È il tempo della concretezza
La prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza episcopale italiana, parte da un presupposto che guida e anima tutta la sua riflessione proposta ai vescovi riuniti per la sessantunesima assemblea generale: la Chiesa, spinta dal fuoco della Pentecoste, “apre le porte e va incontro agli uomini di tutti i tempi perché ha una notizia da porgere a tutti”; una notizia che ha un nome e un volto, uno sguardo che accende la vita e una parola che suscita speranza. Una notizia, ancora, con la quale intendiamo dire all’uomo contemporaneo, “talora frastornato e triste, che nessuno è orfano, che non si tratta di una scintilla che nel buio si accende per subito spegnersi; che nessuno è capitato per caso in un cosmo senza destino”.
È proprio a partire da queste parole che si può leggere la riflessione proposta dal Presidente della Cei, che tocca molti punti di stretta attualità, a partire dalla complessa crisi che il Paese si trova ad affrontare, e che vede il Governo impegnato a mettere a punto la manovra economica. Il primo allarme è legato alla questione demografica: l’Italia, dice il cardinale Bagnasco, “sta andando verso un lento suicidio demografico”. Oltre il 50 per cento delle famiglie non ha figli. Per questo, “urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale. Ci permettiamo di insistere con i responsabili della cosa pubblica affinché pongano in essere iniziative urgenti e incisive”. E questo è il momento per farlo, proprio perché ci troviamo in una condizione di pesante difficoltà economica: “bisogna tentare di uscirne attraverso parametri sociali nuovi e coerenti con le analisi fatte. Il quoziente familiare è l’innovazione che si attende e che può liberare l’avvenire della nostra società”.
Poi, la grande questione lavoro. L’occupazione “spesso oggi latita, creando situazioni di disagio pesante nell’ambito delle famiglie giovani e meno giovani, in ogni regione d’Italia, e con indici decisamente allarmanti nel Meridione. Il lavoro, in sostanza, è tornato ad essere, dopo anni di ragionevoli speranze, una preoccupazione che angoscia e per la quale chiediamo un supplemento di sforzo e di cura all’intera classe dirigente del Paese: politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti”.
Per questo ancora serve nel Paese un impegno da parte dei responsabili di ogni forza politica per “un’opera che si presenta sempre più ardua”; per affrontare le nuove ristrettezze imposte a tutti i cittadini dai provvedimenti adottati in sede europea.
Ed è proprio nel desiderio di andare incontro a ogni uomo, che il cardinale Bagnasco legge la triste vicenda degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti nei confronti di minori. Ricorda le parole di Papa Benedetto alla Commissione biblica lo scorso 16 aprile e dice: “sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare”. Parole che aprono una prospettiva nuova: “dovevamo vivere cristianamente la prova, dovevamo affrontare la sfida”. La Chiesa, ha quindi affermato il Presidente dei vescovi italiani, “farà di tutto per continuare a meritare la fiducia delle famiglie italiane, anche di quelle non credenti”. Ha quindi ricordato che gli importanti cambiamenti all’interno della Chiesa nelle procedure sanzionatorie (con regole uniformi per quel che concerne sia la responsabilizzazione delle diocesi, sia la competenza del governo centrale, prevedendo anche, caso per caso, la rinuncia alla prescrizione) furono introdotti dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Dottrina della Fede, sempre con l’avallo di Giovanni Paolo II. “Il perdono del peccato non guarisce automaticamente la malattia né sostituisce la giustizia”. Il primo pensiero della Chiesa è dunque per le vittime, alle quali esprime dolore, profondo rammarico e cordiale vicinanza “per aver subito ciò che è peccato grave e crimine odioso”. Poi guarda al Papa che “ha svolto in questa presa di coscienza ecclesiale un ruolo costantemente propulsivo. Intransigente con ogni sporcizia, egli ha propugnato erga omnes scelte di trasparenza e di pulizia. Da lui la Chiesa ha imparato e impara a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla”.
Infine il cardinale Bagnasco ha avuto parole per i 150 anni dell’unità d’Italia. Una celebrazione, ha detto, che non va “lasciata ai margini, quasi un atto dovuto staccato dalla vita comunitaria e dagli sforzi che essa richiede, ma collocata dentro a questo fluire, come a rinvigorirlo, assegnando freschezza e luminosità ai traguardi comuni da conseguire”. L’unità del Paese, ha affermato ancora, “resta una conquista e un ancoraggio irrinunciabili: ogni auspicabile riforma condivisa, a partire da quella federalista, per essere un approdo giovevole, dovrà storicizzare il vincolo unitario e coerentemente farlo evolvere per il meglio di tutti”.
C’è un altro aspetto che il Presidente della Cei pone in primo piano, ed è la questione della laicità dello Stato, dei rapporti tra Stato e Chiesa. Dice il cardinale: “Superare le contrapposizioni che residualmente affiorano significa accettare che l’unità non ha rappresentato il prevalere di un disegno politico su altri disegni; certo anche questo è avvenuto, ma è stata soprattutto il coronamento di un processo ardito e coerente, l’approdo ad un risultato assolutamente prezioso, che impone tuttavia a ciascuna componente un’autocritica onesta e proporzionata alla quota di fardello caricato − magari involontariamente − sul passo comune. È «l’interiore unità» e la consistenza spirituale del Paese ciò che a noi vescovi oggi preme, e il servizio a cui in umiltà intendiamo applicarci, per il bene comune. Certi che i credenti in Cristo continueranno a sentirsi, oggi come ieri, oggi come nel 1945 all’uscita dalla guerra, oggi come nel 1980, nella fase più acuta del terrorismo, sentirsi – dicevo – tra i soci fondatori di questo Paese. Desideriamo, per la nostra parte, contribuire a far sì che i 150 anni dall’unità d’Italia si trasformino in una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani, in una Europa saggiamente unita e in un mondo equilibratamente globale”.