Sopravvive il posto, muore il lavoro
Al capezzale del nostro pianeta devastato dalla crisi economico-finanziaria e occupazionale, in un habitat ambientale sempre più minacciato, assistono impotenti i 20 leaders del G20 di Toronto. Nel consulto prima dell’intervento chirurgico o solo terapeutico, permane l’incertezza atavica se usare impietosamente il bisturi reso meno traumatico con l’utilizzo delle raffinate strumentazioni fornite dal laser o della robotica, o ricorrere ad un’energetica cura che rimetta in piedi il paziente, sia esso singolo cittadino o popolo intero, diventando così imprenditore di se stesso.
Pomigliano d’Arco, nel microcosmo di un’economia globale è diventata una delle cliniche dove risolvere drasticamente e definitivamente un dilemma di questa rilevanza.
La scenografia rituale interpretata dai grandi della terra, completata quest’anno dal contorno accattivante delle delegazioni di giovani provenienti dai vari Paesi, non ha predisposto un menù adeguato ed accessibile ai 30 milioni di disoccupati previsti in questi mesi e nemmeno per la moltitudine crescente di affamati tra cui milioni di bambini, cui è privato il diritto di esistere.
Da troppi anni è naufragato puntualmente ad ogni appuntamento europeo ed internazionale il tentativo di una governance politica dell’economia, in grado di imprimere svolte strutturali nell’ottica di uno sviluppo integrale, solidale ed intergenerazionale.
Reclusi i nostri eroi nel recinto inaccessibile della loro agiatezza, sicura e garantita per la decisa volontà di non ridistribuire i redditi, avvicinando gradualmente la base popolare della piramide al suo vertice, appare un atto di estremo coraggio la loro esortazione finale dove dichiarano che la ripresa deve essere accompagnata dal superamento delle diseguaglianze. Meglio di niente! Ora tocca all’opinione pubblica, alle organizzazioni sociali e politiche locali collegare il cervello al cuore, dare gambe e direzione operativa ad un’espressione così timidamente proclamata.
In questo snodo sociale pure le nostre comunità cristiane sono sollecitate a dare spessore di pensiero ed immaginazione con una progettualità diffusa, alle formidabili analisi e prospettive tracciate dalla Caritas in veritate. È finito il tempo della convegnistica con l’applausometro facile su questo recente autorevole intervento magisteriale, dove non sono mancate ostentate presenze di politici ed economisti. Dovrebbe scattare l’ora dell’azione illuminata e condivisa, della sperimentazione di percorsi innovativi e virtuosi che sappiano coniugare la vita del cittadino lavoratore, con quella del cittadino consumatore e quando ci riesce anche risparmiatore. È proprio l’enciclica a ricordarcelo collocando il superamento di questo conflitto nella reciprocità tra responsabilità sociale del consumatore e dell’impresa (Caritas in veritate, 67).
Nella frontiera tra posto da conservare e lavoro da ritrovare, si colloca la questione sociale odierna in ogni angolo del pianeta.
I riflettori puntati sulla coda di operai in fila a Pomigliano d’Arco per esprimersi sul referendum, con la spada di Damocle alla testa riguardo la loro sopravvivenza, potevano essere orientati in mille altre situazioni analoghe, lasciandoci però gli inquietanti interrogativi che preoccupano la vita di milioni di famiglie.
Bisognerebbe chiedersi con lo sguardo dato a questa umanità occupata a quella giovanile che bussa al mercato del lavoro, se dobbiamo applicare nel nostro occidente, laboratorio di democrazia e solidarietà dopo tragici conflitti, il parametro di un basso costo del lavoro, come avviene nei Paesi asiatici, africani e dell’Est europeo. Salari così esigui sono però possibili solo a condizioni di sfruttamento disumanizzante che non risparmia i minori e utilizza massicciamente gli stessi carcerati. Vale di più un lavoratore dell’interland di Napoli, di quello polacco occupato nella stessa catena di produzione e rete di commercializzazione? Non si deve certo sottovalutare l’incidenza della competitività o dell’economia globale, ma nella feconda ed attuale convinzione che “la condivisione dei doveri reciproci mobilita assai più della sola rivendicazione dei diritti” (Caritas in veritate, 43), siamo tutti chiamati a passare il guado del fiume della storia contemporanea, lasciando la sponda del posto da difendere senza mai riuscirci del tutto, per ritrovare quella del lavoro nella ricchezza della sua dignità, cultura e professionalità, valori e diritti esigibili in ogni persona ed angolo del mondo. Un lavoro ritrovato nella sua valenza antropologica che non si esaurisce nella prestazione mercantile del dare ed avere, ma si apre al “principio di gratuità” (CV, 34) incidendo in uno sviluppo policentrico con la crescita e la moltiplicazione di ricchezza e benessere su vasta scala. È possibile così “invertire la tendenza che considera il benessere di alcuni, collegato alla povertà di molti” (CV, 22).
Le storiche rappresentanze sindacali, professionali e le molteplici espressioni associative della società civile e produttiva, nate spesso in sede locale, ma fin dall’inizio per un impulso di movimenti internazionali, sono chiamate a “servire il lavoro” e non a conservare esclusivamente il posto, compreso il proprio. Tenterà nel suo piccolo, ma significativo percorso associativo di vincere questa sfida, il Movimento Lavoratori di AC con il prossimo Campo nazionale nel Cadore dal 17 al 12 agosto con lo slogan progetto: “Ri-generazione in campo, lavoro al centro”. Auguriamoci di non tornare perdenti come la nostra nazionale ai mondiali del Sud-Africa, ma invece ben allenati per dare il calcio di inizio con l’entrata in campo di donne giovani e la regia brillante di esperti allenatori del mondo adulto.