Ricchezza di carta e povertà reale
È ormai largamente noto che all’origine di quella che è stata definita la più grande crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale sta una crescita indiscriminata e incontrollata di strumenti finanziari concepiti all’origine per far fronte a esigenze connesse con l’economia reale, si pensi ai mutui per la casa, ma successivamente oggetto di un processo di moltiplicazione favorito dall’allentamento delle regole poste a presidio dell’attività creditizia.
Il risultato è stato la creazione di un’economia di carta, svincolata da ogni rapporto con la dimensione produttiva, il cui principio di funzionamento era la produzione accelerata di ricchezza a favore dei soggetti che avevano in mano le leve del gioco, in primis banche e istituzioni finanziarie. E ci si è accorti soltanto dopo che questi soggetti apparentemente neutri e impersonali avevano in realtà la carne e le ossa dei grandi banchieri, dei manager, degli analisti e dei promotori finanziari, magari con qualche Nobel dell’economia in aggiunta, tutti uniti dal grande ideale di fare il più possibile soldi con i soldi, in un’inestricabile congiunzione del profitto proprio con quello dell’istituzione di appartenenza, il tutto a spese di un parco clienti a sua volta illuso dalle più mirabolanti prospettive.
Adesso, all’interno di questa situazione che chiamare malsana è dire poco, viene alla luce che istituzioni famose come la pregiata Goldman Sachs avrebbero piazzato presso i loro clienti titoli di Fondi contro i quali esse stesse hanno posto in atto comportamenti speculativi a proprio vantaggio e a danno dei clienti stessi: una pratica che si sospetta abbia interessato anche altre grandi banche.
Per la verità anche da noi si sono pagate esperienze di questo tipo, si pensi alle vicende Cirio o Parmalat, che però impallidiscono di fronte a casi come quello citato.
Al di là di ogni giudizio di natura etica o squisitamente penale, resta il fatto che grandi Banche di investimento, sorte a suo tempo per assistere la crescita delle imprese, ormai da tempo fanno i loro guadagni in grandissima parte sulle attività di trading: e, per la verità, questo è vero anche per molte Banche italiane, al di là del fatto che siano state meno contagiate dai cosiddetti titoli tossici, a differenza delle inglesi, belghe, olandesi e, addirittura le compassate tedesche, tutte accomunate da questa nuova febbre dell’oro di carta.
Ci si può allora stupire se l’esito della finanziarizzazione così intesa sia stato l’aumento poderoso delle disuguaglianze economiche e l’apertura di pericolose fratture nella coesione sociale?
In tutti i Paesi capitalistici avanzati la credibilità delle élite dirigenti risulta grandemente compromessa di fronte allo spettacolo di una ricchezza di carta che ha distrutto ricchezza reale, nel momento in cui ha prodotto disoccupazione, povertà, incertezza del futuro.
Ci si accorge di avere a che fare con un contropotere che si è sovrapposto spesso ai Governi, quando non se li è fatti complici, e che ora non è affatto facile sradicare, emblematiche in tal senso le difficoltà della Presidenza di Obama a porre mano a un’effettiva riforma delle regole della finanza.
Ma è anche sul piano culturale, oltre che su quello politico, che va avviato un profondo ripensamento: in primo luogo sul fondamento etico dello sviluppo, sulla traccia, ad esempio, delle considerazioni innovative svolte nella Caritas in veritate; ma anche, in continuità con l’etica, nella revisione critica di molte formulazioni della scienza economica, come in molte sedi di ricerca si inizia a fare.
Il ritorno alla realtà significa riscoprire il valore dell’umanità, ridisegnando un percorso di crescita in cui l’uomo torni a essere protagonista: un impegno al quale ciascuno deve concorrere con realismo, senza cadere nella disperazione.