Credenti e credibili
Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nelle dimensioni della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia. (Giuseppe Dossetti)
È tutta mia la città? O meglio, è tutta nostra? È, la città, luogo di forte identificazione e partecipazione? È vissuta in pienezza, nei limiti e nelle ricchezze? Suscita sentimenti, passioni e azioni di bene? In preparazione ad un anno associativo che pone al centro il bene comune e che ci chiede di essere “luce nel mondo”, i giovani di Ac hanno dedicato i campi nazionali ad un tema sempre più urgente e necessario, quello di qualificare la presenza sui territori e formare la coscienza ad una cittadinanza degna del Vangelo. Una tappa che prepara anche alla prossima Settimana sociale dei cattolici di Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010), appuntamento che cade in un frangente delicato per il Paese, in cui più che mai si avverte il bisogno di nuove generazioni pronte a spendersi per il bene di tutti.
Il percorso dei due campi (svoltisi a Fognano e Subiaco) ha avuto come punto di partenza il metodo e lo stile del discernimento. Per riabituarsi a pensare e agire insieme, per uscire dal culto dell’eroe solitario, che concepire l’edificazione della città come opera di una comunità, e non di pochi appassionati. Un esercizio difficile, spesso bypassato anche nella Chiesa, perché richiede tempo, pazienza, sintesi, ascolto sincero, rimozione dei pregiudizi.
Eppure, il discernimento comunitario è patrimonio proprio dell’Azione cattolica, che dunque è chiamata a spenderlo generosamente al suo interno, negli organismi ecclesiali e civili, nelle reti con gli altri soggetti attenti al territorio e all’educazione. In particolar modo, i giovani sono interpellati a “pensare e agire insieme” rispetto a quelle istanze sociali che più direttamente riguardano il loro futuro. Istanze nelle quali finora sono stati tenuti alla finestra. Si tratta della piaga del precariato a vita, dell’assenza di meritocrazia e mobilità sociale, si tratta dello schiaffo che rappresentano nelle nostre città i poveri, delle sfide che la globalizzazione pone e alle quali si risponde con modi e contenuti provinciali.
Non si tratta di fare opinionismo, o di prendere posizioni fondate sul nulla. Sono questioni che interpellano la qualità dei percorsi formativi. Nei due campi lo hanno ribadito numerosi ospiti, vescovi e laici, direttamente e fattivamente impegnati nel campo dell’educazione, della giustizia, della solidarietà e della crescita globale. L’incontro con il presidente nazionale Franco Miano ha permesso di mettere a punto cosa significhi in Ac una formazione che motivi all’impegno per il bene comune: una formazione che abbia in sé esperienze vaste, eterogenee e continue di servizio, in cui i gruppi dedichino del tempo anche alla realizzazione di piccoli segni di bene visibili da tutti, in cui la cura della spiritualità si intrecci costantemente con le domande che provengono dagli altri giovani del territorio.
Prioritario diviene dunque lavorare sulla qualità dei gruppi giovani di Ac, luogo in cui concretamente si può esercitare il discernimento, raccogliere vocazioni e carismi diversi, seminare segni di speranza. Costruire un buon gruppo giovani è, in modo evidente, un contributo significativo alla bellezza dei territori. Un gruppo non astratto, che si senta attratto dalla meta della santità, che oggi passa anche per scelte significative e coerenti: stili di vita sostenibili ed essenziali, priorità ai poveri, relazioni autentiche, accoglienza dei bisogni degli altri giovani, competenza e informazione sui fatti sociali, testimonianza solida nei luoghi di studio e di lavoro.
Un impegno che si radica se vissuto nella comunità ecclesiale, e fondato su una solida vita spirituale: i campi sono stati occasione di incontro con i Pastori e l’associazione delle diocesi che hanno ospitato i partecipanti, e spazi per respirare la spiritualità del monachesimo benedettino, quella della Compagnia di Gesù, e di esperienze di vita contemplativa come quella della piccola Famiglia dell’Annunziata di Montesole.
I giovani – dice la Christifideles laici – non devono essere considerati semplicemente come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono di fatto, e devono venire incoraggiati ad esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale . La giovinezza è il tempo di una scoperta particolarmente intensa del proprio «io» e del proprio «progetto di vita», è il tempo di una crescita che deve avvenire «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
È l’impegno assunto nei due campi nazionali, guidati da due testimoni come Giuseppe Dossetti e Rosario Livatino. Il quale, in una dei pochi scritti pubblici, così ci esortava: Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili.
09 agosto 2010