che avevi accanto ogni giorno sono andate via per sempre o hanno trovato una sistemazione migliore da parenti o amici in paesi e città lontane. La comunità, la parrocchia, il paese non esiste più. Quel poco che è rimasto di ciascuno diventa ricchezza per tutti. Nessuno ti è estraneo.
Comincia una grande gara di solidarietà. Arrivano in paese volti nuovi, i primi soccorsi, persone mai viste prima ti offrono coperte, cibo, il necessario per sopravvivere. È il momento del cuore: della generosità, della commozione ma soprattutto della presenza. Si ricomincia, ma non da soli. La fase di emergenza passa ma la solidarietà non finisce. Accanto alle case occorre ricostruire la comunità umana, ridare speranza. È questo il grido di aiuto del vescovo di allora e dei parroci. Nascerà un gemellaggio fra le comunità cristiane dei singoli paesi colpiti dal sisma e le varie diocesi italiane tramite la Caritas italiana. L’esperienza del sisma ci fa riscoprire il valore grande della comunione e la ricchezza della vocazione cristiana. La diversità diventa ricchezza, gli sconosciuti diventano prossimo.
Comincia un alternarsi di persone che per alcuni anni ti sono accanto e come te vivono il disagio, condividono prima le tende, le roulotte, la baracca, successivamente il prefabbricato “bollente” d’estate e “gelido” d’inverno. Sono sacerdoti, laici e suore che donano una parola di speranza a chi ha perso gli affetti più cari, la compagnia a persone anziane che dopo una vita di sacrifici si ritrovano sole con la loro solitudine; vanno di baracca in baracca a prendere i piccoli per il doposcuola o per momenti di svago; si organizzano giochi, si prega insieme; giovani tra i coetanei del posto che si inventano di tutto per farti passare qualche ora serena, che ti offrono la loro amicizia e il loro affetto per alleviare il dolore di quelli perduti per sempre. Piccoli gesti che ti danno la forza di ricominciare. Nasce un’esperienza unica e nuova di amicizia, di solidarietà che oggi a trent’anni dura ancora: ti appartengono perché hanno scritto con te una parte della tua storia, hanno percorso con te un tratto di strada. Con qualcuno c’è un appuntamento annuale, con altri ci sono incontri sporadici o colloqui telefonici, di molti ricordi solo i nomi, ma tutti li porti nel cuore.
Mentre in questi giorni si moltiplicano le iniziative di commemorazione, si scrivono fiumi di inchiostro su quella tragedia, come in un film si rivivono quei giorni e passano davanti i momenti più significativi vissuti e i tanti volti incontrati. Ciascuno con la sua storia, la sua esperienza di fede, ma tutti accomunati dal desiderio di bene e di generosità. Ora quei giovani hanno costruito una nuova famiglia, sono professionisti, i seminaristi diventati sacerdoti, qualche prete eletto vescovo ma per te sono e rimarranno sempre i gemellanti che a turno ogni settimana o due si sono alternati per condividere il dolore della prima ora e le gioie della rinascita, delle case ricostruite, delle chiese riaperte.
La gratitudine è immensa. Al di là della vicinanza insieme abbiamo riscoperto le ragioni e i valori del ricostruire prima di tutto noi stessi, gli equilibri sociali. L’esperienza del gemellaggio ci ha aiutato a mantenere salda la nostra fede anzi a rinvigorirla quando sembrava perduta per sempre. Le parole non riescono ad esprimere quanto di grande e bello abbiamo ricevuto e costruito. A tal proposito mi piace ricordare il mio parroco don Raffaele Aquino, ormai deceduto, che nell’anniversario del primo anno dal terremoto così scriveva al vescovo di Senigallia: «È con animo commosso che Le scrivo queste righe per esprimere i sinceri profondi sentimenti di gratitudine e soddisfazione per tutto il paterno, pastorale, affettuoso bene spirituale che ha profuso qui, le persone, i pensieri rimarranno impressi nel mio cuore e di tutto il paese a stimolo e conforto nel riprendere il nostro sofferto cammino di fede, di speranza, di amore in comunione con Dio e fra di noi. A me si unisce il coro unanime di tutta la comunità che è rimasta edificata dalla vostra partecipazione alla vita di tutti. Grazie veramente grazie, profondamente grazie».