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La Scuola che lascia il segno!

di Saretta Marotta e Nicolò Tempesta

Le inchieste sociologiche si moltiplicano ad indicare come seriamente preoccupante lo stato del rapporto che intercorre fra i giovani dai 15 ai 18 anni e la dimensione etica della cittadinanza. La percezione del bene comune, del valore della partecipazione, dei fondamenti costituzionali del Paese appare drammaticamente distorta (una fra tutte: Roberto Cartocci, Diventare grandi in tempi di cinismo. Identità nazionale, memoria collettiva e fiducia nelle istituzioni tra i giovani italiani, Bologna, Il Mulino, 2002). Sembra stia rapidamente prendendo piede un ethos consuetudinario e piuttosto incivile, che potremmo anche definire ‘immoralità’ […] orientato alla diffidenza verso gli altri, alla tolleranza per l’illegalità, alla slealtà e al cinismo verso le istituzioni, che fa prevalere in ogni caso il calcolo dell’interesse personale sulla solidarietà e sulla disponibilità a fare sacrifici per il Paese”. Le ragioni di questo scenario così scoraggiante sono molteplici e certamente dovute anche al panorama politico fortemente ideologizzato, alla prassi amministrativa lenta e spesso clientelarizzata, ma sicuramente va ammesso che la scuola italiana è impreparata, del tutto disarmata di fronte a questa vera e propria emergenza che vede il “capitale sociale” degli studenti del Duemila sprofondare in una crisi drammatica. In questo contesto, siamo consapevoli che l’obiettivo educativo è la formazione di persone capaci di relazione, capaci di abitare queste società, capaci di superare lo stile del monismo, per accogliere la ricchezza della relazione. Il punto è proprio questo: uscire dal proprio piccolo mondo antico per scorgere il bene che è di tutti, il bene comune. È il primo passo di chi decide di mettersi in discussione e rimboccarsi le maniche con uno stile di partecipazione; non è forse questa la legge dell’amore? Incipit exire, qui incipit amare! Se questo è vero per Agostino d’Ippona, lo è altrettanto per i circa 1300 ragazzi che si sono dati appuntamento per la IV edizione della Scuola di Formazione Studenti dal titolo “La scuola che lascia il segno!”, che in questo fine settimana si terrà a Rimini, sotto lo sguardo “educativo” di un msacchino d.o.c.: Alberto Marvelli. Il MSAC propone ai suoi studenti uno stile di partecipazione da vivere non solo all’interno delle mura scolastiche, ma tra le vie delle città, nelle piazze, nella quotidianità della vita del Paese.

Il senso del bene comune matura infatti solo in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta questo, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Nelle concrete esperienze di convivenza, allora, riscontriamo la vera domanda di “bene comune”. Il lavoro, la città, la scuola. Per i giovanissimi studenti la scuola è un luogo prezioso di crescita, di formazione a valori condivisi, palestra di relazioni. È a scuola che apprendiamo i primi rudimenti di democrazia partecipata (e spesso, come quell’altra, fortemente banalizzata da organi collegiali stantii, assemblee d’istituto svuotate di senso, ed elezioni di rappresentanze studentesche prive di responsabilità, sia per gli eletti che per gli elettori), è a scuola che ci alleniamo alla faticosa prassi della convivenza civile, è a scuola che ci addomestichiamo a ricercare la ricchezza del lavorare “insieme” e non da soli. Soprattutto la scuola chiama ad una forte consapevolezza, ad una quotidiana responsabilità, per vivere da protagonisti il tempo dello studio, gli anni dedicati alla formazione scolastica, tra condivisione relazionale e partecipazione. Allora la scuola diventa un primo spazio, una “casa”, in cui allenarsi ad individuare una piccola porzione di bene comune.

Vogliamo che questa SFS possa costituire l’occasione per tanti studenti in rappresentanza di tutte le provincie italiane di appassionarsi al mondo della scuola e all’idea di bene comune, vogliamo che imparino a coltivare i propri sogni inquadrati nel contesto del vivere insieme, vogliamo che sentano irrefrenabile il bisogno di “lasciare il segno”. Nella loro vita, nella loro storia.

Seguiremo dunque un doppio binario, quello del bene comune declinato nella scuola e nella città, sempre secondo la prospettiva del “lasciare il segno”, che sarà un po’ il leit-motiv della tre giorni. E a proposito di gente che ha “lasciato il segno” apriremo la SFS di Rimini proprio con la presentazione di un testimone: quest’anno infatti ricorrono i 30 anni dall’uccisione per mano delle BR di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. A Bachelet vorremmo dedicare la prima serata del convegno, facendo conoscere agli studenti accorsi da ogni angolo d’Italia la luminosa esperienza di questo testimone della Repubblica Italiana, cresciuto nella semplicità di ambienti come i nostri, scuola, parrocchia, università, lavoro, in cui si è costantemente esercitato a “lasciare la sua traccia”. Vorremmo allora che questa figura restasse impressa nella memoria dei partecipanti alla SFS presentandola attraverso un percorso che intreccerà testimonianze, musica blues & soul e citazioni dagli scritti di Bachelet.

La Scuola di Formazione sarà pure l’occasione per festeggiare un grande compleanno della numerosa famiglia di AC: il MSAC infatti nel 2010 celebra i suoi cento anni dalla fondazione. Per il centenario del movimento, messo a tema della mattinata della domenica, interverranno allora ex responsabili nazionali, oggi affermati nel mondo della cultura e delle istituzioni. La festa dei 100 anni msacchini – movi100, come lo abbiamo chiamato – sarà un’occasione per rilanciare la tradizione formativa di questo movimento interno all’Azione Cattolica, ma soprattutto per riconsegnare alla storia che verrà dopo la boa del centenario la scommessa bella e grande della partecipazione studentesca vissuta da studenti per altri studenti.

Qual è il compito del MSAC per i prossimi 100 anni? Ci piace riferire a proprio al MSAC le parole di Bachelet: “Non bisogna stancarsi di ridare a ogni generazione di giovani il senso profondo della vita dell’uomo nella società degli uomini. (…) Si tratta soprattutto di dare al giovane la linea fondamentale della sua vocazione personale, individuale e comunitaria, della sua dipendenza dalla Provvidenza e della sua responsabilità– verso la stessa Provvidenza di Dio – di costruire una vita migliore per sé e per i fratelli. (…) Si tratta di educare a una consapevole attenzione alla realtà della società umana nella quale i giovani saranno chiamati concretamente a vivere: giacché essi non ricevono un modello accettato di bene comune, ma sono chiamati a riscoprirlo essi stessi ricostruendo a loro volta la sintesi tra i principi immutabili e la realtà mutata”.

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