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Un mondo a rischio di estinzione

di Gabriella Migneco*

Che il lavoro del pastore sia sempre stata duro, faticoso, difficile è noto a tutti. Soltanto in termini di solitudine, la vita al seguito del gregge, scandita dagli orari inesorabili della mungitura, dai tempi tecnici della lavorazione dei formaggi e, un tempo più che oggi, dai lunghi periodi della transumanza, appare impensabile a chi vive in città, al caldo delle abitazioni, in mezzo ai confort della vita moderna.
Eppure i pastori sono orgogliosi del loro lavoro e, pur vivendo più a contatto con la natura che con gli uomini, conoscono la solidarietà. Basti pensare che, in occasione del tragico terremoto de l’Aquila, quando la terra non aveva ancora smesso di tremare, i pastori sardi hanno donato ai loro sfortunati “colleghi” abruzzesi un gregge di quasi mille pecore destinato a ricostituire gli allevamenti di una parte delle centinaia di aziende agricole flagellate dal sisma. Un gesto nato appunto dalla solidarietà e nel rispetto di un’antica usanza che in Sardegna si chiama “sa paradura”, che prevede il dono di una o più pecore a chi cade in disgrazia per risollevare le sue sorti.
Ma oggi i pastori sono in difficoltà, addirittura a rischio di estinzione. Negli ultimi dieci anni in Italia è scomparso quasi un gregge di pecore su tre e la crisi in atto rischia di decimare irrimediabilmente i circa 70mila allevamenti sopravvissuti che svolgono un ruolo insostituibile per l’economia, il turismo, l’ambiente e la stabilità sociale del territorio.
Le manifestazioni di questi giorni testimoniano della lotta dei pastori che chiedono alle Istituzioni un giusto riconoscimento del proprio lavoro e fatti concreti dopo tante promesse anche se – come ha evidenziato la Coldiretti – le proteste di piazza non possono e non devono trasformarsi in violenza.
Cosa chiedono i pastori sardi, ma anche quelli di tutte le regioni d’Italia vocate all’allevamento delle pecore? Dalla mungitura quotidiana di una pecora si ottiene in media un litro di latte che viene pagato non più di 60 centesimi al litro, con un calo del 25 per cento rispetto a due anni fa e ben al di sotto dei costi di allevamento. E non va meglio per la lana, con i costi di tosatura e di smaltimento che superano notevolmente i ricavi, o per la carne quando solo a Pasqua quella venduta dall’allevatore a circa 4 euro al chilo viene rivenduta dal negoziante a 10-12 euro al chilo.
L’allevamento ovicaprino, poi, è un’attività che, concentrata nelle zone svantaggiate, è ad alta intensità di manodopera. Il settore ha registrato un incremento dei costi, in particolare per il combustibile, l’elettricità e i mangimi, determinando una ulteriore pressione su una pastorizia che già versa in una situazione critica sul piano della competitività.
Ma c’è un altro aspetto, oseremmo dire strisciante, che contribuisce a tagliare i redditi dei pastori. Il falso Pecorino che gira in tutto il mondo e che non è prodotto negli allevamenti della seconda isola italiana o nelle campagne laziali, toscane o abruzzesi. Oggi sono “false” due fette di pecorino su tre vendute negli Stati Uniti, dove le imitazioni prevalgono a scapito del prodotto originale proveniente dall’Italia, come purtroppo avviene anche in altri paesi europei ed extracomunitari. La presenza di prodotti pecorini “taroccati” sui mercati internazionali è una causa importante della crisi del settore poiché è destinato all’esportazione circa un quarto dell’intera produzione nazionale, per un volume che nel 2009 è stato di ben 16 milioni di chili.
Negli Stati Uniti i prodotti di imitazione stanno prendendo progressivamente il posto di quelli originali in arrivo dall’Italia, con un crollo del 32 per cento delle esportazioni di Pecorino e Fiore sardo in valore nel primo semestre del 2010, secondo un’analisi della Coldiretti su dati Istat. Ad avvantaggiarsene sono i “falsi” realizzati negli Stati del Wisconsin, California e New York, venduti ad esempio con il nome di “romano” cheese, ma anche quelli importati dall’estero, soprattutto dall’Europa, che utilizzano nomi di fantasia. È il caso della società Lactitalia che esporta in Usa e in Europa e produce in Romania formaggi di pecora venduti con marchi che richiamano al Made in Italy come Toscanella, Dolce Vita e Pecorino. Una società di proprietà della Simest, controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico.
In Italia sono stati prodotti nel 2009 oltre 61 milioni di chili di formaggi pecorini dei quali oltre la metà a denominazione di origine (Dop). All’esportazione sono andati ben 16 milioni di chili nel 2009 secondo lo studio della Coldiretti. Nella produzione Made in Italy a denominazione di origine, che è calata nel 2009 del 10 per cento, a fare la parte del leone è il Pecorino Romano Dop che copre l’80 per cento, ma hanno ottenuto la protezione comunitaria come denominazioni di origine anche il pecorino Sardo, il Siciliano e il Toscano e quello di Filiano oltre al Fiore Sardo e al Canestrato Pugliese.
Il pecorino è uno dei formaggi italiani più antichi: veniva prodotto già nella Roma imperiale e faceva parte delle derrate dei legionari, ma è probabile che le sue origini siano ancora più antiche. Ma è importante che sia quello vero, quello “made in Italy”, così come è necessario che si mantengano alti i consumi. Basta pensare che il consumo di un solo mezzo chilo di vero pecorino italiano in più a famiglia nell’arco di un anno potrebbe essere sufficiente per salvare la pastorizia italiana e il valore culturale, ambientale ed economico che rappresenta.
Ma non sono solo economiche le motivazioni che dovrebbero indurci a salvare l’uomo pastore e il suo lavoro: innanzitutto il patrimonio di biodiversità rappresentato da decine e decine di razze ovine differenti. Non c’è solo la rustica pecora Sarda, c’è la pecora Sopravissana dall’ottima lana, la pecora Comisana con la caratteristica testa rossa o quella Massese dall’insolito manto nero e grande produttrice di latte, e tante altre le cui consistenze sono ridotte talvolta a pochi esemplari. Un patrimonio di biodiversità il cui futuro è minacciato da un concreto rischio di estinzione.
Una volta si diceva che il problema dei pastori erano i lupi. Questa minaccia è sempre presente, in molte aree del Paese, anzi si è addirittura aggravata dal momento che il numero di lupi negli ultimi trent’anni è praticamente triplicato con centinaia di esemplari diffusi su tutta la catena appenninica ed alpina dove si ripetono i casi di aggressione a mandrie e greggi denunciati dai pastori tra i quali si è diffusa la paura.
Ma oggi, il vero problema dei pastori sono l’egoismo degli industriali trasformatori che remunerano un litro di latte meno di una tazzina di caffè al bar e l’assenza delle Istituzioni che stanno sottovalutando i gravi problemi degli allevamenti. Salvare la pastorizia significa garantire la presenza dell’uomo nelle aree interne e con essa il tradizionale trasferimento degli animali in alpeggio che oltre ad essere una risorsa fondamentale per l’economia montana, rappresenta anche un modo per valorizzare il territorio, salvandolo dal dissesto idrogeologico, e le tradizioni culturali che lo caratterizzano.

*Coldiretti


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