Ripartiamo dal bene comune
«Siamo angustiati per l’Italia. È anche il nostro paese, vi sono radicate le nostre chiese, ci vivono i nostri fedeli». Angustiati soprattutto perché le «discordie personali» divenute pubbliche «sono andate assumendo il contorno di conflitti apparentemente insanabili» e questi sono diventati «pretesto per bloccare i pensieri di una intera nazione, quasi non ci fossero altre preoccupazioni, altri affanni».
Lo ripete due volte quell’angustiati, il cardinale Angelo Bagnasco aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei; e sottolinea: l’Italia è «nazione generosa e impegnata, che però non riesce ad amarsi compiutamente».
C’è, è vero, una «corrente di drammatizzazione mediatica» – così la chiama il cardinale presidente della Cei – che sembra dedita alla rappresentazione di un paese ciclicamente depresso. Ma ci sono anche momenti in cui «sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole»; e alla necessaria dialettica «si sostituisce la polemica inconcludente, spingendosi fino sull’orlo del peggio». Ancora: «si preferisce indugiare con gli occhi tra le macerie, cercare finti trofei, per tornare a riprendere quanto prima la guerriglia, piuttosto che allungare lo sguardo in avanti, disciplinatamente orientato sugli obiettivi comuni».
È tutt’altro che tenero nella sua analisi, il cardinale Bagnasco, che affronta questioni che vanno dalla scuola alla sanità alla violenza sulle donne; alla crisi, che tocca le famiglie, alla povertà che aumenta, alle discriminazioni. E a proposito di crisi, l’Italia, dice, istruisce i problemi «comincia a metter mano alle soluzioni, ma non riesce a restare concentrata sull’opera fino a concluderla». Da decenni si parla di riforme ma queste non arrivano. Si domanda: «quando si arriverà al confronto serio e decisivo, quello che non è una perdita di tempo, ma ricerca della mediazione più alta e sollecita possibile?«. Il paese non può attendere, è il momento di «deporre i personalismi, che mai hanno a che fare con il bene comune e di mettere in campo un supplemento di reciproca lealtà e una dose massiccia di buon senso».
La fiducia dei cittadini verso la politica è un onore e una responsabilità che non ammette sconti; e quando si «ricoprono incarichi di visibilità, il contegno è indivisibile dal ruolo», afferma ancora il presidente della Cei. «Bisogna comprendere che se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, se si rinviano senza giusto motivo scadenze di ordinamento, se si contribuisce ad apparati ridondanti, se si lasciano in vigore norme non solo superate ma dannose, se si eludono con malizia i sistemi di controllo, se si falcidia con mezzi impropri il concorrente, se non si pagano le tasse, se si disprezza il merito, si è nel torto, si cade nell’ingiustizia. Ma lo scopo di ogni partecipazione politica è proprio la giustizia». Va superata, dunque, la «logica del favoritismo, della non trasparenza, del tornaconto». Anche il linguaggio è importante nella scena pubblica e non deve «sfiorare il sopruso o scivolare nella contesa violenta»: fa «malinconia» l’illusione di risultare spiritosi o più incisivi, quando «a patire le conseguenze è tutto un costume generale».
L’ideale in politica resta il bene comune e il paese, afferma, ha bisogno «di una leva di italiani e di cattolici», capaci di essere «forza benefica e pacifica di cambiamento profondo».
Tanti i temi al centro della prolusione, 11 cartelle, del presidente Cei. La crisi mette in risalto una più marcata fragilità del paese; una crescita della disoccupazione e il diritto dei lavoratori disoccupati, in mobilità o licenziati, di essere reintegrati, va tenuto nel debito conto. La globalizzazione, poi, non può essere usata strumentalmente per indebolire la dignità di chi lavora. Importante, dunque, il dialogo tra le parti ed è fondamentale che lo Stato non ritiri gli ammortizzatori sociali.
Nelle parole del presidente dei vescovi italiani c’è il tema del federalismo. Percorso “irreversibile”, sostiene; ma con il federalismo crescono le responsabilità da esercitare localmente e non devono prevalere «le spinte ad un contrattualismo esasperato e ad una demagogia variamente declinata». Federalismo solidale, dunque, che non acuisce la divisione in due del paese: «la riforma non deraglierà se potrà incardinarsi in un forte senso di unità e indivisibilità della nazione: il tricolore è ben radicato nel cuore del nostro popolo».
Parla di riforma fiscale, di criteri di maggiore equità: «in una democrazia anche economica, chi più possiede più deve contribuire». Chiede maggiore attenzione alle famiglie, arrestando l’impoverimento che è in atto da tempo, «e che rischia di simboleggiare il suo declino culturale». I dati demografici, afferma il porporato, «possono illudere solamente coloro che vogliono illudersi».
Parla infine di parrocchie come di «cantieri» che non chiudono mai: «la chiesa mette a servizio il patrimonio educativo che le è proprio e accompagna i giovani a sperimentare se stessi, la loro energia di vita, senza eludere i propri disagi e le proprie inquietudini». Parla di vicende umilianti e dolore, di prove che non abbandonano la chiesa, di martiri, di intolleranza religiosa che spesso sfocia in cristianofobia: «uccidere appare l’unico modo per restare impermeabili al linguaggio dell’altruismo, che spaventa i violenti». Parla del crimine inqualificabile della pedofilia; di Chiesa che deve sforzarsi di essere la trasparenza di Dio; di indifferentismo religioso. Il problema dell’Occidente, afferma con forza il cardinale Bagnasco, è la questione di Dio.