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“Vedere” e “Ascoltare”: linguaggio e comunicazione

Dialogando – di Anselmo Grotti

24 ottobre 2010

“Vedere” e “Ascoltare”: linguaggio e comunicazione.

Le scritture più antiche sono scritture ideografiche: l’immagine gioca un ruolo decisivo. Quando i Greci usano la scrittura alfabetica, rimangono fedeli al primato conoscitivo della vista: tutto lo sciame semantico delle parole che indicano sapere proviene da questa sorgente (con rare eccezioni per la provenienza arcaica di nous da fiutare): Idea, Teoresi, ecc. “Ascoltare” invece ha un certo senso peggiorativo: ad esempio i postulanti della scuola di Pitagora devono limitarsi ad ascoltare il maestro, senza poterlo vedere (e per questo sono detti acusmatici, dal verbo “ascoltare”). Ben diversa la situazione presso gli Ebrei.

“Ascolta Israele” recitano le Scritture e ogni pio ebreo che espone ai figli la Legge divina. Invece che la tematica della luce – tipica della tradizione greca – abbiamo la tematica del linguaggio, tipica della tradizione ebraica. La rivelazione è innanzitutto un fenomeno acustico, un suono, il suono della parola di Dio che opera la creazione del mondo. “Guardare” la realtà infatti presuppone, anche nel caso in cui la luce provenga da una alterità, una sorta di suo “possesso”. “Ascoltare” la realtà non la pone come oggetto, ma come Soggetto. Dio non è qualcosa di cui si parla, ma piuttosto Qualcuno a cui si può parlare perché egli per primo ci ha “rivolto la parola”.

“Voi non avete visto alcuna immagine- solo una voce” (Deuteronomio 4,12).   Secondo la tradizione cabalistica ebraica la parola di Dio è percepibile come suono e come scrittura. C’è un nesso ineliminabile tra il concetto di verità della rivelazione e quello di linguaggio. Il linguaggio non è soltanto lo strumento della comunicazione, ma ha una dimensione più profonda, simbolica: ha il compito paradossale di comunicare un non-comunicabile. Abbiamo visto come nella funzione geroglifica del linguaggio fosse presente una forte valenza magica. La Bibbia invece intende operare una decisa de-magizzazione della realtà, linguaggio compreso. Mentre i riti pagani sono pieni di formule magiche, geroglifiche, il sacerdote ebreo impartisce a voce una solenne e famosa benedizione: dopo di che esegue tutte le sue pratiche e i suoi sacrifici senza parlare. Scrivere il nome di Dio  coinvolge profondamente il sacro, tanto che chi ha cominciato a tracciarne le parole non può rispondere, prima di aver terminato, neppure al saluto del re. Progressivamente tale nome diviene impronunciabile, specialmente dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

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1 Commento a ““Vedere” e “Ascoltare”: linguaggio e comunicazione”

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