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A S. José e a Reggio Calabria


di Giuseppe Masiero

I reality della finzione televisiva quest’anno sono stati anticipati da almeno due eventi che hanno offerto uno spaccato di umanità vera, dignitosa e coraggiosa: i lavoratori di Porto Torres in Sardegna che si sono autoreclusi nell’ex carcere dell’Asinara e i 33 minatori di San José in Cile, sepolti vivi a 700 metri dal 5 agosto e che proprio in queste ore stanno risalendo in superficie grazie ad un capolavoro tecnologico e ad un’energia solidale di un’intera nazione. In entrambe le situazioni, principali protagoniste si sono dimostrate le famiglie sorrette da un’intensa e popolare dimensione spirituale per sostenere nella lotta per la sopravvivenza e la difesa di un lavoro dignitoso.
Sopra la miniera in questi mesi di fiduciosa attesa è stato allestito un cantiere-accampamento chiamato simpaticamente della “speranza”.
È apparso a tutti un microcosmo di comunità solidale orbitante tra i valori della vita, della famiglia e del lavoro benedetti da numerose madonnine sorridenti appese in ogni angolo.
L’esito positivo di una drammatica vicenda che ha visto come protagonisti 33 minatori che trascorrono gran parte del loro tempo con turni di 12 ore nei cunicoli insidiosi della terra con una paga di 550 euro al mese, rappresenta un segnale incoraggiante, diventa un appello urgente a ritrovare nella solidarietà effettiva e convergente il sentiero luminoso che ci permette di uscire insieme dalla crisi silenziosa, ma assai diffusa che colpisce molti nei Paesi considerati avanzati e più drammaticamente in quelli poveri.
Ha colpito molto la recente ed accurata riflessione di Benedetto XVI sul “capitalismo anonimo che divora risorse e trucida persone”, un sussulto di umanità e di coscienza vigile sembra elevarsi pure dal mondo accademico, è significativa infatti l’assegnazione del Premio Nobel per l’economia a tre economisti che hanno affrontato nei loro studi il problema del mercato del lavoro, della disoccupazione e della politica attiva per l’impiego, specialmente giovanile.
Alcuni giornali hanno definito la decisione dell’Accademia di Svezia: un Nobel per i senza lavoro.
È in corso in questi giorni la Settimana Sociale dei Cattolici italiani per proporre un’agenda di bene comune in Italia, augurandoci che al primo posto della rassegna degli impegni non solo da discutere con gli esperti, ma anche da realizzare con l’apporto originale delle comunità cristiane e delle associazioni laicali, ci sia l’inserimento e la valorizzazione dei giovani nel mondo produttivo e nel superamento della crisi.
Questa è un’angolatura che include sia la famiglia che l’intera società.
Il cantiere-accampamento della speranza può riportare in superficie il lavoro con la sua dignità e valenza spirituale anche da noi, a partire dai giovani, vera questione sociale del nostro “tempo globalizzato, di persone sempre più vicine, ma non ancora fratelli” (Caritas in Veritate).

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