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Preti. Sulla frontiera di un’umanità pellegrina

di Giuseppe Masiero

L’Anno Sacerdotale è alle ultime battute ricapitolando le molteplici esperienze promosse in questo periodo, con l’appuntamento mondiale dei 10.000 presbiteri convenuti a Roma, per condividere con Papa Benedetto, la grazia e il rinnovato impegno del ministero sacerdotale.

Il profilo e la vita del prete oggi hanno interessato ampiamente l’editoria e la stampa religiosa. Le iniziative maturate nelle varie diocesi si sono intrecciate con i frequenti interventi del Santo Padre, arricchiti dal suo apporto personale, interiore e teologico-pastorale.

Quando però si spegneranno i riflettori, che cosa rimarrà nella coscienza ed esistenza dei nostri laici mentre continuano ad avere accanto a loro preti come compagni di strada e padri nel cammino di una fede vissuta quotidianamente? Non si lasceranno distrarre, ci auguriamo, dal gossip scandalistico che passa al setaccio, servendosi della moviola a bordo campo, ogni azione del prete giocata sul terreno di un’umanità, dove si applica uno schema di gioco ispirato alla logica evangelica delle Beatitudini. Certo non sono mancate scorrettezze in campo che hanno richiesto il fischio energico dell’arbitro e quando questo non è avvenuto, nell’era dello schermo televisivo ancora in bianco e nero, ora la coscienza ecclesiale, in un tempo di alta definizione digitale, si interroga e cerca vie autentiche di conversione.

Il mese scorso sono stato invitato nella mia parrocchia di origine, ai piedi dei colli Euganei, a celebrare l’anniversario della morte di un parroco che ha amato e servito la comunità per ventisette anni, lasciando un’impronta indelebile. Ho ritrovato in lui il volto di una moltitudine di preti apparentemente anonimi e confusi tra gente umile e laboriosa, spesso poco ascoltata e rappresentata.

Durante la celebrazione eucaristica ci siamo ritrovati tutti, compresi i dieci sacerdoti e la squadra altrettanto numerosa di religiose, capolavoro formativo di questo parroco, morto per un infarto sulla breccia, un sabato pomeriggio dopo essere stato al confessionale con una lunghissima fila di ragazzi e giovani, desiderosi di ricevere con il perdono sacramentale, un consiglio, una battuta, una confidenza. Nelle orecchie e ancor più nel cuore di alcune generazioni di parrocchiani, non si è ancora spento il suono acuto di un fischietto d’arbitro che ci raggiungeva in ogni angolo del Paese e nei momenti imprevedibili della giornata. Non si trattava di una caccia agli errori commessi o di una trasmissione autoritaria di ordini, ma si avvertiva nell’eco persistente di quel fischietto la sollecitudine e la cura da parte di un parroco che percepiva la responsabilità spirituale accanto alla crescita umana e civile, di un’intera comunità ancora in fase espansiva, ma sprovvista di consapevolezza e di strumenti culturali e tecnici adeguati. Di qui la trama crescente e coinvolgente di relazioni personali, familiari, significative e cordiali, accompagnata dall’attenzione costante per una vita sacramentale intensa, sorretta dall’esperienza associativa e dalle frequenti proposte di esercizi spirituali, campi scuola e missioni popolari. Questa atmosfera spirituale e pastorale ha permesso di avviare iniziative di promozione sociale illuminata e coraggiosa, specialmente nei confronti di giovani e delle varie categorie professionali. Non sorprende di riscontrare in questo prete zelante che seguiva noi seminaristi ad ogni estate, impegnandoci ininterrottamente nella vita parrocchiale, la familiarità con i libri di alcuni testimoni e maestri messi a nostra disposizione, come don Mazzolari, don Milani, don Barra, Bernanos, Cesbron, Mauriac e non ultimo il cardinale Montini.

La biografia umana e cristiana di un prete normale, include mille altre storie di confratelli che hanno saputo scrivere pagine di Vangelo, intessendo legami profondi tra gli abitanti di sperduti villaggi o di popolosi quartieri di città; figure queste che hanno inciso come ha ricordato autorevolmente il Presidente Napolitano in maniera efficace nella costruzione unitaria del nostro Paese.

Anche se togliamo la tara del tempo trascorso e aggiungiamo i profondi cambiamenti che hanno modificato il mondo e l’anima della nostra società, non si spegne ancora il soffio vitale di un antico “fischietto sacerdotale” che guidava i ritmi e i tempi di una partita giocata nel passato, ma che non ha cessato di riproporre alle nuove generazioni la tempra valida di preti-allenatori maturata nella stagione conciliare, liberi dal carrierismo e dalla seduzione presente in un divismo narcisistico, talvolta mimetizzato dietro fredde geometrie liturgiche.

Chiudendo il sipario dell’Anno Sacerdotale, rimanga un infinito grazie a questi preti, ancora vivi sulla frontiera post-moderna di una umanità nomade, ma anche pellegrina.

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