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La bussola del bene comune


Interv. a L. Diotallevi di F. Zavattaro


A pochi giorni dalla conclusione della 46ma Settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Reggio Calabria, proviamo a fare un primo bilancio con Luca Diotallevi, sociologo e vice presidente del comitato promotore. Di solito si dice che avvenimenti come le giornate reggine concludono una fase e ne aprono un’altra che vede le comunità locali impegnate a vivere quanto è stato vissuto. È d’accordo?
Una volta tanto non ci sarà bisogno di attivare le comunità locali; queste sono già attive e il cammino di preparazione della Settimana Sociale ci ha fatto conoscere tanta gente già impegnata a servizio del bene comune, in politica, imprese, scuole e famiglia. Non c’è bisogno, dunque, di un nuovo inizio. Il successo della Settimana Sociale sta in due punti. Il primo: aver fatto sì che queste persone si conoscessero tra loro, se non altro attraverso i propri rappresentanti, chiamati a vivere le giornate di Reggio Calabria, e questo ha generato conforto e scambio di idee. Il secondo punto: l’«agenda» può aiutare queste persone a economizzare le energie e inserirsi in un processo nel quale le conoscenze e le esperienze invece di disperdersi si cumulano e costruiscono legame attorno a un pensare condiviso.
La Settimana di Reggio Calabria si è caratterizzata per l’«agenda di speranza per il futuro del paese». In questa agenda, che parole metterebbe al primo posto?
Credo che questo sia l’approccio sbagliato. La gerarchia dei principi non può essere che quella che ci fornisce l’insegnamento sociale della chiesa. Quando noi decliniamo questo patrimonio, questa visione e questa ispirazione in un contesto, l’ordine pratico non riflette solo i principi ma anche le condizioni date. L’importante è tenere la bussola del bene comune secondo la nozione della Dottrina sociale della chiesa, perché, indipendentemente dal punto di inizio, quella del bene comune è una prospettiva esigente e continuamente ci richiama a tutto quello che richiamo di tralasciare.
In questo appuntamento a Reggio Calabria, più volte è tornato il tema della presenza dei cattolici in politica e sono tornate le parole di Papa Benedetto e del cardinale Angelo Bagnasco sulla necessità che sorga una nuova generazione di cattolici che si impegnino in politica, Come deve avvenire questo, secondo lei?
Producendo novità sul fronte dell’offerta politica. Noi sappiamo che c’è molta domanda politica parzialmente o totalmente insoddisfatta e questo è il primo bacino al quale può rivolgersi una nuova offerta politica cristianamente ispirata. Tre notazioni. La prima: per quanto la storia non si ripeta mai, c’è molto da imparare dalla grande tradizione del cattolicesimo politico. Basta citare tre nomi: Rosmini, Sturzo De Gasperi. Seconda notazione: come ha spiegato il presidente della Conferenza Episcopale, cardinale Angelo Bagnasco, i cattolici che vogliono fare politica non possono pretendere dai vescovi che questi dettino ricette e strategie; debbono invece accettare che essi svolgano una costante azione di vigilanza magisteriale. Terza: una nuova stagione di cattolicesimo politico può nascere se si prende definitivamente congedo dalla stagione degli “indipendenti”, non importa se di centro, di destra, o di sinistra. Per partecipare alla competizione politica, e non semplicemente per godere di qualche prebenda parlamentare, è necessario sviluppare tanto una pratica dell’organizzazione politica, quanto una pratica delle alleanze: politica è agire collettivo e non agire individuale.
In questo agire in politica per il bene comune, in primo piano vanno tenuti i valori non negoziabili. Come?
Bisogna stare molto attenti a questa espressione, perché essa ci rimanda al fatto che il fine dell’agire politico di un cristiano non è il successo personale, ma servire, nelle condizioni storiche date, una certa visione della persona umana e della sua dignità. Attenzione dunque a non intendere il richiamo ai valori non negoziabili come un richiamo alla paralizzante ripetizione di astratti principi: questo può essere funzionale a percorsi individuali, cioè a fare innocuamente “il cattolico” in questo o in quello schieramento, ma non a fare quanto possibile perché quei valori diventino realtà. In valori non negoziati non vanno declamati ma agìti.
Un’ultima domanda: non le sembra che ci sia stata poca attenzione nei media a questo evento?
Credo che noi siamo in presenza di una domanda che è sempre più domanda di svago (anche a contenuto macabro) e non di informazione. È che chiaro che le nostre giornate di Reggio Calabria offrivano ben poco su questo fronte. I giornali inseguono questa domanda e non possiamo impedirglielo (i costi, in termini di libertà, sarebbero maggiori dei benefici). Semmai, ma questo è un discorso imprenditoriale che riguarda gli editori, ci si potrebbe domandare se inseguire la fascia bassa della domanda non sia una delle cause della crisi del giornalismo e soprattutto di quello della carta stampata in Italia. Una crisi che è innanzitutto crisi di vendite e poi di prestigio della professione.

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