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La crisi all’attacco delle famiglie

di Gigi Borgiani

L’onda lunga della crisi continua a farsi sentire. Anche se rimbalzano notizie sulla ripresa dei mercati finanziari, resta il fatto che molti anche nel nostro paese continuano a pagare; continuano a fare i conti per cercare di arrivare alla fine del mese.

E a pagare sono sopratutto le famiglie, in particolare quelle con figli. Poche decine di euro per far fronte alle spese quotidiane (alimentari, utenze domestiche, retta dell’asilo nido), o per un imprevisto (una visita medica specialistica), possono far saltare un bilancio. I dati presentati ad un recente convegno della Caritas (risultato di una ricerca condotta in collaborazione con le ACLI) sono preoccupanti. Se un tempo risparmiare significava, per molte famiglie, mettere da parte qualche soldo, ora significa risparmiare sugli acquisti (pane, carne e pasta compresi) per far fronte ad altre spese. La ricerca parla del 66% di famiglie che acquistano prodotti a basso costo; del 32% che risparmiano su luce, gas e acqua. A questi dati si aggiunge la difficoltà di mantenere o acquistare immobili. In assenza di una casa di proprietà la percentuale di famiglie deboli sfiora il 70%.

Si tratta di una dura lotta per la sopravvivenza. Ma ai dati, ai conti che non tornano nel quotidiano dobbiamo aggiungere altri aspetti d’ansia. Primo fra tutti l’incertezza del lavoro (7 famiglie su 10 hanno questo incubo: perdere il lavoro!). Si innesca così un meccanismo di incertezza e paura che passa dalla situazione dell’oggi, alla mancanza di prospettive di futuro per i figli, all’instabilità emotiva e all’indebolimento dei legami familiari, con pesanti ricadute soprattutto sui bambini; e ancora: il rischio di cadere nelle trappole dell’illegalità, nel totale disinteresse per la cosa pubblica, con il risultato di una involuzione che peggiora in progressione geometrica.

Aumentano le famiglie che ricorrono ai centri d’ascolto. La Caritas (ma non solo) supportata dal senso di solidarietà e dalla generosità di molti riesce con difficoltà ad affrontare le richieste di aiuto economico e quelle sempre più difficili di ricollocazione di chi ha perso il lavoro. Le politiche familiari languono. Siamo alle solite promesse non mantenute. Poco più dell’1% del Pil, quasi la meta della media europea, è quanto è stanziato per la spesa sociale. L’adozione del “quoziente familiare” è ribadita, ma non applicata.

Occorre quindi una forte mobilitazione, un’assunzione di responsabilità che a partire dalle nostre aggregazione, deve coinvolgere e sensibilizzare l’opinione e la “politica” per non penalizzare ulteriormente le famiglie. Se siamo davvero convinti che la famiglia non sia un’istituzione come altre, che non sia un’avventura sentimentale ma un bene per tutti, non basta la solidarietà; non basta che anche le famiglie non “sofferenti” adeguino i loro consumi per sovvenire all’indigenza di altre. Occorre individuare scelte e priorit , studiare strategie, un nuovo modello di sviluppo; quel modello che la Caritas in veritate ci ha offerto e attraverso il quale (con gratuità, fraternità e responsabilità) non vorremmo più ascoltare le parole sfratto, disoccupazione, miseria, e similari.

La vivacità di tanti gruppi, d’iniziative presenti sul territorio, non solo deve essere sostenuta ma indirizzata a più ampie sinergie tra gruppi e associazioni, e rivolta allo studio, alla sperimentazione di nuove e lungimiranti forme di sostegno alla famiglia, fino a bussare con forza alle porte della “politica”. I valori non possono essere solo sostenuti a parole; nei nostri gruppi non possiamo limitarci a declinare oralmente i verbi della solidarietà, o ai consueti gesti di tipo assistenziale, ma “scendere in piazza” nel senso di condividere di più problemi e situazioni di fragilità, con l’obiettivo di una concretezza politica. Occorre educare. Occorre soprattutto educarci alle sfide del nostro tempo; quella della famiglia è una sfida che dobbiamo “vincere”.

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