Linguaggio e notizie
di Anselmo Grotti
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Linguaggio e notizie
10 ottobre 2010
Ci è capitato più volte in questo periodo di fare riferimento al linguaggio, e del modo che si ha di usarlo nel confronto politico, culturale, dell’informazione.
In molti casi c’è da essere molto preoccupati. Il linguaggio non è uno strumento neutro e semplicemente pragmatico. Struttura il nostro modo di percepire noi stessi, il rapporti con gli altri, la realtà nel suo complesso. Il linguaggio è ciò che ci fa pienamente umani. L’uomo è un animale che parla, che è in grado di sviluppare complessi ragionamenti e di esprimere una vasta gamma emotiva attraverso parole che sono sì rivolte agli altri, ma che costituiscono anche il modo per rendere visibile a se stessi il proprio io, per rendersi consapevole al soggetto il soggetto stesso.
La mancanza di linguaggio, la sua povertà, la sua manipolazione e il suo imbarbarimento generano violenza. L’uso spregiudicato della volgarità, della menzogna, del massacro mediatico mina alla base le fondamenta stesse del vivere civile, avvelena i pozzi del villaggio, vaporizza i legami di solidarietà nella città.
Sappiamo di dover necessariamente convivere con una zona grigia nella comunicazione, sappiamo di dover necessariamente affinare e mai dimenticare la competenza dell’interpretazione, del confronto critico, della ricerca laica e onesta della verità in un mondo civile e politico che cambia e che va continuamente riletto. Ma questo è ben altra cosa dalla sistematica e preventiva negazione di ogni riferimento comune, di ogni rispetto reciproco. Fa impressione vedere tutta una serie di giornali, alcuni anche dal nome antico e prestigioso, aprire ripetutamente per giorni, settimane, mesi con i titoli cubitali a nove colonne su un solo argomento, email riportate a occupare totalmente la prima pagina, stillicidi di dossieraggi e diffamazioni. Non solo perché si tratta con tutta evidenza di accanimenti selettivi, ma anche perché significa spegnere le luci su tutto il resto. L’informazione ha sempre un contesto, un paradigma con cui legge i fatti. Ma per l’appunto a questo soccorre la pluralità delle fonti e l’esercizio della capacità di discernimento critico. Ma che ne è dei fatti quanto vengono tutti dimenticati per inseguire uno scopo clamorosamente di parte? Davvero non c’è null’altro di importante da dire rispetto a quanto succede in Italia e nel mondo? Popoli che lottano per uscire dalla fame, la pace e la guerra, il lavoro e la scuola, le famiglie e la vita, la cultura e l’economia, tutto questo non esiste?
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Politica e parolacce
20 settembre 2010
Nello scorso marzo avevo segnalato una interessante ricostruzione della Treccani sull’ingresso del turpiloquio nelle trasmissioni televisive (del 1981 è il neologismo “telerissa”). Allora era ancora primavera, ma l’estate che ci lasciamo alle spalle è stata purtroppo particolarmente segnata anche dalla volgarità dei linguaggi e dei comportamenti di molti politici.
Gian Enrico Rusconi ha parlato di una “Repubblica fondata sul turpiloquio”. Ma soprattutto è stato Claudio Magris a scrivere sul “Corriere” del 20 agosto una garbata e intelligente analisi di quanto sta accadendo – linguisticamente e non solo – nella politica italiana.
Scriveva:
“In un famoso film, in cui interpretava il ruolo di Giovanna d’Arco, un’incantevole Ingrid Bergman diceva a un capitano francese, rude soldataccio valoroso dal linguaggio colorito e sboccato, specie in battaglia: «Se proprio non potete farne a meno, capitano, dite “per le mie staffe”». Oggi difficilmente potrebbe rivolgere lo stesso invito a quei rappresentanti del popolo italiano il cui banale turpiloquio sta trasformando il mondo cosiddetto politico non in una caserma, ambiente ruvido ma dignitoso, bensì piuttosto in uno studio di registrazione di quei rumori che Dante, nell’Inferno, fa emettere a qualcuno dei suoi diavoli. Gli avversari che si scambiano laide contumelie non assomigliano a robusti ancorché rozzi uomini d’arme, ma piuttosto agli anonimi autori di sconci disegni sui muri. Qualcuno — l’onorevole Stracquadanio—auspica di adottare nei confronti degli avversari «il metodo Boffo», che disonora chi se ne serve, e si potrebbero citare molti analoghi esempi.
Anche le cosiddette parolacce fanno parte del linguaggio e dell’essere umano e talvolta si può e si deve usarle, come Dante insegna. C’è uno sdegno, un disprezzo e un coraggio che, in certe circostanze e soprattutto dinanzi al pericolo o a un’infamia intollerabile, le nobilita e le rende necessarie. Altrimenti esse sono soltanto eruttazioni ed è improbabile che un’eruttazione costituisca un ragionamento politico. C’è un’abissale differenza tra la parola «merda» che Cambronne — secondo una tradizione forse leggendaria— grida in risposta all’invito degli inglesi ad arrendersi, quando la sera scende sulla disfatta napoleonica a Waterloo, e la stessa parola «merda » che la signora Daniela Santanchè ha usato riferendosi all’onorevole Fini, presidente della Camera. Difficilmente Victor Hugo potrebbe scorgere qualcosa di alto e di sublime in questo termine adottato dalla signora, che egli celebrava invece nella parola di Cambronne”.
Molto interessante la replica della signora chiamata in causa da Magris:
“Sono innanzitutto stupita che uno scrittore, che dicono aver sfiorato il premio Nobel, invochi la censura e il ripristino dell’inquisizione, il tribunale che nel Medioevo infiggeva pene corporali nei confronti di chi fosse stato sorpreso a pronunciare parole indicibili. Magris però distingue. Ci sono parolacce d’autore che hanno diritto di cittadinanza, quelle pronunciate, scritte e urlate dalla casta che lui rappresenta, cioè quella degli intellettuali. Le stesse, però, in bocca al popolo (l’unica casta alla quale mi sento di appartenere) diventano volgarità da punire. Le prime sono addirittura espressione di nobiltà perché – scrive – l’intellettuale è in grado di usarle come reazioni innanzi a pericoli o infamie intollerabili”.
Dunque Magris, parlando da intellettuale, non farebbe che difendere un privilegio di casta: sarebbero gli intellettuali ad auto concedersi il diritto alla parolaccia, diritto indegnamente e ingiustamente vietato a tutti gli altri. Occorrerebbe – sempre secondo la signora – procedere a una immediata consegna al “popolo” (cui la medesima apparterrebbe…) il turpiloquio. E conclude elegantemente e dottamente:
“alla larga, perché, come scrive Magris, a una certa età ognuno è responsabile della sua faccia. E la sua non mi piace. Rivendico la mia libertà di espressione e la mia dignità, perché, come scrisse John H. Jackson, padre della moderna neurologia, «colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece di una freccia è stato il fondatore della civiltà»”.
Il turpiloquio invece resta normalmente un modo per attaccare l’interlocutore e non i suoi argomenti, distrarre e compiacere il pubblico. E rimane pesante vedere ministri che in Parlamento alzano diti medi, che urlano sconcezze, che si credono magari popolar mentre sono soltanto volgari.
Non è vero che solo gli intellettuali possano usare impunemente la parola “merda”, mentre i politici no. Dipende come sempre dalle circostanze.
Il 5 agosto una frana ha imprigionato decine di minatori a 700 metri di profondità. Quando il 22 agosto è stato possibile mettersi in contatto con loro, scoprire che erano vivi, sperare in un possibile piano di salvataggio, il presidente cileno ha esclamato: “Viva Chile, mierda!”.
Ebbene, credo che quel “mierda” sia stato un momento di altissimo linguaggio, altro che parolaccia. Ha espresso il misto di dolore per queli uomini, rabbia per l’incidente, gioia per la scoperta che erano vivi, determinazione nel tentare tutti i mezzi per portarli in salvo, speranza per la buona riuscita, senso di solidarietà di tutta una nazione.
Sì, tutto questo in quel “mierda”. Lontano anni luce dalla parolacce sconce e dai gesti di politici che dovrebbero rappresentare la dignità delle istituzioni e di un popolo.
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Prendere un respiro
1° settembre 2010
Prendere un respiro. Fermarsi un momento. Mantenere alle parole il loro significato, alla sintassi le sue regole, allo strepitio mediatico un contatto con la realtà. Non è facile. Succedono strane cose, non riusciamo a tenere il filo.
Si soffia sul fuoco della paura, si denuncia il pericolo, anzi la certezza, del terrorismo islamico. Si rifiutano ai musulmani luoghi per riunirsi, celebrare il culto. Si dichiara tradimento ogni tentativo di dialogo, di confronto, di apertura. Si portano a passeggio maiali su terreni da rendere così immuni dal “pericolo moschea”.
Mentre si demonizza l’islam sinceramente religioso, consapevole che la vera religione non può non aprire all’amore dell’altro, mentre si deride l’islam moderato, si accetta invece che un “predicatore” assai poco credibile sia accolto nel nostro Paese con tutti gli onori. Anzi, non con tutti gli onori, ma con manifestazioni da circo.
Non si avverte l’assurdità di un “predicatore” che parla a folle di ragazze pagate per essere lì? Scelte da agenzie professionali in base all’avvenenza, al vestito, alla disponibilità al silenzio? Sembra che non sia avvertito l’oltraggio alla fede, a quella religiosa, a quella islamica o di altra natura, al buon senso, al rispetto della persona e al rispetto della dignità femminile. È questa la prospettiva di lavoro che offriamo ai ragazzi, alle ragazze, di un Paese che dovrebbe essere all’avanguardia nella società della conoscenza? Sgambettare davanti a una telecamera, ascoltare compiacenti un ricco signore straniero con più di un peso sulla coscienza e con capelli molto tinti, applaudire e magari “convertirsi”.
Che triste spettacolo che l’amata e gloriosa Arma dei Carabinieri sia stata coinvolta in una manifestazione così imbarazzante per il prestigio del Corpo e del nostro stesso Paese.
Ci sono riprese cinematografiche del periodo di Salò in cui si vedono reparti militari di motociclisti che sono costretti ad esibirsi davanti al Duce in coreografie da circo: due motociclisti affiancati e un terzo in piedi appoggiato a entrambi, un motociclista e due militari ai lati in grande equilibrio…
Uno spettacolo triste, uno spettacolo crepuscolare, uno spettacolo che avremmo voluto per sempre consegnato agli archivi dell’Istituto Luce.
Prendiamo un respiro. Ne abbiamo bisogno.
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Evasione fiscale e mafie
21 agosto 2010
L’evasione fiscale è una vera e propria economia sommersa, che non solo costituisce un vero e proprio furto, ma altera la percezione della realtà economica e sociale di un Paese. Secondo le stime Istat siamo a circa 250 miliardi di euro, vale a dire il 17% della ricchezza nazionale italiana. Ogni altra considerazione svanisce di fonte a questi dati: le varie “manovre” governative, i “risparmi” dei ticket, il guadagno legittimamente raggiunto attraverso produttività ed efficienza. Si veda, appena pubblicato da Il Mulino (9,80 €) L’evasione fiscale di Alessandro Santoro.
Pochi giorni fa la Dia ha scoperto che nella piccola città di provincia da cui scrivo erano arrivate a due banche 300 miliardi di dollari (denaro sporco) per l’acquisto di due tonnellate d’oro.
Il volume d’affari delle ecomafie è stimato in 20,5 miliardi di euro. Sono scomparsi nel nulla in un anno 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Potrebbe costituire una montagna larga tre ettari e alta 3.100 metri.
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Immobilità diffusa
8 agosto 2010
L’Australia ha creato una struttura orientata al settore della conoscenza, con un settore specificatamente rivolto aprodurre e vendere istruzione terziaria nel mercato internazionale, con una quota dell’export totale pari al 6% dell’intero export, e all’1,1% del Pil. Sempre in Australia il 42% degli immigrati ha un titolo di istruzione terziaria(2008). Per ogni “cervello” che parte ne arrivano in Australia 12 (5 in Canada; 20 negli Usa).
Il capitale umano rappresenta una risorsa che abbiamo sin troppo trascurato nel nostro Paese. Ne fa le spese la scuola, che presenta ritardi e diseguaglianze molto forti. Ma che presenta anche punte di eccellenza: si veda Piero Cipollone e Paolo Sestito, Il capitale umano, Il Mulino 2010.
Siamo un Paese nel quale la mobilità sociale è molto bassa. La situazione familiare (titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori) predetermina in molti casi il destino dei figli: dal rendimento scolastico alla probabilità di abbandonare gli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro. Dovrebbe essere compito della scuola e in generale della Repubblica (come dice la Costituzione) “rimuovere gli ostacoli” al miglioramento culturale e sociale, dando davvero spazio a una autentica concezione di libertà (non predeterminata dalle condizioni di partenza). Daniele Checchi (Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Il Mulino 2010) mette bene in evidenza come esistano due priorità fondamentali: combattere la povertà nell’infanzia, che genera esclusione, e incoraggiare i giovani nel periodo della formazione. O è meglio avere generazioni passive, poco acculturate, manipolabili?
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Lucignoli, pinocchi e omini di burro
25 luglio 2010
Emergenza educativa, disoccupazione giovanile, crisi economica e calo della nostra competitività. Ci sarebbero altre voci connesse, ma già queste possono bastare.
È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Le statistiche sul numero di giovani che non studiano, non lavorano né cercano un impiego stanno a dimostrarlo.
Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.
L’Italia è stato il primo Paese a costruire sistemi di collegamento telefonico via satellite (Telespazio, Piana del Fucino). Il terzo Paese a inviare satelliti nello spazio (il San Marco, dopo Usa e Urss). Il primo Paese a produrre un calcolatore con interfaccia a segnali luminosi (Elea 9000, della Olivetti, design di Sottsass, 1959). Siamo stati all’avanguardia nella chimica, la fisica, l’ingegneria…
Negli ultimi trenta anni abbiamo perso una posizione dopo l’altra. Ci sono state “industrie” che hanno avuto successo, prodotto soldi e potere. Ma non benessere per il Paese. I soldi si sono fatti comprando telefilm americani e format vari, gestendo l’etere e l’immaginario delle persone, ubriacando di pubblicità la televisione. Si sono generate caste che vivono di favori reciproci per poter essere nel “giro”. E si è sviluppata la necessità di un “parco” di persone che non devono né studiare né lavorare per poter mantenersi nello stato di trance televisiva e consumare.
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Scelte di vita
18 luglio 2010
Daniela Tobagi, figli di Walter, il giornalista del “Corriere della Sera” ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi di sinistra “Brigata XXVIII marzo” ricorda (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2010) i toni astiosi usati in quel periodo da una allora giornalista di estrema sinistra. L’allora giornalista scriveva su “Il Manifesto” e accusava duramente Tobagi, per la sua precedente esperienza al quotidiano “Avvenire”, di essere come il Cardinal Richelieu un abile tessitore di alleanze tra Craxi e Montanelli.
Daniela Tobagi fa notare che questa persona era giornalista politicamente molto schierata su di un fronte estremo come “Il Manifesto”, mentre poi la si ritroverà in “Forza Italia”.
Ora, ciascuno è naturalmente libero di cambiare idea durante il suo percorso di vita. Ma ciascuno è anche libero di riflettere sulle modalità di questi cambiamenti, specialmente quando non sono limitati a pochi casi.
Il caso ricordato da Daniela Tobagi è tutt’altro che isolato, ma molto esemplare. Ecco una breve sintesi: negli anni Settanta quella che scriveva contro Tobagi era di sinistra estrema, di quelli che ritenevano traditore il Pci di Berlinguer. successivamente entra nelle istituzioni facendosi eleggere con la lista Antiprobizionisti sulla droga. Nel 1992 è eletta alla Camera con Rifondazione Comunista. Nel 1993 è candidata sindaco di Milano con una lista civica appoggiata dai Radicali. Non raggiunge neppure il 3% e una improvvisa conversione sulla via di Damasco la porta nel 1994 a farsi eleggere con Forza Italia. Un percorso fatto da molti altri.
Tutto legittimo, per carità. Qualche dubbio rimane per non pochi personaggi: sia sulla solidità delle adesioni a gruppi estremisti che hanno anche flirtato con l’uso della violenza, sia sull’approdo a sponde bene accoglienti verso transfughi da variegate esperienze politiche, pronti a un candido lavaggio delle vesti e a divenire implacabili custodi del padrone di turno.
A confronto dà molto maggiore senso di serenità il fatto che Benedetta Tobagi abbia potuto fare, come molti altri studenti delle superiori, incontri con persone affidabili:
“un buon insegnante può cambiarti la vita, e io ho incontrato un professore di filosofia che mi aiutato a dare forma ai miei pensieri che mi si agitavano dentro in maniera confusa fin dalla prima adolescenza. Ero affamata di padre e fu una vera fortuna trovare un maestro così… La complessità del mondo può essere spaventosa, ma l’esercizio del pensiero permette di tessere sottilissime reti d’oro da gettare sulla realtà per poterla abitare”.
Tutto legittimo appunto, ma certamente non tutto eguale. Scelte di vita.
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Interventi precedenti in
http://www.dialoghi.net/index.php/attualita/#dialogando
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27 ottobre 2010 alle 08:20
[...] Linguaggio e notizie , 10 ottobre 2010 [...]
14 dicembre 2010 alle 17:39
[...] Linguaggio e notizie , 10 ottobre 2010 [...]