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Lolo e Loize, due nuovi beati di Ac

Sabato 12 giugno a Linares è stato beatificato Manuel Lozano Garrido, “Lolo”, domenica 13 giugno a Celje è stato beatificato come martire Alojzij Grozde, “Lojze”, in occasione del 1° Congresso Eucaristico Sloveno: ancora una volta il segno che la santità in AC fa parte del nostro Dna di cristiani, discepoli di Gesù. «Sei forte! È fantastico, sei mitico!», sono alcune delle espressioni più gettonate oggi per commentare persone o fatti straordinari. La parola Santo infatti non è molto adoperata nel nostro linguaggio, forse perché evocatrice di un mondo lontano, intessuto di sacrifici e di fioretti. Ma è proprio così? Lolo e Loize sono due testimoni di una Santità che non è solo per alcuni “geni” del cristianesimo! La Santità è alla portata di tutti, è un’avventura offerta da Cristo a chi ha semplicemente il coraggio di amare e di donare anche la propria vita. E tutti siamo chiamati all’amore, per questo tutti siamo chiamati a diventare santi. Per questo ci viene da dire: Grazie Lolo! Grazie Loize!

Lolo era un giovane dell’AC. Nacque a Linares (Jaen-Spagna) nel 1920. A 22 anni una paralisi progressiva lo fece sedere su una sedia a ruote. La sua invalidità fu totale. Negli ultimi nove anni perse pure la vista. Era un giovane seclare, un cristiano che si prese sul serio il Vangelo, o come diceva Martin Descalzo di lui: “Si dedicava a essere cristiano. Si dedicava a credere”.

Questo giovane dell’AC, che mantenne l’allegria perpetua nel suo sorriso permanente, “uomo sofferente” e nello stesso tempo seminatore di allegria in cemtinaia di giovani e adulti che si avvicinavano a lui cercando un consiglio, possedeva un segreto: l’allegria. Lolo è stato un giovane amante dello sport e della natura; felice da bambino e più ancora nei giochi della gioventù quando iniziò a aprirsi alla vita, a desiderare “divorare” apostolicamente il mondo.Si formò come apostolo nel centro dei giovani dell’AC di Linares negli anni ’30. «L’AC era tutto per lui».

Dopo aver conosciuto Lolo ci si rende conto che essere santi significa conoscere il segreto della gioia. Chissà perché – è una delle peggiori distorsioni del Vangelo – si è creduto che la santità dovesse assumere un volto severo, come se per essere beati in cielo, fosse necessario essere tristi sulla terra. Non si dimentichi che Gesù è venuto a dare la gioia e che il cristianesimo è per la gioia dell’uomo, per la sua felicità, non è per rendere l’uomo più triste.

Il cristiano chiamato alla santità sa diffondere intorno a se la gioia. È la gioia che rende la tua vita – quella quotidiana che ha volte diviene grigia e monotona – una festa! La gioia, quella vera e profonda da non confondersi con lo spirito di camerata, ti permette di cogliere il bene dell’altro, di scorgere i segni di speranza lì pure dove credi prevalgano i segni della disperazione e del peccato. «Di buon mattino – raccomandava Lolo a chi lo andava a trovare – farai colazione con il buon pane di Dio, e dopo, ricco del suo miracolo, distribuirai tu i pani e i pesci del tuo cuore».

Nell’AC imparò ad amare Nostra Madre Maria. Su di Lei scriverà bellissime pagine piene di tenerezza e amor filiale durante 28 anni di scrittore e giornalista invalido e fortemente ammalato. Nell’AC coltivò il suo fervore per l’Eucaristia che marcò tutta la sua vita. Restano gli scritti sulla Festa del Corpus Domini o sul Giovedì Santo o sul Sacerdozio.

Quando restò paralitico – nel balcone della sua casa, situato propio di fronte alla Parrochia di Santa Maria di Linares, dove fu battezzato e dove adesso riposano i suoi resti mortali – faceva una pausa nel suo lavoro di scrittore paralitico e diceva: «Adesso, faccia a faccia con il tabernacolo, mi metto a scrivere un paragrafetto». La sua vita si spense il 3 novembre 1971 e da quel giorno Lolo è diventato un faro che ha illuminato la bellezza di una vita cristiana innamorata semplicemente di Dio.

Nicolò Tempesta, Assistente nazionale MSAC

Non aveva ancora compiuto vent’anni Alojzij Grozde, per tutti Lojze, quando nel gennaio del 1943 trovò la morte per mano di alcuni partigiani comunisti presso Mirna, nella Bassa Carniola. Lo scorso 13 giugno la Chiesa lo ha riconosciuto martire, elevandolo agli onori degli altari quale beato, il primo della Slovenia.

A conclusione del primo Congresso eucaristico sloveno, sotto il sole di Celje, le tre stelle del cui stemma araldico compaiono anche sulla bandiera nazionale, il card. Tarcisio Bertone ne ha riconosciuto le virtù cristiane, coerentemente vissute fino alla tragica fine. Il raccoglimento attorno a Gesù Eucarestia da parte di oltre ventimila persone accorse da tutto il Paese è un bel coronamento per il nuovo beato: Lojze, in un suo diario, aveva infatti definito il Sacramento «il sole» della sua vita, accostandovisi quasi ogni giorno.

Nato a Zgornje Vodale il 27 maggio 1923, ricevette il battesimo lo stesso giorno a Tržišče, nella diocesi di Novo Mesto. Figlio illegittimo, non fu riconosciuto dal padre; la madre, nell’indifferenza dei parenti, si sposò con un tale Kovač, conducendo una vita di stenti nelle campagne. Grazie all’aiuto di alcuni benefattori, Lojze poté studiare al liceo di Lubiana, ottenendo la maturità classica.

Grande fu la sua devozione alla Madonna, cui si consacrò nel 1936, entrando nella congregazione mariana di cui divenne anche presidente. Pur avendo accarezzato più volte l’idea del sacerdozio, si convinse di poter vivere in maggior pienezza la sua fede da laico: al liceo entrò infatti nell’Azione Cattolica.

Nel 1941, invasa da Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria, la Jugoslavia fu travolta dalla guerra. Alla fine del ’42, Lojze lasciò Lubiana per tornare a casa dalla madre per Natale. Ma durante il viaggio, dopo aver ricevuto la Comunione presso lìabbazia cistercense di Stična, venne fermato dai comunisti che stavano organizzando la resistenza ai tedeschi, e che lo credettero una spia dei collaborazionisti. Sottoposto ad un duro interrogatorio e a torture, durante le quali non ebbe alcunché da confessare, venne ucciso ed il suo corpo abbandonato insepolto nel bosco. La salma fu ritrovata il 23 febbraio. Con sé altro non aveva che un messale, la Sequela di Cristo di Tommaso da Kempis ed alcune immagini della Madonna. Deposte le spoglie nel cimitero di Šentrupert, non lontano da dov’era nato, la sua tomba fu da subito meta di pellegrinaggi e la pietà popolare lo riconobbe, anche negli anni della dittatura titoista, un martire cristiano. Abbiamo partecipato come giovani dell’AC di Trieste, diocesi che soltanto il 4 ottobre 2008 aveva visto beatificare il suo sacerdote don Francesco Bonifacio, nato a Pirano d’Istria e ucciso in circostanze simili a quelle di Grozde da altri militanti comunisti jugoslavi nel settembre del 1946.

Andrea Dessardo, Vice presidente diocesano AC Trieste

Per ulteriori informazioni

http://www.fiacifca.org/index?lang=i

http://www.fondazionesantiac.org/

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