La responsabilità dell’Europa nel mondo
Nel titolo che mi è stato assegnato per questo nostro incontro, si collocano, uno accanto all’altro, tre termini che - seppur con un ordine differente – vorrebbero fare da guida al mio intervento: responsabilità, Europa e mondo.
Mi sono infatti anzitutto interrogato sul significato della parola Europa, assunta in questo caso soprattutto nella sua accezione politica e istituzionale. Non è per la verità il primo aspetto che generalmente colgo dell’Europa, dato che per formazione culturale, per interesse personale e professionale, per sensibilità religiosa tenderei piuttosto a soffermarmi sull’“idea di Europa”, sulle origini e peculiarità storiche, sulle sue radici cristiane, sul suo portato filosofico e civile. Ma su tutti questi aspetti credo disponiamo già di numerosissimi ed esaustivi contributi, provenienti da illustri pensatori; e lo stesso Magistero della Chiesa ci indica quanto l’Europa ha rappresentato e rappresenta su tali versanti. Ho invece pensato che una pur breve analisi del processo di integrazione europea, avviata giusto 60 anni fa con la Dichiarazione Schuman, ci potesse aiutare a focalizzare il tema e a condurci poi nell’individuare con maggior precisione la responsabilità – anzi direi le responsabilità – che l’Europa ha oggi verso il mondo intero.
La complessità dell’argomento richiederebbe fra l’altro di utilizzare angoli di visuale differenti e di porre in evidenza tutta una serie di aspetti su questi tre termini – Europa, responsabilità e mondo – che per ovvie ragioni potremo solo enucleare, lasciando alle successive relazioni e al dibattito gli approfondimenti necessari.
Per riflettere dunque su quale posto e responsabilità rivesta oggi il cosiddetto “vecchio continente” (…e lo è sempre di più, in ragione del progressivo invecchiamento della popolazione!) possiamo far un passo indietro fino alla citata Dichiarazione Schuman, considerata, a ragione, la “pietra miliare” del cammino dell’integrazione.
Si era all’indomani della seconda guerra mondiale, e si aveva ancora sotto gli occhi la sua triste e dolorosa eredità: l’allora ministro degli Esteri francese, cattolico, uomo di grande cultura e sensibilità umana, con l’aiuto di Jean Monnet e dopo brevi, serrati contatti diplomatici, rendeva noto quel testo che ben ricordiamo, che avrebbe portato di lì a poco alla nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951), quindi al “battesimo” della Comunità economica europea (1957), fino alla nascita dell’attuale Unione europea (1992).
“La pace mondiale – affermava Schuman il 9 maggio 1950 non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile al mantenimento delle relazioni pacifiche”. La pace, nel continente e per l’intera “civiltà umana”, era al centro dei pensieri del politico francese e degli altri “padri” dell’Europa comunitaria, fra i quali possiamo almeno citare il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi.
Ma se la pace, interna e mondiale, era l’obiettivo di fondo, la meta elevata cui tendere dopo gli orrori della guerra, la via da intraprendere per costruirla partiva dallo sviluppo materiale, che sarebbe stato perseguito mediante progressive forme di cooperazione economica, per poi passare a una più marcata e necessaria cooperazione politica. Lo stesso Schuman – che viene ricordato in questi giorni con numerose manifestazioni in tutta Europa – aggiungeva nella Dichiarazione del 9 maggio: “L’Europa non si farà in un solo colpo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. Ecco indicata in queste parole la strada – che viene definita “funzionalista” – con la quale si è poi effettivamente proceduto a edificare la “casa comune”: la solidarietà, la condivisione, il reciproco sostegno, sono stati, e dovrebbero essere tuttora, i principi che animano le relazioni degli Stati e dei popoli europei nel reciproco avvicinamento e nel mutuo sostegno per dar vita a un futuro migliore, di pace, democrazia e sviluppo.
In effetti credo che si possa riconoscere come, nei 60 anni che ci separano da allora, le realizzazioni concrete a livello comunitario sono state molte, “consentendo di creare vantaggi diretti per la vita dei cittadini e delle Nazioni europee; in particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Unione europea è divenuta un fattore di stabilità, uno strumento di avvicinamento tra i popoli e gli Stati europei, ricoprendo anche un ruolo positivo in relazione alla politica internazionale” (Verso le elezioni del 6 e 7 giugno, 30 maggio 2009). Nello stesso documento, diffuso dall’Azione Cattolica Italiana in vista delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo dello scorso anno, affermavamo con convinzione: “Oggi l’Unione europea non è solamente un mercato unico: i legami tra i Paesi membri ruotano attorno a crescenti relazioni politiche e si fondano sui principi di solidarietà, sussidiarietà e unità nella diversità”: individuavamo “un processo di progressiva coesione, con reciproci vantaggi, pur nel rispetto delle specificità nazionali sul piano della storia, della cultura, delle tradizioni di ciascuno [Stato] aderente”.
Naturalmente non possono sfuggire, anche a chi guarda con simpatia all’Europa “politica”, vari “punti deboli” in una architettura così complessa: “Occorrerebbero infatti – afferma ancora il citato documento dell’Ac alcuni rafforzamenti sul piano istituzionale (che dovrebbero essere assicurati dalla [recente] entrata in vigore del Trattato di Lisbona); ulteriori collaborazioni in ambito economico e sociale; nonché maggiori risultati concreti per quanto attiene la sicurezza, la protezione dei consumatori, il sostegno alle regioni meno sviluppate, la lotta ai cambiamenti climatici… E mentre diversi altri Paesi hanno avviato negoziati per l’ingresso nell’Unione, la casa comune deve ancora dimostrare di reggere alle tante sfide poste dalla globalizzazione dei mercati, dalle novità in campo demografico (invecchiamento della popolazione, fenomeni migratori…), dalla necessità di più coraggiose forme di cooperazione allo sviluppo con le regioni povere del mondo”. L’Unione europea avrebbe non da ultimo “bisogno di approfondire le riflessioni in merito alla propria identità, alle radici, agli obiettivi che ci si propone di perseguire insieme, al senso di appartenenza da stimolare nei cittadini”.
Non a caso papa Giovanni Paolo II, nella Esortazione apostolica Ecclesia in Europa del 2003, segnalava: “L’Europa di oggi, nel momento stesso in cui rafforza e allarga la propria unione economica e politica, sembra soffrire di una profonda crisi di valori” (n. 108). Così essa “deve anzitutto ritrovare la sua vera identità” (n. 109); deve valorizzare la propria storia, “contraddistinta dall’influsso vivificante del Vangelo” (n. 108), impegnandosi inoltre a “promuovere la solidarietà e la pace nel mondo” (n. 111).
Più di recente, nel marzo 2007, papa Benedetto XVI, ricevendo i partecipanti al convegno promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece), riuniti a Roma per il cinquantesimo dei Trattati istitutivi della Cee, affermava: “Non si può pensare di edificare un’autentica casa comune europea trascurando l’identità propria dei popoli di questo nostro continente. Si tratta infatti di un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica; un’identità – precisava il Santo Padre costituita da un insieme di valori universali, che il Cristianesimo ha contribuito a forgiare, acquisendo così un ruolo non soltanto storico, ma fondativo nei confronti dell’Europa. Tali valori, che costituiscono l’anima del continente, devono restare nell’Europa del terzo millennio come fermento di civiltà”.
Proprio la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea, facendo tesoro dell’insegnamento dei Pontefici, pubblicava nel marzo 2009 un documento (intitolato Costruire una migliore casa europea) sempre in vista delle elezioni europee. In esso si precisava che “la Chiesa cattolica ha sostenuto fin dall’inizio il progetto d’integrazione europea e continua a sostenerlo ancora oggi” e “tutti i cristiani hanno non solamente il diritto ma anche la responsabilità d’impegnarsi attivamente in questo progetto”. Inoltre, “la partecipazione dei cristiani è essenziale per riscoprire l’anima dell’Europa, che è cruciale per rispondere ai bisogni fondamentali della persona umana e per il servizio del bene comune”, contribuendo in particolare alla difesa e promozione della vita umana, al sostegno della famiglia, alla tutela dei diritti individuali e sociali, a promuovere la giustizia nelle relazioni tra l’Unione europea e i Paesi in via di sviluppo, a proteggere il Creato e a promuovere la pace in ogni angolo del mondo.
Mi pare che i Vescovi europei intendano qui segnalare come il cammino verso l’Europa “unita” pur nel rispetto delle innumerevoli “diversità” che la compongono – sia un elemento positivo, un fattore di sviluppo non solo materiale per le Nazioni che la compongono e per i popoli che la abitano. Un processo – direi – che la Chiesa sostiene e per il quale richiama i cristiani a precise responsabilità.
Se infatti torniamo alla Ecclesia in Europa, troviamo un monito esplicito che impegna coloro che credono al Vangelo a operare, come “veri testimoni di speranza”, per questa Europa. La Chiesa cattolica, vi affermava Giovanni Paolo II, “nella logica della sana collaborazione tra comunità ecclesiale e società politica”, “è convinta di poter dare un singolare contributo alla prospettiva dell’unificazione offrendo alle istituzioni europee […] l’apporto di comunità credenti che cercano di realizzare l’impegno di umanizzazione della società a partire dal Vangelo vissuto nel segno della speranza. In quest’ottica – aggiungeva il Pontefice , è necessaria una presenza di cristiani, adeguatamente formati e competenti, nelle varie istanze e Istituzioni europee, per concorrere […] a delineare una convivenza europea sempre più rispettosa di ogni uomo e di ogni donna e, perciò, conforme al bene comune”.
Forti di queste indicazioni, ci appare altrettanto chiaro come l’Europa non può e non deve bastare a se stessa. La sua storia, la sua ricchezza morale e materiale, le sue radici e i suoi frutti, appaiono, oggi più che mai, un patrimonio che richiede di essere amplificato, esteso e condiviso con l’intero genere umano.
In questa fase il continente sta certamente attraversando una fase di recessione economica che ha portato disoccupazione, povertà ed esclusione sociale; tante, troppe famiglie ne stanno facendo le spese e si fatica a intravvedere una via d’uscita certa. La situazione della Grecia e di altri Paesi europei testimoniano che i processi di crescita non si possono mai considerare irreversibili! Allo stesso tempo va onestamente riconosciuto come, nonostante queste difficoltà, la situazione europea appaia complessivamente ben più “fortunata” di quella di innumerevoli altre regioni del mondo, dove la povertà, la fame, la mancanza di istruzione o di cure mediche, oppure conflitti di vario genere, rendono estremamente difficile, se non impossibile, la vita di bambini, giovani e adulti. Generando persino l’idea che, in talune aree del pianeta, specialmente nel Sud del mondo, lo sviluppo, la pace, la democrazia, il rispetto dei diritti fondamentali siano beni fatalmente negati alle generazioni presenti e a quelle future.
Ecco allora emergere con chiarezza quelle responsabilità che l’Europa dei popoli, degli Stati e delle istituzioni comunitarie, l’Europa della pace e della democrazia, l’Europa finalmente riconciliata e capace di respirare con i due polmoni dell’Est e dell’Ovest, l’Europa secolarizzata eppure ancora fortemente segnata dal messaggio evangelico, detiene verso il mondo intero.
Il monaco benedettino Ghislain Lafont affermava a Sarajevo nel settembre 2003, durante il terzo Incontro Continentale Europa-Mediterraneo: “È nostro compito operare perché l’Europa non si costruisca contro gli altri continenti: contro gli Stati Uniti che sono divenuti estremamente potenti, contro la Russia, che potrebbe ridiventare minacciosa, contro l’Estremo Oriente, di cui cominciamo a vedere un movimento che potrebbe sommergerci, contro l’Africa, che finiremo col far sprofondare nelle sue difficoltà invece di aiutarla a promuovere le sue risorse. L’esperienza della storia – precisava Lafont – ci ha infatti dimostrato che nulla di ciò che è fatto contro produce effetti duraturi di pace. Se desideriamo un’Europa forte e tranquilla è perché essa possa essere un elemento solido nelle relazioni mondiali, relazioni nelle quali nessun continente cerchi di dominare gli altri ma tutti scambino, offrendo quanto hanno e ricevendo quanto loro manca. La formazione dell’Europa costituirà allora un contributo essenziale allo sviluppo pacifico del mondo” (Il futuro è nelle nostre radici. La novità del Vangelo nell’Europa del terzo millennio, Roma, AVE 2005).
E allo stesso modo l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, durante le Giornate Sociali Cattoliche per l’Europa, tenutesi a Danzica nell’autunno scorso, ci ricordava: “Un compito grandioso sta oggi davanti a noi, ai 27 Paesi dell’Unione europea e ai loro 500 milioni di cittadini. Dobbiamo riprendere e proseguire il cammino verso un’Europa solidale, all’interno e a favore di un mondo solidale: un’Europa capace di sognare, progettare e costruire una solidarietà sempre più ampia e capillare quale strada maestra di libertà e di pace” (Solidarietà, futuro dell’Europa, Danzica, 8 ottobre 2009).
Si individua così – e mi avvio alla conclusione – una responsabilità oggettiva, direi una vera e propria “missione”, che l’Europa, pacificata e solidale al suo interno, deve svolgere sulla scena mondiale. Era ancora Giovanni Paolo II nella Ecclesia in Europa, che ci ricordava (anzi, ci ricorda, perché sono parole che vanno al di là del tempo e che stabiliscono un impegno per l’oggi): “Dire Europa deve voler dire apertura. Nonostante esperienze e segni contrari che pure non sono mancati, è la sua stessa storia ad esigerlo. L’Europa non è in realtà un territorio chiuso o isolato; si è costruita andando incontro, al di là dei mari, ad altri popoli, ad altre culture, ad altre civiltà. Perciò deve essere un continente aperto e accogliente, continuando a realizzare nell’attuale globalizzazione forme di cooperazione non solo economica, ma anche sociale e culturale”.
C’è – secondo il magistero del Papa polacco – “un’esigenza alla quale il continente deve rispondere positivamente, perché il suo volto sia davvero nuovo”: “l’Europa non può ripiegarsi su se stessa. Essa non può né deve disinteressarsi del resto del mondo, al contrario deve avere piena coscienza del fatto che altri Paesi, altri continenti, si aspettano da essa iniziative audaci per offrire ai popoli più poveri i mezzi per il loro sviluppo e la loro organizzazione sociale, e per edificare un mondo più giusto e più fraterno”. Per realizzare tale missione, è necessario “un ripensamento della cooperazione internazionale, nei termini di una nuova cultura di solidarietà. Pensata come seme di pace, la cooperazione non si può ridurre all’aiuto e all’assistenza”. Essa deve esprimere, sempre secondo le parole della Ecclesia in Europa, “un impegno concreto e tangibile di solidarietà, tale da rendere i poveri protagonisti del loro sviluppo e consentire al maggior numero possibile di persone di esplicare, nelle concrete circostanze economiche e politiche in cui vivono, la creatività tipica della persona umana, da cui dipende anche la ricchezza delle Nazioni”.
“L’Europa, con tutti i suoi abitanti – concludeva Giovanni Paolo II , deve impegnarsi instancabilmente a costruire la pace dentro i suoi confini e nel mondo intero”. Ancora una volta l’insegnamento della Chiesa, “esperta in umanità”, mentre si rivolge ai credenti, indica la strada che tutte le donne e gli uomini di oggi, in Europa e nel mondo, possono intraprendere, per un mondo più giusto e per un domani migliore.
Tocca anche a noi, laici di Azione Cattolica dei paesi dell’Europa e tutti insieme con i paesi degli altri continenti, sentirci parte viva di questa storia e di questo presente e camminare con le nostre comunità cristiane, nelle Chiese locali, con i vescovi delle conferenze episcopali nazionali, collaborando a livello Europeo con gli organismi che tutti apprezziamo CCEE e COMECE.
In questi giorni avremo modo di confrontarci su quale sia il nostro contributo di laici cristiani e di associazioni di Azione Cattolica, impegnati nella formazione integrale e permanente delle persone, ciascuna con un proprio percorso e insieme nell’associazione, nella comunità cristiana, nella società.
Indico alcuni ambiti che ritengo fondamentali per continuare a costruire un’Europa come continente aperto, accogliente, solidale e in pace:
- la passione educativa, che è nel Dna dell’Azione Cattolica, la quale da sempre è consapevole del forte nesso esistente tra la formazione e la cura generosa, responsabile e ricca di dedizione per la persona, che sostanzia e motiva l’impegno educativo stesso. È una passione che, proprio perché attenta alla persona, non la vede avulsa dal suo contesto, ma le permette ancor più e meglio di incarnarsi nella sua realtà;
- il dialogo ecumenico, interreligioso e con le culture nello spirito dell’Ecclesiam Suam: “La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio (67); Il clima del dialogo è l’amicizia (81) il dialogo è un’arte di spirituale comunicazione (83) Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo (91)”;
- la dottrina sociale della Chiesa: le Giornate Sociali Cattoliche per l’Europa, promosse da COMECE, tenutesi a Danzica nel settembre scorso su “La solidarietà è il nostro futuro comune”, sono state un segnale di come vederne sempre la dimensione europea;
- la scelta associativa come opzione non secondaria in un contesto dove la cura delle relazioni richiede le nostre migliori energie e dove crescere insieme non può essere solo virtuale.
Indico contemporaneamente una priorità trasversale a questi ambiti: la trasmissione della fede alle giovani generazioni e il loro pieno coinvolgimento nella vita dell’associazione, della Chiesa e della società.
Non voglio dimenticare la una dimensione di universalità e di reciprocità che non è solo geopolitica, ma è connaturale con la nostra fede, segno di un atteggiamento che ci è proprio come credenti. Comincio con alcuni esempi:
- il rapporto Europa Mediterraneo e Medio Oriente da cogliere come ritorno alle radici della fede e della sua inculturazione, all’inizio della storia della Chiesa e dell’evangelizzazione con le prime comunità cristiane e l’annuncio del vangelo
- lo scambio con le nuove Chiese (un esempio è la collaborazione tra CCEE SECAM per crescere nella comunione e nella solidarietà tra Europa Africa, affrontando insieme temi comuni e urgenti, come quello delle migrazioni) http://www.ccee.ch/index.php?&na=2,5,0,0,i
Potremo continuare alla luce dell’esperienza di molti di voi.
Concludo con una riflessione che parte da alcune citazioni. La prima è tratta dall’Evangelii nuntiandi, che, a trentacinque anni dalla pubblicazione, resta ancora attualissima: “L’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo. (…) Tra evangelizzazione e promozione umana — sviluppo, liberazione — ci sono infatti dei legami profondi: partendo da questa consapevolezza, Paolo VI poneva in modo chiaro il rapporto tra l’annuncio di Cristo e la promozione della persona nella società. La testimonianza della carità di Cristo attraverso opere di giustizia, pace e sviluppo fa parte della evangelizzazione, perché a Gesù Cristo, che ci ama, sta a cuore tutto l’uomo. Su questi importanti insegnamenti si fonda l’aspetto missionario della dottrina sociale della Chiesa come elemento essenziale di evangelizzazione. La dottrina sociale della Chiesa è annuncio e testimonianza di fede. È strumento e luogo imprescindibile di educazione ad essa” (nn. 30-33).
La seconda citazione è tratta dal documento finale del primo Sinodo Europeo del 1991, che riportandoci alla Chiesa apostolica, pone salde radici al nostro attuale impegno per l’evangelizzazione in Europa, insieme a Pietro e agli apostoli del nostro tempo e ci chiede di continuare quell’aggiornamento che la Chiesa ha avviato con il Concilio Ecumenico Vaticano II. L’l’Europa del 1962-1965 era divisa tra est e ovest. Oggi possiamo andare avanti insieme come Chiese, come AC testimoniando un’Europa fraterna: “San Paolo approdò per la prima volta in Europa durante il suo secondo viaggio missionario (cfr. At 15, 36-18.22). A Troade, durante la notte, ricevette una visione profetica: «Gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad evangelizzarli» (At 16,9-10). Avvenne così il passaggio all’Europa: lo Spirito di Dio aprì la strada del Vangelo al nostro continente.
E’ significativo che già in questo primo inizio della fede in Europa sia presente quella parola evangelizzazione che è diventata oggi per noi una parola chiave per la nostra vita e la nostra missione di cristiani. Nella persona del macedone l’Europa si è dichiarata disposta ad accogliere il Vangelo. Sappiamo però anche quanto sia stato arduo per Paolo questo annuncio del Vangelo soprattutto ad Atene e a Corinto (cfr. At 17,16-34; 18,1-17). L’esempio e la fede indomita dell’Apostolo ci incoraggiano decisamente ad intraprendere la nuova evangelizzazione”.
Per finire, vorrei sottoporre alla vostra attenzione un brano tratto ancora una volta dal discorso di Benedetto XVI alla Comece: “… so quanto difficile sia per i cristiani difendere strenuamente questa verità dell’uomo. Non stancatevi però e non scoraggiatevi! Voi sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l’aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca d’ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne e vivificante verità del Vangelo. Per questo siate presenti in modo attivo nel dibattito pubblico a livello europeo, consapevoli che esso fa ormai parte integrante di quello nazionale, ed affiancate a tale impegno un’efficace azione culturale”.
Testo tratto dalla relazione di Franco Miano, presidente dell’Azione Cattolica Italiana, all’Incontro continentale europeo del Fiac, “Pane Vita Libertà Pace. Laici di Azione Cattolica nelle città. Per un mondo più umano”, Cracovia, 6/9 maggio 2010