Dopo l’anno sacerdotale
È terminato l’anno sacerdotale, ma la vita e il ministero del prete continuano! Averne posto la figura al centro dell’attenzione dell’intera comunità ecclesiale, ha significato sottolinearne l’importanza per la vita cristiana e per l’incontro sacramentale con Cristo; nello stesso tempo tutti i credenti sono stati invitati a pregare con particolare intensità (e bisogna continuare a farlo!), perché il prete sia fedele, generoso e gioioso nel compimento della sua missione.
Abitualmente si pensa e si parla del prete al singolare: il riferimento al presbiterio sembra secondario, quasi di contorno. Eppure Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis (PDV) ha affermato che «il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come un’opera collettiva… Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri membri del presbiterio, sulla base del sacramento dell’Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità» (n. 17).
Queste parole riecheggiano il magistero del Concilio Vaticano II, che ha fatto riemergere ciò che per secoli era rimasto come sotto traccia.
Oggi si deve, dunque, pensare al prete al plurale, pur evitando il rischio sia di generalizzare come di livellare e massificare.
Dalla considerazione del presbiterio scaturiscono conseguenze di notevole interesse per i presbiteri stessi e per la loro azione pastorale, per le comunità cristiane e per la missione che sono chiamate ad esprimere.
Ne accenniamo due soltanto:
- sul piano della vita personale il presbiterio costituisce il primo e immediato ambito in cui coltivare e sviluppare relazioni di fraternità e di amicizia. Il prete solitario non fa parte della visione conciliare del ministero ordinato, che viene anzi sollecitato ad arricchirsi sul piano affettivo e spirituale dal sentirsi ed essere effettivamente membro di un corpo, formato dallo Spirito di Dio.
Da qui prende lo spunto la prospettiva della vita comune, comunque poi concretamente si declini, e l’impegno a portare gli uni i pesi degli altri (cfr. Gal 6,2).
Giovanni Paolo II situa le relazioni del e nel presbiterio nell’ottica dell’obbedienza presbiterale, che «presenta un’esigenza comunitaria. Non è l’obbedienza di un singolo che individualmente si rapporta con l’autorità, ma è invece profondamente inserita nell’unità del presbiterio… Questo aspetto dell’obbedienza del sacerdote richiede una notevole ascesi, sia nel senso di un’abitudine a non legarsi troppo alle proprie preferenze o ai propri punti di vista, sia nel senso di lasciare spazio ai confratelli, perché possano valorizzare i loro talenti e le loro capacità, al di fuori di ogni gelosia, invidia e rivalità» (PDV n. 28).
- sul piano dell’esercizio del ministero il servizio pastorale non può essere se non collegiale e coordinato. Il prete deve vincere la tentazione, diventata spesso abitudine, di considerarsi responsabile in proprio della guida pastorale della comunità, comunque si configuri.
La visione comunionale contrasta l’inamovibilità, il parrocchialismo, l’autoreferenzialità, l’autoritarismo.
Il servizio pastorale di una Chiesa particolare è affidato collegialmente al Vescovo con il suo presbiterio. Di essa tutti i presbiteri e ciascuno di loro devono sentire la sollecitudine. In questa luce è anche più facile e fondato affrontare le attuali problematiche inerenti alla revisione della struttura delle nostre diocesi. Non il calo dei preti, ma la comunione del presbiterio deve essere un criterio fondamentale nella ricerca di nuove vie, più rispondenti alle esigenze attuali dell’annuncio del Vangelo ad ogni creatura.
Un bell’esempio e una effettiva esperienza di comunione presbiterale può essere data ed è offerta concretamente dagli assistenti di AC che costituiscono un collegio.