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2 giugno 1946. L’Italia repubblicana

di Umberto Ronga

I cittadini italiani, chiamati alle urne dal referendum istituzionale, si pronunciavano a favore della Repubblica in luogo della Monarchia, ponendo così fine alla tregua istituzionale e gettando le basi del nuovo assetto costituzionale dell’Italia. Ma non si trattò di una soluzione indolore, scontata o priva di contestazioni. Tutt’altro. Su circa ventitré milioni e mezzo di voti complessivamente validi, furono soltanto due, all’incirca, i milioni di voti che determinarono il cambiamento.

Un Paese distrutto dalla guerra, persino civile, e lacerato al proprio interno. Pertanto, la necessità di ricostruire una nuova coesione sociale sotto il nome della democrazia costituì il primo impegno dei padri della nostra Repubblica. In quello stesso giorno, infatti, venivano contestualmente eletti i membri dell’Assemblea costituente, che si riunivano il 22 giugno ed eleggevano Enrico De Nicola Capo provvisorio dello Stato. La redazione del testo veniva affidata ad un’apposita Commissione per la Costituzione, nominata in seno all’Assemblea e poi suddivisa in tre ulteriori sottocommissioni. In breve tempo, dopo circa sei mesi di lavoro, la Commissione, ribattezzata “dei 75”, dal numero dei suoi componenti, presentava un progetto di Costituzione, che veniva approvato, dopo circa 173 sedute di discussione, il 22 dicembre 1947 e promulgato dopo cinque giorni dal Capo dello Stato.

Oggi, fare memoria di quel giorno e di quella stagione non significa fare retorica. Ma piuttosto rinnovare il significato profondo di quel patto che ha faticosamente riconsegnato all’Italia pace sociale, democrazia e libertà. Ed è proprio nel nome del valore unificante della Costituzione, quale compromesso alto tra culture diverse e garanzia del rispetto di idee legittimamente divergenti nel dibattito pubblico, che il Paese deve sapere guardare alle nuove e delicate sfide che ha dinanzi a sé.

La sfida educativa, da sempre ed a tutti i livelli tra le priorità nell’agenda dell’associazione, perché si possa contribuire a formare coscienze critiche, capaci di discernere i processi che governano i cambiamenti della società e cittadini maturi, capaci di assumere con coerenza le proprie responsabilità sia nella vita privata che in quella pubblica. La riforma del mondo della scuola e dell’università, in queste ore al centro del dibattito politico, perchè si sappia valorizzare il merito, coltivare le intelligenze, formare alla pratica della cittadinanza ed incentivare concretamente la ricerca, che resta il principale motore del progresso della nazione.

La riforma federale, perché si coniughi la spinta alla devoluzione delle competenze, in ossequio ai principi di solidarietà, sussidiarietà e responsabilità, con il valore non discutibile dell’unità del Paese che, vale la pena ribadirlo, “non crescerà se non insieme”, come già si leggeva nel documento “Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà” (1989). La riforma istituzionale, perchè si possa portare a compimento il faticoso ed infinito processo di transizione, ammodernando in qualità ed efficienza le istituzioni. La riforma della politica, perchè si introducano reali meccanismi di selezione della classe dirigente e si possa liberare la democrazia a cominciare dalla riforma della legge elettorale vigente, perché i cittadini, unici sovrani, possano ritornare a scegliere i propri rappresentanti. E perché si possa, in questo modo, innescare quel tanto auspicato processo virtuoso in grado di sintonizzare nuovamente eletti ed elettori e quindi alimentare nuova fiducia tra società e politica.

La riforma del mondo del lavoro, perché si favorisca un’occupazione meno precaria, che sappia dare dignità a tanti giovani, sempre più spesso costretti ad emigrare alla ricerca di opportunità di lavoro e di vita migliori, ma anche restituire speranza a quanti, condannati dalla rassegnazione, sono divenuti vulnerabili, soprattutto nel Mezzogiorno, alle lusinghe della criminalità.

Nel giorno in cui festeggiamo la Repubblica, ma anche nell’anniversario dei 150 anni dall’unità dello Stato italiano, occorre sentirsi cittadini uniti e solidali gli uni verso gli altri. In questa ricorrenza, come ha ricordato il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco, in occasione della prolusione per la 61° assemblea generale dei Vescovi italiani, “(…) desideriamo, per nostra parte, contribuire a far sì che i 150 anni dall’unità d’Italia si trasformino in una felice occasione di innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale”.

Parole dense di significato, alle quali fanno eco quelle espresse dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo “appello alla responsabilità”, lanciato in occasione della festa che oggi celebriamo, il quale, rinnovando l’auspicio di un impegno condiviso per il Paese a superare conflitti e particolarismi in nome del bene di tutti, ha ribadito che in momenti come questo “bisogna sentirsi nazione unita (…) ed occorre un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire al Paese una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte (…) in cui l’Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud”.

Parole, queste, di monito ed auspicio per tutti noi. Perché l’impegno quotidiano di ciascuno, nella vita familiare, professionale ed associativa, possa ispirarsi ai valori di cui oggi intendiamo fare memoria.

Ma – non dimentichiamolo! – onorare davvero quella pagina straordinaria della nostra storia significa soprattutto saper dare concretezza e coerenza a quegli auspici e convertire in scelte responsabili quelle promesse di impegno, di dialogo e di confronto costruttivo. Al di là dei proclami, che come vessilli sventolano unanimi da ogni parte in queste ore, ma davvero, concretamente, per il bene comune della nostra Repubblica.

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