Ora, più che mai, è tempo di dialogo
C’è un’immagine simbolica che adorna l’ingresso degli uffici centrali del Patriarcato ecumenico a Istanbul. Si tratta di un magnifico mosaico che ritrae Gennadios Scholarios, il primo Patriarca ecumenico del periodo dell’occupazione ottomana. Il Patriarca riceve dal sultano Maometto II il «firmano», un documento legale che garantisce il proseguimento e la tutela della Chiesa ortodossa per il periodo del dominio ottomano. Ritrae l’inizio di una lunga coesistenza e di impegno interreligioso.
Il Patriarcato ecumenico è sempre stato convinto del proprio ampio ruolo e della propria responsabilità ecumenica. Questo ispira i suoi sforzi indefessi per l’unità ortodossa nel mondo nonché i suoi sforzi pionieristici per il dialogo ecumenico. Fra gli aspetti più importanti di questo dialogo ricordiamo lo storico incontro fra il Patriarca ecumenico Atenagora e Papa Paolo VI nel 1964, che portò a una reciproca soppressione degli anatemi lanciati a partire dal 1054, e anche l’incontro, altrettanto storico, tra Giovanni Paolo II e il nostro predecessore, il Patriarca ecumenico Demetrios, nel 1979, che condusse all’annuncio di un dialogo teologico fra le nostre due Chiese. La visita di Benedetto XVI in Turchia nel 2006, in risposta al nostro invito a partecipare alla festa di sant’Andrea apostolo, ha portato a un rinnovamento dell’impegno per il dialogo.
Tuttavia non abbiamo mai limitato questi impegni solo alle confessioni cristiane. Il Patriarcato ecumenico, trovandosi al crocevia di continenti, civiltà e culture, è stato sempre un ponte di collegamento fra cristiani, musulmani ed ebrei. Dal 1977 promuove un dialogo religioso bilaterale con la comunità ebraica (su certi aspetti quali la legge, la tradizione e la giustizia sociale); dal 1986 è in dialogo interreligioso bilaterale con la comunità islamica (su pace, giustizia e pluralismo); e dal 1994 organizza una serie di incontri internazionali per approfondire il dialogo fra cristiani, musulmani ed ebrei (sulla tolleranza).
I rappresentanti religiosi hanno la particolare responsabilità di non provocare e di non ingannare. La loro integrità svolge un ruolo vitale nel processo di dialogo. Alla metà del XIV secolo, san Gregorio Palamas, arcivescovo di Tessalonica, si impegnò in dibattiti teologici con importanti rappresentanti dell’islam. Uno di essi auspicò l’avvento di un tempo in cui la comprensione reciproca sarebbe stata il tratto distintivo dei seguaci di entrambe le religioni. San Gregorio concordò, osservando che prima o poi quel tempo sarebbe giunto. Ora desideriamo con umiltà che quel tempo sia il nostro. Ora, più che mai, è tempo di dialogo.
Non siamo così ingenui da pensare che questo dialogo non abbia un prezzo o non faccia correre dei pericoli. Ha con sé sempre un rischio avvicinare un’altra persona, un’altra cultura e un altro credo. Non si sa mai cosa aspettarsi: l’altro sarà sospettoso? Penserà che voglio imporgli il mio credo o il mio stile di vita? Comprometterò o addirittura perderò ciò che è unico della mia tradizione? Qual è il terreno comune sulla cui base possiamo dialogare? E quali saranno i risultati del dialogo? Ci poniamo questi interrogativi quando tentiamo il dialogo. Ciononostante, riteniamo che se si aprono la mente e il cuore alla possibilità di dialogo avviene qualcosa di sacro. Quando la volontà di accogliere l’altro è autentica, al di là di qualsiasi timore o pregiudizio, scocca una scintilla mistica e prende il sopravvento la realtà di qualcosa, o di Qualcuno, che è molto più grande di noi. Dunque, riconosciamo che i benefici del dialogo superano i rischi. Siamo convinti che, nonostante le differenze culturali, religiose e razziali, siamo ora più vicini di quanto avremmo mai potuto immaginare.
(Venerdì 20 agosto il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha ricevuto la laurea honoris causa all’Università cattolica «Giovanni Paolo II» di Lublino, in Polonia. Durante la cerimonia, il Patriarca ha pronunciato un discorso, intitolato L’imperativo del dialogo interreligioso nel mondo moderno, del quale pubblichiamo ampi stralci).
25 agosto 2010