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Una Chiesa sotto assedio?

di Giacomo Canobbio

Da qualche tempo è diffusa la sensazione che nei confronti del cristianesimo in generale e della Chiesa cattolica in particolare vi sia un tentativo di delegittimazione. Il processo appare a qualcuno avviato già agli inizi del nuovo millennio: il successo di romanzi che gettavano sospetto sull’azione della Chiesa, che avrebbe occultato l’autentica verità della vicenda di Gesù, e di alcuni pamphlet giornalistici associati a opinioni di autorevoli storici del cristianesimo primitivo, che scavando nel background delle narrazioni evangeliche rilevavano una “verità” diversa rispetto a quella sempre difesa dalla Chiesa, o anche della denuncia nei confronti dei silenzi di Pio XII sulla shoah, veniva letto da alcuni come il principio di una strategia mirante a gettare sospetto su un’istituzione tra le più credibili, stanti almeno alcune rilevazioni sociologiche. Il culmine di questa strategia sarebbe stato raggiunto negli ultimi mesi con le rivelazioni di abusi sessuali su minori perpetrati da ecclesiastici e nascosti dall’autorità ecclesiastica, compreso l’attuale pontefice sia quando era arcivescovo di Monaco sia – soprattutto – quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Il complotto si sarebbe dilatato a partire dagli Stati Uniti e avrebbe raggiunto l’Europa. I vescovi irlandesi e tedeschi prima, il papa poi avrebbero riconosciuto il fenomeno deplorandolo, ma ciò non basterebbe ai media e neppure ad alcuni autorevoli esponenti del pensiero cattolico, che sono giunti a chiedere una pubblica richiesta di perdono sul modello di quelle pronunciate in occasione del grande Giubileo del 2000, e perfino a chiedere le dimissioni del papa, che sarebbe responsabile dell’occultamento durante i lunghi anni del suo ministero romano come prefetto della Congregazione cui era riservato giudicare i casi di abuso. Cosa stia all’origine del “complotto” è difficile sapere. Si avanzano le ipotesi più diverse: da quella di un tentativo di delegittimare l’insegnamento dottrinale dell’attuale pontefice, soprattutto in materia sociale, a quella di minare alla base un eventuale suo intervento in caso di conflitti bellici scatenati da alcune nazioni, a quella più generale di evidenziare la debolezza di una Chiesa incapace di fare pulizia al suo interno, a quella di mettere in discussione il valore del celibato ecclesiastico, che sarebbe la maggior causa di comportamenti devianti. Quale delle ragioni ipotizzate sia la più plausibile non è facile stabilire; si dovranno attendere alcuni eventi futuri per poterlo capire. I fatti, soprattutto quelli degli abusi su minori, benché ingigantiti dai media, sono innegabili. Il problema è capire perché vengano alla luce solo ora. Si tratta veramente di una strategia che avrebbe degli attori occulti? Oppure della caduta del velo di silenzio da parte dell’autorità ecclesiastica, che prelude a un diverso modo di proporsi della medesima autorità nei confronti dell’opinione pubblica? Non ci si troverebbe sulla scia del pubblico riconoscimento avviato con il Vaticano II, che in Lumen gentium n. 8 aveva parlato di una Chiesa pellegrinante che cerca vie di conversione, e che in Giovanni Paolo II aveva trovato espressione singolare con atti di resipiscenza e di richiesta di perdono per i peccati dei figli della Chiesa? Comunque sia, le turbolenze evocano altri momenti della vita della Chiesa, e non manca chi si fa premura di ricordarli: da quelli messi in atto dalla massoneria nel secolo XIX a quello intentato da Goebbels negli anni Trenta del secolo scorso. Le analogie sono sempre inadeguate quando si tratta di eventi storici e servono talvolta più a giustificare ipotesi ancora da verificare che non a stabilire la verità. Resta il fatto che le turbolenze non sembrano finire e con esse le polemiche, a volte stimolate anche da chi, ecclesiastici compresi, tentando di difendere il comportamento dell’autorità, ottiene l’effetto di scatenare altre polemiche. Va pure riconosciuto che i media tendono a enfatizzare l’aspetto polemico e a dimenticare e/o a ridimensionare le nette prese di posizione del papa, che non si limitano a dettare linee di severo comportamento nei confronti di chi si è macchiato di quei gravissimi peccati, ma pure a chiedere e/o accettare le dimissioni dei vescovi che abbiano coperto le colpe.

Che fare in tale situazione? Pretendere di suggerire il comportamento più idoneo sarebbe imperdonabile superficialità: in una condizione di “nebbia” si può procedere solo con estrema cautela e con la convinzione di balbettare, disponibili cioè a rivedere le proprie ipotesi. Ci sembra però possibile osare, distinguendo i diversi fenomeni sopra richiamati. Appare ineludibile avviare una riflessione critica sulla diversità di essi: considerarli come pezzi di un unico puzzle potrebbe rivelarsi un boomerang; supporrebbe peraltro che ci sia un soggetto unico capace di costruire una strategia articolata con elementi non facilmente coordinabili tra di loro. Considerarli invece analiticamente permetterebbe di comprenderli meglio e di valutarne la consistenza. Può essere vero che nell’opinione pubblica la recezione degli stessi aumenti la sensazione del “complotto”, ma – pur riconoscendo che vi è in qualcuno una specie di “complesso anticristiano”  inseguire tale recezione potrebbe esporre al rischio di non trovare il modo più adeguato di farvi fronte. Appare altresì importante non appellarsi frettolosamente a un regista misterioso, il diavolo, che avrebbe architettato una delle sue “intelligenti” strategie per combattere la Chiesa di Cristo. Sarebbe mettersi nella condizione di lottare ad armi impari o di rifugiarsi in improbabili interventi soprannaturali, mortificando l’intelligenza che lo Spirito è in grado di donare ai discepoli di Gesù. Sembra più opportuno percorrere la via di una lucida analisi che parta dal riconoscere gli errori (anche di comunicazione) con semplicità e umiltà. Tra questi errori gli abusi sui minori devono occupare il primo posto, come del resto si rimarca nel comune modo di sentire. La lucida analisi comporta di ricercare le cause di tali comportamenti senza giustificarli stabilendo paragoni con altre categorie di persone che pure li avrebbero assunti: non si può dimenticare che da persone dedite all’educazione dei minori ci si aspetta – con diritto – maturità (anche sessuale) ed equilibrio, che vanno verificati accuratamente e non si può procedere con il criterio del bisogno di affidare a tutti una mansione solo per il fatto che ormai hanno ricevuto il sacramento dell’ordine o hanno emesso i voti. Non ci si può nascondere che, a volte, i superiori in nome del loro dovere di provvedere a chi appartiene al clero o a un ordine religioso sono costretti a collocare persone inadatte a posti che queste non dovrebbero mai occupare. Non si tratta di pensare a una Chiesa di “puri” o a un clero (o religiosi) perfetto: si tratta piuttosto di considerare le conseguenze di alcuni affidamenti di responsabilità. Ne va non solo della credibilità delle istituzioni ecclesiastiche, ma soprattutto dell’esistenza di persone, delle quali si deve custodire gelosamente la dignità. Non mancano in questo senso le disposizioni, alle quali ci si appella spesso nell’attuale congiuntura. Accade però che, in alcune circostanze, la compassione e la misericordia nei confronti di alcuni si tramuta in mancanza di rispetto nei confronti di altri. Non si sfugge all’impressione che in alcuni casi ci si preoccupi eccessivamente di salvaguardare la dignità di alcune persone e si dimentichi la medesima dignità di altre. A questo riguardo si può ipotizzare che l’attuale momento si presenta come un kairòs, un’opportunità per la purificazione della Chiesa, non solo della memoria: il coraggio di una riforma, che comporta necessariamente alcune scelte dolorose, in capite et in membris, che più volte è stata avviata, realizzerebbe ciò che si proclama come esigenza imprescindibile. A questo non si giungerà se si alimenta unilateralmente l’idea del complotto dal quale difendersi. Non si vuol dire che non ci sia in atto un tentativo di delegittimazione, ma perché non prendere occasione per una verifica seria delle dinamiche, anche di potere, che sono presenti nella Chiesa? Perché, dopo aver fatto luce sugli effettivi comportamenti scorretti di alcune autorità al fine di rispondere in verità e pacata determinazione, non leggere questo momento come un modo attraverso il quale il Signore vuole correggere la sua Chiesa? Forse potrebbe essere utile rileggere il cap. 12 della Lettera agli Ebrei, dove si spiega la persecuzione come correzione che viene dal Padre. Ciò che sembrava ostilità si è tramutato in alcune circostanze come uno stimolo alla conversione, come giudizio di Dio finalizzato a farsi comparire la Chiesa come sposa senza macchia. Non potrebbe essere così anche in questo tempo? Senza peraltro che nessuno dei credenti, di fronte allo scandalo, si chiami fuori. Colga piuttosto l’occasione per ricordarsi quanto scriveva san Gregorio Magno: che non dobbiamo aspettarci di trovare un luogo in cui non ci siano scandali, prima dell’avvento del Regno; ma, anche, che non ci sarà scandalo in grado di cancellare il bene che la Chiesa continua a offrire all’umanità: il Vangelo, che vale anche per chi lo vorrebbe negare a causa delle colpe dei cristiani.

(Questo articolo è l’editoriale del n. 2-2010 (giugno) del trimestrale Dialoghi, la rivista culturale promossa dall’Azione Cattolica Italiana)

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    Dialoghi, la rivista: Dialoghi n. 2 - 2010
  • anno X, n. 2, giugno 2010

    Le religioni nella sfera pubblica

    Il rapporto tra religioni e sfera pubblica e, in particolare, nel contesto italiano, fra cristianesimo e democrazia liberale.