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Il lavoro, sospeso tra cielo e terra

di Giuseppe Masiero

Nello scorrere tumultuoso di questi mesi, simile al corso convulso di un grande fiume, la navigazione impegnativa del mondo del lavoro si è trovata a fronteggiare le ansie insidiose di una crisi, spesso non riconosciuta e tanto meno segnalata o fronteggiata da chi si trova al timone dell’imbarcazione battente bandiera italiana ed europea.

L’equipaggio ingaggiato al porto di altre stagioni nel cantiere del mondo sindacale, dell’impresa e della politica, sembra inadeguato e non intenzionato ad intraprendere nuove rotte nel mare aperto di una società globale, anzi sono ancora le flotte dell’industria bellica a pilotare i mercati, ad occupare i vertici finanziari e a condizionare le decisioni politiche. Le crescenti difficoltà del presidente Obama sono a dimostrarlo e per questo permane il piccolo cabotaggio che nasconde l’antico vizio delle incursioni piratesche, provenienti dalle spiagge libiche di Gheddafi o da quelle russe dello zar Putin.

Moltissimi lavoratori con le loro famiglie, allargate alla nuova generazione dei figli sono in balia dei flutti di una tempesta dalle proporzioni gigantesche, costretti a sopravvivere aggrappandosi a scialuppe di salvataggio costruite ingegnosamente in fretta da soli, spesso senza la nave di appoggio del sindacato e delle istituzioni, pensate e volute dalla Costituzione.

Ecco allora apparire sui tetti disoccupati o cassintegrati per esprimere la necessità e il valore del lavoro, riuscendo solo così a bucare il video per sottrarre il loro dramma da un’inevitabile dimenticanza o indifferenza.

Ecco riaprirsi il carcere dismesso dell’Asinara per ospitare uomini liberi che pacificamente si fanno prigionieri spezzando le catene della disuguaglianza e del giogo insopportabile dovuto a privilegi consolidatisi nel mare della speculazione, della corruzione e dell’evasione fiscale.

In questi giorni i precari della scuola, ricorrono all’esigente pratica del digiuno, sdoganando questo consueto approdo dalle campagne ideologiche dei radicali. Si tratta di gesti e iniziative estreme che vanno colti oltre l’effetto sorpresa e spiazzante dell’evento, preparando nel contatto con i protagonisti risposte adeguate e innovative.

Questa attesa è stata inizialmente percepita nei campi scuola interregionali e nazionale del Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, con la partecipazione di alcuni di questi leaders che stanno emergendo nel laboratorio di una questione sociale ancora allo stato nascente.

Siamo di fronte a situazioni umane, sociali ed economiche che rimbalzano, anzi si rispecchiano nella parabola emblematica della nostra società post-moderna, interpretata dignitosamente e coraggiosamente dai 33 minatori, bloccati per la miniera franata in Cile, a 700 metri di profondità.

Il cielo sopra i tetti grazie alla stessa telecamera che racconta l’avventura professionale dei disoccupati tra le antenne, raggiunge ora le viscere della terra. In questo microcosmo di umanità che lotta, lavora e prega per sopravvivere, emerge negli atteggiamenti di questi prigionieri forzati dentro cunicoli e gallerie, un “reality” tutt’altro che spettacolare; qui infatti emerge tutta la serietà della vita, la responsabilità di arrivare insieme al traguardo della superficie, sostenuti dalla solidarietà costante di famiglie, dell’intera nazione e dell’opinione pubblica mondiale. Ha suscitato grande emozione l’Inno nazionale cantato coralmente per esprimere la partecipazione attraverso un lavoro rischioso, alla vita dell’intera nazione vincendo rassegnazione e paura.

Non spegniamo dall’altra sponda dell’Oceano l’eco di questo messaggio che ci permette di edificare sull’umanità incerta e confusa, un’arcata che unisce cielo e terra, collocando il lavoro nel cuore della vita.

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